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giannipardo@libero.it
POLITICA
16 novembre 2017
OMOFOBIA IMBECILLE
È assolutamente ovvio che il fatto di essere eterosessuali non significa affatto essere più intelligenti degli omosessuali. È assolutamente ovvio che il fatto di essere omosessuali non significa affatto essere più intelligenti degli eterosessuali. Infine è assolutamente ovvio che si ha il diritto di dare del cretino ad un omosessuale, o a qualcuno che crede di sostenere la causa degli omosessuali, esattamente come si ha il diritto di dare del cretino ad un eterosessuale.
Oggi eserciterò il penultimo di questi diritti. Ecco un articolo dell’Ansa.

“È di una gravità inaudita che sia stata inserita una simile domanda nel Progress test di medicina e chirurgia". Lo afferma la Ministra dell'Istruzione, Valeria Fedeli in merito alla domanda "quali delle seguenti percentuali rappresenta la migliore stima del verificarsi dell'omosessualità nell'uomo?" presente nel Progress test svolto nelle università italiane con corsi di laurea in Medicina e Chirurgia. La ministra auspica che la domanda sia eliminata e venga sanzionato il responsabile.
"Abbiamo avuto, in forma anonima, una delle domande del test Progress sottoposta oggi a 33.000 studenti di Medicina" e chiede "quale sia la stima del verificarsi dell'omosessualità nell'uomo", nel "contesto di un test su diagnosi, genetica, malattie e comportamenti da tenere dinnanzi a certe malattie". Lo scrive su facebook Cathy La Torre, esponente di Sinistra Italiana, vice presidente del Movimento Italiano Transessuali e legale di molte cause a favore di transessuali. Il Progress Test 2017 è rivolto agli studenti in corso iscritti a Medicina e Chirurgia (dal secondo anno in poi), per valutarne i progressi nell'apprendimento.
La Torre spiega di aver ricevuto il testo del quesito insieme a Marco Grimaldi, segretario piemontese di Sinistra Italiana: "Dunque - scrive su Fb - vogliamo sapere, e lo pretendiamo: se la comunità medica italiana, ritiene ancora che l'omosessualità sia una malattia. Vogliamo sapere: che senso ha chiedere a dei futuri medici la stima dell'omosessualità nell'uomo? Viene anche chiesta la stima della eterosessualità dell'uomo? Perché è bene ricordare che eterosessualità e omosessualità sono entrambe 'varianti' naturali del comportamento umano. Pretendiamo una risposta dalla Conferenza del Presidi delle facoltà di Medicina: perché questa domanda nel 2017? Non certo per rendere medici e scienziati persone migliori e con meno pregiudizi!". "Indignarci e chiedere spiegazione - conclude - è una delle poche armi nelle nostre mani".

Oggi molte persone ci avrebbero guadagnato a tenere la bocca chiusa. A partire dalla coltissima ministra della Pubblica Istruzione. “Gravità inaudita”, “che venga sanzionato il responsabile”, e altre affermazioni del genere, lasciano senza parole. Al confronto, la caccia alle streghe è stata quanto di più scientifico e morale si possa immaginare.
Innanzi tutto, stimare la percentuale di omosessuali nella popolazione può apparire come qualcosa di insopportabile - tanto da reagire con selvaggia virulenza - soltanto a chi ha dei pregiudizi in materia. Se la domanda avesse riguardato la percentuale di persone con i capelli rossi, nessuno avrebbe sollevato obiezioni. Salvo chi avesse avuto pregiudizi riguardo ai capelli rossi. Per le persone normali, quelle domande sono del tutto innocenti. 
Ma – si obietterà – la domanda era inserita nel contesto “di un test su diagnosi, genetica, malattie e comportamenti da tenere dinnanzi a certe malattie". A parte il fatto che si potrebbe considerare l’omosessualità come rientrante nel novero della genetica, e dunque nessuno potrebbe offendersi, eventualmente che male ci sarebbe a considerarle l’omosessualità una malattia o, almeno, un’anomalia? Nessuno nega che la polidattilia sia un’anomalia, e tuttavia nessuno si sogna di considerare inferiore qualcuno che abbia sei dita in ogni piede. 
Ma entriamo specificamente nella questione sessuale. Chi si permetterebbe di considerare un inferiore qualcuno che soffrisse di impotentia generandi o anche di impotentia coeundi? Certo l’impotenza è una malattia: prova ne sia che chi comincia a soffrirne corre da un medico e chiede se esistano rimedi. La malattia non è disonorevole, se non per chi soffre di pregiudizi. Lo stesso idiota (in senso psichiatrico) alle persone normali non ispira disprezzo, ispira una profonda pietà.
Non si può certo negare che in passato ci siano stati sentimenti e comportamenti inammissibili, nei confronti di alcune malattie. Un tempo era disonorevole soffrire di sifilide, perché era la classica malattia che si contraeva avendo a che fare con delle “donnacce”. E infatti la malattia faceva parte delle “veneree”. Oggi esistono gli antibiotici e Venere ha battuto in ritirata. È vero che essa è stata sostituita dall’Aids, per ragioni analoghe ed anche peggiori. E la gente dimentica che esistono donne moralissime, vittime di mariti traditori e incoscienti.
Interessante pure l’affermazione secondo cui “eterosessualità e omosessualità sono entrambe 'varianti' naturali del comportamento umano”. In primo luogo, se sono soltanto varianti, non si vede che male ci sia nell’inserire in un questionario una domanda sulle percentuali di frequenza di tali varianti. Inoltre, nulla impedisce che le varianti naturali siano patologiche. Che nascano bambini ciechi è una variante naturale ma nessuno negherebbe che la cattiva vista è una malattia e la cecità addirittura una menomazione. 
Analogamente, se l’impotenza è considerata unanimemente una malattia, perché sarebbe assurdo considerare una malattia un “orientamento sessuale” che ha gli stessi effetti dell’impotentia generandi? Come sempre, tutto nasce dalla paura che ciò che si dice dell’omosessualità finisca col dimostrare disprezzo per essa. Ma questo è un pregiudizio. E a chi protesta, in questi casi, bisognerebbe rivelare la tremenda verità: è lui, che ha dei pregiudizi in materia di omosessualità. 
Eterosessualità ed omosessualità non sono variabili naturali come i capelli biondi o neri. I capelli biondi o neri si pettinano come gli altri, mentre gli omosessuali non si riproducono come gli eterosessuali: e per la natura questo è un difetto gravissimo. Gli stessi pregiudizi omofobici sono nati dall’interesse che ha la specie a non estinguersi. Se la masturbazione è stata così vivacemente condannata dalla Chiesa è stato perché chi spreca il suo seme, invece di mettere incinta la sua donna, va contro l’interesse della specie. E la condanna cominciò con Onan, l’inventore del coitus interruptus. Per la stessa ragione la Chiesa ha vietato le pratiche anticoncezionali nel sesso fra coniugi. E per la stessa ragione ancora le società sono state violentemente omofobiche: in Iran ancora oggi impiccano dei giovani soltanto perché omosessuali. 
Se questi eccessi sono deprecabili, non per questo si può negare che la normalità vuole che l’uomo sia eterosessuale. E quando non lo è, è come se la natura avesse fallito il colpo. L’errore si ha quando l’umanità introietta talmente l’istinto di conservazione della specie, da commettere l’imperdonabile errore dell’omofobia. Oppure, per converso, introietta talmente le mode contemporanee, da commettere l’imperdonabile errore di vedere l’omofobia anche dove non è. 
C’è un bellissimo verbo inglese che manca in italiano: to stultify. Cretinizzare. La società in cui viviamo è stultifying, fa di tutto per cretinizzarci. E con alcuni, e alcune, ci riesce benissimo.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
16 novembre 2017




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POLITICA
15 novembre 2017
UNA SPERANZA PER LO ZIMBABWE
La notizia, in sintesi, è che il dittatore dello Zimbabwe (pronunziare /sim’babue/ con la “s” dolce, o sonora, e con due “b”), Robert Mugabe, è stato rimosso da un colpo di Stato militare. L’evento riguarda un dittatore africano non dei migliori, e giunge con circa trent’anni di ritardo sul desiderato. Chi sia e che cosa abbia fatto questo signore è lungo da raccontare, e chiunque può leggerlo su Wikipedia. Se poi legge l’inglese, può avere notizie ancor più particolareggiate su en.wikipedia.org. Ma qui basta l’essenziale.
Il colonialismo è stato un fenomeno storico che ha fatto il suo tempo. Come tutti gli eventi storici ha avuto luci ed ombre. Non fu giusto definirlo “the burden of the white man”, il fardello dell’uomo bianco, come se andare a comandare a casa d’altri fosse un dovere di cui farsi carico, nell’esclusivo interesse dei sottoposti. Ma certo non fu giusto demonizzarlo e renderlo responsabile di tutti i mali dell’Africa, della sua povertà e delle sue ingiustizie, come poi avvenne negli anni del sinistrismo delirante. Infatti quello sfortunato continente ha vissuto il peggio da quando gli europei lo hanno lasciato al suo destino. 
La lista è lunghissima. Il Congo ha avuto una lunga e sanguinosa guerra civile. La Somalia ha cessato di essere uno Stato ed è ancora dominata dai terroristi. Uganda e Burundi hanno conosciuto massacri orribili. L’Algeria, prospera sotto i francesi, è arrivata anni fa alla “guerra del pane”. La Libia, che cominciò a fiorire sotto gli italiani, è divenuta prima una dittatura e oggi neppure quella. Lo Stato più fiorente (e infatti meta di una enorme immigrazione di neri) è stato a lungo quello con la maggiore quantità di bianchi, il Sud Africa. Proprio quello demonizzato per l’apartheid. Ma forse il caso più emblematico è stato proprio lo Zimbabwe (pronunziare /sim’babue/ con la “s” dolce, o sonora, e con due “b”). Questo relativamente piccolo Paese (che tuttavia è di un terzo più grande dell’Italia) è stato un tempo, quando ancora lo governava Ian Smith e si chiamava Rhodesia,  così verde, così prospero, così ordinato, da essere detto “la Svizzera dell’Africa”. 
Poi ci fu la ventata dell’anticolonialismo, il Paese ottenne l’indipendenza, e il risultato fu che i bianchi che potevano andar via andarono via, mentre i “farmers”, che erano lì dalla nascita e amministravano prospere fattorie, furono prima pressantemente invitati ad andarsene e infine brutalmente espropriati senza indennizzo. 
Non val la pena di riprendere la brutalità della dittatura, le repressioni sanguinose, le tante imprese di Mugabe che ne hanno fatto un personaggio indecente o – come si usa dire oggi, come se si trattasse del ballo delle debuttanti – impresentabile. Lasciamo perdere il lato immorale e criminale di questa dittatura che dura all’incirca da trentasette anni. La domanda importante è: i provvedimenti conseguenti all’indipendenza hanno almeno prodotto la prosperità degli abitanti? La risposta è un risoluto no. Non soltanto la popolazione non è stata più ricca, ma l’ex Rhodesia ha conosciuto qualcosa che le era ignoto: la fame. L’economia è crollata, il popolo è stato talmente infelice che l’emigrazione si cifra in tre o quattro milioni di persone, cioè una buona parte degli abitanti dello Zimbabwe (pronunziare /sim’babue/ con la “s” dolce, o sonora e con due “b”).
Oggi c’è un colpo di Sato che rimuove Mugabe, ma a parte il fatto che quel dittatore ha novantatré anni, e se non lo rimuovono i militari lo rimuove una signora con la falce, ci si può chiedere se la nuova dirigenza sarà migliore della vecchia. Non dovrebbe essere difficile, ma non si sa mai. Ciò che è sicuro è che la Rhodesia è stato un posto molto più bello e comodo, in cui vivere, rispetto allo Zimbabwe (pronunziare /sim’babue/ con la “s” dolce, o sonora, e con due “b”  ). Dunque, quando si parla di colonialismo, bisognerebbe stare un po’ più attenti.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
15 novembre 2017




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POLITICA
14 novembre 2017
RESISTIBILE, IRRESISTIBILE
Un tempo, volontariamente o involontariamente,  si esprimeva la propria cultura con citazioni classiche, accenni alla storia, magari qualche detto latino. Oggi giornali e televisioni usano, al posto di questi riferimenti, i titoli dei film. Come se li avesse scritti Omero. O come se contenessero chissà quali perle. “Mission Impossible” invece di “Impresa disperata”, sai che differenza.
Fra i titoli effettivamente memorabili ce n’è uno di Bertolt Brecht, notevole perché spiega ironicamente l’ascesa di Hitler e perché contiene una sapida trovata linguistica: “La resistibile ascesa di Arturo Ui” (1941). La pièce ironizza sul successo di Hitler e del suo titolo rimane impresso soprattutto quell’aggettivo: “resistibile”. 
I grandi fenomeni storici hanno tali proporzioni da farci pensare che, per fermarli, bisognerebbe mettere in campo forze di pari dimensioni. E in realtà non è detto. Se una fucilata, partita per errore, avesse ucciso Napoleone durante l’assedio di Tolone, che ne sarebbe stato della sua epopea? Napoleone era largamente più capace dei polverosi generali austriaci, ma una setticemia, un aneurisma o anche, come avrebbe detto Pascal, da una goccia d’acqua, avrebbero potuto annientarlo. Resistibile e irresistibile sono due gemelli in costante lotta. 
A volte l’irresistibilità di un evento nasce dalla pervicace stupidità degli esseri umani. Ne ha fatto un capolavoro Jean Giraudoux, con la divertentissima commedia “La guerra di Troia non avrà luogo”. Ettore - la voce della saggezza - cerca in ogni modo di evitare un conflitto tanto sanguinoso quanto assurdo, e si trova a combattere contro il velleitarismo, l’ignoranza, l’imbecillità e la retorica dei suoi concittadini. I suoi sforzi sembrano avere successo - tanto il suo buon senso e la sua razionalità sembrano incontestabili - ma alla fine la guerra scoppia lo stesso. L’evento era “irresistibile”. Ed ora chiediamoci: la frattura della sinistra italiana era resistibile o irresistibile? 
Va osservato che nessuno dei protagonisti attuali ha caratteristiche uniche e irripetibili. Napoleone, come genio militare, era assolutamente insostituibile. Lo stesso Hitler, certo non un genio militare, fu eccezionale per il suo carisma, per la sua capacità di affascinare e sottomettere il prossimo. Fino ad impadronirsi di una nazione intelligente come la Germania e ridurla al rango di strumento di una follia criminale. Invece il massimo attore della sinistra italiana è Renzi: uno che la storia sicuramente non metterà al rango di Churchill o De Gaulle. 
La differenza fra Rockfeller e il vincitore di una lotteria è che il primo si arricchisce sempre più, mentre il secondo rischia di tornare alla povertà. In politica è la stessa cosa: Masaniello, Guglielmo Giannini o Matteo Renzi possono approfittare di un momento favorevole e sembrare giganti, ma questo genere di fortuna non dura. Renzi ha vinto la guerra ma non ha saputo amministrare la pace. Quando ha ottenuto il potere, invece di usarlo saggiamente, lo ha preso per un grosso giocattolo. Ha cominciato a svillaneggiare gli altri senza mai chiedersi se, in fin dei conti, il loro numero non potesse un giorno abbatterlo. E così i suoi nemici sono divenuti un esercito, facendolo alla fine apparire solo e perdente. Anche il popolo si è stancato di lui, ha perduto le suae illusioni, lo ha brutalmente licenziato nel dicembre del 2016 e gli ha inflitto una sconfitta dopo l’altra. 
Nessuno ha avuto chiarezza di visione. Renzi avrebbe dovuto capire che non si governa maltrattando tutti. I suoi avversari avrebbero dovuto capire che la sinistra non si chiama Renzi e la nazione è più importante dei singoli. Bersani e gli altri avrebbero dovuto sopportare ancora il piccolo tiranno, organizzando con calma la sua caduta senza organizzare nel contempo la propria. E quella della sinistra tutta. Ma al cuore non si comanda. Gli innamorati vedono la loro bella attraverso occhiali rosa, gli odiatori di Renzi l’hanno visto come il male assoluto. Qualcuno la cui sconfitta valeva tanto che, pur di ottenerla, si poteva anche condividerla. 
Così la sinistra sembra vivere qualcosa di ineluttabile. Sulla china del divorzio non ci sono mai freni sufficienti. Personaggi come Pisapia o Veltroni si sbracciano a lanciare appelli ma, quando gli avversari preferiscono la rovina dell’altro alla propria salvezza, non c’è nulla da fare. I greci, nella loro saggezza, hanno fatto della Discordia una dea, Eris, abilissima nello sfruttare la natura umana. Lei personalmente non si strapazza: si limita ad affidare il suo compito agli uomini e alle loro passioni ed essi l’assecondano con entusiasmo, rendendola irresistibile.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
14 novembre 2017




