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politica interna
16 maggio 2012
IL SUCCESSORE DI BERLUSCONI
Al di là del dibattito sul “partito leggero” o sul “partito pesante”, cioè sull’opportunità di un partito-movimento o di un partito fortemente strutturato, esiste anche un dibattito sulla successione del leader. Si dice infatti che se Berlusconi non agisce da capo della sua formazione politica, se non la guida personalmente, se non ne è la bandiera e la figura di prua, il Pdl rischia di sparire. Se ciò avvenisse, aggiungono in parecchi, sarebbe colpa sua, perché ha tenuto in ombra chiunque gli sia stato accanto e non ha permesso a nessuno di emergere veramente. Che ciò sia vero o no è secondario rispetto ad un problema teorico, che riguarda tutti i partiti ed anzi tutte le organizzazioni: il leader ha il dovere di organizzare la propria successione? Ed anzi, prima ancora del dovere, ha sempre la possibilità di organizzarla? E soprattutto, è questo il modo normale in cui avviene la successione nella posizione di testa?
Il capo diviene tale perché ha capacità superiori degli altri. Queste capacità tuttavia non basterebbero a farne un capo se egli non volesse essere un capo, se cioè non fosse ambizioso. Comandare dicono sia un piacere superiore a quello sessuale ma ci sono, per così dire, gli impotenti del comando. A Diogene avrebbero potuto offrire di governare una provincia e avrebbero solo ottenuto che si mettesse a ridere. Molti sono nati per obbedire, pochi sono nati per comandare, ma ci sono anche quelli che non sopportano né di comandare né di obbedire.
Se il capo è un ambizioso, è naturale che si aggrappi al  comando finché può. Le eccezioni (Diocleziano, Carlo V) sono rarissime e perfino sconsigliabili (Celestino V). In Italia abbiamo visto un De Mita, carico di allori ma anche di anni, protestare fieramente contro la sua esclusione dalla vita politica. Tanto da volervi rientrare di forza e senza l’aiuto di alcuno. Il capo vuole essere capo in eterno e se una cosa rimpiange è il fatto di non essere immortale.
Qualcuno potrebbe obiettare che questa tesi contrasta con l’uso romano per il quale l’imperatore adottava, in vita, il proprio successore. Ma innanzi tutto l’imperatore non rischiava di essere spodestato dal designato, e poi quella non era una democrazia. In questa, il successore designato potrebbe essere esautorato in breve tempo. E se si mantiene a lungo (Gianfranco Fini) è per merito proprio, non per merito della designazione.
Nelle imprese come in tutte le organizzazioni in cui c’è un capo, questi diviene tale per forza propria. O perché batte gli avversari nella corsa al trono, o perché addirittura elimina il numero uno. Roberto Maroni è stato a lungo un fedele alleato di Bossi e ne ha rispettato l’indiscutibile leadership, ma quando il Senatur si è trovato in difficoltà non ha esitato a pretendere per sé la Segreteria del partito anche se l’anziano capo era ancora disposto a mantenerla o almeno a candidarsi ad essa. Il modo normale di successione inter vivos, se si accetta l’ossimoro, è il parricidio.
Dunque è inutile rimproverare a Berlusconi di non avere designato il proprio successore. Sta a quest’ultimo emergere in quanto tale. Se del caso estromettendo dal trono lo stesso capo. E poi si potrebbe chiedere ai critici chi possa essere, a loro parere, il nuovo leader: Gasparri? La Russa? Frattini? Cicchitto? Ad ogni nome sboccia un sorriso. E se sorridete voi, perché non dovrebbe sorridere il Cavaliere?
Berlusconi per giunta avrebbe una ulteriore risposta da spendere: egli infatti ha già designato il segretario del partito nella persona di Angelino Alfano. Dunque se il partito andasse in briciole è perché la base non accetta un diverso leader, non perché lui non l’abbia nominato.
Forse si dibatte un falso problema. Non si diviene leader né per rescriptum principis (decisione dall’alto) né perché vincitori di un concorso per titoli ed esami. Se il leader di un partito dura nel tempo e diviene carismatico è per meriti suoi - come il primo classificato nella vendita dei libri o dei dischi - non per la benevolenza o la saggezza altrui. Né si può dimenticare che certe personalità sono uniche e insostituibili: basta sfidare chiunque a fare i nomi dei diadochi, cioè dei successori di Alessandro Magno.
Se il Pdl si disfarà o sopravvivrà non dipenderà dall’avere “allevato” un nuovo leader. Dipenderà da un insieme di fattori del tutto imprevedibili, di cui è pressoché inutile dare il merito o il demerito al Cavaliere.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
16 maggio 2012




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POLITICA
15 maggio 2012
LA GRECIA VA AL VOTO: E L'ITALIA?
Dunque la Grecia va di nuovo alle elezioni e probabilmente voterà per chi darà voce all’esasperazione dei cittadini nei confronti dell’Unione Europea e dell’euro. Probabilmente, oltre a mettere nei guai Paesi come la Spagna e l’Italia, si metterà essa stessa in guai che oggi nemmeno riesce ad immaginare.
Se le cose dovessero andare come si è detto,  la vicenda sarà a lungo studiata dai politologi. Sarà infatti inevitabile chiedersi quali regole e quali limiti debba avere la democrazia. Partiamo da un caso teorico. In un momento di collera nazionale in un Paese è indetto un referendum per chiedere ai cittadini se bisogna dichiarare guerra al Paese vicino, se bisogna abolire tutte le tasse e tutte le imposte, o se bisogna raddoppiare lo stipendio di tutti i lavoratori dipendenti. Dinanzi a prospettive così allettanti, sarebbe possibile che il referendum si concludesse con un voto ampiamente positivo. Quali potrebbero essere le conseguenze?
Se si dichiarasse guerra ad un altro Paese senza esservi preparati ed essendo l’altro Paese più forte, è facile immaginare quanto caro si pagherebbe l’iniziativa. Se si abolissero tutte le tasse e tutte le imposte, il giorno dopo chiuderebbero scuole e ospedali, non ci sarebbe più la polizia, tutti gli impiegati di Stato non riceverebbero lo stipendio, nessuno si occuperebbe delle strade, finirebbe l’amministrazione della giustizia... non è il caso di continuare. L’idea di non pagare tasse e imposte è bellissima, ma comporterebbe un disastro di proporzioni inimmaginabili. Se poi si raddoppiasse per legge la paga di tutti i lavoratori dipendenti, mentre moltissime imprese fallirebbero (e i lavoratori non avrebbero più nemmeno la paga di prima), di fatto si sarebbe solo creata inflazione. Infatti i beni a disposizione dei cittadini non sarebbero raddoppiati solo perché è aumentata la quantità di denaro per comprarli. 
Sono tre esempi che possono sembrare assurdi, ma servono per stabilire un principio: non si può permettere al popolo di votare su qualunque cosa. Infatti, nella Costituzione italiana, è detto che “Non è ammesso il referendum per le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali”. Dunque non solo da noi sono solo permessi referendum abrogativi, ma neppure su tutte le materie, in particolare per quanto riguarda il fisco.
All’estremo opposto  della democrazia senza limiti si pongono la dittatura o l’oligarchia. Qui un uomo o pochi uomini comandano a tutti, senza consultarli. Naturalmente sono interamente responsabili dei risultati, ma se questi sono pessimi, neanche l’eventuale messa a morte del o dei colpevoli può minimamente compensare il danno subito dalla nazione. Si pensi a Hitler.
Il problema, per una democrazia normale, si pone in questi termini: fino a che punto i governanti democratici devono seguire la volontà dei cittadini, quando questa volontà prende una direzione che produrrebbe gravi danni in futuro?
Non è un caso teorico. I competenti dicono che se la Grecia voterà a favore dell’uscita dall’euro, la pagherà carissima. I cittadini forse pensano che più caro di come la stiano pagando non potrebbero pagarla, e si sbagliano. Al peggio non c’è fine, come dice un proverbio. E tuttavia, nel momento in cui il popolo in una democrazia esprime la sua volontà, come frenarlo sulla china del disastro? Come spiegargli che chi gli dà ragione, e lo incoraggia, e gli promette rose e fiori, è un imbroglione? E poi, dove sta scritto che in democrazia non si possa votare per un imbroglione?
I greci potrebbero accorgersi troppo tardi di avere votato per il loro disastro ma la democrazia è considerata un’adulta che è responsabile delle proprie azioni. I greci dopo tutto hanno anche il diritto di suicidarsi. 
Il problema è senza soluzione, a meno che la soluzione non sia quella indicata da Aristotele quando afferma che dall’oclocrazia – governo della plebe nel senso deteriore del termine – si passa alla dittatura. 
Ecco perché il successo dei demagoghi è pernicioso. Essi solleticano le tendenze più superficiali, sommarie, violente, rancorose e stupide degli elettori, e se ne fanno un piedestallo per il loro potere. La maggior parte delle volte finiscono male, ma è una magra consolazione, in confronto ai danni che provocano alla nazione che ha prestato loro ascolto.
