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giannipardo@libero.it
POLITICA
27 marzo 2017
UE: NIENTE DA CELEBRARE
“Impossible n’est pas français”, insegna un retorico detto d’oltralpe. “L’aggettivo ‘impossibile’ non appartiene alla lingua francese”. Bel volo nella direzione delle soluzioni immaginarie. L’ideale è che tutto sia facile. Il difficile è molto in salita. L’impossibile è addirittura una porta chiusa. E poi, che Allah ci dia la capacità di distinguerli. È da coraggiosi affrontare il difficile, ma è da sciocchi tentare l’impossibile. Il saggio, dinanzi a questo ostacolo, o cerca un’altra strada, o rinunzia. Ma che cosa è impossibile?. 
Immaginiamo due contemporanei di Socrate che, nel loro “agorazein”, cioè passeggiando in su e in giù per la grande piazza, si chiedano: si può ricostituire un legno bruciato? Un albero può essere contemporaneamente a Corinto e a Segesta? Per l’uomo è possibile volare, parlare ad Atene e farsi sentire a Siracusa?
È ovvio che, in base alle nozioni di allora, chi avesse risposto che l’uomo poteva volare o parlare ad un interlocutore lontano migliaia di chilometri, sarebbe stato un demente. Ma se si va oltre le conoscenze del momento, le risposte possono cambiare. Si può ipotizzare che, con l’evoluzione, l’uomo divenga sempre più leggero, gli spuntino le ali e voli. È già avvenuto ai rettili, in passato. Con molta più fatica si può ipotizzare che si possa rimettere indietro la serie di modificazioni fisico-chimiche che trasformano un pezzo di legno in pochi grammi di cenere. Personalmente lo escluderei. Ma una cosa è certa: un albero non può essere contemporaneamente a Corinto e a Segesta. Nemmeno fra cento milioni di anni. Perché qui non urtiamo contro le conoscenze scientifiche, urtiamo contro il principio di non contraddizione.
Anche senza andare a disturbare Aristotele, il buon senso ci consiglia di non perdere tempo con le imprese impossibili. “Impossible” è francese, e quell’aggettivo esiste in tutte le lingue. Anche se forse un giorno un supergenio realizzerà un miracolo, ci conviene rinunciare. Agli alchimisti il tempo ha risposto in questi termini: “L’oro si può ottenere artificialmente. Ma costa più di quello estratto dalle miniere”. Ed ha messo punto al loro sogno.
Queste considerazioni valgono anche per gli attuali problemi dell’Unione Europea. La mattina seguente la celebrazione dell anniversario dei Trattati di Roma (l’atto di nascita delle istituzioni comunitarie) ho ascoltato due rassegne stampa, per un totale di quasi due ore. E non aver capito niente. Ogni volta che cominciavo a stare attento, il mio pilota automatico toglieva l’audio mentale: “Questo non significa niente”; “Questa è retorica”; “Questo è soltanto un sogno”. Alla fine mi sono accorto che non m’era rimasto niente, in mente.
Scartata l’idea di una fulminante demenza senile (lascio agli altri il privilegio di questa ipotesi) la spiegazione è stata questa: “Mi hanno parlato delle speranze di un malato che considero morto”. Mitigando la funesta sentenza emessa dalla mia distrazione, bisogna dire che l’Europa non può morire. Un pessimismo senza finestre non sarebbe utile e il futuro del continente, anche senza Ue, va necessariamente ipotizzato. Ma si deve partire dalla realtà.
Le celebrazioni dell’Europa sono inutili perché essa ha imboccato un vicolo cieco. Oggi come oggi, o prende un’altra strada o sbatte contro un muro. Forse bisognava realizzare l’unione politica cinquanta e passa anni fa. Se i Paesi fondatori l’avessero fatta nascere subito, col taglio cesareo, mettendo insieme economia, difesa, fisco, giustizia, in una parola rinunziando alle singole sovranità, oggi ci sarebbero gli Stati Uniti d’Europa e non avremmo i problemi che ci affliggono. In seguito avremmo anche potuto accogliere a braccia aperte altri Paesi, alle condizioni dei fondatori. Ma che un simile progetto fosse inverosimile si vide già nel 1950, quando la Francia rigettò la CED (Communauté Européenne de Défense), l’integrazione militare dell’Europa. 
È inutile stare a deprecare gli egoismi, le gelosie, la ruggine del tempo e l’inerzia delle nazionalità. I fatti sono fatti: gli europei non sono mai stati disposti ad una vera unione. E quando i governanti hanno cercato di imporgliela con l’inganno della politica dei “piccoli passi” economici, e infine con l’assurdo azzardo dell’unione monetaria, il risultato è stato il disastro. 
A Roma non si sarebbe dovuto parlare di roseo futuro, ci si sarebbe dovuti mettere d’accordo su come fare marcia indietro col minimo danno. Solo l’ammalato di ludopatia rilancia all’infinito fino a perdere l’intero patrimonio. L’ideale sarebbe stato veder nascere gli Stati Uniti d’Europa, ma in mancanza risparmiamoci almeno l’orrore di veder esplodere il continente per una crisi economico-finanziaria incontrollata. Invece sul tavolo verde si rilancia col “Whatever it takes”.
Le mie orecchie si sono chiuse perché non mi sono giunte le parole che  avrei voluto sentire: “I capi di Stato si sono messi d’accordo sull’abolizione dell’euro e sullo scioglimento dell’Unione Europea, rimanendo vivo soltanto il mercato comune”.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
26 marzo 2017




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POLITICA
26 marzo 2017
IL POPULISMO VISTO DA VICINO
Per molto tempo ho sentito usare l’aggettivo “populista” in modo occasionale. Ed è andato tutto bene. È quando si è parlato di “partiti populisti” come si parla di partiti socialisti o liberali, che mi sono allarmato: “Accidenti, ma che cosa sono, che cosa li caratterizza?” 
Proprio non lo sapevo. Finché mi ha molto consolato un recente articolo nel quale un serio giornalista confessava più o meno le mie stesse perplessità. Egli confermava che, se si bada ai programmi, alle collocazioni, ed a tutto ciò che di solito fa riconoscere un partito, il concetto è evanescente. Lui stesso ne elencava parecchi, dimostrando come fra loro ci fossero molte differenze. 
La qualifica di populista, indubbiamente denigratoria, non corrisponde a nessuna ideologia. Oppure si può applicare a qualunque ideologia. In Italia, per esempio, abbiamo un Movimento 5 Stelle universalmente qualificato come “populista”, e cui tuttavia non si riesce ad applicare un’etichetta precisa. C’è chi lo dice di destra, chi di sinistra e chi di centro. L’ovvia conclusione è che il populismo non è tanto una politica, quanto un tipo di approccio alla politica. In ciò si è confortati dal Devoto-Oli, per il quale il populismo è quel “Movimento politico socialistoide diretto all’esaltazione delle qualità e capacità delle classi popolari sia pure in connessione con alquanta faciloneria e demagogia”.
 “Socialistoide” è un aggettivo che non dice gran che. Un partito dei proprietari terrieri oggi non è concepibile e tutti i partiti si proclamano estremamente sensibili alle istanze dei deboli e degli ultimi. Se non altro, per averne i voti. La definizione del dizionario parla poi di esaltazione delle classi popolari, ma in realtà si tratta piuttosto di svilimento delle élite, e in primo luogo dei politici, considerati in blocco incapaci, disonesti e profittatori.
Questo atteggiamento vagamente giacobino è meno razionale di quello del Settecento. Allora l’idea fu di togliere il potere al re  e alla nobiltà per darlo al popolo, che l’avrebbe esercitato attraverso i suoi rappresentanti, mentre oggi i partiti populisti non vorrebbero più quei rappresentanti, e dunque sono costretti ad ipotizzare o una dittatura o la democrazia diretta. Purtroppo, quest’ultima è impraticabile, nell’età contemporanea. Le città greche, in cui funzionò nell’antichità, erano microscopiche in confronto a quelle attuali. Come sarebbe concepibile questo regime in Italia, dove siamo sessanta milioni? La moderna “agorà” che essi ipotizzano è “la rete”, “il web”, Internet insomma; ma nella pratica – lo hanno dimostrato proprio loro - la formula è platealmente fallita.
Quanto ai rappresentanti del popolo, deputati e i senatori “grillini” sono stati costretti all’interminabile farsa di deputati e senatori che fingono di non essere tali. E forse effettivamente non lo sono: ma perché non obbediscono né ad un’ideologia né a un programma, che non hanno, e neppure alla democrazia interna, che non esercitano. Obbediscono al loro signore e padrone, quel Beppe Grillo che ha tradotto la definizione di dittatore in “garante” e così si è messo la coscienza in pace. 
Il rifiuto pregiudiziale dell’intermediazione dei rappresentanti del popolo è tanto stupido quanto sarebbe il rifiuto di mangiare per evitare di defecare. Alcuni degli eletti sono degli incapaci o dei corrotti? Cerchiamo di sceglierli meglio, ma farne a meno non si può. Anche la funzione escretiva non è esteticamente pregevole, ma è vitale.
Il secondo errore è credere che il popolo sia il miglior giudice di ciò che bisogna fare. Sarebbe bellissimo, se fosse così. In realtà, per occuparsi di politica e di economia, la massa non è più qualificata di quanto sia per occuparsi di analisi matematica, di chirurgia o di caratteri cuneiformi. Per certe cose bisogna delegare i competenti, riservandosi il diritto di giudicarli dai risultati. 
Chiamato a decidere direttamente, il popolo lo farebbe seguendo gli imbonimenti dei demagoghi e questi, per avere l’applauso, suggerirebbero cose assurde e appetitose, come il reddito di cittadinanza. Il cittadino ha fatto la fatica di nascere? Ecco che merita di essere nutrito dallo Stato. Cioè a spese degli altri cittadini. Ma questi ultimi non hanno lo stesso diritto? Eppure il reddito di cittadinanza è un argomento di cui si discute seriamente. Altro esempio: l’uscita dall’euro. Con questa moneta stiamo indubbiamente malissimo. Ma la gente ha studiato abbastanza per essere sicura che la causa del malessere sia l’euro? E ancora, quale sarebbe il prezzo per uscire dall’euro? Può darsi che tornare alla lira sia un errore e può darsi che non lo sia, ma non può certo stabilirlo il primo venuto. 
I partiti populisti non hanno un programma ma piuttosto una molla comune: l’esasperazione. La gente non ne può più  per la situazione economica, per l’immigrazione, per la disoccupazione, per l’ordine pubblico, per la corruzione, ed ha tanta voglia di ghigliottina. A costo di spaccare tutto. “Tanto, peggio di così non potrebbe andare”. In realtà potrebbe, ma come dimostrarglielo?
Se gli americani hanno eletto Donald Trump - dopo che l’intero establishment nazionale e internazionale gliel’ha vivamente sconsigliato - è segno che la voglia di ghigliottina non è soltanto italiana. E infatti se ne vedono le tracce in Olanda, in Germania, in Austria. Per non parlare della Francia. È in crisi la democrazia in generale, o la politica dell’Unione Europea? 
I partiti populisti sono un sintomo, una parte della malattia, non la sua terapia. Ma – appunto – la terapia qual è?
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
25 marzo 2017




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POLITICA
25 marzo 2017
GLI IDEALISTI E IL FALLIMENTO DELLA UE
Gli idealisti tendono ad avere buona stampa. Il fatto che, con i loro progetti, non cerchino di guadagnarci, è una garanzia di onestà intellettuale. Se sbagliano – perché tutti possiamo sbagliare – almeno si può essere convinti che lo facciano in buona fede. Così, in un mondo piuttosto miserabile, il loro sincero disinteresse gli fa certo meritare l’aureola.
Gli idealisti ovviamente si appellano ai più sacri principi: l’amor di patria, la solidarietà con i più sfortunati, la prosperità di tutti e la fratellanza dei popoli. In sintesi tutto ciò contro cui nessuno oserebbe andare. Almeno formalmente, tutti applaudono, e la cosa non stupisce: come ci ha insegnato La Rochefoucauld - l’ipocrisia è l’omaggio che il vizio rende alla virtù.
Purtroppo così gli idealisti divengono delle icone dinanzi alle quali è obbligatorio genuflettersi. E la cosa è fastidiosa per chi – per età o per temperamento – ha le ginocchia poco flessibili. Ma la massa non sente ragioni e agli idealisti perdona qualunque cosa. A Rousseau, per esempio, attribuisce la fama di genio della pedagogia, a lui che, avendo avuto cinque figli, li consegnò tutti all’orfanotrofio, contro il parere della madre. Ma era il maestro degli idealisti, ed oggi Beppe Grillo gli intitola non so che istituzione del M5S.
Anche nella storia italiana abbiamo un grande esempio di idealista: Giuseppe Mazzini che in concreto, per il Risorgimento, ha fatto più danni che altro. Ma la scuola ha difficoltà a riconoscere che per quella causa ha fatto molto di più il quasi cinico Cavour: quello che, forse perché non aveva una grande fronte pensosa, mandò la contessa Castiglione a sedurre Napoleone III. Ma che volete farci, Mazzini rimane l’ispiratore, l’ideologo, il profeta, e alla fine lo trovate trasformato in statua meditabonda al centro delle piazze. 
A questo punto, persi per persi, tanto vale non limitarsi a dire male di Rousseau, o di Mazzini – che Dio forse ha mandato all’inferno per eccesso di maiuscole – e dichiarare a chiare lettere la verità: gli idealisti sono nocivi in tutti i campi. È vero, sono disinteressati. È vero, a volte sono le prime vittime delle loro idee. Ma l’uomo della strada non vuole essere danneggiato né dal profittatore né dal disinteressato e preferisce chi gli migliora la vita, anche se lo fa per il suo tornaconto. E questo ci porta agli attuali problemi dell’Unione Europea.
Nel 1945,  dopo due guerre tremende da cui erano usciti sconfitti anche i vincitori, l’Europa era stremata. Da padrona del mondo era divenuta terra di conquista ad est e quasi un feudo degli Stati Uniti ad ovest. Per non desiderare più guerre non era necessario essere idealisti, bastava essere stanchi, laceri, affamati e in lutto. E infatti la pace fu così ardentemente desiderata, che ancora settant’anni dopo non osiamo concepirla all’interno del continente.
Ma bisognava anche porre rimedio alla povertà. Così si pensò alla collaborazione economica, all’abolizione delle barriere doganali, e infine ad un mercato comune. Tutte iniziative che qualunque persona di buon senso non avrebbe potuto che applaudire. Ma agli idealisti tutto ciò non bastava. Ernesto Rossi e Altiero Spinelli, gli autori del famoso “Manifesto di Ventotene”, non potevano certo occuparsi soltanto di queste salmerie. Bisognava arrivare all’unione politica dell’Europa. Il fatto che le varie nazioni non fossero d’accordo, fossero troppo gelose della propria identità, e troppo vecchie per rinunziare alla loro sovranità, furono considerate obiezioni che andavano superate, all’occasione, ingannando gli Stati con la lentezza della marcia d’avvicinamento. Fu la cosiddetta politica dei “piccoli passi”: un’unione economica sempre più stretta, con innumerevoli piccoli vincoli, che alla fine avrebbe reso inevitabile l’unione politica.
È avvenuto così che l’Europa sia riuscita ad occuparsi delle minuzie più inverosimili - fino a farsi odiare - ma non per questo si è unificata. A questo punto intervennero gli idealisti. “Siamo allo stallo”, si dissero. “Se creiamo una moneta comune, creeremo una situazione che, risultando impossibile, renderà inevitabile l’unione politica”. Il progetto era il più demenziale dei secoli recenti, in materia d’economia. Dopo un avvio in cui l’euro corrispondeva al valore di ogni moneta nazionale, le varie economie avrebbero cominciato fatalmente a divergere, fino a provocare danni in tutti i Paesi intrappolati nella camicia di Nesso della moneta unica. Io per qualche tempo rimasi sereno, visto che uno dei parametri per l’ammissione era un debito pubblico basso, e il nostro era già stratosferico: ma poi Prodi “riuscì a portarci in Europa”, e ancora lì siamo.
L’errore degli idealisti fu quello di credere di poter forzare la mano alla storia. Si comportarono come un medico che, per obbligare il malato a sottoporsi all’operazione chirurgica, sospende la terapia farmacologica. Col bel risultato che quello muore. 
Come hanno potuto, questi imbecilli, fare una scommessa così rischiosa? Si è detto che hanno gettato il cuore oltre l’ostacolo, ma forse ci hanno gettato il cervello. L’ideale, carolingio, era quello di un nuovo Sacro Romano Impero, e invece siamo forse passati dall’Europa Unita all’Europa Finita. 
Forse tutti dovremmo intonare ogni mattina questa preghiera: “Signore, fulmina i miei nemici, ma prima ancora gli idealisti che vogliono rendermi felice”.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
25 marzo 2017