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POLITICA
13 novembre 2017
DETTO E NON DETTO NELLA SINISTRA
Quando ci sono dei contrasti, e si cerca di ricomporli, uno dei problemi è la corretta individuazione della materia del contendere.  È inutile discutere dei contrasti dei coniugi sull’arredamento, se la ragione taciuta per la quale i due intendono separarsi è il tradimento. 
Anche per quanto riguarda l’unione della sinistra, e in particolare la riconciliazione fra Pd e scissionisti, c’è un problema di detto e un problema di non detto. Il motivo pubblico è ideologico: il Pd, a sentire i fuorusciti, ha tradito gli ideali tradizionali. È divenuto più o meno un partito di centro e dovrebbe ritrovare le proprie radici. Tanto per fare un esempio, il Mdp ripropone con forza la legge cosiddetta dello “ius soli” per la nazionalità agli immigrati e la reintroduzione dell’art.18 dello Statuto dei Lavoratori. Il Pd, nella persona di Matteo Renzi, si pone invece come inamovibile. È la montagna che dice a Maometto: “Puoi scegliere se venire o no. Certo io non posso spostarmi”. Fra l’altro spostarsi per andare verso posizioni elettoralmente pericolose? In queste condizioni gli sforzi dell’instancabile Giuliano Pisapia, quelli che potrebbero un giorno fare Pietro Grasso, Romano Prodi o Walter Veltroni sembrano inutili. Il fossato è troppo grande. La riconciliazione è al prezzo del rinnegamento di sé di uno dei contendenti. Ma è veramente questa, la materia del contrasto? 
In ogni grande partito esistono tendenze contraddittorie. La Democrazia Cristiana era una federazione di partiti, non raramente in lotta fra loro. Persino nel monolitico Pci esistevano “correnti” in continua competizione, per esempio (salvo errori) massimalisti e miglioristi. Una grande formazione politica permette la discussione interna ma, una volta che si è votato, la maggioranza prevale e i dissenzienti, per disciplina, si conformano alla sua linea ufficiale. E allora, perché si è avuta una scissione nel Pd?
Il non detto è che la materia del contendere ha un nome e cognome: Matteo Renzi. Quest’uomo si è fatto tanti nemici che non soltanto il partito si è spaccato, ma molti sono disposti a non contare più nulla, politicamente, pur di non convivere con lui. Che tutto ciò sia ragionevole o irragionevole; che Renzi meriti o non meriti questa ostilità; che l’atteggiamento dei contendenti nasca dalla legittima difesa o dall’autolesionismo, poco importa. Bisogna soltanto vedere se il nocciolo del problema sia ideologico – cosa inverosimile – o puramente umano e interpersonale. Perché se così è, è di questo che bisogna discutere.
Interessante è il fatto che, all’interno stesso del Pd ci siano personaggi - come Cuperlo – che non sono alieni dal dialogo con gli ex compagni del Mpd. Costoro dunque sanno bene che dal punto di vista ideologico c’è modo di mettersi d’accordo. Si tratta fondamentalmente di persone. 
Se il problema è Matteo Renzi, la discussione non dovrebbe girare a vuoto. Bisognerebbe avere il coraggio di affermare: “L’unità della sinistra è al prezzo dell’allontanamento di Matteo Renzi”.  Ovviamente dicendo questo ci si attirerebbero molte critiche. La politica è più importante dei singoli. Renzi ha fatto questo e quell’altro di buono. Renzi è il legittimo segretario del Pd. Non ultimo il rimprovero di far prevalere un rancore personale sul bene della nazione. 
Ma la possibile risposta non sarebbe difficile: “Giusto o sbagliato che sia, se appena Renzi si fa da parte, i contrasti si appianano. Il rimprovero perché non lo rivolgete a lui? È un singolo, è a lui che bisogna chiedere se il suo ego sia più importante della nazione”. Il Paese dovrebbe percepire il brutale dilemma: Renzi, e sinistra spaccata e perdente, o non Renzi e sinistra unita e vincente? In modo da far ricadere su di lui la colpa della futura sconfitta.
Questi ragionamenti non vogliono attribuire torti e ragioni. Fra l’altro le proposte politiche ed economiche del Mpd sono arcaiche e nettamente più negative dalle linee di condotta del Pd. Perché insistere sull’articolo 18 o sull’apertura indiscriminata ai migranti, quando il Paese è nettamente contrario, e c’è chi conta di vincere le elezioni battendo sulla politica della lotta agli sbarchi? Probabilmente, come posizione programmatica, è piuttosto il Pd ad essere dal lato del giusto. Ma la questione è puramente fattuale. Se Renzi è la pietra d’inciampo, va rimosso. Se non è lui, probabilmente alla frammentazione non c’è rimedio, perché il Mpd sarebbe veramente tornato alle radici irrealistiche della sinistra estrema. Quella senza speranza e capace soltanto di fare danni al Paese.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
13 novembre 2017




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POLITICA
11 novembre 2017
TROPPI CANI
Ogni volta che molti cani circondano una sola volpe, si ha tendenza a parteggiare per la volpe.  Se la vittima designata è un cinghiale, la lotta è un po’ più equilibrata, ma rimane sempre il disagio di vedere tanti attaccanti contro un unico bersaglio. Renzi è un cinghiale ma oggi è attorniato da tanti cani che si avrebbe voglia di esprimergli solidarietà. Peccato che egli scoraggi questi nobili sentimenti.
Ma le ragioni per le quali i suoi compagni di partito sono in disaccordo, riguardo a una politica orgogliosa e solitaria, sono plausibili. Con la nuova legge elettorale è praticamente impossibile che un partito possa governare senza alleati. E comunque questa prospettiva non si pone neppure, per il Pd. Già nessuno la crede realistica per il M5s , un partito che, per i suoi stessi principi, aspetta di avere da solo la maggioranza, per andare al governo: ma per il Pd assolutamente non se ne parla. La conseguenza è che, se non si allea con nessuno, Renzi potrà essere al massimo il “junior partner” di una coalizione vincente. 
Le possibili formazioni vincenti, sulle base dei dati attuali,  non potrebbero essere che la coalizione capeggiata da Berlusconi, oppure – ipotesi poco probabile – un M5s che finalmente cambia idea, accetta di andare al governo e si allea con la sinistra. Non soltanto relegandola – appunto – al ruolo di “junior partner”, ma coinvolgendola poi nel discredito procurato ai “grillini” dall’esercizio di un potere al quale non sono preparati. Attualmente sembra che l’unica scelta, per il Pd, sia fra Scilla e Cariddi.
Per evitare questo infelice esito, a sinistra molti – dentro e fuori del Pd –auspicano un’alleanza elettorale che passi sopra le differenze ideologiche (se ce ne sono) e soprattutto sopra i rancori accumulati. E il primo a rendersi conto di questa necessità è probabilmente lo stesso Renzi. Purtroppo, la condizione che molti pongono, alcuni con parole coperte, altri expressis verbis (come i fuorusciti del Pd) è che Renzi si faccia da parte. Quell’uomo è riuscito in poco tempo a farsi tanti nemici che oggi è più facile contare i suoi amici. E forse due mani sono troppe.
Ciò che la politica gli propone non è un ridimensionamento, è un totale annullamento. Se egli rinunciasse alla segreteria del Pd e al potere di determinare le candidature, di botto non conterebbe più niente. Potrebbe arrivare a vedere i candidati alle prossime elezioni attenti a non farsi fotografare accanto a lui. La richiesta di un passo indietro fa pensare al tentativo di convincere il tacchino a sacrificarsi volontariamente per l’Indipendence Day.
Per Renzi si tratta della sua sopravvivenza ma la sua leggendaria energia non è detto che basterà. Se “troppe lepri sono la morte del cane”, figurarsi quando si tratta di “troppi cani intorno a una lepre”. Ma se alle elezioni di primavera il suo partito subirà una notevole batosta, c’è ancora il rischio che i suoi “amici” riusciranno a metterlo da parte. Meste considerazioni. Renzi non è un uomo insignificante. In politica è un drago, ha energia da vendere, e sarebbe potuto essere molto utile al Paese. Purtroppo è stato sconfitto dal suo stesso cattivo carattere e dalla sua tendenza ad esagerare. Si direbbe che i partitini alla sinistra del Pd preferiscano l’idea di scomparire all’idea di obbedire a Renzi. Come programma hanno all’articolo 1 la sua eliminazione. 
Quando quell’uomo era in auge, chi lo criticava sembrava avere un pregiudizio, mentre in realtà il mondo della politica era troppo generoso e tollerante, con lui. Ma poi il vento è cambiato così nettamente, che oggi ci si può chiedere se non si stia esagerando nell’altro senso. Renzi è oggetto di un odio così viscerale da ricordare l’antiberlusconismo. Solo che, qui, lo scontro è dallo stesso lato della barricata. 
Chissà, se mesi fa Renzi avesse cominciato a distribuire sorrisi, a riconoscere qualche torto e a tendere la mano,  forse sarebbe riuscito a risalire la china. Ormai è troppo tardi. Siamo a un passo dallo scioglimento delle Camere e presto la campagna elettorale passerà alla fase dell’accanimento. Chi tende la mano rischia di vedersela tagliare. Fra l’altro, se dopo le elezioni non si riuscirà a formare un governo, può darsi che si sia chiamati a votare nuovamente e appare difficile che il Pd si lasci ancora guidare da Renzi. 
Personalmente non ho mai nascosto la mia antipatia, per quest’uomo. Ma confesso che mi dispiace vedere il tramonto di una stella. Si verifica per colpa sua, ma non si può non rimpiangere l’assenza di un prim’attore del suo calibro. In un mondo di capponi, è sempre stato un gallo. In un mondo in cui moltissimi hanno come sogno impossibile quello di un posto da Sottosegretario, lui ha dimostrato di saper varcare il Rubicone, ha visto in grande ed ha giocato in grande. Questa dimensione gli va riconosciuta. È triste che l’Italia perda questo protagonista soprattutto per difetti di carattere e di comportamento che dopo tutto avrebbero potuto essere secondari.  
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
11 novembre 2017




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POLITICA
10 novembre 2017
L'UMANITA' E' ORFANA
Quando, improvvisamente, mio padre è morto, mi è dispiaciuto per lui. Quando improvvisamente, due anni dopo, è morta mia madre, mi è dispiaciuto per me. Perché, pur essendo al di là dei trenta, mi sono sentito orfano. E il sentimento mi ha molto sorpreso. Mi consideravo un adulto capace di badare a me stesso e i miei rapporti con quella donna non erano stretti come in tante altre famiglie. Tuttavia in quell’occasione percepii chiaramente che, da quel momento in poi, della mia sorte non sarebbe importato seriamente a nessuno. L’unico, vero cordone ombelicale che avevo avuto, ed avrei mai avuto, era reciso.
Ho riflettuto parecchio, su questo sentimento. Alla nascita, l’essere umano è incapace di sopravvivere da solo. Per molti anni, anche se non se ne rende conto, per lui è ovvio che altri deve provvedere alla sua sicurezza, alla sua nutrizione, alle grandi decisioni. Ed è questo, il nostro imprinting. Soprattutto in una società, come la nostra, in cui non si diviene adulti al momento della pubertà ma magari a venticinque o trent’anni. L’apprendimento dell’età adulta, il momento in cui si diviene interamente responsabili di sé stessi, arriva tardi. Tanto tardi da rappresentare infine una sorpresa e una causa di smarrimento. A chi chiedere un consiglio, un aiuto, un orientamento, nel dubbio, se i nostri coetanei sono come noi, non ne sanno più di noi, e comunque non sono interessati a noi quanto lo erano i nostri genitori?
Lo stesso fenomeno si verifica per la società intera. L’insieme degli uomini è composto di bambini non interamente cresciuti che, non avendo più i genitori, se li fabbricano con la fantasia. Dio, per esempio, non a caso è chiamato dai cristiani “Dio Padre”. E malgrado ogni smentita della realtà, si ama credere che Qualcuno sovrintenda alle vicende umane (la Divina Provvidenza) che ci sia una giustizia finale, che la realtà abbia un senso, che in caso di bisogno possiamo “pregare” e sperare in un ’“aiuto dall’alto”.  Naturalmente l’esperienza non ci mostra alcun segno dell’intervento di questi genitori immaginari, ma molti non rinunciano a credere in loro, perché, se ci rinunciassero, dovrebbero ammettere di essere orfani.
L’epoca moderna, lo sviluppo della scienza e della tecnologia, la civiltà materialistica in cui siamo immersi, hanno talmente saccheggiato la religione, da averla quasi interamente demolita. Essa rimane più come esigenza che come soddisfazione, più come speranza nella fratellanza umana che come seria accettazione della sua dottrina. E per questo, dalla Rivoluzione Francese in poi, la religione è stata in larga misura sostituita dalle ideologie. Qualcuna di esse, come il nazismo, è stata programmaticamente oppressiva ed assassina, ma quella che ha provocato i più grandi guasti è stata il marxismo. Questo ideale di società ha causato più miseria e dolore di guerre e pestilenze. Una tale quantità di sofferenze che dimostra l’assenza di Dio. Perché anche un dio mediocremente perbene sarebbe intervenuto a porvi un termine. E tuttavia, qual è stata la causa del suo successo? La promessa di un padre che si occupa di tutto, che risolve tutti i problemi, che elimina tutte le ingiustizie, che scarica l’individuo da ogni responsabilità. Purché obbedisca pedissequamente, come un bambino. 
Anche qui, le smentite della realtà sono state durissime e costanti, ma tra “Culto della Dea Ragione”, tra socialismo, marxismo e comunismo, l’umanità ci ha messo oltre due secoli per essere finalmente delusa da questi falsi genitori. È soltanto negli anni recenti, soprattutto dal momento dell’implosione dell’Unione Sovietica, che l’umanità si è rassegnata a non credere né in Dio né in Marx. E purtroppo non ha trovato sostituti.
Per chi guarda la società contemporanea, la sensazione, nei Paesi sviluppati, è che si viva a caso. Non si sa a chi rivolgersi, per avere una guida, a chi chiedere la soluzione dei problemi, e da che direzione potrà arrivare un aiuto. Questo spiega la crisi economica e politica.
In economia, si sono spinti talmente lontano i principi dell’idealismo e della protezione dei più deboli, che la produzione di ricchezza è largamente diminuita e le grandi società sembrano in stallo. Prosperano soltanto quei Paesi che, essendo indietro nell’entusiasmo per le ideologie, lasciano fare alla natura e ai difetti degli uomini più che ai loro presunti pregi.
In politica, un po’ tutti i partiti sono in crisi perché, mentre il consenso è generale sul punto che il meno cattivo dei regimi è quello democratico, non si sa più per quale partito votare. Perché tutti i partiti hanno le idee confuse. Cercano di interpretare le idee e i desideri del popolo, ma il popolo non sa che pensare. Ognuno chiede all’altro, nessuno risponde, e ci si accorge che veramente si è soli. Gott ist tot, “Dio è morto”, scriveva Nietzsche, ma ai suoi tempi non erano ancora morti i suoi sostituti. Oggi il Cielo è totalmente vuoto, le chiese sono deserte, si chiudono le sezioni dei partiti, nascono tendenze politiche deliranti, più capaci di distruggere che di costruire. Infatti esprimono la disperazione del bambino. Insomma, stiamo tutti aspettando che una sorta di nuovo Messia ci salvi da questa incertezza.
Accettare la propria condizione di adulti è difficile non soltanto dopo i trent’anni, ma anche dopo i sessanta. Pangloss diceva scemenze, e seguendo i suoi consigli Candide si era più volte messo nei guai. Ma nel romanzo di Voltaire alla fine Candide capisce che la soluzione è la banale vita quotidiana, quella in cui ciascuno si occupa delle proprie necessità (“il faut cultiver notre jardin”) senza pensare ad altro. Ma a questo livello di decostruzione delle ubbie non molti arrivano. Non è facile digerire l’idea che la realtà è soltanto ciò che ci appare, che la nostra vita non ha senso, che nessuno veglia su di noi, che non dobbiamo sperare in nessun magico aiuto. E forse ci riuscì Candide soltanto perché era un personaggio di romanzo.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
10 novembre 2017




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POLITICA
9 novembre 2017
INTERPRETAZIONE DEL SUCCESSO DEL M5S
Secondo le previsioni di tutti, in campo nazionale il M5s non ha nessuna possibilità di ottenere il 51% dei voti. Nel frattempo è noto che il Movimento rifiuta qualunque apparentamento, alleanza o coalizione con gli altri partiti. Si direbbe che l’unica via prevista per arrivare al governo sia per esso l’ottenimento di quella quota percentuale che tutti reputano impossibile. Naturalmente questa impossibilità è nota anche ai dirigenti del Movimento e ciò malgrado essi continuano a proclamare: “Noi non ci alleeremo con nessuno”. Sono matti?
Non sono matti. Sono acutamente coscienti che il voto che va a loro non è un voto “per” ma un voto “contro”. Il fenomeno, dal punto di vista politico, è stato la spina dorsale della politica italiana dalla fine della Seconda Guerra Mondiale fino all’implosione dell’U.r.s.s. Per tutti quei decenni chi aveva un’ideologia votava per il Partito Comunista Italiano, chi era contro quell’ideologia votava per la Democrazia o i suoi alleati minori. E ciò quand’anche avesse reputato la Democrazia Cristiana e i suoi alleati minori un’accozzaglia di bigotti, di incapaci e perfino di corrotti. Memorabile l’invito di Montanelli, prima delle elezioni del 1976: “Turatevi il naso e votate Dc”.
Oggi tuttavia abbiamo un’importante novità. Mentre prima chi votava per la Dc votava contro il Pci, e chi votava per il Pci votava contro la Dc (si chiamò “bipolarismo imperfetto”, nel senso che un partito stava sempre al potere e l’altro stava sempre all’opposizione) oggi il Movimente 5 Stelle è contro, ma non contro un partito soltanto: è contro tutti i partiti. Se i “grillini” si alleassero con qualche partito, perderebbero questa loro caratteristica, diventerebbero loro stessi un partito fra gli altri, e forse correrebbero il rischio di perdere gran parte dei loro elettori. Indurli a a votare “per” qualcosa è fin troppo rischioso. Ma se le cose stanno così, il voto per il M5s – che di fatto viene conservato in frigorifero e non utilizzato mai, come è avvenuto in Parlamento dalle elezioni del 2013 – corrisponde ad un voto non dato. Cioè all’astensione. E questo rivoluziona il nostro punto di vista sui risultati elettorali.
 Secondo calcoli che, per non annoiare il lettore, riporto in nota(1), se aggiungiamo all’astensione ufficiale il voto dato al M5s, in Sicilia l’astensione è stata del 69,46% e ad Ostia del 73,53%. E questi sono dati impressionanti. Simili percentuali implicano un rigetto pressoché totale della politica. Solo tre italiani su dieci, in media, si scomodano per partecipare alla vita politica. Dunque i “rappresentanti del popolo” non sono più i “rappresentanti del popolo”, sono i rappresentanti dei meno pigri, dei meno scoraggiati, o dei più personalmente interessati. 
Naturalmente tutti deprecano questo stato di cose e tutti sanno che vincerebbe qualunque tornata di elezioni chi riuscisse a portare alle urne anche solo la metà o un terzo degli astensionisti. Ma questa impresa non riesce a nessuno. La ragione di questo immobilismo, a mio parere, nasce dall’impossibilità di apportare grandi cambiamenti al modello politico ed economico dell’Italia. Un po’ per gli impegni internazionali e molto per la sostanziale volontà degli italiani di non cambiare niente di fondamentale. Ma anche se la causa fosse un’altra, il fatto rimane e bisogna prenderne atto. Il disinteresse per la politica è “here to stay”, è qui per rimanere. 
Così può anche dirsi che il nostro sistema non è tripolare. Malgrado ogni discussione, il nostro è ancora un sistema bipolare. E se fosse tripolare sarebbe destra-sinistra-astensione.
Per completezza di esposizione bisogna fare l’ipotesi che, nella disperazione generale, non riuscendo i partiti a costituire un governo nel 2018, si sia obbligati a tornato al voto e finalmente il M5s ottenga il quel 51% o più di cui parla da sempre. Ebbene, a quel punto il Movimento sarebbe costretto a governare, a sporcarsi le man,  a fare politica positiva, probabilmente con gli stessi risultati (disastrosi) che ha avuto a Roma. E ciò non tanto per la sua (abbondante) incapacità ed inesperienza, quanto perché, anche ad avere la capacità e l’esperienza, non c’è modo di raddrizzare l’Italia. Come dimostrato dai grandi partiti che l’hanno governata fino ad ora. Ma poiché gli italiani questo non lo sanno, sarebbero molto delusi, e quello sarebbe il momento in cui il partito di Grillo sparirebbe per sempre.
Questo conferma che gli eletti del Movimento non sono matti. Sanno che, finché faranno parte dell’astensionismo, saranno chiamati onorevoli, faranno molto baccano e contribuiranno al folklore in Parlamento. Buon divertimento.  Peccato che votino anche contro chi si rende conto che comunque la baracca va governata. Male, certo. Ma è meglio non governarla affatto?
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
9 novembre 2017

(1) Esaminando i risultati di una tornata di elezioni bisognerebbe togliere dal novero dei voti quelli cosiddetti “di testimonianza”. Chi vota per  il “Partito degli onesti” o per il “Partito dei cacciatori” dà il suo voto a qualcuno che non andrà mai al governo. Vota soltanto per dire come la pensa, dunque “testimonia la propria opinione”. Questo voto è molto vicino all’astensione. Di fatto conterà soltanto se il piccolo partito si associa ad una coalizione: ma soltanto perché conterà la coalizione.
In Sicilia il “partito dell’astensione” ha avuto il 53,24% dei voti. Ma il 34,70% di quel 46,76%, dato ai “grillini”, se accettiamo il principio dell’equivalenza del voto per il M5s all’astensione, questa sale a  (46,76x0,347=16,22) , un impressionante 53,24+16,22 = 69,46%. Se poi consideriamo che i voti dati a Fava, a La Rosa e perfino a Micari erano assolutamente senza speranza, rimane il voto di Musumeci, che corrisponde al 18,60% degli aventi diritto. Insomma la conclusione del voto in Sicilia non dovrebbe essere che “hanno vinto i moderati guidati da Berlusconi”, ma “hanno perso tutti i politici, perché il partito della non-politica ha ottenuto l’81,40% dei voti.
La riprova si ha ad Ostia, città di duecentocinquantamila abitanti, dunque tutt’altro che insignificante, dove la percentuale dei votanti è stata del 36,1%. Dunque il partito dell’astensione è partito con un 63,9% di consensi. Il centrodestra ha ottenuto 26,68% di quel 36,1, corrispondente al 9,63% degli aventi diritto e dal momento che il resto dei voti si è perso fra M5s e liste che non avevano sostanzialmente alcuna speranza (il 9,08% a Casa Pound, e l’8,6% al partito di un ex parroco), si ha che l’astensione è stata in sostanza del 63,9+9,63 = 73.53% di astenuti.  Non siamo lontani dai risultati siciliani.
La conclusione è che non ha perso questo o quel partito, ma è tutta la politica italiana che ha perso gli elettori e non suscita il loro interesse.
G.P.