La Grecia sta per impartirci, se non una grande lezione, un grande esempio. Saremo tutti costretti a porci domande sui limiti di quella democrazia che rimane malgrado tutto il miglior tipo di regime. E intanto a vedere se riusciamo a non farci trascinare a fondo da una nazione che annega.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
15 maggio 2012




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POLITICA
14 maggio 2012
FINI L' "ESODATO"
La parabola di Gianfranco Fini ha ispirato fiumi di inchiostro, fiumi che sono diventati amazzonici quando si è contrapposto a Silvio Berlusconi. In questa occasione è nata la leggenda dell’espulsione del Presidente della Camera dal Pdl, anche se in realtà si è trattato di una squalifica (“ingrato”!) da cui l’interessato ha tratto le ovvie conseguenze. Ma la vulgata insiste: non solo è stato Berlusconi a cacciarlo, ma ciò facendo ha commesso un gravissimo errore.
Su quest’ultimo punto alcuni hanno tuttavia mantenuto delle perplessità. Se chi dovrebbe essere un alleato ci dà addosso ad ogni occasione, perché dovremmo tenercelo buono? Se non ci favorisce durante la bonaccia, perché dovrebbe favorirci durante la burrasca? Ma non possono avere ragione quattro gatti, fra cui il sottoscritto, e torto tutti gli altri: la verità deve essere quella dei grandi commentatori.
E tuttavia non si sfugge alla logica della guerra. Mentre fra due commercianti la vittoria appartiene a quello che ha guadagnato di più, in guerra la palma va a chi ha subito minori danni. Di una flotta che in una battaglia affonda dieci navi e ne perde tre, non si dirà: “ha perduto tre navi”, ma: “ha vinto la battaglia”. Dunque Berlusconi avrebbe commesso un errore se dalla vicenda il suo partito e lui stesso avessero avuto più danni di Fini. E non pare proprio che sia così.
Quella che in primo momento, con sorpresa di molti, era sembrata una valanga, si è presto ridotta a un semplice smottamento. Poi - con la famosa votazione del dicembre 2010 - si è visto che il governo rimaneva in carica. Infine, quando Berlusconi si è fatto da parte, non è stato per un voto parlamentare ma per evitare di assumersi la responsabilità di provvedimenti che avrebbero reso inviso persino Giuseppe Garibaldi. La nave di Berlusconi è stata danneggiata ma ha continuato a navigare, viceversa l’ammiraglia di Futuro e Libertà sembra avere perso il timone.
Per la verità, questo problema della rotta si era posto sin dall’inizio. La domanda che si poneva già all’epoca dei colpi di spillo e dei costanti commenti all’aceto, era ineludibile e ossessionante: dove crede di andare Gianfranco Fini? A destra si stava facendo solo dei nemici. A sinistra poteva andare da solo, senza truppe. Al centro Casini non si sarebbe certo alzato per cedergli il posto di segretario. E allora? Lui che non si era rassegnato ad essere il numero due di Berlusconi si sarebbe rassegnato ad essere il numero due di Casini? 
Pareva una diminutio e nel contempo, come si è visto, rimaneva il meglio che potesse sperare. Tanto che l’altezzoso e anziano giovanotto si è acconciato a questa posizione. È rimasto aggrappato alla poltrona di Presidente della Camera per non perdere visibilità e ciò malgrado la sua immagine si è sempre più sbiadita, fino a sembrare una figura inutile nel panorama politico.
C’era di che essere scoraggiati e depressi ma la vita è spietata. Quando si tocca il fondo a volte si scopre che persino questo fondo può franare. È avvenuto dopo le ultime elezioni amministrative, quando Casini ha pubblicato l’atto di morte del Terzo Polo, ha ordinato il rompete le righe ed ha lasciato Fini all’addiaccio. Che faccia da solo la sua strada, se ha una strada. E lui invece sembra possa solo giocare a briscola con Bocchino, Granata e Briguglio.
Ci sono regole indefettibili: se sei su un aeroplano e litighi col pilota, non è molto intelligente l’idea di aprire la porta e andare sull’ala a tenere il broncio. Il dissenso va risolto all’interno. Per questo, malgrado gli applausi di tanta stampa di centro e di sinistra, ci si stupiva del comportamento del longilineo ex missino. Se l’antiberlusconismo nazionale lo osannava, il buon senso lo condannava: poteva solo correre verso il baratro dell’insignificanza. E infatti la maggior parte degli ex An si sono ben guardati dal seguirlo.
Oggi, il disastro è totale ed innegabile. Essere scaricati da Casini, se pure con sorrisi e salamelecchi, è l’ultimo oltraggio. Un oltraggio tutt’altro che imprevisto. Le analisi dei politologi possono essere interessanti, acute e persino sorprendenti, ma nessuno può andare contro la tavola pitagorica o contro la legge di gravità. Gianfranco Fini ha imboccato un vicolo cieco ed ora ne ha raggiunto il fondo. 
Allora, chi ha commesso un gravissimo errore? Berlusconi ha ancora il suo partito e comunque ha l’età per essere giubilato, Fini ha tutta l’aria smarrita di un “esodato”, senza un presente e senza un futuro.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
12 maggio 2012



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POLITICA
13 maggio 2012
FORSE INSULTARE NAPOLITANO NON È REATO
In occasione del successo del M5S alle recenti elezioni, interrogato al riguardo, il Presidente della Repubblica ha detto di ricordare, in materia di boom, solo “quello degli anni Sessanta in Italia; altri boom non ne vedo”. E ora la Procura di Nocera Inferiore ha aperto un fascicolo per gli insulti a suo carico comparsi su vari blog.
Naturalmente non dimentichiamo che l’intangibilità dell’Autorità si nutre anche della sua distanza, e chi parla tutti i giorni non è “distante”. Dunque, se dice che un partito che ha avuto un successo non l’ha avuto, non può meravigliarsi se poi qualcuno gli chiede: “Sei cieco?” Ma i magistrati di Nocera non si sono certo attivati per quella domanda. 
Chiunque abbia frequentato il Web sa che quasi in tutti i siti il turpiloquio, la calunnia, l’ingiuria nei confronti degli interlocutori e degli uomini pubblici del partito avverso sono moneta corrente. Qualcuno ha paragonato i risultati della libertà di Internet ai graffiti all’interno di un cesso pubblico. Tutto questo dipende dalla cattiva educazione della gente ma anche dalla certezza della più totale impunità.
Questa convinzione nasce innanzi tutto dal fatto che ognuno è invitato a scegliersi un soprannome di fantasia: e molti credono che questo li renda irriconoscibili. In secondo luogo è prassi non solo che ci sia del tu (chi si sottrae a quest’uso è visto un po’ come un parruccone), ma che nessuno passi mai alle vie legali. O si replica con la stessa moneta o si non dà più retta al maleducato. La querela appare impossibile (e infatti la Procura di Nocera si è rivolta alla polizia postale, per identificare i colpevoli) o “del tutto fuor di luogo”. Si pensa realmente che su Internet si possa dire qualunque cosa.
Per quanto strano possa sembrare, questo stato di fatto, su cui non esiste il minimo dubbio, potrebbe essere utilizzato dagli avvocati dei bloggers come linea di difesa. Se lo Stato – che quella situazione certo non ignora - rimane inerte per mesi ed anni, fino a convincere decine di migliaia di bloggers della liceità del loro comportamento, siamo sicuri che con ciò non perda il suo diritto di punirlo?
L’Art.69, ultimo comma, del codice penale insegna: “Se l'agente ritiene per errore che esistano circostanze di esclusione della pena, queste sono sempre valutate a favore di lui”. L’unica domanda che ci si deve porre è dunque: “Quelli che hanno insultato Giorgio Napolitano ritenevano, se pure per errore, di fruire di circostanze di esclusione della pena?” E che la risposta sia certamente affermativa sarebbe provato, a contrario, ponendo agli imputati questa domanda: “Avreste detto queste stesse cose in faccia al Presidente della Repubblica?” Si può star sicuri che ci guarderebbero con occhi smarriti. Infatti, se fioccassero le querele e le condanne, essi non oserebbero insultare neanche gli altri bloggers. 
Lo Stato ha perso il proprio diritto di punire. Se avesse voluto prevenire il vilipendio internettiano avrebbe dovuto far sapere in giro che, nickname o no, l’identità di chiunque sul Web sarebbe stata rivelata a semplice richiesta dallo stesso gestore del sito. Non lo ha fatto? Anzi, ha riservato questa possibilità solo alla Polizia Postale? Il risultato è che la gente è convinta di agire fruendo del segreto della corrispondenza e in un ambito extralegale. Un ambito in cui impera la libertà d’ingiuria.
Qualcuno potrebbe sognare di correggere questo andazzo ma il tentativo rischierebbe di essere oltre che impossibile, patetico. Il nostro è un Paese in cui, in nome della spontaneità, la televisione (modello indiscutibile) è spesso volgare; in cui mettersi la cravatta, perfino in occasioni ufficiali, sembra atteggiamento da persone anziane e conformiste; in cui parlare o scrivere in  buon italiano non è richiesto ed è anzi visto come un vezzo. 