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POLITICA
24 marzo 2017
TRE MESTIERI PERICOLOSI: IL PROFESSORE
I. Il reclutamento. Il mondo dei professori è schizofrenico sin dal reclutamento. I programmi di concorso hanno pretese del tutto assurde, tanto che nessuno mai potrà dirsi preparato. Anche per una sola materia. Come se non bastasse, gli imbecilli del Ministero non soltanto hanno costituito cattedre in cui si insegnano due o tre materie, ma addirittura – al ginnasio – ne hanno affidate ben cinque ad un singolo docente: italiano, latino, greco, storia e geografia. E un simile fenomeno da baraccone dovrebbe contentarsi di poco più di mille euro al mese?
Il fenomeno si estende anche ai programmi d’insegnamento. In quelli della Scuola Media, per esempio riguardo all’inglese, si prescrive ai docenti, per il terzo anno, di allargare il dialogo in lingua straniera a nuovi e più vasti argomenti. Dimenticando che nelle facoltà di lingue si insegna filologia romanza, storia, e molte altre cose, ma non l’inglese. La maggior parte dei laureati non lo parla e il Ministero pretenderebbe che lo facciano svagati ragazzini di tredici o quattordici anni. L’equivoco alla base dell’istituzione si percepisce prima ancora d’entrare: velleitarismo parolaio in alto, miseria e ignoranza in basso. 
Se fosse razionale, lo Stato indirebbe più concorsi, chiederebbe di meno, e forse avrebbe professori passabili. Invece in primo luogo, per anni, non indice concorsi. Poi, se li indicesse, coerentemente con il bando, gli esaminatori onesti dovrebbero bocciare tutti. Infine, nella realtà, fa occupare un’infinità di cattedre da a tempo indeterminato da supplenti e incaricati. Gente che non ha superato nessuna delle dodici fatiche d’Ercole. Per concludere, lo stesso Stato che non ha voluto esaminare gli insegnanti, ed esaminandoli avrebbe dovuto bocciarli, li assume in blocco, a decine di migliaia, e gli regala la titolarità. Alcuni incoscienti si sono sudata la cattedra con un esame da levare il pelo, ad altri è regalata. 
Il risultato di questi sistemi è che, fra i diversi professori, si va dalla totale insufficienza (molto diffusa) ad un livello superlativo (molto poco diffuso).
II. La Scuola Media Inferiore (ragazzi dagli undici ai quattordici anni). 
Ad un adulto normale, la Scuola Media dà la sensazione d’essere stato delegato a fare da guardiano a dei giovani energumeni, provando ogni tanto, ma senza molte speranze, ad insegnar loro qualcosa. Le persone di buon senso a questo punto non si strapazzano. L’andazzo è quello di promuovere tutti, i ragazzi dunque non studiano e quasi nessuno impara niente. Quei professori (molti, purtroppo per loro) che si sforzano lo stesso di insegnare qualcosa, sono tutti profondamente frustrati. Ma in verità frustrati sono anche gli strafottenti. 
Quand’ero ragazzo io, dalla Scuola Media si usciva con buone basi, in latino. Il resto del tempo, fra ginnasio e liceo, si passava a “raffinare” le nozioni occupandosi della sintassi. “Parlami della consecutio temporum”. “Parlami dell’attrazione modale”. “Parlami del complemento dell’oggetto interno”. Oggi si sarebbe denunciati per maltrattamento di minori. In questo campo c’è stata una decadenza impressionante. 
La Scuola Media attuale è il peggio del peggio. Quando si accorge dei risultati, lo Stato cerca di mettere rimedio al disastro, e lo fa non costringendo gli alunni a studiare, ma obbligando i docenti a scrivere pagine e pagine di schede, programmi, relazioni. Tutto un mare di scartoffie che li affligge per ore, e che non serve a niente. Il disastro rimane intatto.
I professori di Scuola Media sono dei poveracci costretti, dalla necessità di uno stipendio, ad umiliazioni e frustrazioni continue, in un mondo in cui la cultura ha lo stesso diritto di cittadinanza che ha nelle filande e nelle miniere.
III. La scuola Media Superiore (ragazzi dai quindici ai vent’anni).
I professori di scuola media superiore fanno un lavoro meno duro e meno umiliante dei colleghi dell’inferiore. A volte insegnano materie più decenti e la promozione non è più un diritto. Diciamo che gli allibratori la darebbero dieci a uno. Ma rispetto alla Scuola Media è grasso che cola.
Fra i professori dei licei, le persone colte non sono eccezioni. Ancora sessant’anni dopo, m’inchino al ricordo del mio professore di storia e filosofia. Ma non mancano personaggi mediocri e raccogliticci, collocati sulla cattedra per grazia ricevuta. Quando non sono dei semplici incaricati. La scuola italiana, anche in ciò che ha di meglio, ha un personale di seconda categoria che paga con stipendi di seconda categoria. 
IV. L’Università. I professori d’università non somigliano alle due categorie precedenti. Hanno uno stipendio di tutto rispetto. Lavorano quando ne hanno voglia. Ritengono di essere le colonne delle cultura nazionale, e dimenticano volentieri che il sistema di reclutamento accademico – la cooptazione – non assicura una particolare cultura, ma soltanto che i nuovi professori hanno un buon amico. O un parente importante. Come diceva un medico, le qualità per meritare una cattedra, a giudicare dai fatti, devono essere ereditarie. E la riprova ne è che, se decidesse di trasferirsi in Italia, Paul Krugman non otterrebbe una cattedra d’economia. Un mio amico, per anni professore di successo nell’Iowa, tornato da noi non si è visto offrire neanche un posto di ricercatore. 
Dalla scuola elementare al liceo classico, l’università è l’istituzione più corrotta, sia nel sistema di reclutamento, sia nel suo anarchico sistema di funzionamento. Tutto è lasciato alla buona volontà dei docenti, quando c’è. Soprattutto nelle materie non sperimentali, l’ateneo si riduce ad un esamificio. Ci sono laureati che hanno incontrato i docenti delle varie materie soltanto in quell’occasione. Ed è notevole che costoro non siano necessariamente i peggiori, fra i laureati. L’università dimostra infatti che l’essenziale non è la didattica, ma la minaccia della bocciatura, perché impone lo studio. Nella Scuola Media, anche se i professori si sforzano molto, i ragazzi non imparano quasi niente, perché la promozione è assicurata. All’università i professori si disinteressano dei ragazzi, ma questi imparano lo stesso parecchio perché diversamente sono bocciati. 
Malgrado l’evidenza di questa esperienza, nessuno ne tiene conto. Lo Stato Mamma, si dice. Ma, per come è debole con i ragazzi, a scuola, forse è lo Stato Nonna. La bocciatura è frustrante. Magari crea complessi. Magari i ragazzi non studiano per colpa dei genitori e della società. E poi, gli roviniamo le vacanze? Il ragazzo si riprenderà l’anno venturo.  Todos caballeros.
V. La personalità dei docenti. Una delle conseguenze più letali di questo lavoro è che al più basso livello – quello della Scuola Media, oggi al di sotto della scuola elementare di una volta, i docenti, avendo da fare giorno dopo giorno e per anni, con l’asilo infantile, finiscono con lo sposarne la mentalità. Sono ingenui come ragazzini complessati, ripetono a pappagallo la retorica corrente, si fanno sacerdoti del più dolciastro buonismo contemporaneo e della più sciocca political correctness. Infine sostengono con entusiasmo il potere, chiunque lo detenga e a poco a poco scendono al livello dei loro colleghi dell’antichità romana, gli schiavi. Ma quelli, almeno, non lo erano volontariamente.
Molti professori, malgrado tutto ciò che s’è detto, sono patetici, nella fierezza del loro titolo, che dichiarano quasi aspettandosi un inchino, da parte degli altri. Questo assurdo è soltanto una delle conseguenze, e certo non la più grave, del massimo inconveniente di questa professione: dal momento che ha sempre da fare con persone più giovani, che non possono o non vogliono contraddirlo, il professore considera d’avere sempre ragione. È la versione farsesca della tragica arroganza di certi magistrati, ma a volte, per amici e familiari, non è una croce piccola da portare.
Un’altra caratteristica della categoria è una sorta d’infantilismo. I professori sono spesso alunni diligenti passati dal primo banco alla cattedra, senza assaggiare la vita vera. Non avendo nessuna esperienza del mondo degli adulti,  mancano drammaticamente di realismo. Per loro lo stipendio, magro per quanto sia, arriva invariabilmente  alla fine del mese, e dunque la loro morale, almeno pubblicamente, è quella stessa che insegnano ai ragazzini. Non hanno idea che in tutti i cantieri edili è obbligatorio violare le norme sulla prevenzione degli infortuni, perché quelle norme sono assurde e nessuno le applica a casa propria, neanche a protezione dei suoi figli. Non hanno idea che gli imprenditori si barcamenano fra regolamenti, pericoli, tasse, ispezioni, contravvenzioni, e magari processi. Saranno perfetti galantuomini, ma vivono violando una buona quantità di leggi, perché se non lo facessero fallirebbero. 
Per un professore è impensabile che lo Stato imponga di pagare cento, sperando di ottenere sessanta. E dunque, intransigente, definisce sdegnosamente “evasore” chi paga sessanta,  ma non si sognerebbe mai di pagare le tasse sul ricavato delle eventuali lezioni private. Nel suo mondo di ragazzini, le tasse le pagano “i grandi”. Lui che c’entra?
I professori, vivendo lontani dalla realtà degli adulti, divengono moralisti, idealisti, progressisti e, in conclusione, imbecilli. Se il difetto massimo dei magistrati è l’arroganza, se quello degli ingegneri è l’aridità, quello dei professori è l’insufficienza di senso del reale e la frustrazione. Reputano tutti che avrebbero meritato di meglio, e purtroppo nella stragrande maggioranza dei casi hanno torto. 
Dal nostro sistema scolastico deriva lo stravolgimento delle menti italiane ed anche la nostra corruzione. Suggerire, copiare e farsi raccomandare non sono colpe, sono insegnamenti per la vita. Le norme sono semplici formalità, le autorità sono tigri di carta e tutto ciò che viene insegnato è una finzione. Così la nazione manca contemporaneamente di moralità, di cultura e di senso del reale. 
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
23 marzo 2017




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POLITICA
23 marzo 2017
TRE MESTIERI PERICOLOSI: L'INGEGNERE

La laurea iningegneria non è fra le più facili da ottenere. E la stessa professione che neconsegue è fra le più impegnative. Infatti i suoi risultati sono verificabili.Se crolla una casa o un ponte, il progettista, a differenza del giudice, nonpuò cavarsela dicendo: “Avevo il libero convincimento che dovessero stare inpiedi”.

Sia detto senzaironia, un ingegnere competente ha proprio “una bella testa”. Ha un bagaglioculturale specifico affinato nella pratica della sua applicazione, ha un atteggiamento pragmatico, ha un approccio razionale aqualunque problema. Si potrebbe dire, in sintesi, che ha una vera mentalitàscientifica. E non è cosa dappoco.

Ma – come dicevano iromani – “ubi commoda ibi incommoda”, dove ci sono i vantaggi ci sono anche glisvantaggi. Infatti il massimo difetto degli ingegneri (non di tutti,naturalmente) è la loro mentalità. Proprio quella che si è appena lodata. Nonperché sia sbagliata, ma perché, se è pervasiva, si finisce con l’applicarla asproposito. Per esempio alla letteratura, alla filosofia o alla religione.

Cosi avviene con unacerta frequenza che gli ingegneri disprezzino le cose che non capiscono. E sonoparecchie. Se qualcuno si avventura a parlargli del problema dell’esistenza diDio, su cui l’umanità colta si arrovella da due millenni e mezzo almeno, essiguardano l’interlocutore come se delirasse. Magari gli chiedono che importanzaha, in concreto, che Dio esista o no. Loro non se ne sono mai occupati e lacosa non li ha minimamente disturbati. Né li turba la scommessa di Pascal, purein sé così ingenua. Se uno gli chiede se possono rischiare l’inferno senzanemmeno occuparsi del problema, in fondo hanno tendenza a rispondere che neiloro libri l’inferno non l’hanno incontrato mai.

Attenzione, anch’ionon credo a queste cose: ma so perché non ci credo. Agli ingegneri invece èmeglio non tentare neppure di spiegare perché è necessario avere le idee chiarein materia di religione, per un verso o per l’altro. Dio per loro è un concettosenza significato. La loro sordità a tutto ciò che – per citare Pascal – è“esprit de finesse” è impressionante.

Spesso non capiscononiente di letteratura, di musica, di poesia, di filosofia e nemmeno dipolitica. Fra le persone che hanno studiato, sono i principali rappresentanti dell’analfabetismodello spirito. Alcuni spingono la loro aridità fino ad avere soltanto sentimentiblandi, interessi prosaici, e una vita magari operosa, ma vittima di unamentalità di “Werkzeug Natur”, come diceva Nietzsche: “una natura da utensili”.Gli ingegneri servono. Servono alla società, alla loro famiglia, perfino a séstessi, ma soltanto quel tanto che è necessario perché possano continuare aprodurre.

Gli ingegneri - un po’come i medici – sono vittime di un corso di studi impegnativo che non glilascia il tempo per occuparsi di altro. E fin qui si potrebbe anche scusarli.Il peggio è che spesso la mentalità che gli impone la professione non lasubiscono, ma la sposano interamente e se ne fanno una bussola per ogniviaggio. Ridono del poeta dilettante, e fin qui hanno perfettamente ragione, maridono anche di Leopardi. “Se solo gli fosse andata meglio con le ragazze nonci avrebbe rotto le scatole coi suoi lamenti”. Ridono di Modigliani, un perfettofallito – e qui potrebbero avere ragione - ma ridono anche dei suoi dipinti. Giudicanoinutile e insignificante tutto ciò che non capiscono.

Come si è detto per ilmagistrato, dopo tutto sono da compiangere gli ingegneri che non corrispondonoa questo quadro. Infatti – per professione – la maggior parte del tempo sonocostretti a passarlo con gente che a quel quadro corrisponde.

Gianni Pardo,pardonuovo.myblog.it

22 marzo 2017 




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POLITICA
22 marzo 2017
Tre mestieri
Ho scritto tre corsivi su tre mestieri particolarmente pericolosi, non per i rischi che fanno correre, ma per la mentalità di chi li esercita. Le vittime sono i magistrati, gli ingegneri e i professori.
Il primo non viene pubblicato. Se qualcuno vuole sapere perché, scriva a giannipardo.libero.it Gli altri due seguiranno nei prossimi giorni, in aggiunta ad eventuali altri articoli.
Gianni Pardo




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POLITICA
21 marzo 2017
L'UOMO È MIGLIORE O DIVERSO DAGLI ANIMALI?
L’uomo è “diverso” o “migliore”, “superiore” o “di altra natura” rispetto agli animali? Per tentare di risolvere il problema bisogna partire da un’esatta comprensione dei suoi termini. 
Diverso è un aggettivo dal valore relativo, dove “relativo” significa: “riferito alla categoria di giudizio adottata”. Se parliamo di entità inanimate, una pietra e un pezzo di ferro non sono diversi. Se parliamo di metalli, il ferro è un metallo, la pietra no: dunque sono diversi. Ma ferro e mercurio sono diversi od uguali? Sono uguali come metalli, sono diversi perché il ferro è solido e il mercurio è liquido. Insomma spesso l’identità o la diversità dipendono dalla domanda che si è posta.
Il problema si può anche esprimere in termini di “sostanza”. In filosofia la sostanza (secondo il Devoto-Oli) è l’ “essenza o principio permanente di per sé, al di là di ogni mutamento o divenire”. Ma se questa è la definizione, si vede subito che essa può essere un pregiudizio. L’acqua è sostanza, e infatti rimane acqua allo stato liquido, solido o gassoso. Ma anche l’idrogeno e l’ossigeno sono sostanze. E tuttavia, nel momento in cui procediamo all’elettrolisi dell’acqua, ne ricaviamo idrogeno ed ossigeno. A questo punto chi può negare che dalla sostanza acqua, attraverso un mutamento, siamo passati a due altre diverse sostanze? Contrariamente alla nozione comune, dunque, l’acqua non ha un’essenza permanente, al di là di ogni mutamento, e dunque non è una sostanza. 
Questo della sostanza, anche per riconoscere qualcosa, è problema antico. Pare che Platone, per differenziare l’uomo da tutti gli altri esseri,  lo abbia definito: “bipede implume”. Ma definizione significa “delimitazione”, non “descrizione”. Dire che qualcuno abita in via Roma 281 non ci dice nulla di quella casa, salvo il modo di trovarla. E comunque pare che a Platone, con la sua definizione, andò male: perché Diogene spennò un pollo, glielo gettò ai piedi e disse: “Ecco il tuo uomo”.
La Chiesa fonda – come ancora fonda – il suo messaggio sull’affermazione di una vita dopo la morte, e dunque si è dovuta porre il problema della particolare natura dell’uomo, che lo rende degno, unico nel creato, di questo speciale destino. Per dimostrare questa unicità non basta che egli sia “migliore” degli altri esseri viventi, bisogna che sia diverso come “sostanza”. E infatti Tommaso d’Aquino, nella Summa Theologica, non disse: “l’uomo è l’animale più intelligente che ci sia in natura”, perché ciò non sarebbe bastato. Non disse neppure: “l’uomo ha l’anima e gli altri animali no”. Infatti egli ammetteva l’esistenza di un’anima vegetativa (ad esempio per gli alberi) e di un’anima animale (che gli animali hanno in comune con l’uomo). Stabilì invece che l’uomo è in possesso di una caratteristica esclusiva, l’anima spirituale che, a differenza delle altre anime, è creata da Dio per ogni uomo ed è immortale.
Dovendo dimostrare perché l’anima spirituale è immortale, Tommaso fa il seguente ragionamento: la morte è corruzione delle parti: l’anima spirituale, essendo sostanza semplice, non ha parti, dunque non può corrompersi ed è immortale. Il filosofo omette di spiegarci come mai l’anima vegetativa e l’anima animale, che pure non sono materiali, si corrompano e muoiano. Esiste una terza sostanza al di là della materia e dello spirito? Indubbiamente è lecito chiedersi come mai Tommaso sapesse tante cose delle anime, mentre chi scrive non ha mai avuto modo di esaminarle altrettanto accuratamente. Evidentemente egli disponeva di migliori strumenti di osservazione.
Il ragionamento di Tommaso d’Aquino, malgrado la sua arbitrarietà, coglie tuttavia nel segno nel momento in cui, volendo stabilire una differenza essenziale fra l’uomo e tutte le altre cose non la giustifica col diverso grado delle qualità, ma la pone sul livello della sua natura: da un lato ci sono Dio, gli angeli e l’uomo, dall’altro c’è tutto il resto. In questo senso Dio “fece l’uomo a sua immatine e somiglianza”. Ma se non si è credenti, e non si è disposti a credere al ragionamento sull’anima spirituale e immortale, si è costretti ad ammettere che tutte le diversità degli esseri viventi sono soltanto quantitative, L’uomo è più intelligente del cane, come il cane è più intelligente della tartaruga, la quale a sua volta è più intelligente dei licheni. 
Qualcuno dice: ma l’uomo è l’unico che ha la parola. Purtroppo neanche questo è vero. Anche le scimmie usano il linguaggio per comunicare, per esempio la presenza di un leopardo. Ma il loro linguaggio è infinitamente più povero di quello umano. Ancora una volta, si tratta di livello di abilità, non di differenza di natura. Ci sono animali, per esempio alcuni uccelli, capaci di usare strumenti, ma nessuno di loro è arrivato mai al progresso tecnologico dell’uomo. E comunque l’uomo non è certo superiore agli animali in tutti i campi. Il capodoglio potrebbe opporgli il suo straordinario record di apnea ed immersione negli oceani, il falco pellegrino il suo record nella velocità in picchiata, la iena il suo record di forza nelle mascelle, il ghepardo nella velocità,. 
Chi vuole sostenere che l’uomo non è “migliore” degli animali per certi versi, ma è “qualcosa di assolutamente diverso”, farà bene a prendere sul serio Tommaso d’Aquino. È l’unica via logicamente seria.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it