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vita da impiegato
8 novembre 2017
RENZI VA AVANTI COME UN TRENO
Che cosa spiega l’incompressibile voglia di parlare di Renzi? Il fatto che il personaggio sia paradigmatico. Il personaggio è tale quando corrisponde a un  tipo umano e quando la sua rappresentazione ha un notevole livello artistico. Per esempio, l’idealista in buona fede ma non del tutto sano di mente, un po’ imbecille e privo di senso pratico ma generoso, si è incarnato una volta per tutte in Don Chisciotte. Al punto che in italiano esiste anche l’aggettivo, donchisciottesco. Tutti ci siamo innamorati, una volta o l’altra, ma l’innamorato paradigmatico è Romeo, così come l’ipocrita religioso sarà per sempre il Tartufo di Molière. Anche lì c’è l’aggettivo: tartufesco.
Matteo Renzi è paradigmatico di un tipo umano che purtroppo non ha avuto il suo personaggio eponimo, anche se sin dalla remota antichità se ne sono avuti esempi. Indimenticabile quel Cleone di cui parla Tucidide nella “Guerra del Peloponneso”, quello che passava il tempo a criticare ferocemente la condotta della guerra, perché gli ateniesi non riuscivano a conquistare Sfacteria, finché Atene non gli conferì la carica di stratega e l’incaricò di realizzare lui stesso quell’impresa. Cleone, che per mestiere faceva il cuoiaio  (e per vocazione il demagogo senza scrupoli) si schermì ma alla fine non poté dire di no. Partì e – oh stupore – ebbe successo. Così si convinse di essere un grande stratega, affrontò con fiducia la successiva battaglia e non soltanto la perse, ma rimase lui stesso ucciso. 
Anche Renzi non ha cominciato la sua carriera come un rocciatore che sale metro dopo metro. È partito come un razzo, in verticale, e presto si è trovato fra le nubi. Questo gli ha fatto credere di essere imbattibile. Invulnerabile, protervo e spietato con i vinti come Achille. Del resto, la sorte beffarda ha a lungo confermato questa sua prima convinzione. Per almeno due anni l’ha fatto passare di successo in successo, fino al momento in cui – accecato da una furiosa hybris – ha provato a cambiare la Costituzione e la legge elettorale, prefigurando una sola camera, dominata da un solo partito, dominato a sua volta da un solo uomo: un uomo che non poteva chiamarsi che Matteo Renzi. Ed in Parlamento ha imposto questi cambiamenti a colpi di voti di fiducia. Traduzione: “O votate come dico io o ve ne tornate a casa tutti”.
Al momento della conferma della riforma col referendum popolare era talmente sicuro del risultato da dire che, se non avesse avuto il “sì” richiesto, si sarebbe ritirato dalla politica. Attenzione: non intendeva dire che l’eventuale delusione l’avrebbe indotto a tornare alla vita privata, intendeva dire che avrebbe privato il popolo italiano della sua insostituibile guida. 
Fu a quel punto che la Sorte si stancò di tenergli bordone e la ruota girò al contrario. Gli italiani gli dissero “no” e lo invitarono a lasciare la politica. Lui non lo fece - insomma fu tanto generoso da non attuare la minaccia - ma da quel momento cominciò a perdere colpi. Non gliene andava bene una. Il suo stesso partito, in odio a lui, si spaccò, la sua aura di invincibilità andò in pezzi e tutti i nemici che si era fatti col suo atteggiamento sprezzante si coalizzarono contro di lui. Prima era stato l’uomo del destino, ora era la testa di turco. 
Ma questo non era il peggio. Il peggio fu che da quel momento cominciò ad inanellare sconfitte elettorali. Naturalmente queste fanno parte della vita politica, ma nel suo caso pesarono di più, perché lui svillaneggiava chiunque non gli desse ragione perché pensava di avere il sostegno dei cittadini. E così, nel momento in cui le elezioni si dimostrarono tutt’altro che dei trionfi, Renzi si sentì sguarnito, si ritrovò senza amici, e in fin dei conti si aggrappò alla carica di Segretario: l’ultima grande vittoria alle primarie di partito, frutto autunnale prima di un inverno arido e improduttivo. Dimenticò così la lezione di chi l’aveva preceduto, e in particolare di Gianfranco Fini, per cui una carica tenuta con la forza, e non col consenso, non fa che incrementare negli altri la voglia di annientarlo.
Purtroppo, di tutto ciò che si è detto Renzi ha capito poco. Crede che il suo destino di vincente sia inattaccabile e dunque di non dover cambiare cifra di comportamento. Va avanti come un treno, senza chiedersi se le rotaie ci siano ancora. Le sconfitte le cancella con un sorriso. Continua a vantare i successi del suo governo, anche dopo che, nel dicembre del 2016 gli italiani gli hanno detto che non li avevano visti. Continua a non cercare alleati, convinto di potercela fare da solo, perché sostenuto dagli italiani, mentre gli italiani votano per Grillo o per Berlusconi. Continua a trattare con albagia anche gli alleati, e non si accorge che la fila di coloro che lo hanno abbandonato è talmente lunga che si perde nella nebbia. Il Pd prende una tremenda legnata in Sicilia, ma lui ha l’aria di dire che la cosa non lo riguarda.
Francamente, non c’è modo di sentire umana compassione per qualcuno così. Dio sa che cosa deve capitargli, perché capisca quel che gli sta succedendo.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
9 novembre 2017




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POLITICA
7 novembre 2017
IL SERPENTE CHE SI MORDE LA CODA
L’immobilismo induce i cittadini all’astensionismo. Ma sono i cittadini che producono l’immobilismo. Sicché, a conclusione di questo anomalo sillogismo,  può dirsi che i cittadini prima producono l’immobilismo, poi ne sono disgustati, ne danno la colpa ai politici e per questo si astengono dal voto.
Non è un gioco di parole. È vero che, se A è causa di B, non può essere che B è causa di A. Ma esiste un concetto che concilia l’inconciliabile: l’interazione, quella che lo Zingarelli definisce “influenza reciproca di persone, fenomeni, sostanze”. Quella che gli anglosassoni chiamano “feedback”. Ed è proprio questo il caso.
L’Italia appare immodificabile. Nel corso degli anni, soprattutto dalla scomparsa della Democrazia Cristiana, abbiamo visto rinnovarsi i partiti, mutare i governi, addirittura per qualche tempo abbiamo avuto un sostanziale bipartitismo, che è il tipo di regime che assicura il massimo ricambio. E tuttavia, nel cambiare dei programmi e delle teorie politiche, si è avuta la sensazione che le cose sono sempre rimaste come prima. Se la congiuntura è favorevole, l’Italia va bene e l’economia tira. Se c’è una crisi come quella cominciata nel 2008, la politica – non i partiti politici, la politica tutt’intera – non sa che farci. Tanto che votare per questo o per quello non serve a niente e non fa differenza. E appunto, se non fa differenza, a che scopo votare? Dunque l’immobilismo produce l’astensionismo. 
Ma il colpevole dell’immobilismo è la classe politica? Forse no. Perché attualmente è impossibile cambiare molti dogmi degli italiani. Ecco un esempio: gli italiani pensano che lo Stato debba occuparsi di tutto e risolvere ogni problema. Così gli assegnano mille compiti. Ma lo Stato da un lato li assolve malissimo, dall’altro, per svolgerli, sarà costretto a imporre una pesante tassazione, che a sua volta deprimerà ulteriormente l’economia. Ma a questo punto la gente pensa che lo Stato debba intervenire nella produzione per salvare l’economia,  gli assegnerà ulteriori compiti, che lo Stato assolverà male, e per svolgerli aumenterà ancora la pressione fiscale, col risultato di peggiorare le cose. Loop.
 L’immobilità dell’Italia nasce dal fatto che, per vincerla, bisognerebbe che gli italiani fossero disposti a cambiamenti cui non sono disposti. Infatti sono loro che vogliono l’Italia com’è. Sono loro che rifiuterebbero - assolutamente indignati - i provvedimenti che rappresenterebbero la soluzione. 
La legislazione sul lavoro tende a rendere costosissimo il lavoro a tempo indeterminato, e a rendere pressoché impossibile licenziare i dipendenti, anche quando se lo meritano, anche quando l’impresa sta per andare in rovina. Il risultato è che ci sono lavoratori privilegiati e un mare di precari e di disoccupati.  I privilegiati, rischiando poco, producono poco. Soprattutto quando sono dipendenti pubblici. E tutto questo crea discriminazione, rabbia, mancato ricambio del mercato del lavoro, bassa produttività ed altro ancora. Ma gli italiani non sono affatto disposti a mettere in discussione il sistema. Ognuno desidera far parte dei privilegiati, non abolire il privilegio. Dunque, anche per questo verso, ci si tiene stretto l’immobilismo.
Lo stesso vale per la sanità, per la scuola, per le ferrovie, per tutto. Gli italiani sono attaccati come cozze allo statu quo. Gli immobili rimproverano ai politici di lasciare l’Italia immobile. Gli rimproverano di non far correre l’automobile di cui loro tirano il freno. E questo spiega l’affermazione circolare con cui si è cominciato. 
Si reputa insopportabile il livello di disoccupazione italiano, ma quanti sarebbero disposti a permettere che il datore di lavoro paghi una miseria il lavoratore? Eppure, la concorrenza fra i richiedenti un’occupazione farebbe da prima abbassare le paghe, ma poi le paghe più basse farebbero ripartire la produzione, questa richiederebbe una più grande forza lavoro, e questa maggiore richiesta farebbe aumentare i salari, riportando la situazione in equilibrio. Ma quale politico avrebbe successo, se proponesse questo programma?
L’Italia preferisce l’immobilità della morte agli spasmi di una crisi da cui si potrebbe uscire andando verso la guarigione. Per questo bisognerebbe smetterla di prendersela con i politici. I colpevoli siamo tutti noi, che abbiamo preso per buone le sciocchezze che ci hanno predicato per decenni . Che ci hanno predicato perché ci piaceva che ce le predicassero. Così si è parlato continuamente di diritti e mai di doveri, di conquiste sindacali e mai di collaborazione col datore di lavoro. Si è maledetto il profitto invece di benedirlo, perché profitto significa produzione  di ricchezza. Abbiamo preferito lo statalismo, l’invidia, l’uovo oggi alla gallina domani, dimenticando che, se si mangiano tutte le uova, alla fine non ci saranno né uova, né pulcini, né galline.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
7 novembre 2017




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POLITICA
5 novembre 2017
LA VIPERA NELLE MANI DEI MAGISTRATI BELGI
Non vorremmo essere nei panni dei magistrati belgi che devono decidere sulla possibile estradizione di Puigdemont e degli altri quattro “consiglieri” catalani. È brutto comparire dinanzi ad un giudice che ti condannerà in ogni caso. E stiamo parlando dei rischi che corrono i magistrati belgi,  non di quelli che corrono i catalani. Non è un paradosso.
Una decisione che ha effetti politici è inevitabilmente vista come politica. Se Puigdemont e compagni fossero accusati di furto, non ci sarebbero problemi. I ladri sono malvisti tanto a Bruxelles quanto a Barcellona o a Madrid. Invece queste persone hanno posto in essere un’attività vietata tanto dalla Costituzione quanto dal codice penale  ma la fattispecie, pur essendo giuridicamente illecita quanto il furto, non è affatto la stessa. La tecnica non è l’unico metro di misura.
Immaginiamo che qualcuno abbia un cancro al dito mignolo della mano sinistra. Se, amputato quel dito, il cancro cessa di essere un pericolo, non ci sarebbero problemi. Non soltanto si procederebbe immediatamente a quel taglio ma ci si congratulerebbe con l’interessato: “Hai scoperto in tempo la minaccia e te la sei cavata con poco”. E se si trattasse di un famoso pianista? Chi non penserebbe all’azzeramento di tanti anni di studio, agli infiniti sforzi per arrivare alla fama e alla carriera artistica distrutta? Quel dito, per un pianista, corrisponde quasi a tutta la vita. 
Nel caso dei catalani, il problema giuridicamente è banale. Se esiste un trattato di estradizione fra Spagna e Belgio, il Belgio non può che estradarli. Ma, se lo farà, sarà giudicato peggio che severamente dai molti che ritengono lecito battersi per l’indipendenza della propria regione. Del resto in Belgio i fiamminghi sognano di staccarsi dai valloni e forse è proprio per questo che i fuggiaschi sono andati a Bruxelles. 
Qui si tratta di quell’unità della nazione che moltissime costituzioni (inclusa la nostra) considerano sacra. E tuttavia, per gli indipendentisti di ogni pelame, chi vieta la secessione si rende colpevole o complice di una inammissibile repressione. Non a caso lo stesso Puigdemont ha accusato Madrid di perseguitare lui e i suoi amici “per le loro idee”. Come se la polizia, dopo avere arrestato qualcuno che dice di rubare per compensare le ingiustizie sociali, si vedesse accusare di averlo fatto per lottare contro le idee del ladro, e non per perseguire un reato. 
I magistrati tuttavia non eviterebbero i fastidi negando l’estradizione. Questo provvedimento non è puramente discrezionale. Esso è assolutamente dovuto se si riconosce che il richiedente è uno Stato di diritto, rispettoso dei cittadini, e che il reato contestato è tale anche nel proprio Paese. Nel caso specifico, che quanto fatto sarebbe un reato anche se il commesso da un cittadino belga. Per conseguenza se negassero l’estradizione sarebbe come se i magistrati belgi affermassero che la Spagna non è una democrazia, che il suo governo mette in carcere dei cittadini innocenti o soltanto colpevoli di avere certe idee politiche. 
Il Belgio questi problemi li vive da decenni sulla propria pelle. Quel Paese è costituito da un pezzo di Francia (Belgique, il nome francese del Belgio, è aggettivo di Gallia) e da un pezzo di Paesi Bassi  (prova ne sia che nelle Fiandre si parla neerlandese). Ed è già abbastanza piccolo così. Se si scindesse, le due parti sarebbero meno indipendenti di quanto siano oggi. Infatti la vicinanza della loro patria culturale li renderebbe vassalli l’uno della Francia e l’altro dell’Olanda. E infatti il governo belga lotta quotidianamente contro gli indipendentisti locali.
La cosa più triste è che i magistrati belgi non possono cavarsela semplicemente col diritto. Non possono dire che incontestabilmente l’estradizione è dovuta. Non basterebbe neppure che aggiungessero che negarla sarebbe un’offesa immotivata a un grande Paese dell’Unione Europea. L’opinione pubblica li chiamerebbe comunque  a rendere conto della loro decisione. Se negano l’estradizione il loro stesso governo potrebbe chiedergli: “Ora vi prenderete voi la responsabilità della crisi internazionale che ne seguirà?” Se invece la concedono potrebbero essere accusati di avere posto in pessima luce il loro Paese. “Noi siamo dei liberali  e proteggiamo i rifugiati politici anche quando sono colpevoli di gravi reati. Del resto la Francia non ha fatto così con i brigatisti italiani e altri furfanti, tra cui Cesare Battisti?”
Ecco perché i magistrati belgi che si occupano del caso sono in una posizione ben poco invidiabile. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
5 novembre 2017




