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LA VENDETTA DELL'ITALIANO A CENA

La tornata amministrativa di domenica scorsa, con i suoi risultati sconfortanti (soprattutto per il Pd) ha continuato a porre lo stesso interrogativo: come si spiegano il trascinante successo di Salvini e la perdita di “appeal” della sinistra?
A questo genere di domande si possono proporre delle risposte soltanto con l’avvertenza che potrebbero benissimo essere sbagliate. Ma ragionare non fa certo male. Del resto, l’intera storiografia ha soltanto la funzione di narrare il passato e, quando possibile, spiegarlo. Impresa, già questa, non priva di rischi.
Forse il discrimine tra sinistra e destra è che da una parte c’è l’idealismo e dall’altra il realismo. Intendendo per idealismo il desiderio dell’assoluto meglio per tutti, spesso senza prendere in considerazione né i mezzi a disposizione né, addirittura, la natura umana com’è (ragione per la quale ha fallito il comunismo). E intendendo per realismo la voglia di essere soltanto razionali, e dunque di fare il possibile in concreto, non l’assoluto desiderabile. L’idealista guarda ai sogni, il realista agli interessi. 
Naturalmente la spinta ideale è tanto più forte quanto meno preme il bisogno: il suo pane lo regala volentieri chi non ha fame. E ciò spiega il sinistrismo delle élite.  Viceversa il sinistrismo dei poveri si spiega con la speranza che i nobili principi impongano sacrifici agli altri e portino vantaggi a loro. Comunque, tanto nei ricchi quanto nei poveri, il sinistrismo viene meno quando si accorgono che esso gli provoca danni. Se i sindacati esagerano con le loro richieste, l’imprenditore di sinistra delocalizza e porta la sua fabbrica in Romania. Ed anche i poveri, quando cominciano a preoccuparsi per la loro sicurezza o la loro identità nazionale, si dichiarano ferocemente contro gli zingari o gli immigrati. Come scriveva La Rochefoucauld, “Tutte le virtù si perdono nell’interesse come tutti i fiumi si perdono nel mare”.
Questa evoluzione l’abbiamo sotto gli occhi. Finché abbiamo potuto vivere al di sopra dei nostri mezzi (si veda l’enorme debito pubblico accumulato) l’Italia è stata prevalentemente, se non addirittura totalitariamente, di sinistra. Ma non appena una tremenda crisi ha portato alla luce gli enormi difetti del nostro modello socio economico, e lo Stato non ha potuto più regalare niente, i partiti tradizionali non sono più stati in grado di reagire. L’elettorato si è ribellato ed ha cercato disperatamente nuove soluzioni e nuovi partiti. E quando infine la questione dell’immigrazione, prima affrontata con leggerezza e molte nobili parole, è divenuta macroscopica, è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso.
In quel momento abbia percepito che si era avuto il più totale scollamento fra classe dirigente e popolo. L’élite politica (Pd) e quella religiosa (Chiesa) hanno continuato ad esprimere un punto di vista idealistico, e lo hanno fatto per giunta come se l’eventuale dissenso fosse il colmo dell’ignominia. Hanno continuato a parlare del dovere di accogliere anche milioni di “naufraghi” e dell’immoralità dell’ipotesi di limitarne l’afflusso o, Dio guardi, di respingerli, come fosse un inconcepibile orrore. E quando infine i ministro Minniti, lodevolmente, ha raggiunto qualche risultato, era ormai troppo tardi. 
Nell’intimità della sua casa, la gente che non scrive sui giornali e non è invitata in televisione era esasperata. Cenando sul tavolo della cucina, e alzando gli occhi sulle immagini delle navi traboccanti di emigrati in arrivo, prima ancora di inghiottire il boccone, il piccolo italiano borbottava: “Io li prenderei a cannonate e poi vedremmo se gli si può impedire di attraccare”. 
Cose che nessuno mai direbbe in pubblico, certo. E infatti a Roma nessuno le ha sentite. Ma mentre ognuno pensava di essere il solo “immorale”, in realtà in milioni la pensavano come lui. Così, quando Matteo Salvini ha avuto il coraggio di dire a voce alta ciò che tanti quasi non osavano pensare, c’è stata una sorta di entusiasmo, come quando il personaggio Fantozzi ha definito “La corazzata Potëmkin” “una boiata pazzesca”. Salvini ha permesso a intere folle di italiani di gridare anche loro, col voto, che il re è nudo. E lo gridano ancora. Il tracollo della sinistra è stato provocato dalla siderale distanza fra le sue parole e la realtà percepita dalla gente. 
La cosa cominciò 
quando Matteo Renzi, eccellente comunicatore, prima riuscì a dare qualche speranza agli italiani e poi, quando quelle speranze non si realizzarono, credette incautamente di poter dare a bere a tutti che vivevano una grande ripresa economica, anche se nessuno la vedeva. Ed insistette tanto da provocare un’irrefrenabile indignazione che gli italiani espressero con un sonoro “no” al referendum costituzionale. Da lì cominciò la parabola discendente. 
Purtroppo anche in seguito l’élite di sinistra è rimasta ottimista, decente e soprattutto morale. Così la rabbia dell’uomo dinanzi al televisore, col boccone in bocca, ha continuato ad aumentare al punto che alla fine egli è stato disposto a votare anche per il diavolo, pur di mandare tutti “affanculo”. E per fortuna c’era un partito proprio con questo programma. Quando poi ha visto che c’era un politico come Salvini ancora più risoluto del partito “anale”, se ne è entusiasmato: le cannonate no, ma il divieto di entrare in porto sì. Finalmente.
Forse la spiegazione dell’attuale momento politico non è difficile: viviamo le conseguenze dell’estraneità che si è creata fra le élite ben pasciute ed idealistiche, e un popolo in difficoltà che non ne può più di belle parole. Purtroppo ciò che la gente non sa è che né Salvini né Di Maio sono la soluzione. Semplicemente perché, nelle condizioni date, il compito di salvare l’Italia è impossibile. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
25 giugno 2018

Pubblicato il 26/6/2018 alle 6.10 nella rubrica Diario.

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