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POLITICA
19 marzo 2017
LA PERSONALITA' DEL TERRORISTA
Se abbiamo difficoltà ad apprezzare i colori e i riflessi di alcune livree dei serpenti, è perché in quei rettili vediamo un pericolo e non pensiamo ad altro. Analogamente, il disgusto per la violenza esercitata a tradimento contro degli innocenti, può indurre una sorta di rifiuto di comprendere chi commette quelle stragi. Quasi che “comprendere” corrispondesse ad “assolvere”.
Per studiare gli attentatori e i terroristi si può partire non dal crimine, ma dall’estremità opposta: dall’uomo tranquillo, in pace con la propria coscienza, che vive in una situazione socialmente normale. Un individuo soddisfatto di sé che non soltanto non farebbe mai del male a sé stesso, ma sarebbe molto dispiaciuto se capisse che gli altri lo giudicano severamente. Il singolo si integra bene nella società ed è fiero di farne parte. Quando questa posizione si accentua, si ha il conformista: qualcuno che è tale perché la società apprezza i conformisti, e lui soffrirebbe troppo all’idea di essere disapprovato.
Il ribelle, l’anarchico, il terrorista hanno invece personalità del tutto opposte. Per cominciare, non sono ben inseriti nella società. E purtroppo, per inconscia legittima difesa, rigettano su di essa la colpa di questa disarmonia. È il mondo, non loro, ad essere sbagliato. Il ribelle si mette in contrasto col superiore, e poi biasima il superiore per i problemi che gliene nascono. Odia la polizia perché rappresenta l’autorità e perché, se attaccata, usa il manganello. Insomma l’emarginato adotta un comportamento che gli confermi in modo eclatante il pregiudizio da cui è partito. È un infelice. A volte uno sbandato senza arte né parte. Uno che odia gli altri ed anche sé stesso. È l’unico “giusto” in un mondo di “sbagliati”, ma è un “giusto” che vive troppo male. 
Nel caso del terrorista, queste caratteristiche arrivano al massimo livello. Per sfuggire alla solitudine, i disadattati cercano i loro simili e sono portati ad aderire a tutte le teorie che condannano il mondo com’è. In particolare sono responsabili i dirigenti, ritenuti la causa della situazione sociale, senza capire che essi ne sono soltanto l’espressione. Gli anarchici cercano di uccidere il re, odiano lo Stato ed ogni forma di autorità. Non vogliono un re diverso, vogliono eliminare la monarchia. Non vogliono migliorare lo Stato, vogliono abolirlo. L’ideale è essere tutti uguali, perché così finalmente essi non saranno degli inferiori.
Da questa situazione soggettivamente tragica, dalla disistima che si legge negli occhi del prossimo, dall’odio di sé generato da un’esistenza conflittuale, nasce per questi poveri soggetti la disperata ricerca di una soluzione.
Un serio psichiatra cercherebbe di fargli capire che l’errore è dentro di loro. Se mordono gli altri, come stupirsi che gli altri li mordano? Perché non provano a sorridere? È inutile condannare i guadagni del ginecologo: loro si sono forse laureati in medicina? Hanno provato a smettere di reputare sufficiente titolo di nobiltà il sentirsi diversi dagli altri e dunque superiori?
Ma il terrorista non va dallo psichiatra e questa strada non può intraprenderla: dunque è tentato dall’idea di un riscatto che passa attraverso il massimo danno per il nemico, al massimo prezzo per sé stessi. In un sol colpo l’emarginato dimostrerà quanto il nemico sia degno di essere schiacciato, e quanto generoso sia il proprio animo: infatti a questa esigenza di giustizia sacrifica la sua stessa vita. In questo modo finalmente potrà non vedersi più come un fallito, sarà un eroe e nel frattempo si libererà dal male di vivere.
È una visione paranoide, in cui l’unico giudizio fondato sulla realtà è la sotterranea disistima di sé. Una disistima così profonda, da rendere l’individuo spendibile ai suoi stessi occhi. Pur di smentirla. Il ragazzo timido, che tutti prendevano in giro, un giorno torna a scuola armato, fa una strage e alla fine si uccide. Il bruco si è trasformato in farfalla. Il vile era un eroe. Il timido era un violento e il nano era un gigante. E infatti ora ne parlano tutti i giornali. La sola deliziosa idea di questo quadro da contrapporre ad un’intera vita di frustrazioni, può spingere a commettere i peggiori misfatti.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
19 marzo 2017




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POLITICA
18 marzo 2017
OBBLIGATORIO, CERTO: MA POSSIBILE?
Un articolo della Stampa, a firma del prof.Franco Bruni, della Bocconi, ha questo titolo: “L’obbligo di ridurre il debito”. Il testo è interessante, ma al lettore di giornali può venire qualche dubbio. Non sull’obbligo, sia giuridico sia economico,  di ridurlo, ed anche di rimborsarlo: ma sulla possibilità di adempiere quell’imperativo. Non basta dovere, bisogna anche potere.
Chiunque volesse esporre il problema del debito pubblico si troverebbe innanzi tutto di fronte ad una difficoltà che sembra stupida, ma è quasi insuperabile: come spiegare a chi non se ne sia seriamente occupato a quanto ammonta, in modo che se ne faccia un’idea realistica?
 Per chi guadagna millecinquecento euro al mese, dire che si tratta di 2.250miliardi di euro non significa molto. È come parlare di anni-luce. Né le cose vanno meglio se si scrive il numero per esteso: 2.250.000.000.000. Quando gli zeri sono tanti, aggiungerne o toglierne uno, che cosa cambia? 
Un primo parametro più realistico è il riferimento al pil. Il nostro debito corrisponde a tutta la ricchezza che l’Italia produce in un anno e quattro mesi. Se dedicassimo ad estinguere il debito tutta la ricchezza che l’Italia produce in un mese, ci vorrebbero ancora sedici anni. 
Altro parametro. Attualmente un lavoratore con moglie e tre figli paga circa cinquemila euro l’anno soltanto per gli interessi sul debito pubblico. Ma se venisse meno, improvvisamente, il QE, ammesso che per fortuna l’Italia non fallisse, forse quel lavoratore dovrebbe pagare dieci o dodicimila euro d’interessi. Sempre che possa.
Quanto poi a ciò che quel capofamiglia dovrebbe versare per ripagare l’intero debito, ecco qualche calcolo. Poiché 2.250.000.000.000€ diviso sessanta milioni di italiani fanno 37.500€ ciascuno, per una famiglia di cinque persone un lavoratore dovrebbe rimborsare 187.500€. Naturalmente in aggiunta alle tasse che già paga. Ovviamente il problema neppure si pone.
Ora, se è assolutamente impossibile ripagare il debito, e se è praticamente inutile ridurlo, a che scopo parlarne? Ci basterebbe che non aumenti, ma neanche questo abbiamo ottenuto. Malgrado tutti i “successi” quotidianamente da lui vantati, esso ha continuato ad aumentare anche con Matteo Renzi. E quando questi ha ottenuto diciannove miliardi di “flessibilità” in più (permesso di fare ulteriori debiti) per rilanciare l’economia italiana, con essi è soltanto riuscito a rilanciare il debito pubblico. Per non dire che non ha saputo profittare della fortunata e temporanea bonanza sugli interessi provocata dal Quantitative Easing.
Nelle condizioni attuali, l’unico problema che si può tentare di affrontare, almeno per qualche tempo, è tenere calmi i mercati, in modo che ci permettano di vendere quei nuovi titoli di debito pubblico col cui ricavato rimborsare quelli venuti a scadenza. Purtroppo, il Quantitative Easing, come dice anche il prof.Bruno, è destinato prima a ridursi e poi ad esaurirsi. E così, non potendo l’Erario tassare gli italiani in modo da pagare interessi vertiginosi, ed essendo dunque costretto ad aumentare il debito, c’è il rischio concreto che le Borse si allarmino seriamente, con conseguenze che fanno spavento. Esse potrebbero cessare di credere alla possibilità di ulteriori rinvii del redde rationem, potrebbero non comprare i nostri titoli e noi, non potendo nemmeno far funzionare la nostra Zecca giorno e notte, dovremmo dichiarare fallimento. 
Tuttavia non saremmo i soli a piangere. Infatti ci porteremmo dietro l’euro e l’Unione Europea. E proprio per questo qualcuno pensa che in realtà il disastro non si verificherà. Non perché siamo già falliti; non perché le Borse, fatalmente, non si allarmeranno un giorno o l’altro: soltanto perché il nostro fallimento costerebbe troppo ai partner europei e dunque essi ci aiuteranno. 
Il ragionamento ha un suo senso. È per questa ragione che si continuano a regalare miliardi ad Atene. Ma la Grecia economicamente è una pulce, rispetto all’Italia. Dunque non è detto che gli altri Paesi, sia pure tassandosi a morte, sarebbero abbastanza potenti per salvarci. Inoltre i possibili salvatori hanno ormai un debito pubblico simile al nostro. Se il nostro corrisponde al 133% del pil, quello della Francia corrisponde al 90% e più del suo. Dunque gli spazi di manovra di Parigi non sono affatto ampi. Più probabilmente, per l’effetto domino, i mercati si allarmerebbero a cascata per il debito francese; per quello spagnolo; per quello portoghese e via via tutti gli altri. Chi si salverebbe dal diluvio universale?
Ecco perché il titolo dell’articolo del prof.Bruni non suona convincente. Il problema non è l’obbligo di ridurre il nostro debito: il problema è l’impossibilità di ridurlo e a fortiori di ripagarlo. 
Forse non hanno torto i nostri governanti, che non se ne preoccupano affatto. Tanto, non potrebbero metterci rimedio.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
18 marzo 2017  
(1)http://www.cinquantamila.it/storyTellerArticolo.php?storyId=58cd1d6a96f4c




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POLITICA
17 marzo 2017
TRUMP E LA GUERRA ALLA COREA DEL NORD
La notizia è breve e semplice. Il Segretario di Stato americano Rex Tillerson ha avvertito la Corea del Nord: “Voglio essere chiaro: la politica della pazienza strategica è finita”. Gli Stati Uniti prendono in considerazione l’ipotesi di ricorrere alle armi per limitare la capacità atomica dei nordcoreani. “Certamente non vorremmo farlo, ma se aumentano l’intensità delle minacce del loro programma di armamenti a un livello che richiede una risposta, allora l’opzione militare è sul tavolo”. Traduzione: gli Stati Uniti potrebbero attuare un’azione capace di ridurre in modo consistente quell’armamento atomico con cui Pyong Yang non cessa di minacciare tutti i suoi vicini ed anche la California. Nel frattempo hanno montato un sistema antimissile modernissimo (Thaad) che limita di molto la possibilità di una risposta dei nordcoreani. Si tratterebbe probabilmente di bombardamenti devastanti su tutti i siti prescelti, con migliaia di morti, e reazione spietata contro ogni tentativo di difesa. Quando gli Stati Uniti si muovono, e non in una giungla, fanno spavento.
Da molti decenni, la Corea del Nord minaccia quella del Sud e l’universo mondo, salvo la Cina. Da decenni promette di dotarsi della bomba atomica, e spesso si è impegnata a rinunciarvi in cambio d’aiuti. Infatti la sua popolazione è alla fame. Recentemente però la bomba se l’è fatta sul serio, l’ha sperimentata, e sta perfezionando i suoi missili per andare a colpire gli altri Paesi, in primo luogo il Giappone. Il tutto in nome della propria difesa. Come una vecchia lebbrosa che minacciasse continuamente di morte tutti gli uomini che vede, per proteggere la propria verginità.
Da molti decenni tutti hanno pazientato perché da un lato sanno che un Paese poverissimo non ha grandi capacità militari, dall’altro hanno sempre sperato che il regime, in seguito alla catastrofica situazione interna, collassasse. Purtroppo ciò non è avvenuto. Anche se oggi è povero come prima, il Paese dispone della bomba atomica e questo cambia il quadro. Non è in grado di vincere una guerra, ma se riuscisse ad uccidere in un sol colpo la metà degli abitanti di Seul (a quaranta chilometri dalla frontiera), come si scuserebbe il mondo, per quei cinque milioni di morti? Tillerson dice che la pazienza strategica è finita. Ma che fare, in concreto?
Per decenni si è sperato che, per calmare i bollenti spiriti dei Kim, non fosse necessario ricorrere alle armi. Ed è quello che ha fatto anche Obama.  Ma i segnali d’allarme sono diventati talmente numerosi che mentre prima la principale domanda è stata: “E se intervenissimo senza necessità?”, ora la domanda è divenuta: “E se avessimo già aspettato troppo a lungo, tanto che forse è troppo tardi, ma in futuro sarà anche peggio?”
Bisogna avere il coraggio delle parole: qui si parla di guerra. Meglio eliminare la minaccia o aspettare che sia Kim Jong-un o un suo successore, pazzo quanto tutti i Kim, a dare inizio a un conflitto? E come essere sicuri di non trascinare in una tragedia mondiale la Cina, il Giappone e chissà chi altro?
Chiunque abbia una risposta chiara (“Guerra mai!”, “Guerra subito!”) sappia che se poi il risultato della sua soluzione risultasse negativo, tutti diverrebbero “profeti del passato”, e gli direbbero che loro l’avevano sempre saputo, che la soluzione giusta era l’altra.  
Il dubbio è talmente lancinante, che è proprio questa la ragione per la quale sino ad ora non si è agito. Ma la paura comincia a prevalere sulla prudenza, ed ecco il perché della mossa di Donald Trump. Egli si sarà detto che non si può essere sicuri di niente, ma decidere, come dice qualcuno, è soltanto “ridurre i possibili errori ad uno”. E forse avrà anche fatto un calcolo acuto. Qual è stato, fino ad ora, l’atout dei Kim? Quello di far chiedere al mondo se sono pazzi o fingono di esserlo. Ora, dal momento che lui stesso, Trump, passa per un mezzo pazzo, è il momento di mettere loro nello stesso imbarazzo. Trump sta facendo la mossa o veramente, da un momento all’altro, distruggerà la Corea, senza che nessuno possa farci niente?
Non è un calcolo sbagliato. In qualunque scontro non bisogna permettere che l’avversario conti sul fatto che voi non oserete usare l’arma che lui userà. Se si dichiara capace di bombardare le città, fategli sapere che delle sue non resterà pietra su pietra. Se minaccia di usare i gas, ditegli che i vostri sono migliori dei suoi. Se minaccia di usare la bomba atomica, comunicategli che una sola delle vostre all’idrogeno vale decine e decine della sua. Se infine l’arma che usa l’avversario è creare il dubbio che sia pazzo, dimostrategli che siete più pazzi di lui, in modo che tema anche le cose più irragionevoli, da parte vostra.
Ipotesi folli, ma forse è opportuno comportarsi da folli, avendo a che fare con un folle.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it




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POLITICA
16 marzo 2017
ROMOLO AUGUSTOLO, CEO DI ALITALIA
Se uno si comporta da pigro e non fa il suo dovere, dovrebbe vergognarsi. E certo non ci si può vantare di essere vigliacchi. Ma quasi ogni comportamento è scusabile e scusato se si tratta di legittima difesa. Personalmente uso del diritto alla legittima difesa quando si tratta di Alitalia: questa compagnia è tecnicamente fallita non so quanti anni fa (mi chiedo se portassi i calzoni corti, allora) ed è sempre stata tenuta in vita artificialmente – ahimè, anche per colpa di Berlusconi – e di fatto la comunità nazionale, per continuare a viziare i suoi dipendenti, non so quanti miliardi ha buttato nella spazzatura. Per tutte queste ragioni, ogni volta che ho visto notizie sull’Alitalia, a protezione del mio fegato – ecco il diritto alla legittima difesa – mi sono limitato al titolo e ad una smorfia di disgusto.
Gli eventuali lettori che fossero dipendenti dell’Alitalia potrebbero a questo punto chiedermi conto di questa reazione. Rispondergli non sarà difficile. Primo, un’impresa che va stabilmente in rosso è fallita e deve chiudere. Non può continuare a distribuire stipendi a spese dei contribuenti. Questa non è la logica italiana, lo so, ma è cosa che non condivido. Se dunque l’Alitalia ancora esiste, è uno scandalo economico. 
In secondo luogo, se i dipendenti di Ryanair guadagnano molto di meno, non c’è ragione che i dipendenti di Alitalia guadagnino molto di più. Non sono di sangue reale o non appartengono ad una diversa razza umana. Infine, se pure – a motivo della stupidità nazionale – lo Stato è intervenuto più volte per salvare la stramaledetta compagnia, ma gli errori commessi non rendono obbligatorio commetterne degli altri.
L’Alitalia è fallita da anni, ma l’ultima volta che lo è stata “pubblicamente” - nel senso che ne hanno parlato i giornali - è stato quando l’ha salvata, comprandone metà, Ethiad, la compagnia degli Emirati Arabi. Già allora mi chiesi: “Ma sono pazzi?” E mi risposi che, forse, non avendo più fiducia né nel dollaro, né nell’euro, avevano cominciato a fare come i cinesi: comprare di tutto in modo che, quando le monete fatalmente scoppieranno, loro si troveranno a possedere “cose” e non “moneta scritturale”. Cioè niente o quasi.
Il tempo è passato e Alitalia, in aprile, dovrebbe chiudere i battenti. Il rosso è tale che né le banche, né Ethiad, né lo Stato (cui ormai è anche vietato intervenire) si sentono di continuare a gettare miliardi nella tazza del bagno. La sopravvivenza è ipotizzabile se interverrà una ristrutturazione che raddrizzi la barca e conduca, se non al profitto (cioè dei guadagni, lo spiego perché in Alitalia non sanno più che cos’è) almeno al pareggio di bilancio.
Bene, Alitalia ha finalmente indicato lo schema di questa ristrutturazione che i titoli dei giornali così sintetizzano: due mila licenziamenti e una riduzione degli stipendi, che per i piloti sarà del trenta per cento. Una riduzione che, se applicata alla mia pensione, corrisponderebbe a quattrocento euro, ma per loro corrisponde a tremila euro. Poverini. 
Ora la domanda è: se l’Italia è ancora quella penisola mollemente adagiata nel Mediterraneo con andamento nord-ovest/sud-est, quante probabilità ci sono che i diretti interessati e i sindacati accettino questo piano? La risposta è: 0%. E in questo caso che succederà? 
L’Italia, come detto, è il Paese dove un fallimento non è un fallimento; dove la logica è illogica; dove le cose non stanno come stanno, ma come i sindacati dell’Alitalia dicono che devono stare. Però chi vende il kerosene vuol essere pagato, come anche chi fornisce gli aeroplani in leasing (nolo), e gli stessi aeroporti. In altri termini: chi mai, a partire da aprile, metterà la mano in tasca per finanziare questa sanguisuga volante? E quale governo italiano è abbastanza forte per dire il banale: “Ragazzi, non c’è una lira?”
L’Italia mi ricorda l’Impero Romano del V Secolo. Il dogma era che l’Impero non poteva crollare, anche se nessuno era capace di darsi da fare per difenderlo. Doveva stare in piedi per virtù dello Spirito Santo. Poi, nel 476 d.C., lo Spirito Santo si distrasse.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it