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POLITICA
4 novembre 2017
DI MAIO, OVVERO LO SPREZZO DEL PERICOLO
Il sette novembre, martedì, ci sarà il confronto televisivo Matteo Renzi-Luigi Di Maio. La sfida è stata lanciata dal giovane leader del Movimento 5 Stelle, con twitter, come si usa, ed è stata accettata da Renzi, con un altro twitter, naturalmente. Oh, come siamo fashionable. 
Molti, non avendo simpatia né per l’uno né per l’altro, è probabile che non assisteranno al dibattito. Ma la semplice identità dei protagonisti induce a riflessioni. Ci si può chiedere soprattutto perché sia stato Di Maio a prenderne l’iniziativa. Secondo Massimo Franco (sul “Corriere della Sera”) potrebbe trattarsi della volontà di sottolineare che la contesa oggi non è, come a molti appare, tra il rinato Centrodestra e il M5s, ma tra quest’ultimo e il Pd. Chissà, tutto può essere. Ma se al Pd, che appare in perdita di velocità, questo incontro conviene, che interesse può avere Di Maio a ridargli importanza? Il M5s la sua qualifica di “uno dei due duellanti finali” l’ha già. E non ha più bisogno di conquistarsela. E tuttavia non è questa l’obiezione principale.
Ciò che lascia perplessi è soprattutto l’idea stessa della sfida. Si può anche avere una pessima opinione di Renzi ma è difficile contestare che quell’uomo sia abile nelle argomentazioni; che sia un maestro nell’uso delle parole; che sia capace di essere chiaro anche quando si rivolge alle persone più semplici. E poi c’è la sostanza. Dietro il fuoco d’artificio c’è ancora una persona dal pensiero solido, dagli obiettivi chiari, dalla notevole esperienza amministrativa e di governo. Insomma Renzi sarebbe un osso duro per chiunque: possibile che non se ne renda conto un giovanotto che oggi sembra soprattutto un buon indossatore per il suo sarto?
E poi c’è il temibile carattere di Renzi. Se il dibattito fosse con Berlusconi, la precisa coscienza di avere a che fare con un ragazzo senza esperienza e senza solide basi culturali probabilmente ammorbidirebbe il vecchio leader. Il Cavaliere sarebbe vagamente paterno e una volta di più non resisterebbe alla tentazione di essere simpatico anche al suo peggiore nemico. In lui la cortesia e la bonomia sono quasi istinti irrefrenabili. Se un giorno finisse all’inferno, e incontrasse il diavolo, comincerebbe col dirgli: “La sa la barzelletta di Satana che…” 
Invece Renzi è uno che non fa sconti. Si batte senza esclusione di colpi, anche se il suo avversario non fa il peso. E non esita a ridicolizzare chi gli sta di fronte. Per chiunque, ha meno considerazione di quella che un normale cacciatore ha per la selvaggina. Il suo ideale è il gatto che gioca col topo.
 Personalmente sbaglio meno congiuntivi di Di Maio e tuttavia non oserei sfidare Renzi. Quale follia spinge dunque quel giovanotto a provocare chi può fargli tanto male? Crede veramente che Renzi sia in tale crisi che il primo venuto possa competere con lui?  
In un dibattito televisivo finiscono col valere il modo di porgere le proprie idee, il linguaggio del corpo, la sveltezza delle reazioni e l’eristica più che la logica. E infatti la volta che il grande magistrato Corrado Carnevale si presentò in televisione, pur avendo ragione da vendere, fece una pessima figura.  L’ex Primo Ministro è invece un campione, in tutti questi campi. Inoltre è capace di vantare un’infinita serie di successi, poco importa quanto immaginari, mentre Di Maio, poverino, quanto a ideologia, a programma, e a successi, parte disarmato. Troppo spesso fa uso di argomenti demagogici e assurdi. Per esempio parla di finanziare grandi progetti tagliando le paghe dei politici, ed è una stupidaggine troppo evidente, per non risultare tale, se ha un contraddittore. 
È vero che per dire una stupidaggine bastano un paio di secondi e per dimostrare che è una stupidaggine a volte ci vogliono cinque minuti, ma se questa difficoltà vale per una persona normale, non si può essere sicuri che valga per Renzi: sia perché è uno spadaccino della parola, sia perché, alle affermazioni più assurde del giovane “grillino” avrà preparato una risposta, una battuta, un’irrisione che rischierà di “far secco” l’altro. Che so, “Tagliare le paghe? Soltanto questo? Faccia di più. Rompa il porcellino di ceramica e salvi l’Italia”.
Forse dovrei vederlo, questo dibattito. Se Di Maio dovesse rivelarsi un combattente di classe, capace di mettere all’angolo Renzi, mi godrei la scena. La vittoria dell’underdog, la vittoria di Davide contro Golia, è sempre uno spettacolo. Se invece tutto dovesse andare secondo le previsioni, cambierei canale. Non sono mai andato a vedere una corrida perché in quello spettacolo il tormento e la morte del toro sono programmati sin dall’inizio. Anche se stavolta il toro è entrato nell’arena di sua iniziativa.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
4 novembre 2017




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POLITICA
3 novembre 2017
POLTERGEIST & Cie
Leggo che il Presidente del Brasile, Michel Temer, ha abbandonato il palazzo presidenziale di Brasilia a causa dei fantasmi e delle “energie negative” che gli impediscono di operare in serenità e perfino di dormire. La notizia potrebbe far parte delle note “leggere”, di “colore”, di quelle parole che si leggono per rilassarsi, o anche per sorridere di un personaggio che si disprezza. Ma a ripensarci ci si può porre qualche serio problema. Infatti, lasciando da parte Michel Temer, di cui non so nulla e che dunque non posso né difendere né condannare, mi sono posto il problema: “Io do per sicuro che i fantasmi non esistono e neppure le energie negative, a meno che non parliamo del metano, la cui energia negativa si dispiega in tutta la sua potenza nel momento in cui leggo la bolletta. Ma come reagirei se in una casa si avessero fenomeni misteriosi, insomma se mi sentissi aggredito dai fantasmi?”
Temer non è né il primo né l’unico che si lamenta di un simile inconveniente. Gli inglesi hanno tutta una tradizione (gotica), in materia di fantasmi. I tedeschi, per i fantasmi casalinghi, hanno perfino un termine specifico, “Poltergeist”. In un libro edito dalle Presses Universitaires de France sullo spiritismo (per dire che non stiamo parlando di stampa rosa) ho letto che anche i fantasmi sono mortali, sono in buona salute per circa duecento anni, poi muoiono. Infatti i fantasmi attuali sono dell’Ottocento o del Novecento. Fantasmi numidi, bizantini od ostrogoti, neanche a parlarne. Pace all’anima loro. Insomma, come si vede, se costituissimo un esercito con tutti coloro che credono ai fantasmi, potremmo vincere qualche guerra.
Allora, come reagirei ai fantasmi di casa mia?
Per cominciare, naturalmente, devo ribadire che non credo alla loro esistenza. La qual cosa non meraviglierà nessuno dei miei amici, i quali sanno benissimo che la lista delle cose in cui non credo è lunga. Se dunque, malgrado il mio programmatico scetticismo, i “fenomeni impossibili” si verificassero, la mia prima, incrollabile ipotesi, sarebbe che per essi c’è una spiegazione razionale. Una causa materiale, umana o naturale che sia. E se invece ipotizziamo che si tratti di fantasmi, dal momento che il primo scopo di quegli esseri sarebbe quello di dimostrare che sono un imbecille, li avvertirei che si tratta di un tentativo rischioso. Infatti, per cominciare, mi munirei di un’arma da fuoco e, se vedessi aleggiare un lenzuolo o qualcosa del genere nella mia stanza, la prima cosa che farei sarebbe sparargli. Infatti sono assolutamente certo che il codice penale non prevede il fantasmicidio. Per non dire che i fantasmi non esistono e dunque, se ne vedo uno, è segno che sto sognando: e in sogno posso sparare a chi voglio. Sono affari miei. In sogno non rischio nemmeno di danneggiare la parete di fronte.
Comunque, a parte il “côté” bellico della faccenda, prenderei subito provvedimenti scientifici. Si sentono rumori che non ci dovrebbero essere? Per prima cosa, creerei un sistema di costante registrazione dei suoni, in modo da potere analizzare con comodo quei rumori e in primo luogo dimostrare che sono reali. Poi metterei dei sensori a tutte le aperture, in modo da essere sicuro che nessuno possa varcarle senza che scatti un segnale. Né mi asterrei dall’installare telecamere, anche agli infrarossi, per documentare eventuali presenze impreviste. E in conclusione mi metterei ad aspettare il fantasma per girargli l’ammontare delle spese che tutti quei provvedimenti avrebbero richiesto. Infatti l’intruso sarebbe colpevole di stalking, come si dice oggi, di molestie o, comunque, giuridicamente, di un “fatto ingiusto che dà luogo a risarcimento”.
I fantasmi non si sono mai manifestati, nella mia vita. E a ripensarci è probabile che ciò sia anche dipeso dal fatto che sono una persona intrattabile, e persino pericolosa, per i fantasmi.
Del resto, la cosa mi fu certificata da una signora che si dilettava di paranormale. Una volta costei aveva organizzato non so che fenomeno che avrebbe dovuto sbalordire tutti. I protagonisti, le protagoniste, e la signora dai superpoteri erano seduti intorno ad un tavolo, mentre io stavo in piedi, poco distante, incapace di reprimere un sorriso. Finì che la signora rinunziò all’esperimento. Alzando le spalle, sconsolata, denunciò che c’era una “energia negativa che ne impediva la riuscita”. L’energia negativa ero io.
Insomma, quel giorno ho capito che, forse, i fantasmi non vogliono avere a che fare con me.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
2 novembre 2017




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POLITICA
2 novembre 2017
L'ONORE NON È PASSATO DI MODA
“Ci si può augurare che una persona dopo tutto civile finisca in galera, per il suo bene, e per il bene della collettività cui appartiene?” La risposta sembrerebbe essere un “no” deciso, perché poche cose sono più penose della detenzione. E tuttavia la risposta diviene “sì” quando l’alternativa è peggiore della galera. Ci sono casi in cui la prigione corrisponde all’onore e la libertà al disonore. Chi ispira queste considerazioni è Carles Puigdemont. 
La sua fuga in Belgio è stata, ed è, ignominiosa. Soprattutto nel momento in cui i suoi sodali – fra i quali Oriol Junqueras e Carmen Forcadell – affrontano coraggiosamente i magistrati spagnoli, pur sapendo quanto rischiano. La Spagna dovrebbe avere una tradizione machista, se è vero che la stessa parola “machista” è spagnola, ma un po’ dovunque si è sempre stati pronti a perdonare le donne spaventate, come del resto è naturale che sia, per il sesso muscolarmente più debole. Per converso, si è sempre richiesto agli uomini di essere combattivi, coraggiosi, stoici. E oggi invece abbiamo una Forcadell che si comporta da “vero uomo”, e Puigdemont che si comporta da “donnicciola”. È veramente gran tempo che si rivedano questi stereotipi.
A Bruxelles Puigdemont ha offeso l’intelligenza del prossimo. Ha fatto discorsi che non stanno in piedi. Ha cercato di presentare la sua fuga come una forma di lotta per l’indipendenza della Catalogna, come se fosse più facile battere il nemico parlando di lui nel salotto della marchesa piuttosto che affrontandolo in campo aperto. Era più razionale Münchhausen quando cercava di tirarsi fuori dalle sabbie mobili afferrandosi per i capelli. Perfino gli imbecilli capiscono che si sta soltanto tenendo lontano dalle manette spagnole. Anche un giornale di sinistra come “El Pais” ha detto che questo leader capelluto, nella sua conferenza stampa bruxellese, “si è coperto di ridicolo”. Ecco perché gli si sarebbe potuta fraternamente augurare la galera piuttosto che questa figura miserabile. In galera sarebbe stato un uomo infelice, nel suo albergo di Bruxelles forse sarà libero, ma non sarà un uomo. In Giappone si direbbe che ha perso la faccia, o che forse una faccia non l’ha mai avuta.
Ma tutto questo non è né l’unico né il maggiore guasto che ha provocato. Nessun singolo ha potuto danneggiare la causa dell’indipendenza catalana quanto l’ha danneggiata Puigdemont. Né lui né gli altri leader indipendentisti sono mai stati all’oscuro di ciò che prevedono la Costituzione e il codice penale spagnolo, per la loro impresa. Dunque nel momento in cui capeggiavano un movimento di massa avrebbero dovuto sapere che o si vinceva insieme o si perdeva insieme. È disonorevole dare ordini al proprio esercito mentre sembra che si stia vincendo, e fuggire, lasciando i propri soldati nelle mani del nemico, quando le cose si mettono male. 
Non tutti si chiamano Puigdemont. Junqueras e Forcadell, senza alti proclami, sono rimasti lì a pagare il conto di ciò che hanno fatto, se ci sarà da pagarlo, e meritano ancora il nostro rispetto. Se fossi il loro giudice, gli infliggerei la minima pena che mi consentirebbe il codice. Mentre se il fuggiasco di Bruxelles fosse un giorno portato dinanzi ai giudici di Madrid, vorrei che fosse condannato alla pena massima possibile. Perché ha reso ridicolo un movimento – sbagliato quanto si vuole – al quale altri si sono dedicati con lealtà e coraggio: e questo sia quando sembrava avere il vento in poppa, sia nell’ora di una mesta resa dei conti. 
Il danno provocato dal leader numero uno è stato reso forse politicamente irreparabile dal fatto di essere egli divenuto in pochi giorni l’immagine simbolo di quel fenomeno politico. Scrivendo questo articolo ho citato molte volte il suo nome - malgrado l’insolita combinazione di “gd”, mentre è tanto più frequente la combinazione “dg” - e non ho dovuto consultare nessun testo per ricordarlo. Al contrario, per Junqueras e Forcadell – per non parlare dei loro nomi di battesimo – mi son dovuto informare. In politica ciò che appare è a volte più importante di ciò che è, e l’impressione generale – anche se falsa – è che i dirigenti del movimento indipendentista non fossero persone serie.
Forse l’insieme di questi fatti favorirà l’unità della Spagna e la pace sociale in Catalogna. Dunque bisognerebbe esserne contenti. Ma mi chiamassi Puigdemont chiederei di cambiare cognome. Qualunque altro mi andrebbe bene, salvo Badoglio.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
2 novembre 2017




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POLITICA
31 ottobre 2017
PUIGDEMONT STRAPAZZA LA LINGUA E LA LEGGE
La conferenza stampa di Carles Puigdemont, a Bruxelles, è appena finita e già, leggendo lo scarno comunicato dell’Ansa, si ha l’impressione che raramente si è sentita una tale serie di assurdità. Poiché non ho simpatia per le “piccole patrie”, per le dichiarazioni di indipendenza farlocche e per un signore che, come i bambini, rifiuta di andare a farsi tagliare i capelli, se qualche commento sarà sbagliato, sarò pronto a riconoscerlo. Purché mi si dimostri che è sbagliato. 
"Venerdì pomeriggio - ha detto Puigdemont- ero alla Generalitat dopo la dichiarazione di indipendenza del parlamento e con una serie di dati che indicavano che il governo spagnolo stava preparando un'offensiva senza precedenti e anche una denuncia del procuratore che prevedeva pene che potevano arrivare a molti anni di detenzione. Abbiamo sempre voluto la strada del dialogo, ma in queste condizioni questa via non era percorribile”.
Anche quando si fa un discorso politico, bisogna avere rispetto delle parole e dei dati obiettivi. Se è reato attentare all’unità dello Stato, se è reato cercare di realizzare una secessione, se è reato violare apertamente il principio dell’unità dello Stato (come stabilisce anche il codice penale italiano), il governo spagnolo non preparava nessuna offensiva. Caso mai una difensiva, dal momento che il reato l’ha commesso una certa dirigenza catalana, non il governo di Madrid. Inoltre, il fatto che Puigdemont citi la denuncia del procuratore, per reati che prevedono molti anni di detenzione, dimostra che si sta parlando di legge penale; e in questo campo l’iniziativa non è mai dello Stato: è dei singoli.
Infine, che vuol dire che i catalani indipendentisti hanno cercato la strada del dialogo? Se il tentativo dell’indipendenza è reato, la strada del dialogo è assurda. Come sarebbe assurdo che i ladri pretendano di discutere con i carabinieri se il furto sia reato.
“Il governo spagnolo rispetterà i risultati, qualunque siano, delle elezioni del 21 dicembre?” chiede Puigdemont. Certamente, gli si può rispondere. L’Europa non ha mai messo in dubbio la correttezza delle elezioni spagnole. A meno che Puigdemont non si riservi di reputare veri i risulti che gli piacciono e falsi quelli che non gli piacciono. 
Ma comunque – contrariamente a quanto lui sembra credere - le elezioni non potranno mai decidere se la Catalogna debba essere indipendente. Perché una simile materia è sottratta al giudizio dei cittadini almeno finché, con le normali procedure parlamentari, non sarà stata modificata la Costituzione spagnola. Se i catalani votassero per l’indipendenza al novanta per cento, non per questo avrebbero diritto ad essa. Se al contrario il trenta per cento di loro fosse capace di strappare la Catalogna alla Spagna con la forza, quel trenta per cento otterrebbe certo l’indipendenza, perché la forza è un ottimo argomento per avere ragione. Ma di diritto in questo caso non bisognerebbe parlare. 
Le elezioni, con l’indipendenza, non hanno niente a che vedere. Neanche quando esiste un partito indipendentista. Un tale partito avrebbe soltanto una bandiera acchiappa-gonzi. Di certe cose si può anche parlare, ma provarci sul serio è un altro paio di maniche. Ed è la ragione per la quale in Italia si è tollerato un partito che si chiamava: “Lega Nord, per l’indipendenza della Padania”. Lasciamo  giocare i ragazzi.
 “Non sono qui per chiedere asilo politico ma per lavorare in libertà e sicurezza”. La Spagna intera è contenta che sia lì. Arrestandolo, Madrid ne avrebbe fatto un martire. E oltre tutto un serio lavoro è qualcosa che tutti augurano fervidamente ai politici. 
“Se mi fosse garantito un processo giusto, allora tornerei subito in Catalogna per continuare a lavorare".
Se teme che un processo in Spagna non sia giusto, perché mai ci ha vissuto fino ad ora? Doveva chiedere asilo politico decenni fa, perfino all’Italia, dove forse non abbiamo la migliore magistratura del mondo e tuttavia non l’accusiamo mai di celebrare processi programmaticamente ingiusti.
"Se lo stato spagnolo vuole portare avanti il suo progetto con la violenza sarà una decisione sua”. La violenza è contro la legge, e fino ad ora contro la legge sono andati alcuni catalani, non gli spagnoli. 
“La denuncia del procuratore spagnolo persegue idee e persone e non un reato. Questa denuncia dimostra le intenzioni bellicose del governo di Madrid”. Un momento: il diritto penale non può che perseguire persone. E fin qui, Puigdemont sfonda una porta aperta. Poi, perseguire le idee? Innanzi tutto le idee si perseguono eccome. Sono reati l’istigazione al suicidio, la calunnia, l’ingiuria, l’istigazione al reato, la diffamazione, l’istigazione all’odio razziale, l’oltraggio a magistrato in udienza. La lista è lunga. E poi, Puigdemont reputa che la secessione di un’intera, grande regione, sia soltanto un’idea?
“Non sfuggiremo alla giustizia ma ci confronteremo con la giustizia in modo politico”. Arrivano i carabinieri per portarci in galera, e non gli rispondiamo in modo politico. Parliamone. Vi pare giusto che lo Stato abbia stabilito che quel tale comportamento è reato? In fondo, che male c’è a uccidere? È questione di opinioni.
 “Il caso e la causa catalana mettono in questione i valori su cui si basa l'Europa". Puigdemont però non mette, fra i valori su cui si basa l’Europa, il rispetto della legge.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
31 ottobre 2017