Il Web ha inoltre la funzione, utile ai politologi e ai sociologi, di termometro e di valvola di sfogo della nazione. Chi ha lo stoico coraggio di leggere certi forum, entra in contatto con l’es della nazione, per parlare in termini psicoanalitici, oppure, per parlare in termini correnti, col basso ventre della gente. Si entra in un mondo scatologico: ma la prima indicazione che dà lo psicoanalista non è proprio quella di non escludere nulla, di non avere remore né di linguaggio né di moralità?
Pare comunque che la Procura di Nocera abbia “aperto il fascicolo” su denuncia di qualcuno. Dunque essa si sarebbe mossa in nome dell’obbligatorietà dell’azione penale. Ne siamo lieti. Non sapevamo esistesse.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
13 maggio 2012




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13 maggio 2012
SE LA GRECIA LASCIA L'EURO
Un tempo, in certi ambienti, per non pronunciare la parola sifilide, si usava alludere a un “male innominabile”. La stessa tubercolosi, pure moralmente impeccabile, era chiamata tbc, sperando così di non evocarla. E c’è poco da sorridere: ancora oggi si usa parlare di “un male inguaribile” invece che di “cancro”. Malattia di cui del resto non sempre si muore. Ma chissà, forse la sua variante mortale ha orecchie più fini dell’altra. Nel dubbio è meglio non evocarla.
Il pensiero magico, malgrado millenni di civiltà e secoli di scienza, è ancora molto forte, ma chi è empio osa lo stesso porre qualunque domanda. E stavolta l’interrogativo è il  seguente: e se la Grecia uscisse dall’euro?
Qualcuno scrive articoli per rivelare che le grandi banche, le autorità europee e tutti i governi, se pure a bassa voce, si pongono la questione; fanno dei calcoli; si chiedono come parare la botta, nel caso; come se, mentre ci sono ultimatum, ammassamento di truppe alle frontiere e  minacce di ogni genere, qualcuno venisse a rivelarci che gli Stati Maggiori si stanno ponendo il problema di che cosa fare, se la guerra scoppia.
Sappiamo già che l’Italia è fra coloro che detengono meno titoli della Grecia, ma l’Europa, in questi mesi, le ha concesso ingenti crediti e le banche tedesche e francesi hanno centinaia di miliardi di titoli di quel Paese. Questo spiega perché fino ad oggi essi hanno aiutato Atene, e perché sarebbero fra i primi danneggiati dal possibile default. Ma la realtà a volte non si lascia guidare. Soprattutto se si va a nuove elezioni e se prevalgono i partiti che lo desiderano, quella nazione potrebbe lasciare l’euro. O potrebbe essere espulsa. Quale delle due modalità potrebbe avverarsi importa poco: è il risultato finale, che conta. E allora, che ne sarebbe dell’euro? Che ne sarebbe dei debiti della Grecia? Anzi, che ne sarebbe della Grecia?
Non auguriamo a nessuno questo esito ma siamo tutti nella situazione dei malati senza speranza che leggono di un nuovo farmaco che potrebbe farli morire ma potrebbe anche salvarli. E allora saremmo lieti che lo si provi su qualcun altro. Infatti i calcoli dei governi, degli economisti, dei banchieri, delle Borse e di tutti i competenti messi insieme valgono infinitamente meno dell’esperimento. 
Ci hanno fatto vivere nella venerazione del dogma che l’euro non si tocca e che uscirne sarebbe la fine di tutto. Bene. Se domani per la Grecia fosse la fine di tutto sapremmo almeno che i nostri sacrifici hanno avuto un senso. E finalmente sarebbero ridotti al silenzio coloro che dànno all’euro e al suo primo sacerdote, Mario Monti, la colpa della crisi. Meglio la chemioterapia del nuovo farmaco. Se invece quel piccolo Paese ne uscisse rinvigorito, anche se squalificato; se cominciasse a riprendersi; se divenisse molto competitivo; se attirasse i turisti con i suoi prezzi bassi ed avesse un boom economico, sapremmo che la linea economica seguita dall’Europa, su ordine della Germania, è stata ed è un errore. Che ha ragione Paul Krugman. E i moltissimi che all’austerity avrebbero preferito un taglio delle tasse e una politica espansiva.
Molta gente, dinanzi a questi dubbi, ha tendenza a pensare che essi dipendano dal fatto che da un lato ci sono i competenti (che hanno ragione) e dall’altro gli incompetenti (che hanno torto). In realtà il problema è più difficile di quanto non si pensi. Non esiste “la” soluzione. Ognuno ha una sua idea. Nella macroeconomia non esistono le certezze degli ingenui. Quando negli Stati Uniti c’è stata la crisi immobiliare, la prima idea della Casa Bianca è stata quella di lasciar fare al mercato: e infatti si è permesso che la Lehman Brothers fallisse. Poi – qualche settimana dopo – si è capito che questa politica era sbagliata e lo stesso governo ha sostenuto altre imprese, affinché non fallissero. Se questo avviene nel Paese che è esemplare, in materia di capitalismo, come pretendere che si abbiano le idee chiare, e soluzioni infallibili, in un Paese come l’Italia che ha l’aria di un ircocervo, mezzo capitalista e mezzo statalista, per non dire comunista?
Auguriamo ogni bene alla Grecia, nazione cui ci lega una gratitudine culturale che non avrà mai fine. Ma non siamo in grado di aiutarla in nessun modo: e allora non possiamo nasconderci che l’esperimento di un default, che pure per essa potrebbe essere devastante, sarebbe molto utile per noi.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
12 maggio 2012




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POLITICA
12 maggio 2012
L'ANTIPOLITICA: UN FALSO CONCETTO
Le ultime elezioni amministrative, a parere di tutti, hanno dato questi tre segnali: il calo dei votanti, un numero enorme di “liste civiche” e il successo del Movimento 5 Stelle. Sempre a parere di tutti, i tre dati si possono riassumere in uno: antipolitica. Cioè il rigetto della partitocrazia, con i suoi riti e i suoi intrallazzi, la sua corruzione e la sua inefficienza. Da ciò la domanda che tanti si pongono: che cosa dovremo aspettarci se, per ipotesi, si andasse a votare in autunno? O se, nella prossima primavera, lo stato d’animo dell’elettorato fosse ancora quello attuale?
Nel Borghese Gentiluomo M.Jourdain vuole inviare un biglietto alla signora che corteggia e chiede se sia meglio scrivere: “Bella Marchesa, i suoi begli occhi mi fanno morire d’amore”, oppure “D’amore, Bella Marchesa, i suoi begli occhi mi fanno morire”. Il suo professore privato l’aiuta ad ipotizzare molti altri modi di disporre quelle parole finché M.Jourdain chiede quale sia il migliore: e gli vien risposto che è il più semplice, il primo. 
Anche nella guida di un Paese è inutile complicare le cose. Parlare di antipolitica ha tanto senso quanto parlare di antisocietà. Infatti la politica la troviamo nella democrazia e nella dittatura, nella monarchia e nell’oligarchia. Se ne occupano tanto il capotribù quanto la Chiesa Cattolica, con la sua dottrina sociale. Perfino l’anarchia – se solo durasse – dimostrerebbe che essa è inevitabile. Ma i demagoghi, più attenti ai sentimenti della gente che alla sua capacità di ragionare, sanno che c’è un cavallo facile da cavalcare: quello dell’indignazione. Dunque si contrappongono all’establishment proponendosi come “diversi”, mentre la storia dimostra che qualunque potere nuovo dopo un certo tempo è vecchio e si rivela molto meno “diverso” dallo sperato. 
Noi italiani non abbiamo la tradizione rivoluzionaria della Francia. Di solito speriamo che qualcun altro cavi le castagne dal fuoco. Per esempio che gli Alleati liberino l’Italia dai tedeschi per poi divenire d’un sol colpo tutti partigiani e tutti resistenti. E vincitori, per soprammercato. Ma, anche ad essere propensi alle rivoluzioni, dovremmo ricordare che l’etimologia di questo grandioso rivolgimento sociale significa semplicemente “ritorno al punto  di partenza”. Se non ci piacciono i politici italiani dovremmo ricordare che, dopo qualunque esperienza, alla fine avremmo solo e sempre politici italiani. O c’è qualcuno capace di credere che si possa cambiare natura? Abbiamo riso del tentativo di Mussolini di fare di noi un popolo di guerrieri e ci aspettiamo che un governante sia tanto più geniale di Mussolini da trasformarci tutti in onesti ed efficienti?