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POLITICA
16 marzo 2017
GRILLO CREA UN LABIRINTO E CI SI PERDE LUI STESSO
Dal blog targato www.beppegrillo.it sono partite affermazioni riguardanti il Pd che hanno provocato, come reazione, una querela contro Beppe Grillo. In questi casi, dal punto di vista penalistico, le possibili difese sono le seguenti: 1. Non è vero che le affermazioni offensive erano contenute nel blog. 2. Le affermazioni incriminate non costituiscono offese. 3. Le affermazioni potevano sembrare offese, ma erano soltanto un legittimo esercizio di critica. 5. Oppure ancora (ma ciò non fa venire meno il reato) le affermazioni considerate calunniose corrispondevano a fatti provati. Invece i legali di Grillo hanno scelto un’altra linea di difesa: Beppe Grillo non è né il proprietario, né l’editore, né il direttore responsabile non è niente di niente che abbia a che vedere con www.beppegrillo.it. Dunque risponde soltanto degli interventi che ha inserito e firmato, non di quelli altrui. E poiché chi ha scritto quelle affermazioni non ha firmato, si è forse invitati a concludere che i querelanti possono attaccarsi al tram.
Gli stessi giornalisti sembrano pensarla così. Ci riferiscono infatti che, non appena si cerca di approfondire la struttura e la responsabilità di www.beppegrillo.it, ci si imbatte in un ginepraio di rinvii, di frasi sibilline, di rimpalli, si passa da un nome all’altro, da una struttura all’altra, tanto che alla fine ci si sente persi in un labirinto e non si sa più con chi prendersela. E infatti uno dei giornalisti termina il suo articolo dicendo che sarà il giudice a districare la matassa. Un’impresa degna di Ercole? Non si direbbe.
Cominciamo dal caso più elementare. Il signor Annibale Bianchi scrive sul suo blog, “Annibale”, che il signor Asdrubale Rossi è un “emerito cornuto”. Qui si hanno tutti gli elementi del reato di diffamazione: l’offesa all’altrui reputazione è stata perpetrata comunicando con più persone (ne bastano già due) ed è aggravata in quanto il fatto è stato commesso a mezzo stampa (“o qualsiasi altro mezzo di pubblicità”, dice il codice). Dunque la pena edittale, in questo caso, invece di andare fino ad un anno, andrà fino a tre anni. Contrariamente a quanto molta gente crede, non è affatto vero che su internet c’è libertà di insulto e di diffamazione. Avviso ai naviganti, la giurisprudenza è costante.
Ma, dirà qualcuno, in questo caso l’autore delle offese ai politici del Pd non è noto. E nfatti l’intervento sul blog beppegrillo.it non è firmato. Purtroppo per coloro che amano diffamare, la legge non è ingenua come forse sperano. Per ogni pubblicazione a mezzo stampa (o assimilata) si prevede un direttore responsabile. Così, se un articolo è firmato, la querela colpisce sia l’autore dell’articolo, sia il direttore responsabile. Se invece l’autore è anonimo, e il direttore non ne rivela l’identità, pagherà soltanto il direttore. Ma qualcuno paga. Se non fosse così, basterebbe non firmare nessun articolo e si potrebbe diffamare chiunque impunemente.
E se non è indicato il direttore responsabile? Poco male. Ammettiamo che il titolare di una qualsivoglia pubblicazione appaia tale Amilcare Punico e che, interpellato, costui affermi di non essere il direttore responsabile ma soltanto, a scelta, il gestore, il proprietario, l’amministratore, il tecnico. Per la legge il problema non si pone: o Punico ammette di essere il responsabile, o deve indicare il responsabile. E anche se questo secondo indica un terzo, per il giudice non ci sono problemi. Sceglierà fra loro colui o coloro che gli sembreranno avere de facto esercitato il controllo su ciò che veniva pubblicato e li condannerà. Per controllo si intende il potere di impedire la pubblicazione di quel testo. Né sarà un’esimente dire: “Di fatto non controllavo nulla”. Dal momento che il dovere del direttore responsabile è proprio quello di controllare, se non l’ha fatto è colpevole di non averlo fatto. Non diversamente da chi, se ha un cane feroce, deve tenerlo al guinzaglio e con la museruola. Quella scusa non vale nulla. 
Tutte le furbizie tecniche di Beppe Grillo e dei suoi legali, ad occhio e croce, non valgono nulla. Se i giudici vorranno condannare qualcuno, basterà che si convincano che aveva la possibilità di bloccare la pubblicazione di quel testo. Io stesso, nel mio piccolo, sono responsabile dei miei blog ed ho la possibilità di bloccare quei commenti che dovessero risultare diffamatori. E non soltanto non mi priverei di farlo, ma se fossero pubblicati in un mio momento di disattenzione, prima li cancellerei e poi correrei a smentirli e a chiedere scusa alla vittima. Sperando che basti. 
La linea di difesa scelta dagli avvocati ha questo di allarmante, che essi non negano il fatto. Così, il massimo che Grillo può ottenere è di far condannare un altro. E somiglierà a un bambino che tira una pietra e, quando la vittima si volta, dice che è stato suo fratello.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
Per tutto il pomeriggio di ieri, 15, il sito è stato inaccessibile. È per questa ragione che questo articolo 
è pubblicato soltanto oggi.




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POLITICA
14 marzo 2017
IL LATTICE DELLA LEGITTIMA DIFESA
Sintesi: un ristoratore di Lodi, nel pieno della notte, sente dei rumori sospetti nel suo locale. Scende, sorprende i ladri e si ha una colluttazione. Dal suo fucile parte un colpo e uno dei ladri, colpito alla schiena, muore. Conclusione sociale: solidarietà con il ristoratore; conclusione giuridica: omicidio volontario.
La legge è chiara: la legittima difesa richiede che il pericolo per la persona sia attuale (non si può sparare “dopo”; se l’aggressore se se ne va, il pericolo è superato e si tratta di omicidio volontario); che la reazione sia proporzionata all’azione (non si può dare una coltellata a chi ci ha dato uno schiaffo); e che quel pericolo non sia altrimenti evitabile (se si ha la possibilità di fuggire, invece di affrontare l’aggressore, si deve fuggire. La dignità del protagonista del film non è contemplata). 
Alcuni esempi possono essere utili. Se l’aggressore ha una pistola in mano ma la tiene abbassata non posso sparargli; se invece comincia ad alzare il braccio sì, posso - come vi spiegherebbe qualunque personaggio dei film western - ma è bene che sia veloce. Diversamente non vedrò la scritta “Fine” sull’ultimo fotogramma. 
Se la luce è insufficiente, non posso presumere che l’aggressore sia armato. È meglio che abbia gli occhi con visore notturno incorporato, diversamente rischio una condanna per omicidio volontario. Esiste certo la “legittima difesa putativa”, ma poi nascono i dubbi: veramente la luce era insufficiente? Come mai ho preso il luccichio di un accendisigari di metallo per una pistola? Il giudice ha tutto il tempo che gli serve, per fare obiezioni. Per esempio, se risulta poi che l’aggressore aveva una pistola giocattolo, il giudice mi chiederà in primo luogo se potessi distinguere che non era una vera arma. 
Se vedo che mi stanno venendo addosso in quattro, anche disarmati, con l’intenzione di uccidermi, ho indubbiamente il diritto di sparare, perché non ho altra possibilità di difesa. Ma – attenzione - dopo dovrò dimostrare che avevano l’intenzione di uccidermi, non di darmi una salva di pugni. Dovrò dimostrare che non avevo la possibilità di fuggire, o di chiudere una porta fra me e loro, o di gridargli “buuu!” con una forza sufficiente da spaventarli. 
Ironie a parte, la nostra legge penale ha torto o ragione? La domanda è mal posta. I codici non sono eterni. E neppure la mentalità della gente è immutabile. Il problema è soltanto quello dell’adeguatezza della legge alla sensibilità giuridica ed umana del momento. Ma anche quando – come nel caso di Lodi – sembra che la gente sarebbe a favore di un ambito molto più vasto della legittima difesa, bisogna stare attenti alla sua volubilità. Oggi i concittadini corrono a decine ad esprimere la loro solidarietà al ristoratore, ma nel caso di Carlo Giuliani, ucciso durante i tafferugli di Genova di tanti anni fa, la gente fu talmente a favore dell’aggressore che (se non ricordo male) si arrivò a dedicargli una stanza a Montecitorio, quasi fosse un caduto per la libertà. E nel frattempo l’opinione pubblica (naturalmente di sinistra) fu talmente contro l’agente la cui vita era stata minacciata che alla fine la magistratura, pur di assolverlo, ricorse ad una motivazione che a molti, me compreso, sembrò incredibile. Mentre era evidentemente un caso di legittima difesa e personalmente all’agente avrei dato una medaglia sin dal primo giorno. 
Chi aggredisce un uomo in divisa aggredisce lo Stato, e non capisco questa tolleranza verso black block, “casseurs”, “hooligans” e altra feccia. E allora, prima vogliamo assolvere un ristoratore che spara alle spalle e poi vogliamo condannare un carabiniere isolato che un facinoroso vuole uccidere? Dove la mettiamo la legittima difesa dei poliziotti e dei carabinieri, se la gente continua a considerare lecito protestare lanciando contro di loro pietre (sampietrini, non confetti), biglie d’acciaio con robusti lancia sassi e bombe Molotov? Questa legittima difesa è più elastica del lattice. 
Se pensassimo di cambiare le norme sulla legittima difesa, dovremmo dunque porci il problema di come la prenderebbe la gente, quando gli aggressori fossero “simpatici” e gli aggrediti “antipatici”. A Napoli ci sono state manifestazioni di piazza per la morte di contrabbandieri uccisi in conflitti a fuoco con la polizia. 
Per me – che sono un primitivo – chiunque si comporti in modo violento dovrebbe divenire “free game”, selvaggina contro cui è sempre lecito sparare. Ma gli altri sono civili, e dovrebbero stare più attenti prima di aprire bocca. Chissà che, nel dubbio, non facciamo bene a tenerci le norme che abbiamo. Domani tutti potrebbero essere contro un nuovo Placanica che uccide un nuovo Carlo Giuliani.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
14 marzo 2017




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POLITICA
12 marzo 2017
RENZI E L'ANIMA DEL PD
Con l’implosione dell’Unione Sovietica il Pci fu obbligato a trasformarsi, e alla fine, avendo annacquato le proprie posizioni estremiste, cercò di divenire inclusivo, fondendosi con la Margherita. Il partito che ne risultò aveva un’ideologia sufficientemente vaga. Era socialista ma non anticristiano, era utopico ma senza esagerare, e la sua azione risultava dalla conciliazione delle varie proposte. Divenne in sostanza  un partito socialista inclusivo.
L’arrivo di Matteo Renzi, insieme con l’inopinato successo del M5S, cambiò tutto. Morto il bipolarismo oggettivo Pd-Berlusconi, l’unico modo per avere il potere era costituire una coalizione: ma le coalizioni sono fragili e quella con Berlusconi era innaturale. Dunque l’unico modo per governare veramente era da un lato abolire il Senato, dall’altro cambiare la legge elettorale in modo che, essendo il partito di maggioranza relativa (con qualunque percentuale, anche il 28%) si ottenesse nell’unica Camera una confortevole maggioranza. Per esempio il 52%. Ecco perché Renzi teneva tanto a superare il referendum del 4 dicembre. Tanto che, per forzare il risultato, minacciò gli elettori di abbandonare la politica, in caso di sconfitta.
Purtroppo, per alcuni la sua minaccia fu una promessa. Il previsto plebiscito su di sé si trasformò in un giudizio impietoso. Forse a causa del suo eccesso di bugie e di presenzialismo, gli elettori trascurarono il merito della votazione e mirarono soltanto a scacciarlo da Palazzo Chigi. La cosa comunque cambiò totalmente il quadro politico e Renzi forse non lo capì. Pensò soltanto ad una battuta d’arresto. Non mantenne la promessa d’andare “a casa” e continuò a guidare il partito con lo stesso piglio di prima. 
Non percepì che erano cambiate le regole del gioco. Prima un Fuoriclasse Vincente aveva conquistato il partito e stava anche per conquistare il potere assoluto sull’Italia. Era sgradevole - arrogante, bugiardo, sarcastico, prepotente – ma non badava al moltiplicarsi dei nemici che, eventualmente, avrebbe schiacciato come vermi. O fatto sparire dalla scena come Fassina e Civati. Meglio odiarlo in silenzio e, seguendolo, avere un posto sul carro del vincitore. 
Con la sconfitta di dicembre il Senato non era abolito. L’Italicum non avrebbe superato lo scoglio della Corte Costituzionale. Non c’era più un premio di maggioranza, se non quello, inverosimile, ottenibile col 40%. A Palazzo Chigi c’era un altro Premier e non si sarebbe andati a votare in tempi brevi. Infine il proporzionale avrebbe reso indispensabili le coalizioni. Tutta un’altra storia.
Renzi forse non si rese conto di quanto la vecchia formula fosse inapplicabile. Ora bisognava ritornare a quel partito socialista inclusivo e plurale che si era avuto fino ai tempi di Enrico Letta e pensare alle alleanze. Invece lui continuava a comportarsi come prima, alimentando l’incontenibile irritazione dell’anima tradizionale e “comunista” del partito. Quella che ora per giunta non aveva più nessun serio interesse a rimanere nel Pd perché un giorno, entrando nell’indispensabile coalizione, avrebbe pesato di più dall’esterno che rimanendo all’interno. Il  Capo credeva di essersi liberato di fastidiosi oppositori, in realtà avrebbe dovuto temere che il suo predecessore come segretario del partito portasse via con sé l’anima e la bandiera dell’antico Pci. 
Oggi l’identità del Pd sembra ridursi all’obbedienza a Renzi Ma la sua straripante ambizione può sostituire il Comunismo e il Cristianesimo? Il Pci resistette per oltre quarant’anni alle smentite della realtà perché proponeva la rivoluzione, l’utopia dell’uguaglianza nella prosperità; un partito che ha come ideologia “voglio governare io” saprà fare altrettanto?
È vero, è avvenuto in passato. Ma il protagonista è stato o molto stimato e molto amato (Cesare, Augusto, perfino Mussolini, Atatürk o De Gaulle) oppure molto temuto, come Stalin, perché un orrendo criminale. Ma Renzi non fa paura e quanto a stima è molto mal messo. Se il Pd divenisse il Pdr, il Partito di Renzi, perderebbe la sua anima e la sua ragion d’essere. Se il governo avesse vinto il referendum, il partito sarebbe stato tenuto insieme dal collante del potere. Invece, nell’epoca delle coalizioni, l’essere soli e poco amati è quanto di più controindicato. 
Il Pd sarebbe fortunato se cambiasse segretario e il nuovo fosse un uomo amabile capace di ricucire i rapporti con tutti, inclusi i fuorusciti. Bisognerebbe ricostruire quel Pd che comprendeva l’anima comunista e l’anima democristiana. Perché un partito unipersonale funziona soltanto se il capo è vincente ed ha uno straordinario carisma. Renzi il carisma se l’è giocato e attualmente il meglio che potrebbe fare per la sinistra sarebbe mettersi da parte.
Ma quell’uomo obbedisce al suo temperamento quasi fosse il suo Destino. Forse, emulo inconscio di Jean-Jacques Rousseau, reputa l’istinto una guida sicura. E non ci sono speranze che rinsavisca.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it