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POLITICA
31 ottobre 2017
SHELLEY WINTERS INCONTRA PUIGDEMONT
In un film del 1968, “Joe Bass, l’implacabile”, una Shelley Winters anziana e ingrassata, è la donna di un capo delinquente. Forse è un’ex prostituta, certo ha un notevole passato. Ad un certo momento il piccolo gruppo è circondato dagli indiani e sembra non avere scampo. Shelley non si perde d’animo, sorride al capo degli aggressori facendogli capire che è disponibile, e tutto si aggiusta. Gli astanti sono stupiti e Shelley esclama, alzando le spalle: “E che credevate? Anche loro sono uomini”.
I film sono fiction, ma chi ha scritto quella battuta la sapeva lunga. Molti uomini - non tutti - hanno una divisa; molti – non tutti - hanno degli ideali: tutti però hanno l’istinto di conservazione e l’istinto sessuale. E questo li riduce tutti a proporzioni umane. E facile fare i gradassi quando il nemico è lontano, ma quando si avvicina, quando si tratta di combatterlo sul serio, e c’è una possibile via di fuga, perché non sceglierla? Il consiglio dell’istinto di conservazione è dei più pressanti.
“De te fabula narratur”, si potrebbe dire a Carles Puigdemont. “Stiamo parlando di te”. Fino a pochi giorni fa emettevi proclami magniloquenti, annunciavi inflessibile resistenza, dicevi insomma “noi tireremo dritto”, come qualcuno delle nostre parti, e poi, nel momento in cui il governo di Madrid decide che applicherà l’art.155, sparisci. Infatti il leader catalano prima si è spostato a Gerona, a due passi dal confine, ed ora è a Bruxelles, dove spera di ottenere asilo politico. Chissà come si dice in spagnolo, ma l’espressione giusta, in italiano, è: “La paura fa novanta”.
Una paura giustificata, del resto. Non è divertente essere arrestati, processati, e condannati a molti anni di carcere. La sedizione infatti è repressa duramente. Il nostro codice penale, all’art. 241, recita: “Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque compie atti violenti diretti e idonei a sottoporre il territorio dello Stato o una parte di esso alla sovranità di uno Stato straniero, ovvero a menomare l'indipendenza o l'unità dello Stato, è punito con la reclusione non inferiore a dodici anni. La pena è aggravata se il fatto è commesso con violazione dei doveri inerenti l'esercizio di funzioni pubbliche”. Che Puigdemont abbia esercitato funzioni pubbliche non è dubbio, e dunque la pena da noi non sarebbe inferiore a sedici anni. Si comprende che chi può esserne accusato scappi.
Si può capire, ma non apprezzare. Visto che abbiamo cominciato col cinema, immaginiamo una scena da film. Puigdemont, improbabile autostoppista, chiede un passaggio per andare da Gerona in Francia. Un vecchio signore lo riconosce, lo fa salire in auto e gli dice: “Guardi che do un passaggio a un fuggiasco, non a Carles Puigdemont, l’eroe dell’indipendenza catalana. Quello in questo momento è sicuramente nella Generalitat, come Salvador Allende. Il politico cileno le aveva sbagliate tutte, ma era un uomo di carattere: e infatti, nel momento supremo, non abbandonò il Palacio della Moneda. Affrontò i golpisti con le armi in ugno e infine si è suicidò per non cadere nelle loro mani”. 
La storia a volte non offre alternativa e si tratta di essere coerenti con la parte che si è scelto di recitare. Se Puigdemont era convinto che la proclamazione dell’indipendenza catalana era legittima, doveva considerare illegittima la reazione di Madrid e testimoniare questa illegalità lasciandosi arrestare. Perché questo imponeva il ruolo che si era scelto. Se invece era convinto che quella proclamazione era illegale, ha creato alla sua regione gravissimi ed inutili problemi. E infine, fuggendo, è scaduto al livello di un ladro di galline. Se ce ne sono ancora. Da uno spagnolo mi aspettavo di meglio. Non è bello assumere pose eroiche finché non c’è pericolo, e darsi a fughe precipitose quando la situazione si fa seria. 
Così rimane provato che un conto è riempirsi la bocca di belle parole, inclusa l’indipendenza della Catalogna, un altro conto è andare in galera per questo stupido capriccio. Ma forse il personaggio di Shelley Winters la sapeva più lunga di me. Che volete, sempre uomini sono. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
31 ottobre 2017




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POLITICA
30 ottobre 2017
LE ELEZIONI SICILIANE SONO IMPORTANTI
Le elezioni siciliane sono importanti perché la Sicilia è la più grande regione italiana, perché i siciliani sono molti e soprattutto perché sono particolari. Lo certificò molti anni fa un francese, Dominique Fernandez, l’autore di “Mère Méditerranée” quando definì la Sicilia “l’Italia al quadrato”.
La Sicilia è l’Italia al quadrato in ciò che l’Italia ha di negativo. Gli italiani sono realisti? I siciliani sono cinici. Gli italiani non soffrono di scrupoli? I siciliani a volte non si accorgono neppure di star violando la legge. In tutte le direzioni, questi isolani sono soltanto degli individui: non hanno il senso dello Stato, non coltivano sogni di gloria, non hanno ideologie e, se c’è modo di approfittare dei difetti del mondo, battono tutti gli altri, perché questa è la loro specialità: la lotta per la sopravvivenza. Se conoscessero il latino, non sarebbe sorpresi dalla massima “homo homini lupus”. Una delle conseguenze di questa mentalità è che la Sicilia ha sfruttato la sua qualità di regione autonoma per mettere in atto un sistema di corruzione così perfetto, così ramificato, così grandioso, da costare un mare di soldi all’Italia e nel frattempo da accumulare, lo stesso, un debito colossale. 
La spiegazione che personalmente mi do, per queste caratteristiche (a parte l’essere cugini dei greci) è la storia dell’isola. Costantemente governata da estranei, costantemente disprezzata e trattata da colonia (salvo che da Federico II) si è sempre sentita orfana. Il risultato è che per i siciliani lo Stato non conta nulla. È considerato più o meno un ladro e un nemico. Le istituzioni non contano nulla, né quelle che si incontrano per strada, come la polizia, né quelle astratte, come le leggi. L’unica cosa che conta, per ognuno, è lui stesso e la sua famiglia. Il massimo di collettività dei siciliani è il gruppo degli amici, inteso come società di mutuo soccorso. E infatti quando si deve raccomandare qualcuno si dice di lui che è “cosa nostra”. Uno di noi, della nostra consorteria e – occasionalmente, della nostra cosca. Ecco perché, nel mondo, “Cosa Nostra” è sinonimo di mafia.
Rimane da dire perché queste caratteristiche divengono importanti in materia di politica. Prendiamo la Toscana, l’Umbria e l’Emilia. Per decenni e decenni queste regioni sono state comuniste. E ancora oggi sono risolutamente di sinistra. Se dovessero essere tentate di abbandonare il Partito Democratico, sarebbe per spostarsi più a sinistra. O per imprecare votando M5s. La Sicilia invece è stata a lungo democristiana, perché la Democrazia Cristiana era il partito che poteva offrire più vantaggi. E coloro che non erano democristiani erano comunisti: infatti anche i comunisti pesavano molto, soprattutto erano i monopolisti del successo in campo intellettuale ed artistico. Ma possiamo dire che erano queste, le ideologie dei siciliani? Assolutamente no. A loro interessavano i vantaggi che quei partiti potevano offrire. Se un’altra formazione fosse apparsa più utile, avrebbero cambiato bandiera. In un momento in cui comunisti e anticomunisti erano come cani e gatti, in Sicilia si fu capaci di oltrepassare questi steccati in nome dell’interesse: “Il 30 ottobre 1958 (il 1958, si badi) il deputato regionale Silvio Milazzo della DC venne eletto presidente della Regione siciliana con i voti, all'Assemblea regionale siciliana, dei partiti di destra e di sinistra, contro il candidato ufficiale del suo partito, Giuseppe La Loggia, indicato dai vertici nazionali della DC ”. Il fenomeno fece epoca e nacque il termine “milazzismo”. 
In un altro momento – ma non ricordo l’anno – quando ancora il Msi era stramaledetto da tutti, Catania fu capace, in una occasione, di dargli una valanga di voti. I catanesi erano scontenti, avrebbero votato per il diavolo, e il diavolo in quel momento era il Msi. Come si vede, nessuna fedeltà, nessuna ideologia, nessuna “appartenenza”. Tutti sono disposti a cambiare partito e bandiera, e recentemente hanno votato in buona misura per il M5s, perché diceva “vaffanculo” a tutti. L’unica vera appartenenza, a ovest dello Stretto di Messina, è la famiglia.
Le elezioni siciliane potrebbero confermare le tendenze, i partiti e perfino le percentuali precedenti, come potrebbero sconvolgere il quadro politico. L’elettorato siciliano non ha padroni, non ha inerzia, non ha superego. L’unica costante è la diffidenza nei confronti della politica e il disprezzo per coloro che la praticano. Col suo voto, la Sicilia potrebbe esprimere il sentimento di fondo dell’Italia, anche quello che essa non osa confessare a sé stessa.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
30 ottobre 2017




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POLITICA
29 ottobre 2017
LA SEMANTICA DEMOCRATICA A BARCELLONA
L’onestà è un affare anche in campo intellettuale. Nel senso che a volte si appare intelligenti soltanto perché si è stati onesti. Onesti con le parole, innanzi tutto. 
La prima regola è di non dire mai di avere capito se non si è veramente capito. La seconda è di non lasciarsi impressionare da ciò che non si è capito. È meglio non capire qualcosa di intelligente, che credere di avere capito qualcosa, e accorgersi poi di avere preso per buona un’enorme sciocchezza. E comunque, chi ha detto che si debba capire tutto? E soprattutto, chi ha detto che si debba avallare ciò che non si è capito?
Prendiamo la teoria della relatività. Dopo decenni di discussioni, oggi è considerata pura e semplice scienza. Anche perché è stata confortata da esperienze un tempo impossibili. A questo punto, se vi chiedono se avete capito la relatività, non bisogna rispondere: “Sì”. Non bisogna neppure rispondere: “Sì, qualcosa ho capito anch’io”. L’unica risposta è un onesto: “No”. E se vi chiedono se la considerate scienza, non dovete rispondere “Sì”: perché non avete l’autorità per farlo. Uno che ha difficoltà con l’aritmetica, figurarsi se può esprimere un parere su quella teoria. Al massimo può dire: “I competenti la reputano tale”. 
Semplice prudenza. E a volte avviene che da principi semplici, addirittura banali, derivino sviluppi impensati. Per molti secoli l’umanità ha studiato per acquisire le nozioni delle persone colte e fu soltanto nel Seicento che un signore si chiese: “Ma è vero, ciò che dicono? Verifichiamolo”. Quel signore si chiamava Galileo, e quella verifica fece nascere la scienza sperimentale. L’orbe terracqueo ha sostituito il principio d’autorità con l’osservazione e l’esperimento, e il mondo non stato più lo stesso, da allora. 
Ognuno di noi può migliorare la propria conoscenza del reale con l’analisi delle parole. La semantica è la scienza dei significati, e il suo corretto uso ha, su molte affermazioni, l’effetto di un filtro, di un solvente, di un depuratore. Le parole si spogliano della loro autorità e rivelano a volte la loro inconsistenza o, persino, la loro natura truffaldina. 
In questi giorni abbiamo l’occasione di utilizzare questo metodo interpretativo con la crisi catalana. Stiamo tutti a chiederci che cosa avverrà, come si comporteranno i protagonisti, e tendenzialmente prendiamo sul serio ciò che dicono. Quanto meno crediamo che le loro parole esprimano concetti importanti. E non sempre è vero. 
Dovendo fronteggiare i provvedimenti che Madrid prenderà sulla base dell’art.155 della Costituzione, Puigdemont, il leader indipendentista, ha annunciato che il popolo catalano attuerà una: “opposizione democratica”. Belle parole, indubbiamente. Ma in concreto, nella situazione reale, che significano? Se il governo di Madrid deciderà di usare la forza, per esempi sgombrando le strade dai manifestanti, per esempio impedendo ai ministri e ai funzionari rimossi di accedere ai loro uffici o arrestando chi inneggia all’indipendenza, in che consisterà l’opposizione? Se si risponderà alla violenza con la violenza, l’opposizione sarà violenta. E se alla violenza non si risponderà con la violenza, si sarà democratici, ma non ci si sarà opposti. Queste due parole, dal punto di vista semantico, non vanno d’accordo.
Ma è tutto un festival di dichiarazioni velleitarie. Puigdemont ha ancora detto: non dobbiamo "mai abbandonare l'atteggiamento civile e pacifico. Non vogliamo la ragione della forza, non noi". Anche queste, belle parole. Ma i catalani hanno la scelta fra l’atteggiamento civile e la forza? È come se una pecora dicesse a un leone che considera volgare mangiare pecore. 
"Andiamo avanti", afferma su Twitter il ministro catalano Josep Rull. E uno gli chiederebbe: “Anche se un carro armato ti sbarra la strada?”
Inoltre leggiamo che il Governo catalano non si considera destituito. Come un pugilatore che, portato via in barella, si consideri il vincitore. 
Vediamo invece che cosa può realmente fare la Catalogna, per opporsi ak giverno centrale. Per esempio, tutti i funzionari di Stato potrebbero attuare una sorta di sciopero costante, rallentando enormemente lo svolgimento del loro lavoro, e rendendo la vita difficile a chi viene nel nome di Rajoy. Anche qui, però, il boicottaggio avrà o no successo secondo la reazione di Madrid. Se quel governo licenziasse in blocco i dipendenti di un ministero, farebbe una sciocchezza. Perché il giorno dopo gli mancherebbe il personale per farlo funzionare. Ma se licenziasse non tutti i funzionari, ma a poco a poco, col contagocce, quelli che si spingono più lontano, senza mai smettere, presto tutti comprenderebbero che, continuando, rimarrebbero disoccupati. Si può star sicuri che il boicottaggio finirebbe presto. Senza dire che una volta Reagan, di fronte alla minaccia di un massiccio sciopero dei controllori di volo, li licenziò tutti in blocco, e sopravvisse. Sopravvisse lui, e sopravvisse anche l’aviazione civile.
Altro esempio. Ammettiamo che gli attivisti catalani si mobilitino per non fare entrare i nuovi funzionari negli uffici. Potrebbero creare un immenso sit in, una muraglia umana intorno a quegli edifici. Avrebbero vinto? Certamente no. Se soltanto Madrid fosse abile. Infatti basterà aspettare che si stanchino, che abbiano fame, o che piova, ed andranno via. Lo stesso vale per le manifestazioni di strada. Quelle non violente basterà lasciarle passare, finché gli indipendentisti non vedranno che non concludono niente. E quelle violente basterà reprimerle con una violenza doppia o tripla rispetto a quella dei rivoltosi.
Insomma, gli indipendentisti catalani, coscienti di non avere i mezzi per resistere, si gargarizzano con parole altisonanti. E inutili. La verità è che la vittoria di Madrid non è sicura, ma non perché possa essere battuta da Barcellona: semplicemente perché potrebbe essere battuta dalla propria vigliaccheria.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
28 ottobre 2017




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POLITICA
28 ottobre 2017
INTERPRETANDO GLI AVVENIMENTI CATALANI
A Barcellona e a Madrid si gioca una partita più drammatica di quanto molti pensino. Ma non è ad armi eguali: è come se Madrid avesse tutte le briscole  e Barcellona soltanto la voce dei suoi indipendentisti che poi, ovviamente, non sono la totalità dei catalani. In questo campo è significativo il modo in cui si è votato per l’indipendenza. Si è usato lo scrutinio segreto e i voti a favore sono stati la totalità, salvo dieci contrari e due schede bianche. E bisogna anche segnalare le assenze. Nell’aula non c’erano i partiti contrari alla dichiarazione d’indipendenza. E già questi dati, da soli, dicono parecchio. 
I catalani anonimi, in piazza, brindano e si dichiarano orgogliosamente per l’indipendenza. I parlamentari catalani, anche se indipendentisti, preferiscono avere un alibi. Se domani Madrid decidesse di processare tutti i parlamentari che hanno votato sì, si scoprirebbe che tutti, guarda caso, facevano parte dei dieci no. Ecco una semplice domanda: come mai non si è proceduto per appello nominale? O la dichiarazione d’indipendenza era legale, e sarebbe stato un onore “firmarla” a viso aperto. Oppure era illegale e pericolosa, e dunque non vale niente. L’indipendenza si dichiara dopo aver vinto la guerra, non apprestandosi a perderla.
Esiste la riprova della natura demenziale di quel voto. I favorevoli all’indipendenza hanno lanciato la pietra e nascosto la mano, i partiti contrari invece, per eliminare i dubbi che il voto segreto avrebbe creato anche riguardo a loro, si sono astenuti dal voto. 
Il potere centrale è risoluto a ristabilire la legalità, anche con la forza. Secondo le previsioni, applicherà l’art. 155 della Costituzione, sospenderà l’autonomia della Catalogna, destituirà il potere locale ed invierà dei commissari governativi con pieni poteri. Ed anche a questo riguardo – salvo smentite – c’è un’osservazione da fare. 
Era sembrato che Puigdemont propendesse per la convocazione di nuove elezioni e non per la proclamazione unilaterale d’indipendenza. In questo caso - si diceva - Madrid non avrebbe applicato l’art.155 e si sarebbe comunque guadagnato tempo. Ma gli estremisti devono avere vinto, e Puigdemont si è rassegnato a trovare una scusa per la sua marcia indietro. Ma perché mai la convocazione delle elezioni avrebbe dovuto essere sufficiente a scongiurare l’applicazione della Costituzione? Fra l’altro visto che, già ieri sera, queste elezioni le ha convocate il governo centrale per così dire subito, il 21 dicembre? O le elezioni avevano il preciso valore legale di impedire l’applicazione dell’art.155 o non l’avevano. E allora perché prima avevano ventilato quella ipotesi? A questa domanda risponde un ragionamento “dietrologico”, che potrebbe anche non valer nulla. 
Ammettiamo che le colombe dei rispettivi campi abbiano prospettato le elezioni come una mossa concordata per far calare la tensione e prendere tempo ma Madrid, si lamenta Puigdemont, non ha promesso nulla, dunque non rimane che la proclamazione dell’indipendenza. Quasi come se Barcellona attuasse una minaccia. In realtà, non prendendo in considerazione l’ipotesi accarezzata da Puigdemont il governo centrale dimostra che ha soltanto l’intenzione di agire: ed è per farlo senza che ci possano essere equivoci, né nazionali né internazionali, che per essa è un bene che Barcellona commetta l’errore di proclamare l’indipendenza. Questa sedizione autorizza qualunque intervento, incluso quello dell’esercito. La Costituzione infatti non pone limiti. Parla di “adottare i provvedimenti necessari per obbligare la detta [Comunità] all’adempimento forzoso dei detti obblighi”. E chi giudica quali provvedimenti sono necessari? 
Il cielo di Barcellona è nuvoloso e i festeggiamenti in piazza sono patetici. Mentre la gente brinda in strada ed è convinta di avere vinto, il Parlamento catalano sa di avere perso e ad ogni buon conto adotta il voto segreto.
L’interpretazione dei fatti politici nazionali è estremamente difficile. Infatti in essi si ha un inestricabile intreccio di interessi, ideologie, opinione pubblica, magistratura, giornali, denaro ed altre cose ancora. Una volta chiesero a Henri Kissinger un parere su un fatto accaduto in Italia, e lui rispose più o meno: “Non credo di essere abbastanza intelligente per capire la politica italiana”.
L’interpretazione dei fatti internazionali è invece più semplice. Qui gli interessi sono brutalmente contrapposti e non c’è nessuno spazio per la retorica. Soprattutto è facilissimo capire “chi ha ragione”: perché ha sempre ragione il più forte. E appunto, nel momento in cui una regione dichiara la propria indipendenza, trasforma il problema da nazionale in internazionale. A quel punto non deve più aspettarsi che la controparte abbia scrupoli. Il governo centrale ha soltanto l’interesse a non mettersi contro tutti – per vincere più facilmente – e quello di lasciare spazio alla successiva riconciliazione, perché tutte le guerre finiscono, una volta o l’altra. Ma nulla più di questo. Nel momento in cui si tratta di vincere o di perdere, chiunque si pari davanti va eliminato. In Catalogna farebbero bene a ricordarselo. Se sulla bandiera Italiana c’è scritto idealmente “Tengo famiglia”, come diceva Leo Longanesi, in quella spagnola forse c’è l’immagine di un enorme toro, capace di caricare a testa bassa.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
28 ottobre 2017