L’antipolitica somiglia alla pretesa di volare saltando giù dal primo piano. Agli scontenti della situazione italiana, a quelli che vorrebbero buttare tutto all’aria e che si fanno venire il sangue agli occhi pensando ai costi della politica, bisogna ricordare che queste cose gridano vendetta agli occhi dell’Altissimo ma non sono ciò che rovina la nazione. Se, nella seconda metà del secolo scorso, deputati e senatori si fossero limitati a rubare per sé e avessero evitato di creare il debito pubblico che ci uccide, oggi li considereremmo padri della Patria. 
L’antipolitica, e anche la cosiddetta “questione morale”, sono le conseguenze di una visione infantile del mondo. Il risultato della totale incomprensione di un principio molto semplice: colui che danneggia veramente la collettività non è il sindaco o il parlamentare disonesto, è il politico che governa male. Il denaro che il più corrotto degli uomini di Stato può rubare è solo una frazione insignificante di ciò che può costare alla società una cattiva legge. Il peggiore degli statisti è quello che crea sprechi; che frena la produzione; che aumenta le tasse e le imposte per finanziare un’Amministrazione inefficiente; quello che, anche ad essere onesto e a volere il nostro bene, di fatto ci rovina. Come ci hanno rovinato la Dc e il Pci negli anni del consociativismo, quando hanno creato un debito pubblico di cui quasi non siamo più capaci di pagare gli interessi. 
Sarebbe stato meglio che allora Andreotti – persona tuttavia stimabilissima - avesse avuto molte amanti e si fosse messo in tasca l’equivalente di dieci  miliardi di euro, purché fosse stato capace di evitare che Dc e Pci ci precipitassero nel baratro nel quale siamo. Che faccia la comunione ogni mattina e che vada in Paradiso è cosa ottima. E può anche darsi che il Padreterno almeno a lui perdoni il modo in cui ha governato. Noi abbiamo qualche difficoltà in più.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
11 maggio 2012




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POLITICA
11 maggio 2012
MARIO MONTI L'IMPERFETTINO
Galluzzo, sul “Corriere” (1) parla dell’amarezza del Primo Ministro Mario Monti per il crescente disincanto degli italiani, per il costante aumento, in quantità e in intensità, degli attacchi contro di lui. Gli si dà infatti la colpa dell’eccessiva pressione fiscale, della drammatica recessione e perfino del suicidio dei più disperati. Nessuno dimentica la velocità con cui sono stati adottati i provvedimenti a carico dei contribuenti mentre si è vista un’incredibile lentezza quando si è trattato della “fase due”, cioè della riforma del mercato del lavoro. Per non parlare del rilancio, in cui l’azione del governo è ancora oggi un fallimento: soffriamo più che nell’autunno scorso ma non per questo abbiamo migliori prospettive. L’uomo della sobrietà si aspettava uno spread di duecentocinquanta e siamo stabilmente intorno a quattrocento e più: segno che i mercati non hanno preso sul serio né l’ottimismo suo né quello dei media che lo hanno sostenuto. Berlusconi ci ha messo diciassette anni, a logorarsi, per Monti sono bastati sei mesi. 
Nel momento drammatico sono venuti a galla i limiti dell’uomo. Finché le cose sono andate come lui immaginava, con tutti che gli facevano l’inchino e ne sottolineavano le differenze rispetto al fiammeggiante Berlusconi, ha recitato la parte del perfettino, del gentiluomo sorridente. Quando le critiche hanno cominciato a morderlo, quando si è messa in dubbio la validità della sua azione politica, ha cominciato a scalciare, a sbagliare misura, fino a dover precisare, fino a doversi scusare, fino a sentirsi dire pressoché apertamente che è lì per fare quello che gli dicono i grandi partiti e soprattutto il Pdl. È quasi passato da padrone a servo incapace. Scrive infatti Galluzzo: “Risponde alle critiche; dice e poi rettifica; provoca lui stesso reazioni, in primo luogo nel Pdl, che rischiano di complicare la navigazione dell'esecutivo. Persino nello staff qualcuno avrebbe ravvisato la necessità di una maggiore moderazione. Ma anche Monti ha il suo carattere, che non ha solo i tratti della sobrietà”. “È stato abituato a incassare elogi, interni e internazionali, incassa meno bene i riti, le critiche e il linguaggio della politica italiana”.  
In realtà non si tratta di riti e di linguaggio: è che l’azione è molto più difficile della critica. Ed è questa la ragione per la quale in linea di principio bisogna essere comprensivi con chi è al potere. Purtroppo nel caso di Monti non è facile esserlo perché in passato proprio lui si è reso colpevole di imperdonabili mancanze di generosità. Oggi dice che questi sei mesi di governo sono stati più pesanti dei dieci anni a Bruxelles, e sospira: “Come sarei felice di saldarli subito, domani mattina, quei debiti [verso le imprese]»; «peccato che non posso farlo»: mentre prima non comprendeva che altri potessero trovarsi dinanzi allo stesso genere di impossibilità. 
Nell’ottobre dell’anno scorso faceva dire a innominate fonti straniere (2) che “le principali responsabilità di questa situazione vengono attribuite al governo italiano in carica da tre anni e mezzo”. Governo al quale rimproverava perfino di non avere chiesto la collaborazione delle opposizioni, tanto che sogghignavamo (3): “Forse pensa che la Camusso applaudirebbe l’abolizione dello Statuto dei Lavoratori, se Berlusconi lo proponesse”. E ora il meno che si possa dire è che, se lo pensava allora, non lo pensa certo più. 
Attribuiva a Berlusconi anche “un’ovattata percezione della realtà”. Oggi lui ci vede tanto meglio? Se entrasse in un bar molta gente chissà che realtà gli farebbe percepire. 
È troppo difficile sentire umana solidarietà per quest’uomo. Non si può dimenticare che sette mesi fa scriveva: “la permanenza in carica dell’attuale presidente del Consiglio viene vista da molti come una circostanza ormai incompatibile con un’attività di governo adeguata, per intensità e credibilità, a sventare il rischio di crisi finanziaria e a creare una prospettiva di crescita”. Cioè i guai dell’Italia erano colpa di Berlusconi. “La quale affermazione – scrivevamo - è di una stupidità talmente colossale che veramente vorremmo Mario Monti Primo Ministro per cavarci lo sfizio di vedere quale sarebbe la sua attività di governo adeguata, come renderebbe tutti nel mondo ammiratori del debito pubblico italiano  e come creerebbe in un battibaleno una smagliante crescita economica dell’Italia”. Allora avremmo voluto vederlo e ora lo vediamo.
Forse non è generoso rinfacciare al prossimo le stupidaggini dette in passato, ma se trattenersi è già difficile con gli amici, diviene pratica da santi farlo con chi è stato arrogante. E alcuni  sono troppo miscredenti per essere dei santi.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
10 maggio 2012
(1) http://www.corriere.it/politica/12_maggio_10/attacchi-continui-amarezza-premier-galluzzo_7b49ffc6-9a60-11e1-9cca-309e24d49d79.shtml
(2) http://www.corriere.it/editoriali/11_ottobre_16/monti-false-illusioni-sgradevoli-realta_068269c4-f7bf-11e0-8d07-8d98f96385a3.shtml
(3) http://pardonuovo.myblog.it/archive/2011/10/16/l-economista-super-partes-che-salva-l-italia.html




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10 maggio 2012
SE IL 5S ABBIA O NO UN PROGRAMMA
Quando comincia ad affermarsi un nuovo partito tutti si chiedono quale sia il suo programma. Riguardo al Movimento 5 Stelle oggi sono possibili due risposte estreme: nessun programma oppure l’elenco delle decine di punti che esso ha messo in rete. Solo per l’economia le indicazioni sono ben venti e purtroppo prevalentemente molto settoriali o molto vaghe. È inutile parlare di “Disincentivi alle aziende che generano un danno sociale”, perché poi bisognerebbe stabilire quale sia questo danno, di quale entità debba essere e quali aziende lo generano. “Sussidio di disoccupazione garantito”? Eccellente, ma per quale somma? E chi è definito “disoccupato”? E sarebbe sostenibile, il provvedimento, per l’erario? E dove si reperiscono i fondi? “Vietare la nomina di persone condannate in via definitiva (es. Scaroni all’Eni) come amministratori in aziende aventi come azionista lo Stato o quotate in Borsa”. Ottimo. Ma se abbiamo un Lee Iacocca capace di salvare la Chrysler dal fallimento, che cosa gli diciamo, no, vada via, lei non avendo pagato l’oblazione è stato condannato con sentenza passata in giudicato per contravvenzione al divieto di sosta? O si parlava di altro genere di reato? E quale?
Anche i grandi partiti, nel quadro dei propri principi generali, compilano a volte “libri dei sogni”. Si va dal contratto con gli italiani di Silvio Berlusconi alla “Fabbrica del programma” di Prodi, un comitato che alla fine sfornò, nientemeno, un intero libro. Ma ciò che rende gli elettori fedeli a un partito è la sua visione del mondo. Una Stella Polare da cui discendono le singole applicazioni. 