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POLITICA
11 marzo 2017
DEMOCRACY, INDEED
Democrazia significa “governo del popolo”. Tuttavia, sin dall’inizio, quel regime è stato sottoposto a specificazioni e limitazioni. Nel Paese che l’inventò essa non fu il governo del popolo nel senso di nazione – un vasto territorio in cui si parla la stessa lingua e si hanno la stessa religione e gli stessi costumi – ma soltanto il governo di una città, la polis, e del suo contado. E infatti la parola “politica” si riferisce alla città, non alla nazione o allo Stato. 
Nella città non tutti avevano il diritto di partecipare alle assemblee e di votare. Erano escluse le donne, gli schiavi, i meteci (stranieri residenti ma cittadini di seconda categoria) e gli stessi cittadini che vivevano nel contado spesso non partecipavano alla vita politica per semplici motivi pratici. Insomma “governo di popolo”, ma non certo “governo di tutti”. Per giunta ci furono anche distinzioni per censo: chi ha dimenticato, fra i nostri ricordi di ginnasio, i pentacosiomedimmi? Comunque quel sistema era infinitamente più democratico della tirannia, o governo di un solo, così frequente allora e ancora oggi.
Interessante, in materia di discriminazioni dei votanti, quella per reddito. La loro motivazione non era assurda: chi non ha nulla, si diceva, non ha nulla da perdere, e dunque sarà sempre per i cambiamenti, anche disastrosi, perché spera che gliene possa venire qualcosa. Senza dire che, allora, le classi più ricche erano anche le più colte.
Anche nelle democrazie più moderne, inclusive ed avanzate, ci sono enormi limitazioni. Come può l’ignorante scegliere ciò che gli conviene, e sfuggire alla demagogia, se non è informato? Un secondo pericolo è dato dal disinteresse, che crea l’imponente fenomeno dell’astensionismo. 
Con la copertura della parola “democrazia” prosperano inoltre regimi che confinano con la tirannia. Oggi in Iran si vota, ma soltanto per i candidati ammessi dal governo. Quasi: “Votate per chi volete, purché sia chi dico io”.
Il massimo di “democrazia”, in questo senso, si ebbe con Stalin: nell’Unione Sovietica. Qui era obbligatorio votare, il voto non era segreto e, salvo notevoli sanzioni, bisognava votare a favore del governo, che così otteneva percentuali vicine al 100%.
Dal XIX Secolo a oggi la democrazia ha subito qualche cambiamento. Il primo è stato determinato dall’alfabetizzazione di massa, che ha portato al suffragio universale. E infatti molta più gente rispetto a un tempo ha un’idea, seppure vaga, della realtà politica. Poi, con la televisione, si è quasi avuto un ritorno alla democrazia diretta. I cittadini hanno la sensazione di stare virtualmente in piazza ad applaudire o fischiare i politici. 
E tuttavia questa agorà virtuale incontra sempre il limite del medium, costituito dalle regole dello spettacolo e dalla posizione politica dell’emittente. E infatti il nuovo fenomeno, sulla scena, è la più totale libertà assicurata da Internet. I cittadini si parlano gli uni gli altri senza limiti (neanche quello della buona educazione), offrono notizie non verificate, soluzioni immaginarie, accuse incontrollate. Gridano le loro idee, anche balorde, e contestano le verità ufficiali. Si scontrano in un bailamme virtuale che alla fine può anche far prendere un quarto dei voti alle elezioni politiche, come è accaduto con il M5S in Italia. Il risultato non è esaltante ma il fenomeno rimane lo stesso interessante.
Una delle conseguenze forse impreviste di questi cambiamenti è che, nel momento stesso in cui la democrazia raggiunge un massimo di aderenza al concetto di “governo di popolo”, il popolo è più scontento che mai. Al punto che i governi si sentono sotto l’occhio vigile di un padrone spietato ed incontentabile. Se un tempo era il popolo ad avere paura del governo, oggi è piuttosto l’inverso. Addirittura, ben 81 Paesi hanno attuato sospensioni di Internet, perché si votava o per altre contingenze. Evidentemente temevano che i cittadini potessero vicendevolmente incoraggiarsi a votare in modo ad essi sgradito. Sicuramente i nostri governi rimpiangono di non avere un analogo potere.
L’insoddisfazione del popolo – che recentemente si è vista anche negli Stati Uniti – merita una spiegazione. 
Soddisfare è anche il verbo che si usa per “pagare il dovuto” al creditore. Dunque il popolo è scontento perché non ottiene ciò che si aspettava da un  governo che ormai si intrude quasi in ogni aspetto della sua vita. E chi gli ha detto che cosa aspettarsi se non quegli stessi politici che ora critica? La demagogia elettorale crea le aspettative, la delusione crea l’insoddisfazione, e questa a sua volta è amplificata dalla libertà di parola di Internet.
L’unico rimedio sarebbe quello di non promettere ciò che non si può mantenere, ma per attuare un simile principio sarebbe necessario che il popolo fosse in grado di distinguere il possibile dall’impossibile. E poiché assolutamente non lo è, abbiamo scherzato.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
11 marzo 2017




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POLITICA
10 marzo 2017
DRAGHI E L'INFLAZIONE VIOLA A POIS
C’è mezza Europa che ce l’ha a morte con Bruxelles. Se non può rilanciare l’economia, è perché Bruxelles non permette che si sfori il bilancio con grandi investimenti. Se non può spendere di più, è perché Bruxelles lo vieta. Se non piove abbastanza, o se piove troppo, il torto è di Bruxelles. È perfino colpa sua se l’Italia non riesce a ricostruire le città distrutte dal terremoto.
Bruxelles ha un limitato successo nel Sud, ma Francoforte sul Meno ha un limitato successo nel Nord. Infatti i Paesi che, diversamente da Italia, Francia, e Spagna (la Grecia è fuori concorso)  economicamente vanno a gonfie vele (e qui la lista è breve, soprattutto Germania e Paesi Bassi) non ne possono più di Mario Draghi e della Banca Centrale Europea. Disapprovano il Quantitative Easing, perché favorisce Paesi moralmente immeritevoli (e fin qui si potrebbe sorridere) ma soprattutto perché deprime i tassi d’interesse, “depredando” così i risparmiatori. In prima fila quelli germanici. 
Non è tutto. A Fra lungo Draghi ha detto che il QE serviva a far ripartire l’inflazione fino a farla arrivare al 2%. Dunque, conseguito quel risultato, si sarebbe potuto legittimamente pensare che si sarebbe posto un termine a quell’intervento finanziario. Ma non è andata così. Attualmente il 2% d’inflazione è stato raggiunto, ma Draghi dice che non è il tipo di numero che lui desiderava. Sì, il 2%, ma non il 2% turchese causato dell’aumento del prezzo del petrolio e degli alimentari, ma il 2% viola à pois che dovrebbe derivare dall’aumento dei salari. 
E qui si deve fare un’obiezione. Se non va bene qualunque tipo di inflazione, ma solo quella che dipende da un aumento dei salari (perché ciò indicherebbe la ripresa dell’economia), perché mai si è parlato tanto di inflazione invece di parlare direttamente di ripresa dell’economia? 
Seconda domanda: se il QE aveva, ed ha, lo scopo di provocare la ripresa, tenere artificialmente bassi i tassi d’interesse, e cioè non remunerare il capitale investito, è un modo di rilanciare l’economia? 
Inoltre si deve notare che il QE ha avuto la sua massima influenza (benefica) su un Paese come l’Italia, che ha il più alto e pericoloso debito pubblico d’Europa, e così non ha pagato troppi miliardi di interessi, mentre non ha avuto nessuna influenza su un Paese come la Germania. E tuttavia l’Italia non ha avuto nessuna ripresa mentre la Germania, che del QE non ha beneficiato, va avanti come un treno. Insomma, per la ripresa economica il QE doveva aiutare l’Italia, e non l’ha aiutata; mentre non ha aiutato la Germania, e questa invece la ripresa l’ha avuta. Niente niente che il QE porti male?
Parlando seriamente bisogna dire che per un Paese come l’Italia il QE è estremamente utile, ma non per rilanciare la ripresa: per evitarci un “servizio del debito” astronomico, pagando alti interessi sul nostro debito pubblico. Dobbiamo dunque ringraziare Draghi per non averlo interrotto, e per avere addirittura promesso che continuerà a farlo funzionare, al limite aumentandolo. Perché esso non serve a rilanciare l’economia. E infatti da noi non l’ha rilanciata. Non serve neppure a rilanciare l’inflazione. E infatti da noi non l’ha rilanciata. Serve ad impedire che le Borse si allarmino e pretendano alti interessi per comprare i titoli italiani, o addirittura non li comprino più, facendo fallire l’Italia, e con essa l’euro, e con esso l’Unione Europea. Non è più difficile di così.
Ma non bisogna dire che l’imperatore è nudo. Anche se non rischia di prendersi un raffreddore, ma di schiattare da un momento all’altro.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
10 marzo 2017 




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POLITICA
9 marzo 2017
L'AMLETICA COREA DEL NORD
Il problema della Corea del Nord fa pensare ad Amleto. Questo principe, proprio perché medita di uccidere l’usurpatore, si fa credere pazzo per essere giudicato inoffensivo. La Corea del Nord fa altrettanto, ma con lo scopo opposto: farsi reputare temibile e ottenere vantaggi. Sin dal tempo di Kim I (ora, salvo errori, regna Kim III) infinite volte ha dichiarato di essere sul punto di aggredire la Corea del Sud e di scatenare una nuova guerra, forse mondiale, e ogni volta s’è accontentata dell’allarme suscitato e degli aiuti ricevuti per nutrire la sua popolazione affamata. È andata avanti così per decenni.
Ma recentemente è avvenuto qualcosa di nuovo. Pyong Yang si è realmente dotata di alcune bombe atomiche (non sappiamo quanto “operative”) e sta sviluppando dei missili balistici in grado di “recapitarle” - come dicono gli esperti, quasi si trattasse di lettere d’amore – al Giappone e, presto, agli Stati Uniti. Non parliamo della Corea del Sud, per la quale è sufficiente una fionda: l’enorme capitale, Seul, è ad una quarantina di chilometri dalla frontiera. 
La Corea del Sud non è una potenza nucleare ma ha sul suo suolo molte migliaia di soldati e armamenti americani. E gli Stati Uniti – che hanno vendicato Pearl Harbour nel modo che sappiamo – in caso d’aggressione non starebbero a guardare. Insomma, c’è di che far scoppiare un bell’incendio. Soprattutto ora che a Washington c’è, dopo l’Obama “buonista”, il Trump “cattivista”. 
In passato, sud coreani e americani avrebbero potuto facilmente invadere la Corea del Nord, un Paese poverissimo, ma hanno considerato le minacce dei Kim roba da ridere ed hanno sempre rinviato il problema. Ora però il rischio è “atomico”, sicché da un lato il rovesciamento di Kim è divenuto urgente, dall’altro l’opzione dell’invasione è ancor meno praticabile. A questo punto uno si attende che venga prospettata la soluzione ragionevole, ma la soluzione ragionevole non c’è. 
Di Amleto sappiamo che la sua pazzia era soltanto finzione e dunque, dovendo calcolare le sue mosse, c’era qualcosa su cui contare: la sua razionalità. Per quanto riguarda Kim III, invece, ci si chiede: finge di essere pazzo, o è pazzo veramente? Già l’assassinio prima dello zio e ora del fratellastro non depongono a favore del suo livello morale, ma la sua stessa educazione è paranoide. In passato, i signorotti asiatici inviavano i rampolli a studiare in Inghilterra, e i futuri reggenti quanto meno sapevano come ci si comporta nel mondo civile, e come si vive in una democrazia. Per quanto ne sappiamo, invece, Kim Jong-un è sempre vissuto in un Palazzo Reale che faceva finta di essere un manicomio e forse lo era veramente.
In questi casi i commentatori più avvertiti ci ricordano che nessuno governa da solo. Dunque Kim III, pur con i suoi scarti di comportamento, dovrebbe essere soltanto la punta dell’iceberg di un gruppo dominante. Giusto. Ma se per caso quel giovane fatuo e sovrappeso fosse capace di uccidere come Stalin, chi gli sta intorno per sopravvivere potrebbe essere indotto a dargli ragione anche se dice che la Luna è quadrata, piuttosto che ad indurlo a desistere da qualche mossa demenziale.
Chiunque pensi che queste siano le righe in libertà di un quisque de populo che allinea i suoi dubbi, sappia che sulle riviste di geopolitica i più stimati commentatori non sono meno perplessi. Il mondo intero trattiene il respiro, e lo trattengono anche Putin e Trump. Talmente grande è la paura di una guerra mondiale atomica.
La frontiera tra le due Coree è impenetrabile,. Di ciò che avviene nelle segrete stanze di Pyong Yang si sa ben poco. Cesare, da persona razionale, conquistò la Gallia per tornare a Roma e divenirne il padrone Ma che ragione aveva Alessandro di spingersi fino all’Indo? E Hitler che ci guadagnò, ad attaccare la Russia? Nessuno è al riparo dalla follia dell’umanità
L’unica buona notizia è che Pechino – da sempre il protettore dei Kim, per ragioni geopolitiche – ha cominciato a spazientirsi ed ha praticamente sospeso le importazioni di carbone dalla Corea, l’unica cosa che quell’infelice Paese produce ed esporta. Se proseguisse sulla via delle sanzioni, in modo da rendere credibili e pesanti i suoi ammonimenti, avremmo qualche speranza in più. 
Forse. 
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
9 marzo 2017 




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POLITICA
8 marzo 2017
IL TERREMOTO DELL'ECONOMIA
Mi permetto di ripubblicare un articolo dell’economista Gerardo Coco, per chi fosse interessato ad un azzeccato parallelo fra le crisi economiche e i terremoti. 


Le catastrofi non sono eventi ma processi. Si sviluppano nel corso di giorni, anni, decenni. Pensiamo a un terremoto. Placche tettoniche collidono e scorrono lentamente l'una sull'altra accumulando nel tempo forze geologiche immani. Nessuno si accorge della catastrofe in corso sino al momento in cui un evento, il terremoto appunto, le rilascia in pochi istanti. Purtroppo, tempo e luogo preciso di questo evento sono imprevedibili. Se, per assurdo, lo si potesse bloccare, il terremoto accumulerebbe ancora più energia e, come una molla compressa, al momento del rilascio, provocherebbe danni maggiori.
A differenza del terremoto le catastrofi finanziarie si possono bloccare ma non le tensioni che accumulano e che a un certo momento, sempre imprevedibile, vengono rilasciate. Per questo motivo ogni nuova crisi è più violenta delle precedenti.
Si è continuamente affermato che la Banca Centrale Europea abbia salvato l’euro, ma non è affatto vero. Tutto quello che questo istituto ha fatto è “immagazzinare” le turbolenze che le forze naturali del mercato, libere di operare, lo avrebbero fatto saltare in aria da un pezzo. Questa forze latenti, compresse e presenti nel sistema stanno accumulando sempre più energia distruttiva. La catastrofe nell’eurozona è in corso. Si tratta solo di congetturare quando l’inevitabile diventerà imminente.
La crisi del debito sovrano europeo iniziata nel 2010 non si è mai risolta. Tutto si è aggravato: il debito è aumentato, la crescita economica si è arrestata, il contesto politico deteriorato. Cosa sarebbe successo senza gli interventi della Bce? Un diluvio di liquidazione dei titoli di debito sovrani. All'inizio della crisi, un avamposto di creditori fiutando l’insolvenza imminente di alcuni governi si sbarazzava del loro debito in cambio di liquidità immediata. A queste prime svendite sarebbe seguito, come tra animali riuniti in folla, il meccanismo di contagio: il movimento di qualche pecora propagandosi all'intero gregge avrebbe provocato la svendita in massa dei titoli e i tassi di interesse salendo alle stelle avrebbero reso proibitivo l'indebitamento. La liquidazione in massa di titoli è l’evento sismico che caratterizza le crisi finanziarie: il mercato prende definitivamente atto che i debiti su cui ha investito non potranno mai essere ripagati e cerca di disfarsene il più in fretta possibile. La conseguenza è la depressione che, dal punto di vista tecnico, è l’evento di assestamento e di rettifica dell’eccesso di debito. Purtroppo, associata al collasso del credito, comporta una falcidia generale dei valori delle attività economiche e degli standard di vita. Per quanto sia doloroso ammetterlo, tutto questo processo è il presupposto di una vera, sana e legittima ripresa economica. Chi pensa, invece, che questa possa verificarsi senza traumi o crede ai miracoli o alle promesse di una banca centrale.
Nel luglio del 2012 il presidente della Bce, Mario Draghi, proclamava che l’istituto era pronto a preservare l’euro a qualsiasi costo. Come? Creando dal nulla trilioni di euro per comprare il debito di governi in bancarotta per evitare che il mercato se ne sbarazzasse in massa. La “ripresa finanziaria” nell’eurozona è consistita proprio in questo: continuare a mantenere l’illusione della solvibilità dei governi mantenendo appetibile il loro debito insolvente così da permettere il loro continuo indebitamento. La ripresa economica invece non è avvenuta perché questa avrebbe richiesto interventi strutturali, soprattutto tagli di spesa e di tasse, compito non della banca centrale ma dei governi. Un compito prioritario perché il debito pubblico è sempre deflazionario: non è ripagabile se non estraendo reddito dalla collettività e quindi riducendo gli ingredienti della crescita: risparmi e investimenti.
L’unico modo per scongiurare la catastrofe, ora in atto, sarebbe stato, da un lato, attuare un piano di vera ristrutturazione dei debiti sovrani insolventi prevenendo così la falcidia futura del panico del mercato (che si pensa che non si verificherà mai); dall'altro, eliminare la fonte di questi debiti: la spesa ipertrofica dei governi. Due cose impossibili. Quanto alla ristrutturazione, infatti, i paesi creditori, per evitare di accollarsene le perdite, con la copertura della Bce concedevano invece ai paesi debitori ancora più credito per ripagare prestiti già ricevuti e scaduti. Quanto al rubinetto della fonte della spesa incontrollata, è rimasto sempre aperto; nessun governo prenderà mai l’iniziativa di chiuderlo volontariamente. Solo un evento traumatico può forzare a tali iniziative. La storia della crisi greca è eloquente. Sono passati sei anni da quando, per la prima volta, fu coniato il termine Grexit e da allora, la situazione in questo paese è peggiorata proprio perché nessuna vera ristrutturazione ha avuto luogo e la fonte della spesa incontrollata è sempre attiva.
Oggi nell’eurozona si sono aggiunti nuovi e importanti “punti di rottura” come Italia e Francia che ne hanno fatto peggiorare l’attività sismica. Il mercato dei titoli sovrani è già allarmato non solo sul merito del credito di tutti i paesi dell’eurozona ma anche su quello della stessa banca centrale. Infatti non può sfuggire il fatto che la Bce, come maggior creditore dei paesi insolventi, è essa stessa insolvente e l’illusione sulla solvibilità dei governi potrebbe presto trasformarsi nell'insolvibilità valutaria. Infatti,per acquistare debito sovrano la Bce ha dovuto creare sempre più euro stimolando le aspettative inflazionistiche del mercato che ora, in cerca di rendimenti più alti, si sta sbarazzando sia di euro sia del debito espresso in questa valuta. Se la BCE smettesse di acquistare il debito pubblico, i governi scoprirebbero rapidamente che non esiste più una domanda per i loro titoli e i tassi di interesse esploderebbero. Sarebbe il fallimento istantaneo dell’eurozona. L’euro non è affatto irrevocabile come più volte ha detto Mario Draghi. L’euro è irreparabile. Pertanto è irrilevante dibattere se per un paese sia meglio uscirne o restarne, oppure cercare di prevedere l’epicentro della prossima crisi. Data l’instabilità esplosiva che l’area ha accumulato, l’epicentro può essere dovunque. Pertanto, al punto in cui si è arrivati. l’unica cosa che ogni paese deve fare è studiare un piano di emergenza per minimizzare i danni del prossimo terremoto che distruggerà l’eurozona. 
Gerardo Coco