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POLITICA
27 ottobre 2017
COME PEGGIORARE UNA SITUAZIONE GIA' DIFFICILE
La Banca d’Italia è una delle poche istituzioni italiane cui tutti tributano stima e rispetto. Da essa ci si aspetta che sia autonoma, indipendente e al di sopra delle parti. Per anni la nomina del suo capo è stata a vita, proprio per sottrarlo a qualunque influenza esterna, e ancora oggi la durata della carica è di sei anni - rinnovabili per altri sei - ovviamente scavalcando le legislature. E il governatore è designato dal Presidente della Repubblica su proposta del governo e col placet del vertice della stessa banca. Come si vede, quella nomina non soltanto non è figlia di un accordo politico ma non deve neppure sembrarlo. 
Purtroppo i poteri della banca centrale sulle altre banche non sono chiari (a me, quanto meno) e non è chiara neppure la natura del controllo della Consob. Così sulle malefatte delle banche è planata una fitta nebbia e i risparmiatori depredati non hanno saputo con chi prendersela. Soprattutto dal momento che si è avuta l’impressione che nessuno intendesse disturbare i loro dirigenti. Ma non tutti hanno avuto questo genere di scrupoli. Molti – per esempio il M5s - cavalcano la tigre e danno la colpa alla suprema autorità monetaria. Se Visco era al top, non poteva che essere onnipotente, e dunque è lui che non ha impedito il disastro. Ragionamento infantile. Ammesso che Bankitalia avesse il dovere di vigilare, ne aveva il potere? Quali sanzioni poteva applicare e quali non ha applicato? Quesiti per menti sottili, certo, mentre forse il  M5s confonde sottigliezza e sottilette. 
Le cose sono comunque cambiate quando Renzi ha voluto fare il furbo. Tenendo conto che, per tre degli ultimi quattro anni, è stato Presidente del Consiglio, ha temuto di essere coinvolto nelle accuse ed ha escogitato un brillante stratagemma: invece di perdersi nelle “technicalities”, ha deciso di accodarsi ai “grillini” gettando tutte le colpe sulla Banca d’Italia. Quanto a lui, non c’era, e se c’era dormiva. Così ha fatto sì che il Pd presentasse e il Parlamento approvasse una mozione in cui si auspicava che non si rinnovasse il mandato a Ignazio Visco, in modo da avere un capro espiatorio. E poi nelle piazze ha detto e ripetuto: “Noi del Pd non siamo con le banche, noi siamo con i risparmiatori”.
La mossa di Renzi è stata peggio che irrituale. Se la nomina del governatore non passa attraverso gli alti palazzi è perché la si vuole del tutto lontana dalla politica. E quando Renzi ha proclamato che il governo ha il dovere di tenere conto dell’opinione dei cittadini espressa con l’approvazione di quella mozione ha detto una sonora sciocchezza. È come se avesse detto che il chirurgo, nello scegliere la tecnica operatoria, deve tenere conto del parere dei parenti del malato. Qui la politica non ha voce in capitolo. E figurarsi se può averla chi, come Renzi, ha bisogno di un alibi. Così la mossa ha sollevato un unanime coro di critiche e di condanne. Naturalmente ciò non ha impedito al re dell’arroganza di rimanere tracotante e di insistere nella sua demagogia. Ma quell’uomo è fatto così. 
A volte bisognerebbe rendersi conto che il randello che si lancia è un boomerang. Prima molti dicevano che probabilmente il governatore avrebbe rifiutato una nuova candidatura; poi la Camera ha stupidamente approvato la mozione che lo lo invitava ad andarsene e Visco ha capito che un passo indietro sarebbe apparso come un’ammissione di colpa. Dunque niente passo indietro. Per giunta, in queste condizioni, all’estero un eventuale ricambio sarebbe stato visto come la prova dell’inadeguatezza di Bankitalia. Oppure come la dimostrazione di una pesante e indebita influenza politica Gentiloni non ama ruggire ma ha dovuto dimostrare che la sua schiena è diritta e che la Banca d’Italia al di sopra della mischia. Così ha proposto la riconferma del governatore: eterogenesi dei risultati.
Riconfermando Ignazio Visco, quel governo che è emanazione del Pd, e quel Primo Ministro che Renzi stesso ha mandato a Palazzo Chigi, hanno implicitamente affermato che il governatore ha fatto bene il suo mestiere e che chi l’ha criticato, con la sua improvvida mozione, si è comportato da calunniatore. Che fenomenale autogol. 
Ennio Flaiano avrebbe detto di Renzi che “l’insuccesso gli ha dato alla testa”. Malgrado il tremendo smacco del quattro dicembre, ha creduto di potere rimontare subito la corrente, come un salmone, e per la smania di riuscirci al più presto ha sbagliato tutte le mosse. È insalvabile.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
27 ottobre 2017




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POLITICA
26 ottobre 2017
L'ILLUSIONE DELL'IMPUNITA'
In passato mi è capitato di odiare intensamente dei bambini. Parlo di pargoletti da due a quattro anni, capaci di infastidire e provocare degli adulti per il piacere di farlo. Esattamente come chi provoca un cane dietro un cancello, per farlo impazzire di rabbia, ché tanto il cancello gli impedirà di attaccarci. Solo che io non ero dietro un cancello.
Il loro comportamento, benché assolutamente stupido e odioso, rimaneva incolpevole. Inescusabili erano i loro genitori. Quelli che gli avevano insegnato che un bambino è comunque intoccabile. Perché questa è una stupidaggine monumentale. Tutti i mammiferi rispettano un animale più grosso e armato di loro, e insegnare ad un soldo di cacio che può anche provocare Erode è un pessimo viatico, nella vita.
Ma se il problema fosse soltanto questo, non ci sarebbe da preoccuparsi. Basterebbe smettere di frequentare le piccole pesti insieme con i loro genitori. Il guaio è che questa presunzione di impunità si ritrova nei contesti più svariati. È persino divenuta uno dei grandi problemi della nostra epoca. I lavoratori a volte si comportano malissimo, i datori di lavoro inevitabilmente li licenziano e i giudici del lavoro gli impongono di riassumerli. Qual è il messaggio, per i dipendenti, se non quello dell’impunità? Ci sono giovani che aspettano con ansia che ci sia una qualunque manifestazione di piazza per cercare di malmenare carabinieri e agenti di polizia. Le autorità e i giornali li hanno designati con vari nomi, hanno cercato di fronteggiarli in vari modi, ma hanno regolarmente perso la guerra. Ad ogni nuova, importante manifestazione, dobbiamo sopportare l’intervento di questi delinquenti per i quali la violenza è uno sport e l’uomo in divisa il pupazzo di stoppa contro il quale esercitarsi.
Come spiegare tutto ciò, se non con il fatto che lo Stato non li punisce, e con la possibilità che gli dà di riprovarci? È la società che ha fatto rientrare la violenza nella libera manifestazione del pensiero. È lo Stato che fraintende la Costituzione, e mentre è severissimo col pescivendolo ambulante che inveisce contro due vigili urbani, o con l’automobilista che insulta i poliziotti della “Stradale”, diviene cieco e sordo quando le stesse azioni sono compiute non da un singolo maleducato inoffensivo, ma da cento energumeni aspiranti omicidi. E se i poliziotti fermano qualcuno, il giorno dopo il magistrato li rimanda a casa. Anche qui, qual è il messaggio? Che i manifestanti sono intoccabili. Anche se lanciano biglie di ferro col tirasassi, anche se roteano spranghe, anche se scagliano bottiglie Molotov nella speranza di bruciare vivo un carabiniere. 
Siamo immersi nella cultura dell’impunità. Una convinzione nata dalla delegittimazione dell’autorità. Un tempo “contestare” significava “contrappore seri argomenti ad una tesi”, oggi significa tirar giù tutto, perché tutto è da tirar giù. Fra l’altro chi lo fa non corre rischi e per giunta passa per coraggioso, per un precursore di tempi migliori. 
Per decenni e decenni abbiamo considerato meritorio distruggere, non costruire. Da un lato abbiamo giudicato ovvio che tutto fosse negativo, dall’altro siamo stati convinti che il mondo si sarebbe ricostruito da sé, migliore di com’era prima. E infatti abbiamo distrutto la scuola, la fabbrica, la famiglia e perfino la religione e la morale.
Queste manifestazioni di follia collettiva si sono estese all’intero continente. In Europa non ci rendiamo conto che, se rimaniamo divisi in materia di Difesa, non conteremo più nulla. E invece di unirci imbocchiamo la strada contraria. Paesi come la Gran Bretagna, la Francia o la Spagna non pesano più come un tempo e i cittadini reagiscono cercando di indebolirle e indebolirsi ancora di più. Gli scozzesi vogliono separarsi dagli inglesi, i bretoni dai francesi, i catalani dagli spagnoli. Perfino il Nord Italia sogna di mettere le dogane sull’Appennino Tosco-Emiliano. E tutto ciò a che cosa corrisponde, se non alla serena convinzione che nessuno mai attaccherà la Scozia, la Bretagna, la Catalogna?
Come spiegare alla gente che la debolezza degli uni rende forti e aggressivi gli altri, anche quelli che prima non lo erano? Non ha insegnato niente l’annessione della Crimea da parte della Russia? Mosca avrebbe deglutito tanto facilmente quella penisola, se l’Ucraìna fosse stata abbastanza forte da fargliela pagare? 
Ma la storia non insegna nulla. Chi parla di geopolitica e del rischio di scontri bellici è accolto con cortese scetticismo. Come parlasse un paranoico. Oggi, un conflitto? Oggi avremmo bisogno di un esercito? E per combattere contro chi? Suvvia. Potremmo anche dare calci negli stinchi agli adulti, ché tanto, che possono fare, a noi bambini?
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
26 ottobre 2017




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POLITICA
25 ottobre 2017
DIRITTO E POLITICA NELLA QUESTIONE CATALANA
Per discutere della questione catalana bisogna innanzi tutto avere chiari i concetti di sovranità e di Stato. 
Uno Stato si compone di tre elementi essenziali: un popolo, un territorio e un governo. Se manca il popolo, si ha al massimo un territorio. Un eventuale governo non saprebbe su chi esercitare il proprio potere. 
Se manca il territorio, si avrà una comunità tenuta insieme da qualcosa, per esempio la religione (come gli ebrei prima della nascita di Israele), ma certo non uno Stato. 
Se manca il governo, anche ad avere gli altri due elementi, non si avrà uno Stato, perché la situazione sarà simile a quella dei palestinesi. Ammesso che essi siano un popolo (ed è discutibile) e ammesso che esista una Palestina (a parte che come espressione geografica), dal momento che il potere sul territorio appartiene al governo di Gerusalemme, non si può dire che la Palestina sia uno Stato. O per meglio dire può dirlo l’Unesco, dimostrando così che merita di essere chiusa, dal momento che contribuisce più all’incultura che alla cultura.
Il concetto di governo è strettamente legato alla sovranità. Se su un dato territorio comanda un potere che non deve rendere conto a nessuno delle sue decisioni, si avrà sovranità. Se invece le sue decisioni sono sottoposte all’approvazione di un altro potere, al di fuori del proprio territorio, non ci sarà sovranità e si avrà la situazione che si è avuta con le colonie, incluse le Repubbliche Democratiche dell’Europa Orientale quando c’era l’U.r.s.s. La “sovranità limitata” (ci cui parlava Breznev) non esiste.
Sulla base dei detti principi, su un dato territorio non possono esercitarsi due sovranità. Se esistono due poteri diversi, e uno dei due ha l’ultima parola, si avrà da un lato la sovranità, dall’altro al massimo un’autonomia. E se una regione autonoma pretende la propria intera sovranità, potrà ottenerla o perché al governo centrale è disposto a regalargliela (come è avvenuto per la separazione fra la Repubblica Ceca e la Slovacchia) o perché la regione autonoma rigetta con la forza la sovranità del potere centrale: come è avvenuto con tutte le guerre di indipendenza, da quella americana contro il Regno Unito a quella del Lombardo-Veneto contro l’Austria. 
Nel caso della Catalogna, è evidente che su quella regione vige la sovranità spagnola. Se Barcellona vuole essere indipendente, o chiede la secessione alla Spagna, e se questa gliela concede poi sarà indipendente, oppure dichiara guerra a Madrid e, se la vince, poi sarà indipendente. Una cosa è chiara: chiedere non corrisponde al diritto ad ottenere. È lecito corteggiare una donna, ma se lei si rifiuta, lo stupro non è un’alternativa. Comunque, non un’alternativa gratuita.
Purtroppo in questi casi il problema è anche politico. Che Madrid abbia ragione non c’è dubbio, ma anche avere ragione ha un costo. Se, per affermare la propria sovranità, la Spagna si vedesse obbligata ad usare le armi e a provocare molti morti, il mondo - sempre perfezionista, quando sono gli altri a dover agire - sarebbe molto severo. “Proprio non c’era altro modo, per risolvere il problema?” “Proprio non si poteva dare un qualche contentino, agli indipendentisti?” E si riproporrebbe l’eterno, stupido schema, per cui si ha tendenza a difendere il debole che provoca il forte e poi le prende. Ma la politica non è cosa che obbedisca alla ragionevolezza e al diritto. E neanche alla logica.  
La Catalogna non ha molti argomenti, dalla sua parte. Non si avvale di nessuna norma giuridica e non può nemmeno invocare il principio dell’autodeterminazione dei popoli. Perché i catalani non sono un popolo diverso da quello spagnolo e il catalano (a differenza del basco) è soltanto un dialetto dello spagnolo. Quella regione appartiene alla Spagna sin dalla preistoria, e del resto i Pirenei e lo stretto di Gibilterra sono lì da parecchio tempo. 
Come se non bastasse, i dirigenti indipendentisti hanno commesso il gravissimo errore di parlare di Repubblica. Sarebbero stati abili se avessero inneggiato a re Felipe, chiedendo magari la sua intermediazione e prospettando una “unione personale” (l’indipendenza dalla Spagna avendo in comune con essa il re, come l’Australia ce l’ha col Regno Unito). Parlando di Repubblica invece hanno rievocato la Guerra Civile, innescando una reazione di rigetto al limite dell’anafilassi. Nessuno ha dimenticato quella terribile guerra, né dentro né fuori i confini della Spagna. 
Ma è questa la politica, e la sua strada è sempre costellata di errori.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
22 ottobre 2017




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POLITICA
24 ottobre 2017
LA VIDA ES SUEÑO
I referendum che si sono tenuti in Lombardia e in Veneto sono parte di un sentimento generale di sfiducia nei confronti dei governi centrali. Non tanto perché i votanti siano sicuri che i politici locali saprebbero far meglio, quanto perché sono sicuri che è difficile fare peggio. In fondo tutta la dottrina politica del Movimento 5 Stelle si riassume in questo. E infatti i suoi insuccessi non intaccano le intenzioni di voto a suo favore perché la gente non si aspetta miracoli, dal Movimento: semplicemente voterebbe per il diavolo, pur di dire no a quelli che già stanno a Roma. 
Ma la reazione di rigetto non è soltanto italiana. Non sfuggono a questo stato d’animo politico gli Stati Uniti, quando votano per Trump; i francesi quando votano per Marine Le Pen o abbandonano i grandi partiti per votare un Macron che ha solo il pregio di rappresentare una novità; gli inglesi che votano per l’uscita dall’Unione Europea e magari fanno credito a un personaggio come Corbyn; la Germania che plaude ad un partito, come Alternative für Deutschland, che fino a qualche anno fa si sarebbe considerato indecente. La stessa piccola Repubblica Ceca nelle recenti elezioni si affida a un improbabile miliardario. Dovunque è tutto un rosario di delusioni, di proteste, di fughe in avanti e perfino verso il nulla.
La gente è scontenta. È esasperata al punto da fare follie. E volere spiegare un fenomeno che traversa i decenni, scavalca l’Oceano, si manifesta a Nord e a Sud, ad Est e ad Ovest, non è impresa da poco. Forse soltanto gli storici futuri avranno le idee abbastanza chiare per spiegare ciò che sta avvenendo sotto i nostri occhi. Oggi si può soltanto sperare di cogliere una parte della verità. Di formulare almeno delle ipotesi, magari ottenendo qualche luce da chi quelle stesse ipotesi mette in dubbio.
Fra le principali ragioni dello scontento ci sono la disoccupazione, la stagnazione economica, le basse pensioni, l’eccesso di pressione fiscale, il grande numero di poveri male assistiti, i limiti e le disfunzioni della sanità pubblica, l’insufficienza dei servizi forniti dagli enti locali, e tanti altri problemi per i quali, in fin dei conti, la soluzione sarebbe sempre la stessa: il denaro. Col denaro si potrebbero fare grandi investimenti, eliminando la disoccupazione. Si potrebbe rilanciare l’economia. Si potrebbero imporre meno tasse. Si potrebbe risolvere tutto, insomma. Ma dove trovarlo, il denaro? E poiché questa domanda non ha risposta, non hanno molto senso le promesse elettorali e buona parte della politica. Le nozze non si fanno coi fichi secchi, e qui sono perfino i fichi secchi, che mancano. Ecco perché si può sorridere amaramente dei tentativi di innovazione, delle soluzioni autonomistiche, delle proteste, delle speranze e delle minacce di tutti. Queste cose sembrano una sceneggiata che non intacca minimamente una situazione inamovibile. 
Ma lo stesso denaro è una falsa soluzione, per l’ottima ragione che, per se - come si direbbe in latino - non esiste. Non è ricchezza, è soltanto un intermediario per il trasferimento della ricchezza. Per questo, se i cittadini producessero una grande ricchezza, e una parte di questa fosse prelevata dallo Stato, si potrebbero assistere i poveri, sostenere i disoccupati, migliorare i servizi e via dicendo. Se invece i cittadini producono poca ricchezza, non soltanto lo Stato ne riceverà poca e potrà fare poco, ma spremendo i cittadini col fisco li indurrà a produrre sempre meno. 
Questo semplice schema mette a fuoco l’errore. Ci si aspetta che lo Stato risolva il problema, mentre esso ha soltanto la funzione di stabilire il quadro in cui la ricchezza può essere prodotta, prelevandone poi una parte e non certo producendola esso stesso. Perfino quando la preleva per usarla a favore dei contribuenti, nel giroconto dai cittadini ai cittadini una parte della stessa ricchezza si perde negli ingranaggi dell’Amministrazione. Ed è questa la ragione per la quale, sia detto al passaggio, il cosiddetto problema della distribuzione della ricchezza è futile. Il problema non è distribuirla, il problema è produrla.
La causa fondamentale della crisi è la sproporzione fra la ricchezza che i cittadini producono e quella di cui essi vorrebbero beneficiare. Questo fenomeno può avere le cause più diverse, e se ne possono enumerare alcune, senza sostenere che la lista sia completa e che esse operino dovunque nello stesso modo. Può darsi ad esempio che il lavoro sia appesantito da troppe guarentigie, da troppe “conquiste sindacali” e da troppi vincoli, per essere competitivo con i Paesi “meno progrediti”. Può darsi che la pressione fiscale sia passata da fardello dei produttori a freno della produzione, fino a permettere la sopravvivenza soltanto alle imprese con maggior margine o a quelle che evadono il fisco. Può perfino darsi che i cittadini abbiano ormai una tale concezione della comodità della vita da non strapazzarsi abbastanza per produrre ricchezza. Tutto ciò per non parlare dell’autentico esercito di dipendenti dello Stato, la cui produttività è sempre bassa e il cui peso economico è schiacciante. 
La crisi non è politica. I futuri governanti non saranno né migliori né peggiori dei passati perché gli uni e gli altri sono impotenti a modificare la realtà. Forse la crisi è economica ma non perché lo Stato non sappia dirigere il Paese: piuttosto perché il Paese è bloccato nella sua bassa produttività. La crisi è insolubile perché ognuno continua a pensare che tutto dovrebbe andar meglio senza che la sua personale condizione peggiori. Mentre è proprio il modello socio-economico generale che bisognerebbe cambiare.
Per tutte queste ragioni è cosa assolutamente giustificata sentire una profonda noia, nei confronti del dibattito politico, e perfino nei confronti dell’esasperazione della gente. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
23 ottobre 2017