Sorprendentemente, identificare questo nocciolo, nei partiti storici, è meno difficile di quanto si potrebbe pensare. Un partito di ispirazione cristiana cerca di applicare fin dove può i principi di quella fede: e per il resto cerca di non disturbare i poteri forti. Un partito comunista tende a uno sfrenato egualitarismo (tutti vestiti nello stesso modo, ai tempi di Mao) e soprattutto allo statalismo totalitario. Un partito socialista è un partito comunista che si è accorto che l’applicazione integrale dello statalismo crea miseria e cerca dunque compromessi.  Un partito liberale ha come idea di fondo che l’intervento dello Stato crea più problemi di quanti ne risolva e pensa che ognuno debba provvedere a se stesso. Si tratta di principi generalissimi capaci tuttavia di generare una risposta per quanto riguarda i singoli casi. Non è necessario iscrivere nel programma di un’eventuale nuova Democrazia Cristiana che essa si opporrà al matrimonio fra omosessuali, come pure, sapendo che un Pci è per la lotta del proletariato contro il datore di lavoro, è inutile perdere il tempo di informarsi se è per la revoca dell’art.18 dello Statuto dei Lavoratori.
E naturalmente ci sono i partiti patchwork, per non chiamarli Arlecchino: quelli che  prendono un po’ da qui e un po’ da là. La Dc per esempio era cristianesimo+socialismo e ancora oggi questo è il programma dell’Udc. La fu Margherita, incarnata ad esempio in Rosy Bindi, era cristianesimo+comunismo. Per la Lega il programma vero era la secessione del Nord. Per il Pdl il programma era liberismo e liberalismo. Per Di Pietro il programma è: tutto il potere alla magistratura e in galera chi sgarra. Lo stesso fascismo era nazionalismo (eredità dell’Ottocento), socialismo e antipolitica (meglio lasciar fare al Duce). E infine molta, molta retorica. 
Tornando a Grillo, non si vede quale sia la sua visione del mondo. I moltissimi punti del programma dettato dai militanti corrispondono alle mille storture che i singoli credono di identificare: ma proprio per questo, per la loro limitatezza di orizzonte, i punti di un simile cahier de doléance, anche tutti insieme, non costituiscono un programma. Se si nega l’onore di un vero programma a Benito Mussolini da Predappio, sarà pure permesso negarlo a Giuseppe Grillo da Genova.
Ciò non significa che il programma non possa nascere in corso d’opera. Qualcuno ha osservato che l’Impero Romano non fu mai concepito come lo scopo della politica romana. Roma voleva solo proteggersi, stabilire alleanze, creare stati cuscinetto, e a poco a poco si allargò fino ai confini del mondo. Se si scusa il gioco di parole, si può realizzare un grandissimo progetto senza averlo progettato. Anche Grillo e i suoi potrebbero un giorno trovare un programma serio. E se fosse benefico per il Paese, ne saremmo tutti felici. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
9 maggio 2012




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POLITICA
9 maggio 2012
DISPREZZARE IL M5S
La differenza fra Vladimir Ilic Ulianov e Tommaso Aniello salta agli occhi. Anche se Lenin non fosse riuscito a fondare l’Unione Sovietica e Masaniello fosse invece diventato il dittatore di Napoli, la differenza sarebbe rimasta a favore di Lenin. Infatti ad ogni capopopolo bisognerebbe ricordare la risposta che Togliatti dette a Pajetta quando, dopo la “liberazione”, questi gli annunciò di avere occupato la Prefettura di Milano: “Bravo. E ora che te ne fai?”
Far prevalere la rivoluzione è solo l’inizio della storia. Non fanno trionfare la Révolution gli esaltati che conquistano la Bastiglia: sono Montesquieu e Voltaire, benché già morti. Le idee possono affermarsi malgrado la sconfitta militare (1815), mentre senza idee si fanno solo confusione e danni (1968).
Tutto questo andrebbe ricordato a proposito del successo del Movimento Cinque Stelle. In seguito alle recenti elezioni molti si chiedono che senso e che effetto avrà l’apparizione di questo personaggio e dei suoi seguaci. Cosa giusta, perché i politici si occupano del presente, non della storia. Se infatti – per ipotesi – nel 2013 il M5S sottraesse al Pd quei pochi voti che gli servirebbero per avere la maggioranza, la cosa avrebbe un’enorme importanza. Ma a lungo termine?
A lungo termine non si può dimenticare che i movimenti che hanno come molla la protesta contro “tutto” non ottengono “nulla”. Quando si parla troppo di “onestà”, di “galera per i ladri”, o di questioni assolutamente secondarie e insignificanti, come il divieto di più di due legislature per i politici, è segno che si mena il can per l’aia. 
Alla fine degli Anni Settanta del XVIII secolo, i francesi non ne potevano più di tre forme di giustizia: una per i nobili, una per i religiosi e una per il popolo; avevano ben chiara la teoria della divisione dei poteri; non sopportavano più di pagare le tasse – loro, i poveri – mentre i nobili ne erano esentati. Insomma avevano in mente un’altra idea di Stato. Che è poi quella che oggi ci pare ovvia. Programma grandioso e non è un caso che quell’episodio sia posto come pietra miliare che segna l’inizio dell’era contemporanea. Viceversa, stare a gridare nelle piazze parlando di storture minori, un po’ facendo ridere e un po’ facendo indignare, è solo un modo di perdere tempo o di fare spettacolo.
Oggi, un politico che volesse presentarsi come rinnovatore dovrebbe proporre con forza, fino a farli accettare, quei cambiamenti che potrebbero salvare il Paese.  La riforma dell’amministrazione della giustizia, per cominciare; la riforma dei rapporti di lavoro; la drastica riduzione della pressione fiscale; una soluzione, anche se di lungo termine, al problema del debito pubblico. Ognuna di queste cose potrebbe modificare il futuro dell’Italia e sarebbe quasi il caso di fare una rivoluzione per ottenerla. In mancanza di ciò, si tratta di piccolo cabotaggio.
Del resto, si è visto. Silvio Berlusconi è entrato nella vita politica nel 1994 sbandierando idee e intenzioni che hanno entusiasmato molti liberali. Per giunta, quando ha ottenuto il consenso elettorale, si è potuto sperare che sorgesse una nuova alba. Invece, diciassette anni dopo, l’Italia è al punto di partenza. Niente riforma dell’amministrazione della giustizia, niente riforma dei rapporti di lavoro, niente drastica riduzione della pressione fiscale. E poco importa che la colpa di questo sia del leader o dell’intera nazione, che ha il piede saldato al freno. Tutto ciò che sappiamo è che non abbiamo bisogno di un Tommaso Aniello o di un Guglielmo Giannini, abbiamo bisogno di un Ulianov liberale, capace di amputare quel piede, se necessario.
Perfino un personaggio che in qualche modo ad un certo momento è sembrato un rivoluzionario, Umberto Bossi, pur nella sua primitività, ha almeno avuto un’idea centrale: il riscatto del Nord rispetto a certe servitù nazionali. Poi ha esagerato, con le volgarità e parlando di secessione, ma la meta che agitava era più importante dell’abolizione del copyright sul Web. E tuttavia lui stesso è crollato dopo un misero scandalo per pochi spiccioli e il ridicolo di qualche laurea da operetta, mentre i girondini hanno vinto malgrado Waterloo.
Ecco perché Beppe Grillo è solo uno sternuto della storia. Non solo non ha la visione di un De Gaulle, non ha nemmeno la competenza tecnica di un D’Alema o di un Casini. Il disprezzo dei politici è insensato. A partire da un certo livello essi non sono meno “specialisti” di quanto lo siano i meccanici d’automobile. E come nessuno di noi metterebbe le mani nel motore, sarebbe bene che stessimo attenti a non metterle spensieratamente negli ingranaggi dello Stato.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
8 maggio 2012



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CULTURA
8 maggio 2012
IL COMUNISMO NON MORIRA' MAI
Molti si chiedono se il comunismo sia vivo o morto e per la maggior parte gli studiosi pensano che sia morto. Certo, poi sono obbligati a trovare altre definizioni per Paesi come la Cina, Cuba, la Corea del Nord o il Vietnam, ma ciononostante può dirsi che il comunismo, in quanto regime realizzato secondo i canoni teorici, è veramente storia passata.
Chi non ha mai avuto questa fede, nemmeno quando l’avevano più o meno tutti gli intellettuali, dovrebbe essere contento di una simile diagnosi. E tuttavia un’onesta considerazione della realtà potrebbe indurlo a sostenere la teoria opposta: non solo il comunismo non è morto ma, addirittura, non morirà mai. 
Karl Marx forse non fu quel grande scienziato e quel gran profeta che credette di essere ma la sua teoria, fosse anche sbagliata, per essere compresa richiede sempre una certa competenza. Invece la stragrande maggioranza della gente non ha quasi idea di che cosa sia marxismo e sarebbe molto stupita apprendendo che anch’esso è una forma di capitalismo (di Stato) senza dire che del capitale fanno parte le forbici del barbiere e la pialla del falegname. 