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POLITICA
6 marzo 2017
TRUMP L'INDIPENDENTE
 Quando la maggior parte della stampa è orientata nello stesso senso, le notizie valgono poco. Quando tutta la stampa è orientata in una sola direzione, come avviene nelle dittature, le notizie non valgono niente. Durante la campagna elettorale tutta la stampa americana è stata contro Donald Trump e dunque dovevamo dedurne che di quel candidato non sapevamo nulla, se non che era antipatico all’establishment. Né potevano illuminarci le cose che lui stesso diceva, perché, come insegnava Clemenceau: non si mente mai quanto prima delle elezioni. Donald Trump alla Casa Bianca è in conclusione un perfetto sconosciuto e, per cominciare a parlare seriamente di lui, bisogna aspettare di avere qualcosa di concreto da addentare. Soltanto degli sconsiderati scandinavi potevano dare ad Obama il premio Nobel per la pace prima che cominciasse a governare. 
Partendo da questa salutare e riconosciuta ignoranza, bisogna chiedersi quali dati concreti abbiamo. Che al nuovo Presidente piacciano le donne è cosa lodevole, ma significa soltanto che appartiene alla vasta confraternita degli eterosessuali. Che gli piaccia il denaro è evidente ma gli piace il suo, non quello altrui: e questo è un merito. Addirittura ha rifiutato l’appannaggio presidenziale. Il denaro non sarà mai una ragione per indurlo a fare o non fare qualcosa. Sarà forse la prima presidenza americana in cui il denaro non avrà alcun peso. Come non l’ha avuto nella campagna elettorale.
Non si stanno accusando gli altri presidenti. Da molti decenni a questa parte, i costi della campagna presidenziale sono astronomici e i candidati non potrebbero mai sostenerli. Dunque il fundraising, la raccolta fondi, diviene una necessità, e inevitabile il dovere di mostrare poi, in caso di vittoria, la propria gratitudine ai più generosi. Non raramente dei finanziatori individuali sono stati nominati ambasciatori, per non parlare del riguardo che il Presidente non può non avere per le lobby, i grandi gruppi industriali, le corporazioni che lo hanno sostenuto e portato alla Casa Bianca. Non si tratta di corruzione: avviene tutto alla luce del sole. Gli americani, con sano pragmatismo, riconoscono che non si può fare diversamente. 
Ma Donald Trump, ultramiliardario, si è volontariamente sottratto a questa regola. Un po’ perché nessuno lo prendeva sul serio, all’inizio, un po’ perché voleva andare contro l’establishment, un po’ per spirito d’indipendenza, ha dichiarato sin da principio che era abbastanza ricco per finanziarsi da sé. Solo Dio sa quanto avrà speso, anche se meno di Hillary Clinton, che ha invece beneficiato di un fundraising colossale.
Certo, chiunque che non fosse Trump sarebbe stato ridotto sul lastrico, dall’impresa. Lui invece non soltanto è arrivato alla Casa Bianca, ma non ha doveri di gratitudine nei confronti di nessuno. Nemmeno nei confronti del Partito Repubblicano, che ha fatto il possibile per sbarrargli la strada. Oggi come oggi, deve più il partito a lui che lui al partito. 
Tutte queste ragioni di indipendenza potrebbero essere allarmanti. Trump si sente così libero che parla a ruota libera; e uno si chiede se per caso non creda che la storia gli perdonerà gli errori così come erano pronti a fare i suoi elettori. Tuttavia, che Trump provochi disastri o realizzi miracoli dipende innanzi tutto dal potere che realmente avrà. Tutta la storia americana è dominata dall’equilibrio, sapientemente ricercato dai Padri Fondatori, tra il potere del Presidente e il potere del Congresso. 
Molto dipende dalla personalità di chi risiede alla Casa Bianca. Se il Presidente è carismatico, peserà più lui che il Senato e il Congresso messi insieme. Se invece l’effetto trascinamento manca, e il Presidente è poco stimato, i suoi poteri diminuiscono fino ad impedirgli di fare molte delle cose  che vorrebbe fare. È il sistema di check and balance, pesi e contrappesi. Al riguardo, di Trump non sappiamo ancora nulla. Il modo in cui è arrivato alla Casa Bianca gli fornisce le basi per una eccezionale indipendenza d’azione, ma non sappiamo quali siano le sue idee. Se ne ha. Non sappiamo né quali siano i suoi veri programmi, né se siano utili e realizzabili. Che negli States entrino o no degli immigranti illegali, che la riforma sanitaria di Obama sia conservata o no, e quali siano i rapporti del Presidente con la stampa, sono cose di secondaria importanza. Per la vera sostanza bisogna aspettare l’esperienza concreta.
Insomma bisogna confessare di non sapere niente, di Trump. Possiamo soltanto sperare, nell’interesse suo, dell’America e del mondo, che il pragmatismo dell’uomo d’affari lo tenga lontano dagli eccessi. Quanto a noi lettori di giornali, abbiamo soltanto il vantaggio di Socrate, sappiamo di non sapere. Per il momento bisognerà contentarsene.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
6 marzo 2017 




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POLITICA
5 marzo 2017
I DIRITTI DEI BAMBINI CINQUANTENNI
L’uomo sa da tempo immemorabile che, se vuole qualcosa, deve procurarsela. Non può certo aspettarsi che il cibo gli si presenti da sé, o che gli animali si suicidino e si scuoino da sé, per fornirgli una pelliccia. Col tempo, millenni fa, è nato il verbo “comprare”, ed esso corrisponde esattamente ad esigere il pagamento di un credito prima acquistato. Col denaro guadagnato il martedì, il dentista, il lattaio, l’elettricista fanno la spesa il mercoledì.
Sembra che si stiano allineando noiose ovvietà, ma non è così. Infatti, mentre da sempre la mentalità è stata: “Per chiedere devo avere il diritto di avere”, oggi la regola è divenuta: “Per chiedere basta che io abbia il desiderio di avere”. Che corrisponde alla mentalità dei bambini. Per loro, dal momento che non dispongono e non possono disporre di alcun credito, si ha la confusione tra diritto e desiderio.
Oggi moltissimi adulti si comportano così, e non soltanto non si accorgono loro della stranezza, ma i terzi disinteressati li sostengono. L’incauto che facesse notare che tutto ciò è irragionevole sarebbe male accolto, sia dal punto di vista politico, sia dal punto di vista sindacale. La risposta di tutti è tanto infantile quanto imbattibile: “Non ci sono i soldi? Non importa, devono averlo lo stesso”.
Gli esempi sono talmente numerosi che se ne forniranno soltanto alcuni a caso. L’Alitalia è una compagnia che da molti anni produce soltanto grandi debiti. Nel mondo degli adulti, la conseguenza sarebbe ovvia: o la società cambia struttura, arrivando all’attivo, o fallisce. In Italia no. Da noi la conseguenza è che deve continuare ad operare in perdita, senza licenziare nessuno, perché è ciò che desiderano i suoi dipendenti. “Bisogna salvarla”, si dice virtuosamente, ma a condizione di non disturbare nessuno. Gli interessati desiderano continuare a godere di tutti i privilegi che hanno, per esempio in confronto a Ryanair, e dal loro desiderio discende il diritto di conservarli “Non ci sono i soldi? Non importa, li vogliamo lo stesso”. 
Questa mentalità non è soltanto italiana. Gli Stati Uniti di Trump vorrebbero impedire l’immigrazione senza limiti e senza controlli di messicani poveri? I messicani, sostenuti da metà America e dal resto del mondo, protestano. E che significa protestare se non indignarsi per aver subito un’ingiustizia? L’ingiustizia stavolta è il rifiuto di accogliere il primo venuto a casa propria. Anche se fosse un delinquente. I messicani desiderano vivere negli Stati Uniti e per conseguenza hanno il diritto di farlo. Né diversamente vanno le cose con l’immigrazione  di musulmani inassimilabili in Italia e in Europa. Loro desiderano venire a vivere da noi, e noi non possiamo non inchinarci dinanzi a questo loro “diritto”. 
Addirittura, il mondo condanna Israele per aver costruito un muro che impedisce ai terroristi palestinesi di entrare per compiere attentati contro degli innocenti. Ma come osano quei biechi sionisti reprimere il legittimo desiderio di uccidere?
L’Italia ha desiderato spendere il denaro che non aveva, e così ha avuto il diritto di creare un enorme debito pubblico. E poiché desidera non ripagarlo, ciò le dà il diritto di non ripagarlo. Il tempo passa e si aspetta l’intervento dell’arcangelo Gabriele. magari sotto forma di fallimento. Le conseguenze dei debiti non pagati ricadranno sui nostri figli e sui nostri nipoti, noi comunque saremo innocenti. Abbiamo soltanto avuto il desiderio di spendere un po’ di soldi per la buona causa, che male c’è?
Una volta i ragazzi studiavano per essere promossi, poi si è visto che studiare è faticoso e ai bocciati non piaceva essere bocciati, e così Don Milani ha detto che la bocciatura era una discriminazione sociale. Per conseguenza, dal momento che tutti desiderano essere promossi, tutti hanno il diritto di esserlo. Così l’Italia si avvia ad essere un popolo di analfabeti. Basti vedere quanti errori si sentono alla radio, “piuttosto che” in televisione, tanto per scrivere come loro parlano. 
Non serve a niente prolungare questo rosario di motivi per indignarsi. Un giorno la realtà, con l’estrema crudeltà di cui è capace, si vendicherà. Fino ad allora, bisognerà rassegnarsi a vivere in questo asilo infantile senza porte, finché il terremoto non ne abbatterà le pareti. Poi i sopravvissuti dovranno ricostruire tutto.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
4 marzo 2017




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vita da impiegato
4 marzo 2017
MOLLICHINE
Corriere. Redditi. Di Maio e Di Battista da 0 a 100.000€ l’anno. L’avesse la Ferrari, un simile scatto!
Corriere. “Ora i magistrati indagano sul traffico di influenze”. La solita caccia alle streghe. Magari si tratta di semplici raffreddori.
Corriere. Cuperlo: “Matteo si faccia da parte”. Ops, scusate: “Luca si faccia da parte”. 
Corriere. Maradona previsto a “Ballando con le stelle”. Stop dalla Rai. Pare sarà sostituito da un orso.
Corriere. Norvegia. “Vuoi criticare un articolo? Prima dimostra di averlo letto”. Stiamo esagerando. Di questo passo pretenderanno anche che lo si sia capito.
La Stampa. Beppe Grillo, “Evviva, sono povero!” Prima c’erano i nouveaux riches, ora abbiamo i parvenus della povertà. Io lo sono dall’infanzia! 
La Stampa. La ministra Fedeli, senza una laurea, la più ricca. Mi devo procurare un certificato di non laurea. 
La Stampa. Renzi: Se colpevole pena radoppiata per mio padre. E lui lascia, come avrebbe detto Mike Bongiorno.
La Stampa. Convegno anti-israeliano in Campidoglio. Il Campidoglio ha visto barbari meno imbecilli. 
Gianni Pardo




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POLITICA
1 marzo 2017
IL PANTOGRAFO
Non tutti lo sanno che cosa sia un pantografo, e ancor meno saranno quelli che ne hanno visto uno. Si tratta di un aggeggio primitivo - quattro assicelle collegate a formare un parallelogramma, con cui, essendo abili, si poteva ingrandire un disegno, riproducendone le linee in una scala diversa. Nella memoria degli anziani, il pantografo è il paradigma dell’ingenuo ingrandimento. Qualcosa cui fa pensare il narcisismo quando tende a perdere i freni.
Non bisogna dire male del narcisismo. Non tanto perché sia una cosa lodevole, in sé, quanto perché è troppo diffuso per condannare i colpevoli. Rischieremmo il genocidio. E a più forte ragione non si può condannare il narcisismo di chi ha ragione di ammirare sé stesso. Se già si ammirano molti che non hanno niente da ammirare, figurarsi se non si deve avere un occhio di riguardo per personaggi come Chateaubriand, Wagner, o Dalì. 
La ragione per cui bisognerebbe evitare di strafare, in questo campo, è un’altra. Il narcisismo può anche “backfire”, ritorcersi contro chi vi cede. Chiunque legga la vita di Chateaubriand, e conosca la sua influenza sulla letteratura francese, sa benissimo che si tratta di un grand’uomo. E allora, che necessità aveva di scrivere – come ha fatto più volte, a proposito della sua vita politica – “E se a quel punto non ci fosse stato Chateaubriand, che ne sarebbe stato della Francia?” Il risultato è che i libri di letteratura francese, pur ammettendo che il suo immenso orgoglio lo tenne lontano da ogni bassezza, riconoscono che qualche volta esso l’indusse a macchiarsi dell’ “orgueil sottise”,l’orgoglio-stupidità.
Saint-Exupéry, con la sua poetica delicatezza, racconta che il Piccolo Principe dice alla rosa, paradigma della donna bella e fatua: “Quanto è bella, lei!” e il fiore risponde: “Nevvero?” E il lettore sorride. Se il Piccolo Principe continua ad amarla, è soltanto perché ne è innamorato.
Napoleone era perfettamente cosciente del proprio valore. Non poteva essere diversamente E tuttavia perché farsi ritrarre, da imperatore, con manti d’ermellino ed un lusso da far impallidire Luigi XIV? Certi paramenti vanno benissimo per coprire la nullità di chi li indossa, e dunque lui non ne aveva nessun bisogno. 
La tentazione del pantografo è irresistibile e infatti si nota in uomini molto al di sotto dei grandi personaggi. Matteo Renzi, per esempio. Un eccezionale campione della “politique politicienne”, indubbiamente, che tuttavia riesce a rendersi antipatico come Cassius Clay. Quest’ultimo avrebbe vinto un minor numero di incontri, se fosse stato cortese con i suoi avversari? Una volta la boxe non era detta “la nobile arte”? E invece Clay ha dovuto aspettare la malattia e il Parkinson, perché l’abbracciassimo umanamente.
Qualcuno che sta cominciando (o continuando?) ad esagerare, col pantografo, è Donald J.Trump. Anche lui ha mille motivi per auto-adorarsi, e nessuno glieli nega. Ma forse comincia a perdere il senso della misura. Se una volta i re facevano finta di ridere sempre e non offendersi mai, per ciò che diceva il buffone di corte, era in base all’assunto che c’era troppa distanza, fra loro, per prendere sul serio un comico. Trump dovrebbe cominciare a capire che ormai deve discutere ed eventualmente scontrarsi, con Vladìmir Putin o con Angela Merkel, non con i giornalisti, con l’ex presidente Obama o con chiunque lo punzecchi. Rischia perfino di divenire il fornitore di pantografi a personaggi da nulla, se confrontati con un Presidente che è, attualmente, la persona più importante del più importante Paese del mondo. Deve continuare col tono di ieri, dinanzi alle Camere riunite, se gli riesce, lasciando ad altri le liti da cortile.
Ci sono guidatori di automobili che vi fanno apprezzare il panorama. Ce ne sono invece altri che non vi permettono di staccare gli occhi dalla strada, e vi inducono ad aggrapparvi a qualcosa, prima delle curve, perché già sapete come le prenderanno. Matteo Renzi è uno di questi, e ciò spiega il successo di Paolo Gentiloni. Ecco ciò che si amerebbe dire a Trump. Non vorremmo cercare i braccioli della sedia, quando lo vediamo apparire. The Donald ha di meglio da fare che portarci sull’Otto Volante.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
1° marzo 2017




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POLITICA
28 febbraio 2017
L'EUTANASIA È UN FALSO PROBLEMA
Si dice che l’eutanasia sia un tema difficile, e non è così.
Immaginiamo di avere sul tavolo una scatola chiusa, e ci si chieda di che colore è l’oggetto che c’è dentro. Ovviamente la discussione potrebbe essere interminabile, perché i colori sono in numero pressoché infinito, e la domanda è futile. L’unico modo per conoscere quel colore, direbbe Kant, è aprire la scatola. Ma soprattutto: è vero che c’è un oggetto, nella scatola? Perché, se non ci fosse,  la domanda sarebbe assurda. Il problema dell’esistenza dell’oggetto, direbbe ancora Kant,  precede quello del suo colore.
Ecco in che senso il problema dell’eutanasia è mal posto. Infatti la sua soluzione dipende da un quesito logicamente precedente: il rapporto tra vita e diritto.
In tutte le legislazioni del mondo l’omicidio è sanzionato con pesanti pene, perché l’idea dell’intera umanità è che ognuno ha il diritto all’esistenza. Ma questo diritto non è visto in maniera positiva, nel senso che il codice ci debba dire se praticare o no uno sport, se sposarci o no, e via dicendo, ma in maniera prevalentemente negativa, nel senso che nessuno deve essere ucciso. Poi, purché non violi i diritti altrui, “ciascuno è padrone della sua vita” e può fare ciò che vuole. Incluso suicidarsi. Se sopprimo qualcuno sto in carcere per ventun anni, se salto dal balcone, e mi sfracello tre piani più in basso, non commetto reato. Neanche se sopravvivo.
Purtroppo ciò che si è esposto fin qui è il punto di vista laico. Per la dottrina cristiana, invece, “il corpo è il tempio dello Spirito Santo” e ciò spiega perché può essere peccato la masturbazione, il suicidio, le pratiche anticoncezionali ed altre cose ancora, inclusa l’obesità, dal momento che la “gola” (ghiottoneria) è uno dei sette peccati capitali. In sintesi, l’uomo è appena l’inquilino del suo corpo. Il padrone è Dio.
Ecco perché il singolo non può disporre della sua vita. Essa non è un dono di Dio, come dicono, è un usufrutto. Può usarne ma senza danneggiarla e per gli scopi previsti dal proprietario. Ecco perché l’eutanasia non è ammessa. Per il laico è inconcepibile che qualcuno venga a dirgli se deve vivere o morire, se deve avere figli o non deve averne, se sì o no può assaporare il sesso senza essere sposato, ma per la Chiesa tutte queste cose sono materia della sua dottrina. E, se può, impone i suoi principi con la forza. Sono duemila anni che ripete che l’uomo, uccidendosi, dispone di qualcosa che non è suo, e così tutti – anche gli atei – ripetono senza riflettere che “la vita è sacra”.
Naturalmente queste affermazioni comportano due corollari: il primo, che chi si oppone all’eutanasia dovrebbe anche non essere sovrappeso, astenersi dal sesso fuori dal matrimonio, astenersi dalle pratiche anticoncezionali, non masturbarsi e via dicendo. Anche queste cose hanno a che vedere col “sacro”. Inoltre, non si può non osservare che quando una cosa è nell’interesse di molti, come l’interruzione volontaria della gravidanza, il costume si evolve e con esso il codice penale. Oggi l’aborto cosiddetto terapeutico è addirittura a spese dello Stato. 
 La seconda considerazione è che se la religione arrivò ai quei principi, lo fece, coscientemente o no, nell’interesse della specie. Un tempo si moriva giovani e la mortalità infantile era alta. Dunque, per evitare l’estinzione della specie, l’istinto richiedeva che si facesse il massimo numero di figli e si considerasse “sacra” la vita, anche del semplice concepito. Poi i secoli sono passati e molte di quelle esigenze sono venute meno. Il problema di oggi, piuttosto che l’estinzione della specie, è l’iperantropizzazione. E invece la Chiesa, che in molte altre materie è diventata tanto tollerante da chiedersi se non sia ormai un’associazione di beneficenza,  sull’eutanasia rimane rigida. Forse perché quel problema riguarda pochi, sfortunatissimi esseri umani. Sull’aborto, visto che riguarda milioni di persone, si chiude un occhio, e richiede soltanto la formalità di una confessione, sull’eutanasia, che riguarda al massimo poche centinaia di persone, è ancora disposta a far pagare a quei pochi il prezzo dei pregiudizi dei molti. 
La discussione sull’eutanasia è semplicemente ipocrita. In un mondo libero e laico, l’idea che la vita sia sacra ed appartiene a Dio è lecita, ma è assurdo imporla a chi non è credente. Abbiamo una società che si scandalizza se qualcuno chiama frocio un omosessuale, e poi impone, a chi soffre tanto da invocare la morte, di continuare a vivere. Se questa non è crudeltà, che cos’è?
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
28 febbraio 2017