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POLITICA
23 ottobre 2017
PERCHÉ GLI ALTRI CI SEMBRANO CRETINI
L’osservazione pacata della realtà indurrebbe a concludere che gli uomini siano per la maggior parte degli sciocchi. E tuttavia, quand’anche sembrasse un’ovvietà, questa affermazione urterebbe contro alcune semplici obiezioni. Dire che A è uno sciocco significa dire che è meno intelligente di B, o ancor meglio della media degli uomini. Ma se si dice che tutti gli uomini sono sciocchi bisogna precisare: rispetto a chi? L’umanità non può essere né sciocca né intelligente, perché essa è il metro rispetto al quale il singolo può essere normale, sciocco o intelligente. Essa è per così dire lo zero della scala, quello rispetto al quale si può andare verso il più o il meno. Ma se tutto ciò è incontestabile, rimane lo stesso da spiegare come mai gli altri ci sembrino così spesso “cretini”. 
Una prima, possibile spiegazione è che chi trova gli altri poco intelligenti sia effettivamente più intelligente di loro. Ma è bene che ciascuno faccia questa ipotesi pensando a qualcun altro, non pensando a sé stesso. Una seconda ipotesi è fondata sul temperamento. Facciamo il caso che una persona sia mediamente intelligente, ma molto razionale. Dal momento che la maggioranza razionale non è, si comprenderebbe la sua impressione di avere a che fare con dei cretini. Ma proprio questa ipotesi apre la porta ad un’interpretazione più vasta – e forse più fondata – dell’intero fenomeno.
Essere razionali significa applicare alla realtà un certo modulo interpretativo. Forse anche il migliore, comunque non l’unico. L’avvocato per esempio, per professione, possiede un modulo interpretativo diverso. La sua bussola non è la razionalità, ma ciò che prescrive la legge. E nel suo cuore potrà trovare “cretino” l’uomo razionale di cui sopra perché, mentre gli racconta il suo caso, ci mette dentro molte cose che, giuridicamente, non hanno nessuna importanza. Si appella ad una giustizia che è un rispettabile ideale ma non fa parte dei codici; invoca con convinzione fatti veri, ma che non può provare; è sicuro della competenza giuridica e dello scrupolo morale dei giudici, e via dicendo. Dal punto di vista del giurista, il modo di ragionare della persona normale è spesso “stupido”. 
Né le cose vanno diversamente per l’idealista. Malgrado ogni smentita della realtà, questi continua a usare come metro il punto di vista morale. Dunque giudicherà “cretino” l’uomo razionale che non tiene conto dei veri valori, ed anche il magistrato che ha deciso secondo la legge, e non secondo ciò che a lui appare conforme a giustizia. 
L’uomo freddamente razionale disprezza gli emotivi e li giudica con severità. Gli emotivi sono convintissimi che ciò che li entusiasma, li deprime, li preoccupa sia un motivo validissimo per essere entusiasti, depressi, preoccupati. E così, nel momento in cui l’uomo freddo non reagisce nella loro maniera è lui, quello che sbaglia. È lui, il “cretino”.
Ognuno, per professione, per formazione o per temperamento, ha un proprio modulo interpretativo della realtà. E poiché gli altri non hanno lo stesso metro, ne deduce che, non lui, ma gli altri sbagliano. E la conclusione è inevitabile: sono poco intelligenti. E se la parola “intelligenti” non piace, se ne può usare un’altra: rimane comunque il giudizio negativo. 
La conclusione è che, mentre l’umanità è costituita da una sterminata folla di oltre sette miliardi di persone, ognuno usa per misurarla il suo metro personale. E la frase: “Tutti mi sembrano cretini” dovrebbe semplicemente essere tradotta in quest’altra: “Tutti sono diversi da me”. 
E questo spiega anche le difficoltà della convivenza. Anche le persone che si vogliono bene – e dovrebbero dunque realizzare il paradiso in terra – si trovano spesso a costatare che due rimangono due e non sono mai uno. Se a volte siamo in collera con noi stessi - perché siamo incorsi in un errore, perché non abbiamo efficacemente reagito ad un sopruso, perché abbiamo commesso una gaffe - figurarsi se non possiamo essere irritati rispetto a qualcuno col quale viviamo costantemente. Nella quotidianità le piccole differenze si ingrandiscono, fino a costituire una continua pietra d’inciampo. 
E così, risalendo dal filo all’ago, come dicono i francesi, arriviamo alla conclusione: non è che gli altri siano cretini, semplicemente “non sono noi”. E poiché questo è inevitabile, dovremmo essere tolleranti con tutti. Soltanto così potremo sperare di avere rapporti armoniosi con gli altri. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
21 ottobre 2017




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POLITICA
22 ottobre 2017
I CANI ABBAIANO E MORDONO
A tutti i livelli si ha la tendenza a reagire molto tempo dopo il momento in cui si sarebbe dovuto. Il fenomeno ha molte cause. Innanzi tutto, nessuno ha voglia di combattere, sicché la prima reazione è quella di sperare che tutto si calmi da sé. Un secondo possibile motivo è che non si è sicuri di aver capito bene: “Mi voleva provocare, o ha commesso una gaffe?” “Cercava lo scontro o voleva dire altro?” Insomma la vigliaccheria, quando si teme di essere i più deboli, il fastidio, quando si pensa di essere i più forti, e comunque l’amor di pace, fanno sì che molte volte si risponda all’aggressione con molto ritardo, o non si risponda. 
Le conseguenze possono essere gravi. Quando gli va bene una volta, gli imbecilli, i violenti, i provocatori si convincono che gli andrà sempre bene. Infatti esagerano sempre più, fino ad ottenere una reazione ben più forte di quella che avrebbero meritato da principio. Nei film western questo era il sospirato momento in cui il protagonista tirava fuori la pistola e faceva una strage.
Ma la vita non sempre prevede il happy end. Nella realtà concreta, quando ci si decide a rispondere, può essere troppo tardi. Il danno è fatto ed è irrimediabile. Oppure c’è ancora modo di difendersi, ma si è lasciato tanto spazio al provocatore che ormai batterlo sarà molto costoso.
Tutti abbiamo commesso qualche colpa di questo genere e, per certi errori del passato non riusciamo ancora a perdonarci. E tuttavia dovremmo farl,: non tanto per amore di noi stessi (che comunque non ci manca certo) quanto perché lo stesso genere di errori è stato ripetutamente commesso da persone più importanti di noi e per fatti di valore incommensurabilmente più grande. L’Europa intera, quasi con la sola eccezione di Churchill, ha sottostimato il pericolo costituito da Hitler. E quando ha cominciato a reagire, s’è accorta di avere lasciato al dittatore tedesco il tempo di divenire un gigante, dal punto di vista militare. Per decenni, i Presidenti degli Stati Uniti non hanno preso sul serio la dinastia nordcoreana dei Kim, hanno confidato sulla drammatica povertà del Paese, ed anche su un minimo di buon senso che sconsigliasse a Pyongyang di provocare potenze tanto più forti. Washington è arrivata al punto di fare dei regali, ai nordcoreani, sperando un po’ di ammansirli e un po’ di comprarli. Il risultato, di tolleranza in tolleranza, è stato che quei fanatici si sono dotati della bomba atomica e dei missili per recapitarla. Ed oggi non si sa più come contenerli. Prima si è rinviata l’azione di polizia, ora si rischia la guerra.
Il più recente esempio di questo genere di follia ce lo fornisce il governo di Madrid. Se per una regione come la Catalogna, come per qualunque altra regione della Spagna, chiedere l’indipendenza è anticostituzionale, perché si è permesso che se ne parlasse per anni ed anni, fino a convincere tanti catalani che essa fosse a portata di mano? Che comunque fosse lecito chiederla e addirittura pretenderla? Sarebbe stato necessario processare per sedizione il primo che ne ha parlato. Oggi invece arrestare per sedizione due personaggi per avere detto e fatto quello che dicono e fanno migliaia e migliaia di catalani, alla gente sembra un’ingiustizia. I romani, maestri della materia, sostenevano che ex facto oritur ius, dal fatto nasce il diritto. Se il diritto vieta una cosa, e in concreto la si tollera, la gente ne dedurrà la liceità di quel comportamento. E se qualcuno gli ricorda che la legge la pensa diversamente, dirà che la legge deve adeguarsi.
Come sempre quando c’entra la politica, le cose sono più complicate di come sembrano. Se un governo reagisce con durezza al primo sgarro, rischia di essere impopolare. Infatti alla prima avvisaglia di un problema la gente lascia prevalere il buonismo, perdona tutto e se il governo si comporta con risolutezza lo accusa di brutalità. Però poi, quando il venticello diviene tempesta, gli rimprovera di essere stato debole e di non avere reagito in tempo. 
E in questo caso, Rajoy il temporeggiatore ha veramente lasciato che le cose andassero troppo oltre. Se ora, come si dice, parecchie centinaia di migliaia di barcellonesi scendono in strada per protestare contro il governo centrale, è segno che centinaia di migliaia di barcellonesi reputano di avere il diritto di parlare di indipendenza. E il fatto che si sbaglino non conta. Bisognava dirglielo mesi fa, anni fa, che si sbagliavano. Ormai forse li convinceranno soltanto le armi da fuoco.
   Mai contare sul fatto che can che abbaia non morde. Molti cani abbaiano e mordono.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
22 ottobre 2017




permalink | inviato da Gianni Pardo il 22/10/2017 alle 11:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
21 ottobre 2017
IL CUORE A LUTTO PER LA SPAGNA
Ci sono Paesi di cui ci si innamora. Un tempo si diceva che non si poteva vivere in Cina o in Francia senza esserne cambiati e senza rimpiangerle, se poi si andava a vivere altrove. Per la Cina non so, per la Francia lo so per esperienza, anche se la nazione di cui parlo è quella che ho conosciuto tanti anni fa.
E tuttavia il dolore per la decadenza della nostra “sorella latina” è nulla in confronto a quello che sento per la Turchia. Negli ultimi anni sono passato dall’entusiasmo per una città come Istànbul  - e quasi all’indignazione per le difficoltà che si facevano a quel Paese riguardo all’ingresso nell’Unione Europea - al lutto per un Paese che era laico ed è divenuto bigotto, era tollerante ed è divenuto oppressivo, era moderno e vuole tornare al Medioevo. Soprattutto era libero e non lo è più. Non avrei mai immaginato che la storia mi desse così brutalmente torto, dopo ottant’anni di kemalismo. Ancora una volta è risultato vero il detto del poeta, secondo il quale anche le civiltà sono mortali.
L’ultimo dolore me lo sta dando la Spagna. L’umanità deve essere folle, se corre questi rischi. Gli spagnoli devono conoscere male la loro storia e il loro stesso carattere, se osano sfidarsi. Come possono i catalani pensare che Madrid, avendo dalla sua l’orgoglio, la legge e la forza (in ordine d’importanza) possa cedere a una regione ribelle? Come possono permettere che quella Spagna che, ancora nel Ventesimo Secolo, ha insegnato al mondo quanto possa essere crudele una guerra civile, ne dia ancora l’esempio? E come si può pensare che una grande e gloriosa nazione che, al prezzo di una guerra, ha riconquistato la sua unità, consenta la secessione di Barcellona?
Che memoria corta, hanno gli uomini. Il bagno di sangue degli Anni Trenta fu così doloroso che il duro vincitore, Francisco Franco, si premurò di onorare nello stesso modo i caduti delle due parti in conflitto. Infatti li tumulò insieme, nell’immensa cattedrale sotto la montagna della Valle de los Caídos. Per riconciliarli almeno nella morte. 
In quel momento gli spagnoli conoscevano benissimo il valore della pace riconquistata. Un bene da non mettere a rischio per nessuna ragione, e talmente prezioso che Franco – malgrado mille pressioni - rifiutò a Hitler l’intervento della Spagna a fianco dell’Asse e perfino il passaggio delle truppe tedesche attraverso la penisola iberica.
E tutto questo si rimette in gioco per un’ubbia. Per un’indipendenza di cui la Catalogna non ha nessun bisogno e che Madrid non potrà mai permettere. Lo sanno, i catalani, quanto può essere duro uno scontro fra spagnoli? Lo saprebbero certamente, se avessero tutti cento anni. Lo saprebbero, se avessero seriamente studiato storia. E invece credono che le battaglie si vincano con le folle sterminate che applaudono in piazza. Senza pensare che, Dio non voglia, sono il più produttivo bersaglio per le mitragliatrici. 
A questo punto uno non sa più né che cosa aspettarsi, né che cosa augurarsi. Pensando a quante guerre, stupide e dolorose, sono scoppiate per motivi futili, è veramente troppo difficile essere ottimisti. La prospettiva della vittoria alimenta gli spiriti guerrieri, l’esperienza spesso fa preferire la sconfitta alla prosecuzione del conflitto. Ma questo gli uomini non lo imparano mai.
Forse nessuno, oggi, vorrebbe essere nei panni di Rajoy. Il suo dovere gli impone di preservare ad ogni costo l’unità della Spagna; la costituzione gli impone di revocare l’autonomia di Barcellona, ma come poi debba fare, tecnicamente, per affermare l’autorità di Madrid, se possibile limitando il numero dei morti a quello di qualche scaramuccia, questo non si sa. 
Se fossi credente pregherei Dio di illuminare le menti di tutti i contendenti. Ma poiché non lo sono, temo che resteranno al buio. Soltanto un colpo di fortuna potrà evitare alla Spagna una bruttissima esperienza che Barcellona avrà voluto per sé e inflitto alla Spagna intera.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
19 ottobre 2017




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POLITICA
20 ottobre 2017
LA FINE DELL'ISIS
Da quando l’autoproclamato Califfato dai mille nomi – Isis, Stato Islamico, Daesh e ce ne saranno altri – ha cominciato a perdere terreno, si è capito che era questione di tempo, ma sarebbe stato cancellato dalla carta geografica. Il futuro tuttavia è sempre incerto, e si aspettava qualche conferma. Che si è avuta quando si è capito che Mosul sarebbe stata riconquistata. Da quel momento è stata soltanto un’inutile agonia che si è conclusa ieri, con la caduta di Raqqa, la cosiddetta capitale. Ormai, se qualcuno commetterà qualche atrocità in nome di quello Stato, sarà come quando, prima, ci si richiamava ad Al Qaeda. Un fanatismo disincarnato. 
Non rimane che trarre le conclusioni di questa avventura e personalmente mi scuso con quegli amici che dovessero farmi notare che molte di queste cose le ho già scritte mesi fa. Ma un conto è fare delle previsioni, un altro è trarre delle conclusioni dai fatti.
L’idea stessa di uno Stato Islamico è nata dal risveglio dell’Islàm più rigido, più intransigente, più fanatico e – in un certo senso – più selvaggio. Al punto che siamo ormai abituati al terrorismo in nome di Allah e abbiamo difficoltà a ricordare che, ancora una sessantina d’anni fa, l’intero Maghreb e il Vicino Oriente erano territori di pace e di tolleranza. Gli ebrei erano numerosi dappertutto (in seguito alla cacciata dalla Spagna nel 1492) e convivevano serenamente con gli arabi, i francesi, gli spagnoli, gli italiani. Era un altro mondo. È soltanto dopo, che è nata una feroce intolleranza. Un’implacabile ostilità che ha spinto praticamente tutti gli ebrei a fuggire. Così, questi profughi che nessuno ha compianto, sono andati ad irrobustire Israele, divenuta anche col loro apporto il simbolo di una superiorità economica e militare. Una superiorità che i fanatici musulmani hanno involontariamente sottolineato creando una coalizione quasi mondiale (1967) per annientare l’“Entità sionista”, e riuscendo soltanto a uscire battuti e umiliati dal confronto. 
Purtroppo, questa lunga serie di smacchi non ha convinto i maomettani ad abbassare le loro pretese. Lo Stato Islamico, ad esempio, mentre già si avviava a sparire, parlava di far sventolare la Mezza Luna sulla Basilica di S.Pietro. I palestinesi poi, ad ogni sconfitta e ad ogni delusione, hanno raddoppiato la posta. Ovviamente senza cavare mai un ragno dal buco.
L’idea dello Stato Islamico è nata da queste frustrazioni ed ha rappresentato, probabilmente, la risposta più logica al problema. Nel Settimo Secolo d.C. l’idea di nazione non esisteva. La mentalità occidentale era stata forgiata da tredici secoli di potere di Roma (un potere ancora vivo a Costantinopoli, dove sarebbe sopravvissuto fino al 1453) e l’idea fondamentale era quella di uno Stato multinazionale, nato dalla conquista militare e dalla libera adesione ad una civiltà superiore. Un modo di concepire il mondo che non cambiò con Maometto. Roma aveva conquistato un impero ricercando la propria sicurezza e si era imposta col proprio esempio, con i successori di Maometto fu ripresa l’idea della conquista di un impero con le armi ma l’elemento unificatore divenne la religione. Il collante fondamentale delle conquiste arabe fu l’imposizione di un nuovo credo e la stessa lingua araba fu imposta non tanto come elemento di civiltà, quanto come strumento necessario per leggere il Corano, unica norma della società. 
Dal momento che le nazioni non avevano importanza, non avevano importanza i singoli potentati locali. Anzi – teoricamente – non avevano nemmeno diritto all’esistenza. Nel mondo islamico vi doveva essere coincidenza fra autorità statale e autorità religiosa, fra legge civile e legge religiosa. Concetto che corrisponde ad una sola parola: califfato.
L’idea di al Baghdadi era coerente con tutto ciò. La prima eresia è la sua suddivisione in Stati musulmani indipendenti. Questo è un assurdo, dal momento che un vero credente ha una sola patria e può riconoscere una sola autorità, quella di Dio e della sua religione. L’esistenza di più Stati, contraria alla dottrina di Maometto, è anche la causa della debolezza del mondo islamico, incapace di parlare con una sola voce. Dunque rifondare il Califfato e abbattere le frontiere all’interno della Umma dei credenti non è dunque qualcosa che nasce dalla volontà di conquista, ma da un dovere religioso. È la riorganizzazione del mondo secondo i precetti del Profeta. 
Queste premesse spiegano in che senso la denominazione di “foreign fighters”, applicata ai molti accorsi per combattere sotto la bandiera del Califfo, non abbia senso. In quanto musulmani essi non erano affatto “foreign”: avevano lo stesso status degli altri combattenti. E di tutti i musulmani del mondo, quando si fosse riusciti a ricostituire il Califfato nella sua interezza.
L’iniziale successo dell’idea di al Baghdadi mostra quanto tutto ciò fosse evidente nella mente di tutti. Cosa confermata anche dal nome inizialmente adottato, quello di Isis. Stato Islamico dell’Iraq e del Levante. L’idea fondativa era soprannazionale.
L’errore dei seguaci di al Baghdadi è stato di non tenere conto dell’istinto di sopravvivenza. Nel momento stesso in cui il Daesh ha proclamato di voler abbattere tutti i governi per sostituirli col Corano, li ha trasformati in suoi nemici. E infatti il Daesh è stato sconfitto non da un singolo Stato, ma da una coalizione. Quegli stessi governi che magari guardavano con malcelata simpatia organizzazioni criminali come Al Qaeda, perfino quelli che le hanno finanziate e sostenute, hanno cambiato atteggiamento quando quelle stesse organizzazioni hanno minacciato la loro esistenza. Gli attentati contro l’Occidente o contro gli ebrei andavano bene, anche se discutibili in dottrina, ma cercare di ammazzare dei principi sauditi, voler esautorare il dittatore di Damasco o il governo di Baghdad, era un altro paio di maniche.
Troppa gente, a sud e ad est del Mediterraneo, non si è accorta che dal Settimo al Ventunesimo Secolo è passato molto tempo.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
19 ottobre 2017




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POLITICA
19 ottobre 2017
Piccola nota sull'art.155, visto che se ne parla tanto

Articulo 155

Si una Comunidad Autónoma no cumpliere las obligaciones que la Constitución u otras leyes le impongan, o actuare de forma que atente gravemente al interés general de España, el Gobierno, previo requerimiento al Presidente de la Comunidad Autónoma y, en el caso de no ser atendido, con la aprobación por mayoría absoluta del Senado, podrá adoptar las medidas necesarias para obligar a aquélla al cumplimiento forzoso de dichas obligaciones o para la protección del mencionado interés general.