La nozione che in concreto si è avuta del comunismo è stata molto approssimativa. Chi ha vissuto in un Paese comunista lo ha  giudicato dai fatti e lo ha semplicemente sopportato finché non ha avuto la forza di ribellarsi. Nei Paesi liberi, invece, non essendo costretti a giudicarlo dai fatti, tutti si sono occupati di ciò che credevano fosse la teoria: ed ecco che - al di là di ciò che realmente era in economia, in politica, in filosofia - il comunismo è divenuto un vero mito. 
Il comunismo, malgrado le notizie che provenivano dall’U.r.s.s., è stato visto come una palingenesi. Esso prometteva agli ingenui (professori d’università in prima fila) una migliore giustizia sociale; una maggiore attenzione per gli ultimi; un miglioramento del livello di vita; la fine dei privilegi e delle rendite; una maggiore uguaglianza e dignità fra gli esseri umani ed altro ancora. Faceva insomma intravedere il raddrizzamento di tutti i torti e una sorta di felicità sociale. Chiunque fosse capace di prendere sul serio queste speranze, come poteva non essere comunista? E infatti i comunisti erano sempre indignati contro chi non la pensava come loro. Per essere ostili a quel programma, concludevano, bisognava avere interessi e privilegi da difendere. Dunque chi era anticomunista era un egoista, un immorale, un profittatore, uno sfruttatore del popolo. Chiunque sia stato anticomunista in Italia negli anni Settanta e Ottanta sa di che si parla.
Questo tipo di comunismo non è morto e non morirà mai. Il fenomeno cambierà nome e cambieranno le specifiche promesse, la teoria avrà pretese scientifiche o radici religiose, ma il risultato sarà sempre lo stesso: infatti il successo del movimento non dipende dal suo contenuto ma dal bisogno che la gente ha di sentirsi incoraggiata a sperare. Il messaggio ha una tale forza di suggestione e un tale fascino da incantare miliardi di persone persino quando ciò che si promette non è verificabile ed è rimandato a un momento successivo alla morte. Come si può pensare che muoia la capacità di autoilludersi? 
A giudicare dalle caratteristiche dell’umanità non solo è ovvio che il “comunismo”, o comunque si chiami l’utopia del momento, non morirà mai, ma al contrario è stupefacente che sia nata la scienza. Infatti essa promette solo la verità, anche quando è qualche infausta diagnosi di tumore maligno, ed eventualmente solo ciò che la verità può procacciare. Niente di mirabolante. Il telefono, ma non un vero amico con cui parlare. Il vaccino antirabbico, non la felicità. 
L’uomo razionale non può aderire al sogno semplicemente perché è incapace di entusiasmarsi per qualcosa di inverosimile e privo di riscontro sperimentale. Non è ostile agli scopi dell’utopia, ma non crede che essa sia la strada giusta per raggiungerli. Reputa che la cosa migliore sia  permettere a ciascuno di perseguire la propria felicità col massimo di libertà d’azione: e infatti chiama sé stesso liberale. Ma quando nega agli altri la speranza della felicità collettiva, la sua freddezza ne fa agli occhi di molti un uomo poco sensibile e anzi odioso. Non è che egli si limiti ad identificare il sogno come impossibile, pensano, forse è lui stesso che lo rende impossibile.
Gli scienziati e gli economisti sono cattivi, mentre  i predicatori, gli uomini di sinistra e i sognatori sono buoni. E si può star certi che questa bontà non morirà mai.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
8 maggio 2012




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ECONOMIA
7 maggio 2012
L'ASSASSINO DELL'ECONOMIA ITALIANA
La molla fondamentale di tutti i polizieschi è il desiderio di vendetta. Essi presentano sin dall’inizio il crimine e spendono la trama per svelare chi l’ha commesso: infatti in inglese i polizieschi si chiamano anche “whodonit?”, “chi è stato?”. Lo schema tende a non avere eccezioni: si considererebbe un patto violato l’opera in cui il colpevole non fosse rivelato e non se annunciasse la punizione. Se il “mystery” si concludesse col colpevole che se la cava irridendo poliziotti e spettatori la gente si arrabbierebbe. Non si discute: il poliziesco deve finire con il castigo del colpevole. 
Il fatto che la regola sia sentita come inviolabile viene di solito attribuito ad un motivo morale e può darsi che sia così. Ma è molto difficile distinguere la spinta etica dal sanguigno desiderio di vendetta che è in ognuno di noi. Tutti ci rassegniamo a pensare che qualche crimine sia inevitabile - perché imprevedibile o perché commesso quando la vittima non era in grado di difendersi - ma non possiamo rinunciare, se non con  profondo rammarico, al fatto che il colpevole la paghi molto cara.
Ciò malgrado c’è un caso in cui la regola della punizione è inapplicabile: quando il colpevole muore prima di essere identificato. In questo caso la soddisfazione intellettuale di sapere di chi è la colpa è ben misera cosa. In passato la rabbia a volte è stata tale che si è dissotterrato il cadavere per processarlo e “punirlo”: è avvenuto a Papa Formoso. Ma questi rituali macabri fanno dubitare della salute mentale di chi li ha voluti. Mors omnia solvit, la morte scioglie tutti i rapporti.
È pensando a questi dati indefettibili che si comprende la vastità del dramma italiano. Un intero popolo si trova nella condizione di apprendere che i genitori lo hanno fatto vivere nell’agio ma la mamma faceva la puttana e il papà il truffatore. E tutti e due hanno lasciato una immensa montagna di debiti. Come se non bastasse, ora sono tutti e due morti e non c’è modo di fargliela pagare. È vero, Giulio Andreotti è ancora vivo ma non avrebbe senso punire lui per ciò che ha fatto un’intera generazione oggi scomparsa. Dunque a lui auguriamo soltanto di stare meglio e di tornare a casa dall’ospedale.
Ci troviamo oggi in una situazione in cui possiamo solo roderci il fegato. Calcolandolo in lire, il debito pubblico è di circa quattro milioni di miliardi, quattro seguito da quindici zeri. Poco meno di sessantacinque milioni di lire a testa. Insomma, questo debito è una montagna che nessuno può scalare. E quello che è peggio è che i cari politici che a suo tempo l’hanno creato potrebbero tornare dall’aldilà a dirci che quel denaro l’hanno speso per noi. Per farci felici. Magari con qualche spreco, magari con molti sprechi, ma sempre nel nostro interesse. Noi chiedevamo questo e quello e loro ci davano questo e quello. Forse che l’entità del debito pubblico è mai stata nascosta? Forse che qualcuno di noi ha mai protestato? E se la mamma si prostituiva, le abbiamo mai chiesto da dove prendesse i soldi che ci dava? E abbiamo mai chiesto a papà se e come intendesse un giorno rimborsare quelli che aveva truffato?
La maggior parte degli italiani – con mentalità di sinistra e buonista – a suo tempo reputava imprescindibile che si desse la pensione a tutti, anche a chi non aveva mai versato una lira di contributi, che si facesse la tale e la tal’altra opera pubblica,  e insomma guardava più al nobile scopo da raggiungere che ai conti della serva. Ma c’era anche chi quei conti li faceva e trovava assurdo quel comportamento. Dove andremo a finire? si chiedeva. Che avverrà, il giorno in cui i creditori si accorgeranno che non saranno mai rimborsati? 
Oggi il panorama è sconfortante per tutti, ma quel signore deve essere compianto ancor più degli altri, perché mentre allora tutti vivevano in un mondo dalle prospettive più che rosee, attingendo continuamente al pozzo di S.Patrizio, lui questi interrogativi se li poneva già allora. Ed è una ben misera soddisfazione vedere che ora il fegato se lo rodono anche gli altri. 
L’assassino l’ha fatta franca e non rimane che piangere sull’economia assassinata. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
6 maggio 2012
Appendice d’attualità. In Grecia hanno perso i partiti pro-euro, cioè quelli che hanno imposto l’austerità richiesta dalle autorità europee. In Francia ha vinto Hollande, si dice, ma in realtà ha vinto la protesta contro l’euro, contro l’Europa e contro Sarkozy in quanto alleato di Angela Merkel. E tutto ciò induce ad un sorriso ironico. O i governanti greci uscenti, le autorità monetarie europee, i governi Sarkozy, Merkel e Monti sono tutti pazzi, oppure chiunque governi ad Atene, a Parigi o a Roma dovrà continuare la politica di prima. 
Se viceversa i nuovi governi veramente cambieranno politica, facendo scoppiare l’euro e magari annunciando un default che fa saltare il tavolo, il risultato sarà illuminante per capire ciò che abbiamo vissuto. Se i Paesi in difficoltà andranno a ramengo, con tragedie ben superiori a quelle recenti, l’ “Europa” avrà avuto ragione e quelle nazioni la pagheranno cara. Se al contrario, dopo un momento si smarrimento, esse si riprenderanno alla grande, sapremo che la Germania è stata miope ed egoista e le grandi autorità finanziarie europee sono state una manica di incompetenti.