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POLITICA
27 febbraio 2017
TRUMP E I GIORNALISTI
Nei Paesi liberi, e particolarmente negli Stati Uniti, i giornalisti rappresentano una potenza. La libertà di parola e la libertà di critica, prima ancora che nella Costituzione, sono infatti iscritte nel più profondo dell’animo degli americani. La stampa è il “Quarto Potere”, secondo Orson Welles.
Dal momento che l’opinione pubblica ha tanto peso, ogni politico cerca di avere i giornalisti dalla sua parte. Magari non la totalità, perché rispecchiano la mentalità dei lettori che certo hanno opinioni diverse: ma nessuno, si pensa, potrebbe avere un grande successo nazionale se li avesse tutti contro. E invece Donald J.Trump  ha realizzato questa più che improbabile impresa. Nella campagna elettorale ha avuto contro tutti i giornalisti, tutti gli intellettuali, tutti gli artisti, tutti i benpensanti nazionali e internazionali, e per far buon peso il suo stesso Partito Repubblicano. 
Non per caso, dietro le spalle del capintesta di una grande fabbrica di aeroplani, c’era la gigantografia di un pesante coleottero con sotto scritto: “Un ingegnere aveva detto che non avrebbe mai potuto volare”. Never say never.
La vittoria di Trump ha creato una situazione imprevista ed imprevedibile, tanto fuori dagli schemi da apparire sconvolgente. Un po’ come se Hitler, sfuggito al bunker di Berlino, fosse riuscito a farsi eleggere Presidente a Washington. Uccidere l’usurpatore, e violentare per sempre la democrazia? O subire il dominio del dittatore alieno?
 La realtà è ovviamente molto meno tragica. Fino ad ora il gesto più rivoluzionario del Barbaro Biondo è stato mostrarsi irrispettoso verso il New York Times. E tuttavia tanti adepti del Partito Democratico, tanti fanatici della political correctness, tanti ferventi del buonismo obamiano non si rassegnano a vedere l’antipapa sul soglio pontificio. Tanto che credono di esorcizzarlo con le marce, gli slogan e i cartelli. 
Come tutti gli ubriachi del proprio potere, vanno capiti. Non si rassegnano all’idea di avere schierato l’Invencible Armada e di avere fatto naufragio. E dunque ripassano mentalmente i nomi di tutte le navi. Il Partito Repubblicano ha fatto il possibile e l’impossibile per sbarrargli la strada, tutti i giornalisti lo hanno disprezzato irriso e insultato e alla fine Trump ha trionfato. Non soltanto ha battuto Hillary Clinton, ha battuto i sondaggisti, ha battuto il buon senso, ha battuto anche i grandi finanziatori dei candidati, quelli che hanno sprecato i loro soldi con la Clinton, e poi si ritrovano un Presidente che non gli deve nulla. Una situazione tragica.
Donald Trump rappresenta soltanto sé stesso e gli elettori che la pensano come lui. Ecco perché non c’è tabù che non violi, non c’è convenzione che non rigetti, non c’è totem che non irrida. Perché è più forte di tutti loro messi insieme. È il Presidente regolarmente eletto, e non c’è opposizione che tenga. Negli Stati Uniti non esiste il voto di sfiducia. Né si può concepire l’impeachment: non è un crimine ipotizzare il prolungamento del muro contro il Messico voluto da Obama e predecessori. Non è illegale invocare una più seria applicazione delle leggi contro l’immigrazione clandestina. Non è reato considerare una riforma – come quella sanitaria di Obama – un provvedimento nocivo. È vero che il Presidente dichiara disonesti i giornalisti, ma è anche vero che loro hanno prima insultato lui. E se quegli insulti non hanno impedito a lui di divenire Presidente, gli insulti che provengono dalla Casa Bianca non impediscono a loro di scrivere tutto ciò che vogliono. Pari e patta. È la democrazia, bellezza. Ché anzi, se insistono a fargli la guerra, confermano gli elettori di Trump nell’idea di aver votato per la persona giusta.
Dal lato orientale dell’Atlantico possiamo parlare con serenità di questo fenomeno epocale. Trump manca di diplomazia, magari di stile, ma l’establishment – e non soltanto in America – non si rende conto di quanto si sia allontanato dal popolo. Gli intellettuali – e gli editorialisti ne fanno parte a pieno titolo – hanno gravissime colpe. Hanno un istinto sicuro per scegliere il cavallo sbagliato. E se poi il cavallo vince, si prosternano in adorazione. Il potere infatti l’adorano, chiunque lo detenga. 
È difficile accettare lezioni da gente che ha incensato Mussolini, che si è spellata le mani per applaudire Stalin e Hitler, che è sempre stata contro i grandi statisti, da De Gasperi alla Thatcher, da De Gaulle a Reagan. Che la smettano, dunque, di posare a maîtres à penser. Sono maîtres à se tromper, a sbagliarsi. 
Trump, per la dignità della sua carica, e per ragioni di stile, dovrebbe parlare un po’ meno dei giornalisti, ma il suo diritto di mandarli al diavolo con un calcio nel sedere è incontestabile quanto quello del Papa di dire messa.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
27 febbraio 2017




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POLITICA
26 febbraio 2017
LA RICOSTRUZIONE DOPO IL TERREMOTO
È passato mezzo anno, dal terremoto, e ciò che oggi si può vedere è lo straziante spettacolo di un intero mondo distrutto, di cittadine ridotte a cumuli di macerie, di strade che sembrano tratte dai ricordi dei bombardamenti dell’ultima guerra e sono invece la conseguenza di un disastro naturale. Un disastro per così dire da sempre previsto.
Che cosa se ne può dedurre, se si è immuni dalla retorica e dalla demagogia? Semplicemente che quelle case non dovevano essere edificate lì, o comunque non con quelle modalità costruttive. Lo spazio di tempo intercorrente fra un terremoto catastrofico e l’altro è sempre stato tale, che la gente ne ha dimenticato la potenza. La coscienza antisismica - insieme alla capacità tecnica ed economica di far fronte al pericolo - è qualcosa di relativamente recente, e molte delle case che il terremoto del centro Italia ha raso al suolo sono nate prima. Ciò significa che non ci sono colpevoli, o sono tutti morti da tempo. Ed anche altre, simili catastrofi potrebbero verificarsi altrove. L’Italia è piena di zone sismiche. Che faremo, allora? Ci strapperemo le vesti, ci diremo sorpresi ed indignati, mentre di stupefacente non ci sarà nulla, se non la nostra balorda idea di avere la Natura sotto controllo?
Un tempo non si proteggeva la vita umana come oggi. Si sapeva che era breve e precaria. Chi si occupa di storia, di letteratura, di musica, di arte, non può che stupirsi del numero di grandi che, in passato, sono morti in giovane età. Ma erano giovani per gli standard attuali: a quel tempo, un uomo di cinquant’anni era un vecchio e una donna che oggi sarebbe ancora considerata giovane poteva accudire senza scandalo un vecchio parroco perché ormai non più appetibile avendo – come scrive Manzoni di Perpetua – superato “l’età sinodale” dei quarant’anni.
Tutto ciò non può che ispirare mestizia rispetto alla nostra condizione umana. Di fronte a tragedie come quella dell’Abruzzo, uno non può che togliersi il cappello e ammutolire, rimpiangendo che il nostro dolore non si trasformi in lacrima. L’unica reazione veramente inammissibile è la superficialità. La demagogia. L’irrisione, quasi, nei confronti di coloro che hanno subito dei lutti e devono ringraziare il Cielo se hanno soltanto perso la loro casa. Ed invece è proprio ciò che abbiamo visto. Non era ancora calata la polvere delle macerie, che il potere politico – e non soltanto Matteo Renzi, il professionista di queste sparate – si è precipitato a dire che lo Stato si farebbe fatto carico dei danni. Che i terremotati avrebbero riavuto delle case, secondo Renzi addirittura “com’erano e dov’erano” (in modo che crollassero col prossimo terremoto?). Si è perfino detto che i terremotati sarebbero stati “indennizzati”, come se il terremoto fosse colpa del governo. E il tutto a tamburo battente.
Il buon senso diceva che quelle promesse erano destinate a rimanere sulla carta. In primo luogo perché l’Italia è nel profondo rosso di una drammatica crisi economica; poi perché i danni superano le possibilità di reazione di uno Stato normale; infine perché, anche ad avere a disposizione un Pozzo di San Patrizio, ci vorrebbero anni ed anni, per una simile ricostruzione. Ecco perché viene da sorridere quando l’incaricato di guidare i lavori, Vasco Errani, lamenta i ritardi, la burocrazia e denuncia il poco che si è fatto. Non soltanto gli ingenui – intanto – potrebbero prendersela proprio con lui, che è il capo di questa impresa, ma potrebbero anche chiedergli perché, se le promesse erano mitologiche – e lo erano! – non abbia rifiutato l’incarico. Oggi leggiamo che sono state consegnate diciotto – dicesi diciotto – “casette” sulle tremila previste, e lui se ne stupisce. Io no. E se me lo aspettavo io, che in tutto questo tempo sono rimasto a casa mia, poteva non saperlo chi ha fatto mille sopralluoghi?
Dopo il sisma bisognava dare subito un aiuto in denaro ai più sfortunati, invitando poi tutti a rassegnarsi: sono stati colpiti da un destino avverso, contro cui nessuno può nulla. La Natura è ancora la più forte. Perché illuderli, inducendoli così a maledire lo Stato e la stessa collettività, per qualcosa di cui né lo Stato né la collettività sono responsabili? Bisogna aiutare chi si può aiutare, e consolare chi non si può aiutare.
Nel nostro Paese è sempre aperta la gara del buonismo. Addirittura, chi non vi partecipa viene accusato di essere insensibile alle tragedie del mondo. Un giorno, anni fa, abbiamo fatto – senza morire dal ridere - una colletta per risolvere il problema della fame nell’India. E allora, come stupirsi delle sciocchezze dette in occasione del terremoto? 
Il bello è che, mentre tutti sono disposti ad accusare lo Stato delle sue inadempienze, sono gli “insensibili” di allora, quelli che hanno giudicato le promesse inverosimili, gli unici che oggi sono disposti a difenderlo. Non perché lo meriti, ma soltanto in nome del santo principio romano per cui ad impossibilia nemo tenetur, nessuno è tenuto a fare l’impossibile. 
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
25 febbraio 2017




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POLITICA
25 febbraio 2017
TRUMP FRA APPARENZA E SOSTANZA
C’è chi, per parlare con cognizione di causa di Donald Trump, va a vivere stabilmente negli Stati Uniti, e c’è chi, di lui, si occupa soltanto dando un’occhiata distratta ai titoli dei giornali. In linea di principio, chi fa parte della seconda categoria, farebbe bene a star zitto. Ma certe cose sembrano tanto evidenti che se ne può legittimamente parlare.
La vittoria di Trump è stata imprevista. Tutti i grandi giornali, tutti i grandi intellettuali e l’intera opinione pubblica dell’orbe terracqueo erano contro di lui e lo irridevano. Tutti sottolineavano compiaciuti i sondaggi che lo davano perdente, e non per un pelo, ma con margini da paura. Insomma l’establishment intero lo ha visto come un personaggio assurdo, e se ha avuto tendenza a ridere di lui, è stato perché non lo reputava credibile. La convinzione generale è stata che Hillary Clinton ne avrebbe fatto un solo boccone.
Ma proprio perché la vittoria dell’outsider è giunta imprevista, il suo significato è stato evidente. Se ha vinto, è perché la gente non ha dato retta a nessuno. Né ai sondaggi, né ai grandi giornali, né ai grandi intellettuali, né all’opinione pubblica ufficiale. Insomma all’establishment. I votanti avevano una gran voglia di dire basta al buonismo, alla political correctness e all’autofustigazione dell’uomo bianco. Soprattutto americano. Lo slogan di Trump è stato “Make America Great Again”, “rendiamo di nuovo grande l’America”, ma forse il vero aggettivo da usare avrebbe dovuto essere “legitimate”, legittima. Molti americani frustrati chiedono il diritto di sentirsi padroni in casa propria, di rispondere per le rime a chi li aggredisce, di smetterla col buonismo e di proclamare il loro diritto di vivere.. 
Molti americani sono stanchi di vedersi imporre un ingiustificato complesso di colpa. Si è continuamente voluto opprimere un intero popolo, accusandolo di non intervenire dove il Male stava per prevalere, e accusandolo di essere intervenuto dove aveva pensato che il Male stesse prevalendo. Molti americani non ne possono più del dovere di essere “decent”, buoni verso tutti e responsabili verso tutti. Esasperati, hanno quasi reclamato il diritto di essere “cattivi” in un mondo di “cattivi”. Per non combattere – come si esprime un loro “idiom”  – “con un braccio legato dietro la schiena”.
Tutti coloro che gridano che Trump non è il loro presidente, non sanno di portare acqua al suo mulino. Non fanno che confermare coloro che hanno votato per Trump nella loro idea: ecco i nostri nemici. Ecco quelli che bisognava configgere. Fa bene Trump a tirare diritto. Che si sfoghino pure, tanto hanno perso. L’essenziale è che il Presidente faccia ciò che ha promesso, e che, finalmente, si volti pagina. 
Ma chi guarda agli interessi dell’America e del mondo può anche non badare a tutto ciò. Sia la soddisfazione degli elettori di Trump, nel vedere che egli mantiene le promesse, sia le proteste di coloro che lo vedono come un Attila indecente, sono in effetti futili. Il problema non è ciò che il Presidente dice, e al limite non è nemmeno ciò che fa e farà: il vero discrimine è il risultato nel medio-lungo termine di ciò che farà. Se sarà positivo, sapremo che lui sarà stato uno di quei politici che hanno cambiato il corso della storia del loro Paese, come è stato per Ronald Reagan con l’America, o per Margaret Thatcher con l’Inghilterra. Personaggi aspramente contestati, sul momento, soprattutto dalla sinistra (che infatti ancora oggi non li ama), ma cui la storia ha reso giustizia, e ancor più gliene renderà in futuro. Se invece i risultati saranno negativi, sapremo che Trump ha rappresentato il tentativo impossibile di un ritorno al passato (ecco quell’ “again”), e il tentativo sbagliato di una restaurazione antistorica. 
I quattro anni di Trump somigliano ad un incontro di pugilato in dodici round. Il primo, di solito, è il più noioso, perché i pugili spesso lo spendono per studiare l’avversario. Dunque affrettarsi a giudicare Trump, a un mese dall’insediamento alla Casa Bianca, è futile. La sua stessa volontà di dimostrare all’elettorato che mantiene le promesse, potrebbe rivelarsi fumo negli occhi. Un alibi. Quando i primi risultati negativi dovessero indurlo a fare marcia indietro, Trump potrebbe lamentarsi virtuosamente: “Ricordate quanto appassionatamente ho tentato di mantenere le mie promesse elettorali, non appena arrivato al potere? Ebbene, sono stato ostacolato in tutti i modi; mi hanno messo i bastoni fra le ruote; scusatemi, non sono onnipotente”. E avrebbe ancora l’applauso.
Ma l’applauso non prova la validità di una politica. Anche Hitler è stato a lungo applaudito. Nel caso del Presidente americano possiamo benissimo rinviare il giudizio, sia perché non c’è premura, quando si tratta di sbagliare, sia perché, nel frattempo, non è che ci manchino i grattacapi.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
24 febbraio 2017