2.   Para la ejecución de las medidas previstas en el apartado anterior, el Gobierno podrá dar instrucciones a todas las autoridades de las Comunidades Autónomas”.

 

Articolo 155

Se una Comunità Autonoma non adempie gli obblighi che la Costituzione oppure altre leggi le impongono, o se si comporta in modo da attentare gravemente all’interesse generale della Spagna, il governo, previa ingiunzione al Presidente della Comunità Autonoma e, nel caso che questa non sia ottemperata, con l’approvazione della maggioranza assoluta del Senato, potrà adottare i provvedimenti necessari per obbligare la detta [Comunità] all’adempimento forzoso dei detti obblighi o per la protezione del menzionato interesse.

Per l’esecuzione dei provvedimenti previsti nel comma precedente, il governo potrà dar istruzioni a tutte le autorità delle Comunità Autonome.

 

La lettura di queste poche righe dimostra che Madrid è nella piena legalità, revocando l’autonomia della Catalogna. Poi si potrà simpatizzare con l’indipendenza della Catalogna. Si potrà dire che la volontà popolare conta più dei pezzi di carta, e che se la Catalogna riuscirà a rendersi indipendente, la Spagna non potrà che rassegnarsi. Tutto, salvo dire che la Catalogna, alla stato attuale, stia agendo nell’ambito della legalità democratica.

 

Gianni Pardo





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POLITICA
19 ottobre 2017
RENZI, IL CARATTERE E L'INTELLIGENZA
Che Renzi non mi sia simpatico, gli amici lo sanno. E tuttavia spesso, in passato, ho espresso la mia ammirazione per quest’uomo. Per la rapidità della carriera, l’ho paragonato a Napoleone. Per la risolutezza, l’ho accostato ai grandi condottieri. Per l’energia e per la forza travolgente, ai grandi riformatori. Le mie critiche sono state fondamentalmente due. Una – di nessun peso – è che ho sempre trovato irritante il suo stile. L’altra, molto più seria, riguarda la sua chiarezza di visione.
Per il successo in politica, Machiavelli parlava di virtù (nel senso latino di valore) e di fortuna. Ma si potrebbe formulare anche un altro binomio: carattere e intelligenza. La parola “carattere”, come la parola “qualità”, è in sé neutra. Si può avere un buon carattere e un cattivo carattere, così come una qualità può essere tanto un pregio quanto un difetto. Ma nel linguaggio corrente ambedue i termini hanno una connotazione positiva. Un uomo dalle grandi qualità non fa certo pensare ad un gangster particolarmente abile, così come, dicendo di qualcuno che è un uomo di carattere, non pensiamo certo ad un timido gregario.
Renzi ha carattere. Nel senso positivo del termine. E per chi vuol fare una grande politica è una qualità essenziale. È vero che con l’abilità, col tatto, in una parola con una studiata callidità, si può andare lontano. Ma mai tanto lontano da lasciare un’impronta nella storia. Quelle sono le qualità adatte al piccolo cabotaggio. Quando invece l’azione vuol essere incisiva e di vasto raggio, si disturbano molte persone, le resistenze si moltiplicano e il semplice misoneismo trasforma in nemici anche coloro che non hanno ancora capito di che si tratta. 
E tuttavia è in questi casi che si vede il grande uomo. Lo statista non si cura dei particolari, non teme di urtare la sensibilità del prossimo, non teme di farsi dei nemici. Come diceva Lenin, “La rivoluzione non è un pranzo di gala”. E come dicono più umilmente i francesi, “non si fa la frittata senza rompere le uova”. Ecco ciò che abbiamo potuto ammirare in Renzi, e sin dal primo momento. Non ha chiesto permesso, per entrare in scena, non ha retto lo strascico di nessuno, nella politica ha letteralmente fatto irruzione. Tanto di cappello.
Ma non è stato dello stesso livello il secondo elemento del binomio: l’intelligenza. Intendendo per intelligenza non la capacità di risolvere problemi di matematica o il sapersi destreggiare disinvoltamente nella filosofia di Hegel, ma quella qualità che fa riconoscere gli obiettivi possibili, che indica il modo di perseguirli, che sa frenare persino il temperamento, quando occorre, e insomma soprassiede a tutta l’attività di un uomo. Se il carattere è l’elica, l’intelligenza è il timone.
E qui le lodi per Renzi non possono essere altrettanto convinte. Sta bene urtare qualcuno, ma è stupido farsi gratuitamente dei nemici. È una buona cosa usare la violenza, i trucchi, persino il tradimento, ma bisogna essere sicuri che ne valga la pena. E che si otterrà il risultato desiderato. Perché, se non ne vale la pena, il danno non sarà compensato dal vantaggio. E se non si ottiene il risultato, è un disastro.
Renzi ha commesso questo genere di errori quando ha prospettato come una catastrofe il proprio abbandono della politica. Quando ha voluto imporre la sua riforma ad un elettorato infastidito dalla sua insistenza. Quando ha sbagliato misura, fino a rendersi importuno, e fino a trasformare un referendum nella possibilità di cacciarlo via.
Di questi errori il giovane ne ha commessi parecchi, fino ad appannare la sua immagine. Proprio avant’ieri ha fatto presentare dal Pd una mozione per impedire la riconferma di Visco come Governatore della Banca d’Italia ed ha ottenuto un unanime contributo di critiche aspre ed indignate. Persino il mite Mattarella gli ha dato sulla voce. Pare che Padoan, alla notizia, abbia ripetutamente implorato: “Ditemi che non è vero! Ditemi che non è vero!” Veltroni, ex segretario del Pd, ha definito la mozione: “Incomprensibile e ingiustificabile”. La levata di scudi è stata generale. 
Questo è il genere di comportamento dell’uomo di carattere, dell’uomo che recide il nodo di Gordio, ma non dell’uomo che ha una superiore visione della realtà. Non soltanto l’eventuale riconferma del Governatore non è di competenza del Parlamento, ma le malelingue hanno cominciato a dire che Renzi insegue la demagogia dell’opposizione e dei “grillini”, e soprattutto hanno cominciato a sospettare che il Segretario voglia scaricare le colpe dei banchieri su Visco, anche per salvare il padre di Maria Elena Boschi. Vero? Non vero? Non importa. In politica non bisogna dare adito alle interpretazioni che ci danneggiano. Soprattutto senza conseguirne nessun beneficio. 
Renzi è ogni giorno di più una delusione. In un Paese di pappamolla, di furbetti, di voltagabbana, per non parlare di traditori e di vigliacchi, questo giovane rappresentava una ventata d’aria fresca. La speranza che l’energia di un giovane eroe travolgesse la nostra polverosa routine. Ma non è andata così. Il solo carattere non basta. Ce ne dispiace per Renzi, e ancor più per noi.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
18 ottobre 2017




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POLITICA
17 ottobre 2017
RENZI: TREND IN DISCESA
Morire non è divertente. Ma non tutto ciò che è seccante può essere evitato. Il guaio della nostra conclusione finale, in particolare, è che non ha conosciuto eccezioni, per quanto se ne sa. Dunque non bisogna mai dimenticare che si può morire giovani o vecchi, di morte naturale o accidentale, ma la cosa è fatale. Da ciò si deduce che l’unica scelta è soltanto fra morire con dignità e morire facendo una pessima figura. Indimenticabile, al riguardo, il commento di uno degli astanti, mentre Nerone si dimenava freneticamente e senza preoccupazioni d’immagine, per sfuggire al suo destino. Le parole di quell’uomo – forse addirittura uno schiavo – rimasero indimenticabili: “Usque adeone mori miserum est?”, “A questo punto è triste morire?” Triste al punto da perdere la dignità, e tutto ciò soltanto per morire un po’ più tardi?
Il principio è generale. Vale per ogni male inevitabile. Sono infinitamente patetiche quelle attrici che, un tempo famose per la loro bellezza, ora esagerano col trucco, credendo di nascondere la devastazione del tempo. Sono patetici tutti coloro che un tempo hanno avuto successo, ed ora tediano il prossimo celebrandosi ad ogni occasione. Sono patetici i perdenti che si aggrappano ai simboli della gloria, quando della gloria gli sono rimasti soltanto i simboli. 
Un buon esempio è stato Gianfranco Fini. Quest’uomo, in un mondo in cui si comincia ad affermarsi dopo i cinquant’anni, è stato quasi un “bambino prodigio”. Inoltre, per molto tempo, si è dimostrato un eccellente dialettico, un vero capo di partito e, una volta che Berlusconi lo ha “sdoganato”, pressoché un uomo di Stato. Il Cavaliere, che lo stimava,  gli ha offerto grandi ruoli istituzionali e lo ha praticamente indicato come proprio delfino. Purtroppo, se è vero che senza ambizione non si va da nessuna parte, è anche vero che l’eccesso d’impazienza può rovinare tutto. Un po’ come quei mentecatti che, per ereditare prima, assassinano i propri genitori. Fini in particolare ha dimostrato fin dove può arrivare l’ingratitudine: si è messo a fare una guerra assurda e priva di sbocchi contro Berlusconi, ha fondato un partito per andargli contro, e il risultato finale è stato il più totale disastro. Suo proprio. A questo punto, se avesse letto Svetonio, avrebbe fatto meglio a ritirarsi dalla politica. Ci sono momenti in cui l’unica risorsa rimasta è quella di non sottolineare il proprio fallimento. 
Nel caso specifico, però, Fini si trovava a tenere in mano  un asso. Essendo Presidente della Camera - carica non soggetta a revoca - è rimasto aggrappato a quella poltrona fino all’ultimo giorno utile. Dando così uno spettacolo miserevole di sé. L’immagine di un morto che cammina. E infatti, scaduto finalmente il mandato, è sparito come quegli attori sotto i quali si apre all’improvviso una botola.
Il suo ruolo di naufrago della poltrona rischia ora di essere ereditato da Matteo Renzi. Questi, come direbbero gli inglesi, è ancora “alive and kicking”, e nondimeno ha imboccato un tale trend negativo che, salvo errori, nel suo futuro sembra ci sia soltanto l’alternativa fra uscire di scena fra i fischi o andarsene in silenzio. Si ha uno stringimento di cuore a sentirgli ripetere che lui è il segretario del partito, che a quella carica è stato eletto da milioni di militanti, che è lui il candidato Primo Ministro del Pd. Come se il resto del panorama non esistesse.
Renzi sembra non accorgersi che negli ultimi anni ha certo nanellato una serie di insuccessi. Dunque non ha più l’alone del vincente. Inoltre si è fatto un numero incalcolabile di nemici, ha provocato una scissione nel suo partito ed ha mostrato un tale piglio di uomo violento e autoreferenziale, che gli italiani, il 4 dicembre, gli hanno presentato il foglio di via. Insomma, sembra nettamente in perdita di velocità e i suoi stessi proclami gli si rivoltano contro.
La manfrina sul candidato alla carica di Primo Ministro è fuor di luogo per lui come per chiunque altro. È evidente che, con il “Rosatellum” (e ancor peggio con i moncherini lasciati in vita dalla Consulta) nessun partito potrà costituire da solo il nuovo governo. Dunque sarà necessario formare una coalizione, dopo le elezioni, e chi la capeggerà dovrà avere il gradimento non soltanto del proprio partito ma, in buona misura, anche quello degli alleati. E non contando sua moglie e suo padre, a quanti è gradito, oggi, Matteo Renzi? Perché prendere pose gladiatorie, quando la spada che si agita è di cartone? E soprattutto, che necessità ce n’è, in una materia in cui tutto sarà deciso da altri?
È dunque tanto difficile capire quando cala la tela? 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
16 ottobre 2017




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16 ottobre 2017
D'ALIMONTE DIFENDE L'ITALICUM CON UN PESSIMO ARGOMENTO
Roberto D’Alimonte è un osservatore che ha, quanto meno, il pregio di sapere di che cosa parla. Sul Sole24Ore del 15 ottobre ha sostenuto che, secondo le regole attuali, non potremo sapere che governo avremo subito dopo le elezioni. Tutto è rinviato ad un tempo successivo, “sperando che sia possibile assemblare una qualunque maggioranza di governo, viste le preclusioni, i veti e le idiosincrasie dei nostri partiti. Sarà un brutto spettacolo. Con buona pace di tutti coloro che votando no al referendum del 4 Dicembre 2016 e applaudendo la sentenza della Consulta sull'Italicum del Febbraio 2017 credevano di fare il bene dell'Italia”.
Per quanto riguarda la prima affermazione, che non sarà facile formare un nuovo governo, non c’è nulla da contestare.  Ma per quanto riguarda il referendum si ha il diritto di essere piuttosto delusi. D’Alimonte usa infatti un artificio retorico molto discutibile. Non è che, per salvare qualcuno dal rogo, il rimedio sia quello di chiuderlo in una cella frigorifera. Non è che, soltanto perché l’ingovernabilità fa rischiare l’anarchia, la dittatura sia una cosa buona. Insomma non è che esagerando nella direzione opposta, rispetto ad un errore, si possa essere sicuri d’avere imboccato la strada giusta. D’Alimonte stavolta cede alla passione politica e dice qualcosa di altamente criticabile. Per non dire di illogico.
Nessuna legge elettorale può essere perfetta. Nessuna può piacere a tutti. Così, la critica dell’una non corrisponde alla lode dell’altra e un’indicazione dei difetti costituisce soltanto la proposta di una diversa soluzione. Se ancora, fra le possibili, l’Italicum fosse stata un’ottima legge, comprenderemmo il rimpianto di D’Alimonte. Ma così non è. Innanzi tutto, essa è stata talmente poco applaudita dal Parlamento, che è stato necessario imporla con la “fiducia”. Inoltre essa prevedeva un premio di maggioranza enorme non per una coalizione, ma per un singolo partito vincente, qualunque percentuale avesse avuto, nelle urne. Questo stesso partito, prevalendo nel ballottaggio, avrebbe poi governato da solo per cinque anni. 
Un governo stabile è un’ottima cosa, a patto che non sia un pessimo governo, che per giunta nessuno può rovesciare. E comunque un governo che rappresenta soltanto una piccola parte degli elettori non è una cosa desiderabile. Secondo un’ipotesi teorica, immaginiamo che in un quadro politico molto frammentato, il primo partito ottenga soltanto il 15% dei voti e poi vinca il ballottaggio. Considerando che, ad essere ottimisti, l’affluenza sia del 60%, avremmo che di fatto il governo sarebbe stato determinato dall’opinione politica del 9% dei cittadini aventi diritto al voto.  Chi può negare che come rappresentatività staremmo malissimo? 
L’ipotesi è forse estrema, ma non è impossibile che i partiti moderati, pur maggioranza nel Paese, non riescano ad esprimere un partito unitario capace di battere quello che, pur essendo minoritario, è coeso e dunque, come singolo, riesca a battere tutti gli altri. In teoria potremmo avere un piccolo partito, estremista ma molto unito e fanatizzato da un capo carismatico, che potrebbe condurre la nazione alla rovina. Il 9% dei cittadini, e non i migliori, imporrebbe la sua volontà al rimanente novantuno per cento, con una dittatura di fatto. Chi non vede come sarebbero in pericolo il Paese e le sue istituzioni? Qualcuno potrebbe dire che si stanno accumulando fattori negativi. Può darsi. Ma nella distribuzione a caso può anche avvenire che la pallina della roulette si fermi per dieci volte di seguito sui numeri dispari. 
Naturalmente il sistema piaceva a Renzi, che immaginava di essere lui il capo di quel partito vincente, ai suoi ordini. Ma per chi non sia di sinistra e renziano per giunta, la prospettiva era un incubo. Senza dire che (al peggio non c’è limite) in futuro avremmo potuto perfino avere un partito peggiore del Pd e un capo peggiore di Renzi. Ciò non significa che qualunque legge sia migliore dell’Italicum, e in questo ha ragione D’Alimonte. Ma non si aveva il diritto di essere spaventati da quella che era sicuramente una pessima legge?
Inoltre può essere giudicata capziosa una seconda affermazione di D’Alimonte, quando scrive che, rigettando l’Italicum, l’elettorato ha mostrato di gradire l’ipotesi di andare alle elezioni con i residuati del taglia e cuci della Corte Costituzionale. Ciò non è affatto vero. Gli elettori – oltre a ingiungere a Renzi di togliersi di torno - hanno soltanto detto: “Vorremmo una legge migliore di questa”. Un esempio di legge migliore? Il Mattarellum. Un altro esempio? Il sistema tedesco. Non è che la temerità si guarisca con la vigliaccheria, e non è vero che gli uomini siano o avari o spendaccioni. Anche in materia di leggi elettorali esiste qualcosa che si chiama moderazione.
Dispiace che, per una volta, D’Alimonte abbia rinunziato ad avere rispetto intellettuale per chi non la pensa come lui. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
16 ottobre 2017




permalink | inviato da Gianni Pardo il 16/10/2017 alle 8:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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