La sponda del fiume su cui ci sediamo sarà molto affollata, nelle prossime settimane.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
7 maggio 2012




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6 maggio 2012
LA POVERTA' NON ESISTE
Immaginiamo un villaggio perduto nella savana. Vi è il più ricco, Ahmed, che possiede quattro vacche, e Alì, il più povero, che non ne possiede nessuna. Un giorno però Ahmed è costretto ad andare lontano e visita così un altro villaggio in cui il più ricco, Ibrahim, di vacche ne possiede addirittura dodici. Chi ha quattro vacche è appena sopra la media. E allora Ahmed si chiede: sono o non sono ricco, io?
Sembra una favola per bambini ed è invece l’origine di un ineliminabile principio statistico: la povertà non è un dato assoluto ma un dato relativo. In Italia, salvo errori, la si definisce come “la condizione di chi fruisce di un reddito corrispondente a meno della metà del reddito medio”. Se il reddito medio italiano fosse di diciottomila euro l’anno, povero sarebbe chi ha un reddito di meno di 9.000 €, cioè meno di 750 € al mese.
Il sistema è molto chiaro ma rimane aleatorio. A meno che non si definisca l’indigenza come la condizione di chi non può sopravvivere (ma allora gli indigenti non ci sarebbero più perché sarebbero morti) si potrebbe infatti stabilire che sia povero chi ha meno di tre quarti del reddito medio (13.500 € annui) come si potrebbe altrettanto bene stabilire che povero sia chi ha meno di un quarto del reddito medio (4.500 € annui). Dunque non solo la povertà non è assoluta, ma è perfino stabilita con criteri arbitrari.
Se concettualmente il fenomeno è concepibile solo in rapporto ad una media, dal momento che è impossibile immaginare una società in cui indistintamente tutti i cittadini abbiano esattamente lo stesso reddito, in qualunque società ci sarà chi possiede di meno. E allora la cosiddetta “lotta alla povertà” è una battaglia perduta in partenza, con buona pace di quegli idealisti che hanno redatto quel “Manifesto di Ventotene” in cui questo era uno dei punti nodali. Essa non può essere eliminata sia perché non tutti i cittadini possono avere lo stesso reddito, sia perché – dopo tutto – qualcun può anche scegliere di vivere da barbone o di spogliarsi di tutto (S.Francesco).
Volendo dare una risposta semplice alla domanda di Ahmed (“Sono ricco o no?”) si è obbligati a rispondere: “Dipende da dove abiti”. Ahmed sarà ricco nel suo villaggio e non sarà ricco nel villaggio di Ibrahim. Ma gli si può dare anche una risposta “filosofica”. Se chi possiede quattro vacche è un saggio, e si accorge che con quel piccolo capitale vive benissimo, potrà sentirsi “ricco”, o comunque in possesso di ciò che gli serve, sia nel villaggio di Ahmed che in quello di Ibrahim. Se invece non è saggio, pur possedendo dieci vacche potrà sentirsi frustrato perché Ibrahim ne ha dodici.
Una vecchia favola popolare parla di un re che soffriva di malinconia e al quale fu detto che sarebbe guarito indossando la camicia di un uomo felice. Ma pur chiedendo ai fortunati del regno, quest’uomo non si trovava. Finché gli inviati videro uno spaccapietre che cantava lavorando sotto il sole e che non esitò a dichiararsi felice. Gli dissero allora che il re gli avrebbe pagato qualunque prezzo per la sua camicia ma lo spaccapietre allargò le braccia: non ne possedeva neppure una.
Il rapporto fra povertà e infelicità non è né costante né necessario, come non è né costante né necessario il rapporto fra ricchezza e felicità. Naturalmente, se si ha un figlio malato e non si ha il denaro per pagare le cure necessarie, c’è di che disperarsi. Ma se si è infelici perché non ci si può permettere un’automobile più grande, o abiti firmati, o viaggi intorno al mondo, allora la causa dell’infelicità non è la mancanza di denaro ma la mancanza di buon senso. E l’invidia.
Bisogna rassegnarsi al fatto che ci sono cose che non ci sono state date e cose che non ci potremo mai permettere. Chi è basso e brutto, anche se avrà molto denaro, non sarà mai né alto né bello. Sarà pur vero – come dice un proverbio arabo – che a un cane che ha denaro si dice “Signor Cane”, ma i soldi non comprano né una bella voce, né la gloria artistica, né l’equilibrio mentale, né l’amore.
Non che si tessano le lodi del portafogli vuoto. Come ha detto un umorista: “Se il denaro non compra la felicità, figuriamoci la povertà”. Dunque è vero che il non avere preoccupazioni di denaro è una condizione privilegiata. Ma la condizione più privilegiata è quella del saggio che, avendo un minimo, con quel minimo è felice.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
5 maggio 2012




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ECONOMIA
4 maggio 2012
GOVERNO SERIO, GOVERNO TRAGICO
Mario Monti e il suo governo sono partiti col vento in poppa. Tutti erano stanchi della politica e i due partiti principali, per così dire titolari del marchio di “destra” e “sinistra”, associandosi, hanno perso una parte della fiducia dei loro elettori, che ne sostenevano uno solo in quanto andava contro l’altro. Infine il “governo dei tecnici” fruiva come sempre di un pregiudizio positivo. Molti assolutamente non capiscono che la politica non è una tecnica ma una scelta fra programmi diversi. La tecnica serve a fare le autostrade, non a decidere se bisogna costruire l’autostrada X o l’autostrada Y. E invece la gente continua a credere che un ingegnere sarebbe il più indicato per il Ministero dei Lavori Pubblici - come se le strade e gli ospedali dovesse progettarli lui - e un medico sia l’ideale per il Ministero della Sanità.  E dunque viva il governo dei tecnici.
Inoltre negli anni recenti questo esecutivo è stato invocato con estrema monotonia dal Pd per l’eccellente motivo che non aveva i numeri per liberarsi di Berlusconi. Dunque, quando il Cavaliere ha capito che non poteva attuare le riforme necessarie e che l’Europa gli richiedeva di rendersi estremamente impopolare, si è avuta l’occasione per sperimentare il famoso “governo-senza-Berlusconi” che non avrebbe potuto che fare miracoli. Non ci sarebbe voluto molto, dal momento che erano state fatte soltanto cose pessime.
Il governo Monti è stato dunque salutato con soddisfazione da tutti. Del Presidente della Repubblica, suo patrono. Del Pd e di Bersani, che potevano ascriversi il merito della novità. Del Pdl che, sapendo quali vacche magre aspettavano gli italiani, era felice di essere sollevato da ogni responsabilità. 
Gli italiani si aspettavano sobrietà, e l’hanno avuta. Si aspettavano serietà, e a nessuno è più venuto da ridere. Si aspettavano di veder colpiti i “cattivi” e con sorpresa hanno sentito le bastonate sul loro groppone. O questo governo sbagliava il bersaglio, oppure erano loro stessi ad essere i cattivi. 
Il governo ha sovraccaricato gli italiani di tasse e imposte. Ha aumentato le accise sulla benzina, ha fatto crescere il costo del gas, dell’elettricità e forse dell’aria che respiriamo. Infine, capolavoro supremo, ha introdotto l’Imposta Municipale Unica che ha la caratteristica di non essere unica, perché si continua a pagare la Tarsu. Il risultato è che i cittadini si sentono nel mirino di un potere sordo ed estremamente avido. 
L’incanto si è rotto. Questi, se sono tecnici di qualcosa, sono tecnici dell’esazione delle imposte. Perché certo non lo sono per quanto riguarda le leggi sul lavoro: infatti, contrariamente alle loro intenzioni, alle richieste dell’Europa e dei mercati, si sono subito piegati al diktat della Cgil, vanificando le speranze di un cambiamento di rotta.
Prima timidamente, poi sempre più chiaramente, infine a voce alta, tutti hanno cominciato a lamentarsi seriamente. Dei competenti? Solo dei pasticcioni potevano formulare l’Imu com’è. Fase due? E chi l’ha vista? Un tecnico, Mario Monti? Di aumentare le accise sulla benzina è capace un bambino di dieci anni. Forse non è nemmeno serio, è solo lugubre.
Il colmo devono averlo raggiunto gli spettatori di Porta a Porta (3/5/2012), quando su un cartello è comparsa la scritta riguardante ciò che si dovrà pagare di Imu per una seconda casa, un trilocale, a Roma: la bellezza di seimilasettecentotrentatré euro. Seimilasettecento euro sono poco meno del costo di una Nuova Panda. E se è crollato il mercato dell’auto, recentemente, è proprio perché la gente non ha il denaro per cambiarla, l’automobile. Chi dice, al governo Monti, che tutti disporranno di quasi settemila euro da utilizzare solo per un’imposta? E c’è anche l’Imu per la prima casa, e c’è la Tarsu, e c’è l’aumento delle bollette. Questa non è una tassazione da tecnici, è una tassazione assurda. Perché se è vero che non tutte le città avranno l’aliquota di Roma, se è vero che non tutti hanno una seconda casa, come si comporterà il governo con i molti che quella tassa effettivamente non potranno pagarla? Gli venderà la casa? E poi dovrà pagargli l’albergo vita natural durante, come ai terremotati! I giornali andranno a caccia dei casi più pietosi, e per l’immagine del governo sarà una Caporetto.