permalink | inviato da giannipardo il 25/2/2017 alle 11:3 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
24 febbraio 2017
LA PROSSIMA VOLTA, PER CHI VOTA UN LIBERALE?
Ammettiamo che domani ci fossero le elezioni, per chi dovrebbe votare un liberale? Fino all’implosione dell’Unione Sovietica, una persona di buon senso non ha avuto dubbi. Dal  momento che circa il 40% dei votanti era demente e sperava che l’Italia divenisse un satellite di Mosca, doveva obbligatoriamente votare per un partito che escludesse questo esito letale. Al limite per la Dc, “turandosi il naso”, come una volta consigliò Montanelli.
Poi il comunismo è morto dovunque, ma non Italia. Da noi, nessun atto di dolore, nessun pentimento, nessuna richiesta di scuse. Il comunismo rimaneva la teoria giusta e l’errore caso mai l’aveva commesso Stalin, nell’applicarla. Noi invece. Achille Occhetto ebbe il buon senso di capire che il comunismo non aveva futuro ma sudò le sette proverbiali camicie per fare accettare al partito la rinuncia alla denominazione di comunista. E comunque la pagò con la fuoruscita di coloro che fecero nascere il Partito della Rifondazione Comunista. O forse – speravano - della Resurrezione Comunista: ma di resurrezione ce n’è stata soltanto una, e per giunta non tutti ci credono.
Il Pds di Occhetto, contro ogni previsione, fu battuto da Berlusconi. Ma l’operazione era stata quella giusta. Infatti, a forza di cambiare denominazione, il partito arrivò anche al governo. L’appoggio dei comunisti fu comunque pagato sempre carissimo, fino alla biennale tragedia del secondo governo Prodi. 
In quegli anni avemmo l’assoluta novità dell’alternanza di governo ma il giocattolo si ruppe nel 2013, quando realizzammo il miracolo di non far vincere nessuno e di far perdere l’Italia. Dopo la parentesi Letta, sostenuto dai molti che comunque non volevano andare a casa, venne un Capitano di Ventura brutale, bugiardo, sbruffone e spendaccione, che il 4 dicembre del 2016 andò a sbattere contro la propria presunzione. Cosa non grave, se prima non avesse anche sperperato il denaro che lo Stato neppure aveva, con la regalia elettorale degli ottanta euro (costata dieci miliardi), con i diciannove miliardi di “flessibilità” buttati “per rilanciare l’economia” e lasciando infine il povero Gentiloni con la nota dei debiti in mano e l’ufficiale giudiziario europeo che butta giù la porta. 
Ma non è stato l’unico capolavoro. Quando gli altri Stati europei salvavano le loro banche, Renzi e Padoan proclamavano che le nostre erano solide e non ne avevano bisogno. Poi, quando alcune sono giuridicamente fallite e due altre, enormi, lo sono tecnicamente, le leggi sono cambiate e non sappiamo come fare. Si amerebbe che il danno ricadesse sui clienti, ma il rischio è troppo grosso. E di fatto non basterebbe. Come non basteranno neppure i venti miliardi già stanziati, col rischio che, con l’aumento del debito pubblico, si allarmino le Borse e sarebbe l’Apocalise. Quando si dice una gestione oculata.
Il riassunto è mesto. Il centrodestra è spappolato. Il M5S non è guarito dalle malattie esantematiche dell’infanzia politica: e continua a sparare scemenze mitologiche in politica ed in economia. Quel partito è pronto a governare quanto io a pilotare un Jumbo Jet. Il terzo personaggio era il Pd, che almeno conteneva dei professionisti della politica e il capolavoro di Renzi è stato quello di portarlo ad una scissione: i comunisti da una parte, i renziani dall’altra. E questi dove andranno, verso la palude centrista che ama soltanto il potere? Alle prossime elezioni c’è anche il rischio che bisogni aggiungere, fra gli attori, un’estrema sinistra che, pur se non vincerà, potrà sempre far perdere il Pd. 
 Se il quadro fosse questo, sarebbe già terribile. Purtroppo, come nel Don Giovanni di Molière, sulla scena c’è anche la statua del Commendatore. Il “convitato di pietra”, che stavolta è la situazione economica dell’Europa: nulla esclude che fra pochi mesi salti in aria l’intero sistema. L’euro è sempre meno amato, e si accumulano i piani per correggerlo, sdoppiarlo, adattarlo o abolirlo. E ognuna di queste soluzioni comporta per noi uno spaventoso riallineamento economico. La stessa Unione Europea è sempre più spesso messa in discussione, e se soltanto in Francia vincesse la Le Pen, l’Armageddon arriverebbe prima dell’estate. Anche se altri potrebbero cavarsela, noi corriamo dei rischi in più. La Banca Centrale Europea, avendo raggiunto il livello di inflazione voluto dalla Germania, potrebbe por termine al Quantitative Easing e i nostri interessi sul debito pubblico potrebbero schizzare dagli attuali sessanta miliardi l’anno ad ottanta, novanta e forse più. Sempre che le Borse continuino a  comprare i nostri titoli.
Forse l’uomo di buon senso potrebbe anche smettere di preoccuparsi del voto. È come qualcuno che ha il problema dell’umidità proveniente dalla terrazza, e si rende conto che le fondamenta stanno cedendo, e forse presto non ci sarà più neppure la casa.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
23 febbraio 2017




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POLITICA
23 febbraio 2017
RENZI, L'UOMO CHE VOLLE FARSI RE
Nel pugilato può esserci un pugno inaspettato e potente che manda k.o. l’avversario. Magari il favorito dell’incontro. Il successo di quel pugno appare talmente poco normale che lo si è “battezzato”, chiamandolo “colpo della domenica”. Una prodezza difficilmente ripetibile e quasi un caso fortunato, piuttosto che la dimostrazione di una superiorità.
Ma gli esseri umani amano le favole. Se un pugilatore mediocre ha la fortuna di realizzare due “colpi della domenica” di seguito, all’incontro successivo tutti, anche vedendolo in seria difficoltà, continueranno a sperare nel “miracolo”. Che un dio metta nel pugno di quel giovane  un bagliore del fulmine di Giove. Purtroppo, nella realtà i fulmini di Giove sono soltanto scariche elettriche. E i grandi del ring non contano sui colpi della domenica. Cassius Clay era antipatico e arrogante, ma era un genio del ring e non aveva bisogno della fortuna: era semplicemente il più veloce e il più forte.
Finché dura, tuttavia, la suggestione costituisce un grande vantaggio. Perfino l’avversario è intimidito, quando pensa che l’altro è fortunato, mentre lui può contare soltanto sulle proprie forze. Non è un caso che  come tanti altri in passato i tedeschi, durante la Seconda Guerra Mondiale, abbiano avuto come motto: “Gott mit uns”, Dio è con noi. E come vuoi battere qualcuno che ha Dio dalla sua?
Qualcosa del genere è avvenuto col cosiddetto Stato Islamico. Approfittando della deliquescenza del potere di Bashar el Assad a Damasco, e del potere irakeno nel nord del Paese, un gruppo di facinorosi ha conquistato vasti territori e con una serie inenarrabile di orrori si è creato anche una fama di irresistibile ferocia. Così ha attirato migliaia di combattenti, cui pure veniva soltanto promesso di morire da eroi. Ma la suggestione è durata finché è sembrato che Allah benedicesse quelle orde di selvaggi. Prima erano apparse invincibili, poi si è visto che invincibili non erano. Così a poco a poco hanno cominciato a perdere terreno e col terreno la loro aureola di guerrieri di Allah. Ormai tutti pensano che lo Stato Islamico diverrà sempre più piccolo e alla fine evaporerà come una macchia di umidità. Fra l’altro, sarà sempre meno alimentato in uomini e mezzi perché i volontari e i soldi non vanno facilmente ai perdenti.
Forse qualcosa del genere sta accadendo a Matteo Renzi. È salito sul ring come un pugile dilettante e in breve tempo ha scalato la classifica dei pesi massimi, fino ad essere il campione. Da quel momento ha avuto moltissimi amici e sostenitori. A me personalmente è capitato di vedere degli attempati benpensanti, che mai avevano votato per la sinistra, aprire un credito a questo giovane. “Vuoi vedere che lui riuscirà dove nessuno mai è riuscito?” “Nothing succeeds like success”, nessuna cosa ha successo come il successo. Ma purtroppo la suggestione come va su, va giù. È ìl tema del film “L’uomo che volle farsi re”, tratto dal romanzo di Rudyard Kipling. 
Oggi leggiamo che anche l’attuale Guardasigilli Andrea Orlando si candida per la segreteria del Pd. E con Michele Emiliano, gli sfidanti diventano due. Renzi rimane il favorito, ma il fenomeno è lo stesso allarmante: se i candidati si presentano, è perché non reputano l’impresa impossibile. Inoltre, essendo in tre, rendono più improbabile che Renzi ottenga subito la nomina, oltrepassando la soglia del 50% dei voti. Così lo obbligherebbero al ballottaggio, in cui sarebbe anche possibile che il terzo riversi i suoi voti sul secondo, facendolo alla fine risultare primo. l’ex Premier aveva considerato questa rielezione una passeggiata, ma forse non aveva preso in considerazione lo sbriciolamento dell’aureola. Non si dice questo per puro pregiudizio. Basta chiedersi: se Renzi avesse vinto il referendum del 4 dicembre, qualcuno oggi metterebbe in dubbio la sua posizione di Primo Ministro e di Segretario del partito? Nothing succeeds like success, ma nothing discourages like defeat”. Fra l’altro, la secessione è stata causata in parte da una reazione “emotiva” allo stile imperioso ed occasionalmente irridente dell’ex Segretario, e sta ad indicare che alcuni, pur di andargli contro, sono disposti a correre l’alea della propria insignificanza politica. 
L’invincibilità non è l’affare che sembra. Achille che uccide Ettore non ne ricava tutti gli applausi che si aspettava, e i greci, col loro amore per la moderazione, lo fanno uccidere dalla freccia di un Paride che certo non valeva né Ettore, né Aiace.
È un peccato che gli uomini politici siano umani come gli altri. Chissà, magari un giorno, se per Matteo Renzi le cose dovessero volgere al peggio, potremmo scoprire che l’Italia ha perso il miglior politico che potesse avere, in questo inizio di Terzo Millennio. E questo, soltanto perché sua madre non era riuscita ad insegnargli le buone maniere.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
23 febbraio 2017




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POLITICA
22 febbraio 2017
LETTA PIANGE PERCHÉ HA VISTO GIUSTO
Forse Enrico Letta, pur essendo lontano dall’Italia, ha percepito meglio di altri l’errore commesso con la scissione del Partito Democratico. Egli infatti esprime così la sua angoscia e la sua incredulità per le dimensioni del danno provocato: “Ricostruire da tutte queste macerie, per chi ci si metterà, sarà lavoro ai limiti dell’impossibile”. 
 Forse l’abbiamo dimenticato, ma per molti decenni gli elettori italiani sono stati in maggioranza visceralmente contrari ai comunisti. Hanno votato piuttosto contro di loro, che a favore di qualche altro partito. Questa fu la grande rendita di posizione della Dc ed anche la ragione per la quale, caduto il Muro di Berlino,  Achille Occhetto impose il passaggio dal Pci al Pds: bisognava ad ogni costo togliere quella “c”. E tuttavia ciò non bastò per sbarrare il passo ad un Berlusconi che inalberava semplicemente la bandiera dell’anticomunismo. Era morta la Dc, non era morto il suo elettorato.
Poi quel marchio indelebile fu fatto scolorire da Walter Veltroni il quale riuscì a realizzare l’improbabile fusione dei comunisti mai pentiti e dei democristiani di sinistra. La fusione fu definita “a freddo” e molti dubitarono della sua vitalità, ma offrì considerevoli vantaggi ad ambedue i gruppi: il partito riuscì infatti a farsi sentire come  post-comunista, quasi “altro” dai comunisti, e ciò lo rese presentabile al punto da aprirgli le porte di Palazzo Chigi.
Ecco perché Letta si dispiace tanto. Con la scissione, il partito ritorna alle sue vecchie anime. Quando tanti comunisti lasciano il Pd, rimproverandogli di avere rinunciato ai valori tradizionali del partito, quando personaggi come Epifani lo accusano dettagliatamente di tradimento,  la scissione significa che il Pd non è più qualcosa di nuovo. I postcomunisti, ridivenuti comunisti, vanno con Bersani, mentre il Pd è soltanto un partito di centro, vagamente democristiano, tenuto insieme dall’interesse per il potere. 
La sinistra del Pd,  con la scissione, si allontana da Palazzo Chigi e rischia di divenire irrilevante, ma il partito non rischia tanto di perdere i deputati e i senatori che seguiranno Epifani e Speranza, quanto la bandiera che tanti seguivano e che Bersani ha portato via con sé. Da un lato i comunisti di nuovo nel ghetto, dall’altro dei democristiani impoveriti dalla fuga di tanti elettori. Ecco perché “Si sta aprendo un’autostrada a Grillo, a Salvini e al ritorno di Berlusconi”. E chi è colpevole di tutto ciò? Secondo Letta, “La responsabilità maggiore per la rottura ce l’ha il segretario”. I motivi credo siano trasparenti: il comportamento stupidamente provocatorio del Segretario nei confronti dei dissidenti e il fatto di non aver capito, nel momento della crisi, che pur di salvare il partito avrebbe dovuto togliersi di mezzo. Tanto, probabilmente poi avrebbe avuto il modo di ritornare in auge con l’aureola del superiore disinteresse. Un po’ di buone maniere in più, e avremmo avuto uno statista.
Letta è scandalizzato: “Non è possibile distruggere tutto così, sfidare la minoranza e magari essere pure contento se vanno via”. Renzi ha visto gli oppositori come un impedimento alla sua azione di governo, ed è sembrato credere che, andando via, gli lasciassero libero e intatto il potere per il momento in cui lo riconquisterà. Un calcolo molto miope. È vero che la perdita di alcuni deputati e di alcuni senatori, nella morente legislatura, è cosa trascurabile. È vero che, se il governo Gentiloni dovesse cadere, Renzi ne sarebbe contento, perché avrebbe subito quelle elezioni che tanto desidera. Ma l’errore sta altrove. Liberandosi degli oppositori non è che per caso si sia liberato anche dei loro elettori? Si è sbarazzato dei contestatori o delle truppe con cui avrebbe dovuto riconquistare Palazzo Chigi? È sicuro che l’accusa di essere un democristiano affondatore di governi di sinistra non lo marchi a fuoco?
Dinanzi all’entità dei danni, può nascere qualche dubbio riguardo all’equilibrio di Matteo Renzi. Chi è arrogante, chi è insultante, chi è duro nella lotta e nel comando, può anche essere un grande capo: ma soltanto se continua a vincere. Se invece la sua hybris gli fa porre le premesse della sconfitta, c’è il rischio che si tratti di mania di grandezza. Quell’eccesso che ha rovinato tanti grandi, in passato, quando hanno perso la nozione della loro propria umanità e dei loro limiti. Quella sconfinata, quasi patologica stima di sé e delle proprie capacità, che si rifiuta di prendere in considerazione i dati della realtà. 
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
22 febbraio 2017




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POLITICA
21 febbraio 2017
UN PROBLEMA INSOLUBILE, RISOLTO DA SEMPRE
Un articolo comparso su “la Repubblica”(1) ci insegna che la guerra tradizionale è morta. L’ultima è stata la conquista dell’Iraq, nel 2003. Ma proprio quella guerra ci ha mostrato che i problemi, invece di finire con la vittoria, con essa  cominciano. Perché alla guerra segue la guerriglia, le battaglie tradizionali, in campagna, sono sostituite dagli attentati nelle città e lo scontro ha luogo dovunque – come attualmente a Mosul – casa per casa. Il nemico si fa scudo della popolazione civile, dissemina il percorso di trappole e mine, e rende costosa e penosa qualunque avanzata. Il ragionamento sembra ineccepibile, perché fondato sull’evidenza dell’attualità ma, per quanto riguarda la conquista delle città, è del tutto sbagliato.
Chi muove guerra lo fa per costringere l’avversario a fare o subire qualcosa. Scopo che si ottiene uccidendolo o comunque infliggendogli tali sofferenze da indurlo a preferire la resa. In queste condizioni, il problema posto da Beevor non ha senso. Se, all’interno di una città, i nemici sono in piccolissimo numero, l’operazione di rastrellamento sarà di competenza di alcuni reparti a ciò addestrati. Se invece il numero dei nemici è tale da impedire o quasi la conquista della città con procedure normali, e comunque a prezzo di gravi perdite e di operazioni che durano molto tempo, il sistema giusto ridiviene quello antico: si circonda la città, si tagliano le forniture di viveri, di acqua, e di elettricità, e si aspetta. Nessuna popolazione è sopravvissuta per più di qualche giorno, senz’acqua. Anzi, nei castelli c’erano di solito grandi riserve d’acqua per una piccola popolazione, nelle città attuali la popolazione è immensa e le riserve d’acqua sono insignificanti.
Naturalmente qualcuno – che non ha saputo nulla degli assedi – dirà che in questo modo si rischia di far morire tutta la popolazione. Senza capire che appunto, trattandosi di nemici, l’obiezione non vale nulla.  La morte del nemico, s’è già detto, è il primo modo di ottenere la vittoria. Quando Cesare assediò Alesia, la sua intenzione fu proprio quella di obbligare i Galli ad arrendersi, a costo di far morire l’intera città di fame. Né cambiò tattica quando gli assediati inviarono fuori dalle loro fortificazioni donne e bambini, nella speranza che i romani li nutrissero, e in modo che per i guerrieri rimasti a difendere Alesia ci fossero maggiori risorse. Il loro calcolo spietato si rivelò vano. Cesare non soccorse la popolazione civile (che morì di stenti) e Alesia dovette lo stesso cadere. Se poi Beevor pensasse che Cesare non sapeva come si fa la guerra, gli direi che siamo di parere diverso.
A Beevor bisogna tuttavia riconoscere che il problema può essere reso molto più complicato dal fatto che il nemico occupi una nostra città, e la popolazione che minacceremmo di morte sia composta di nostri connazionali. Ovviamente la nostra libertà di manovra ne sarebbe di molto diminuita. Ma si potrebbero comunque tagliare totalmente le forniture di carburante e di elettricità. La popolazione sopravvive (male) anche senza energia, mentre un esercito moderno, senza di essa, è alla disperazione. È incredibile la quantità di cose che ne dipende: le armi pesanti, le comunicazioni, la visibilità notturna, tutto. Senza energia, un esercito dispone solo dei fucili e di notte è cieco. Non si potrebbero neppure ricaricare i telefonini. In meno di una settimana si ricade all’età della pietra, mentre l’esercito attaccante dispone di tutti i vantaggi della modernità. La tecnica dell’assedio è eternamente valida.
Come si vede, contro un nemico più debole la difficoltà non è mai quella di vincere la guerra, ma quella – se è possibile - di impedire il massacro dei civili. Gli americani, apprestandosi ad invadere il Giappone, si trovarono di fronte esattamente questo problema. Temendo di rifare l’esperienza di Okinawa (e dunque di dover pagare la vittoria con la morte di molte decine di migliaia di fanti) preferirono far capire a Tokyo che rischiava la sua intera popolazione senza per questo riuscire ad opporre una valida resistenza. Il messaggio richiese la morte in due soli colpi di circa duecentomila persone, ma il prezzo fu modico, a paragone del numero di americani e soprattutto di giapponesi che sarebbero morti in una guerra per conquistare metro per metro l’arcipelago.
La guerra, avrebbe detto Lenin, “non è un pranzo di gala”. Ma dopo settant’anni di pace, in Europa si è dimenticato che cos’è. In guerra si uccide. E chi uccide di più vince. George Patton, col suo linguaggio spiccio, insegnava ai suoi soldati: “Voi non siete qui per morire per la vostra patria, voi siete qui per far sì che quel figlio di puttana del vostro nemico muoia per la sua”. 
Si può sperare che la nozione della guerra rimanga confinata nei libri di storia, ma si deve anche sperare che gli ignoranti non siano costretti a riapprenderla per esperienza e a loro spese.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
21 febbraio 2017
1 Antony Beevor, la Repubblica, articolo riportato da http://www.cinquantamila.it/storyTellerArticolo.php?storyId=58aad8cde8d36




permalink | inviato da giannipardo il 21/2/2017 alle 9:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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