Come non si comprende che, innescando una recessione mostruosa - perché la gente non avrà più denaro da spendere - questo governo rischia di battere ogni record di impopolarità?  Come non capiscono, a Roma e a Berlino, che l’unico comando che può salvare la nave è: “Indietro tutta!”?
Forse il buon Dio per una volta è stato troppo generoso, con l’Italia. Volevamo un governo serio, abbiamo un governo tragico.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
4 maggio 2012



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ECONOMIA
2 maggio 2012
SIAMO TUTTI MAFIOSI - GLI ERRORI DELLA LOTTA ALL'EVASIONE
Il sito ieri è stato inaccessibile. Ecco dunque l’articolo di ieri e quello di oggi.
SIAMO TUTTI MAFIOSI
Un tempo, uno degli insulti più sanguinosi era “pederasta”. Non era necessario aver mostrato tracce di omosessualità (si parla di tracce perché allora nessuno osava confessarsi omosessuale). Bastava che uno fosse sufficientemente arrabbiato con un altro per lanciare l’ultimo oltraggio: pederasta, frocio, finocchio!
Ma col tempo, fortunatamente, queste ingiurie sono passate di moda. Viceversa non è cambiata – non cambia mai – la voglia di lanciare l’insulto imparabile e intollerabile. Soprattutto nella vita pubblica e politica, il “pederasta” è stato dimenticato e il “fascista” ha invaso tutto lo spazio. Fascista è stato chiunque non fosse comunista, chiunque volesse applicare leggi e regolamenti, chiunque, in un posto di comando, osasse pensare di comandare. Nel mondo politico o giornalistico rari sono coloro che non si sono sentiti dare del fascista, una volta o l’altra. 
Ma, anche qui, il tempo ha fatto la sua parte. Le ultime tracce del Ventennio sono scomparse nella primavera del 1945, Gianfranco Fini è diventato quasi di sinistra (Italo Bocchino quasi di estrema sinistra) e gli ex missini sono andati al governo già nel 1994. L’accusa di essere “fascista”, oltre ad essere démodée, ha perduto la sua carica aggressiva. E allora bisognava pensare ad altro. 
Quale cosa, in Italia, è aborrita da tutti al massimo grado, di cui tutti invocano l’eliminazione, e a favore della quale neanche Satana oserebbe parlare? Facile: la mafia. Ed ecco che mentre prima Cosa Nostra era un fenomeno palermitano già poco noto a Catania e totalmente sconosciuto a Siracusa, in breve tempo è divenuta fenomeno nazionale. Ogni forma di delinquenza organizzata è divenuta mafia e si è chiamato così anche qualunque sodalizio di cui si volesse dir male. Nessuno si stupirebbe sentendo parlare della mafia dei professori universitari, dei grandi imprenditori o dei pubblici ministeri. 
L’ultimo insulto non è più “pederasta” e neppure “fascista”: oggi chiunque ci stia veramente antipatico è un “mafioso”. Il milanese Berlusconi è mafioso perché gli hanno bruciato la Standa di Catania e perché si è piegato a pagare la protezione, con l’aiuto di quel mafioso di Dell’Utri. Mafioso perché palermitano, quest’ultimo. Si noti che nessuno ha dato del fascista, a questi due delinquenti, come nessuno ha messo in dubbio la virilità del Cavaliere, e neppure di Dell’Utri che pure, essendo un bibliofilo, qualche dubbio poteva farlo nascere. Ma no, è evidente, sono ambedue dei mafiosi. Come mafioso era Giulio Andreotti che è facile immaginare con la coppola, nascosto in un androne buio, mentre strangola i nemici politici con un rosario.
Dare del mafioso è divenuto di moda. Sicché siamo tutti più o meno mafiosi. Già cinque milioni di siciliani lo sono iure soli.  Dunque per fare effetto bisogna rincarare la dose, aggiungerci modalità fuori dall’ordinario. Per meritare una citazione sul Guinness dei Primati - reparto invettive – bisogna avere talento. Ed ecco che il campione del ramo, Beppe Grillo, ha saputo scegliere il posto migliore, Palermo, dinanzi ad una folla pronta ad applaudire, e un bersaglio di proporzioni gargantuesche. Non l’umile nemico politico, non il sindaco di una grande città, povera anima, e neppure il Presidente del Consiglio che con quella faccia, fosse il ragioniere della mafia, rischierebbe di essere sottopagato. Il riccioluto massimo rappresentante di questo genere letterario ha avuto il genio di scegliere l’insulto più cocente e l’obiettivo più totale, quello che ci riassume tutti perché è composto da tutti noi, lo Stato italiano: e lo ha colpito con queste parole, Ultima Thule dell’oltraggio: “la mafia non ha mai strangolato i suoi clienti, si limita a prendere il pizzo. Ma qua vediamo un’altra mafia [lo Stato] che strangola la sua vittima”. Applausi a scena aperta.
La mafia non ha mai strangolato i suoi clienti, dice il caro Beppe. Se manda i suoi picciotti ad esigere la “protezione” è perché quegli ignoranti dei negozianti non sanno usare l’internet banking e non fanno il regolare bonifico. Dovrebbero ringraziare, per il servizio a domicilio. 
Dopo tanti anni di fin troppo sdegnate condanne della mafia, di cui alla fine si è fatto un mito, doveva venire Grillo per indurre anche chi non è aduso a seguire le mode a ricordare che essa è un fenomeno fin troppo triste e fin troppo serio. È un’organizzazione criminale che all’occasione uccide: sparando, pugnalando, facendo saltare in aria con l’esplosivo ed anche strangolando, ovviamente. Un sistema economico e per così dire casalingo usato anche per uccidere (e poi sciogliere il corpo nell’acido), dopo anni di prigionia, un ragazzino che aveva il solo torto di essere il figlio di un pentito. Ma per Grillo, nell’empito della sua perorazione, questi fatterelli di cronaca si possono dimenticare. Pinzillacchere. 
Tutto questo solo per dire che lo Stato italiano è il peggio del peggio. Peggio della mafia. Peggio di Beppe Grillo.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
30 aprile 2012
GLI ERRORI DELLA LOTTA ALL’EVASIONE 
La lotta all’evasione fiscale viene vista da molti come uno dei rimedi ai problemi finanziari del Paese. Il ragionamento è semplice: ammesso che ci sia un’evasione del trenta per cento, se lo Stato fosse in grado di scovare i cattivi contribuenti e di costringerli a pagare il dovuto, il gettito fiscale aumenterebbe del trenta per cento, con grande sollievo delle finanze pubbliche. Sembra ovvio e non è. Dalla indubbia plausibilità morale ed istituzionale di queste iniziative non deriva necessariamente la loro opportunità economica.
Il punto di vista morale è semplice. Dei servizi dello Stato beneficiamo tutti e questi servizi sono pagati con le tasse e le imposte: dunque chi ne approfitta ma poi non paga la sua parte somiglia a qualcuno che va al ristorante  con gli amici ma al momento di pagare si rifiuta di contribuire. E questa è cosa eticamente ed economicamente inammissibile.  Gli evasori, come ha ripetuto uno spot televisivo del Ministero, sono simili ai parassiti delle piante e degli animali. Costringerli a fare il loro dovere è cosa giustissima.
Questa attività di repressione non dovrebbe però tendere a ricuperare gettito per l’erario: infatti l’aumento di tale gettito non sempre è una cosa positiva. 
Questo concetto è meglio chiarito con un esempio. Immaginiamo che il gettito fiscale dello Stato sia del quarantacinque per cento del prodotto interno lordo e che l’evasione sia al 30%. Se si eliminasse in un solo colpo l’evasione, il gettito aumenterebbe di quel 30% e la pressione fiscale andrebbe all’incirca al 58,5%. Trionfo? No: disastro. Infatti una pressione del 58,5% strangolerebbe il Paese.
Il ragionamento può essere ulteriormente semplificato così. Si immagini un Paese con una pressione fiscale del 50% e una evasione fiscale del 50%. Qui, se tutti pagassero il dovuto, il gettito raddoppierebbe e si arriverebbe ad una pressione fiscale del 100%: cioè lo Stato sequestrerebbe tutta la ricchezza prodotta e non si capisce di che cosa vivrebbero i cittadini. 
Chi vuole avere la lana deve tosare la pecora, non ammazzarla. La pressione tributaria non può andare oltre un certo limite, sia perché sarebbe una rapina nei confronti dei cittadini, sia perché, se si esagera con tasse e imposte, l’economia langue e il gettito fiscale diminuisce invece di aumentare.
C’è un detto, giustissimo, che si ripete spesso: “Se tutti pagassimo le tasse tutti ne pagheremmo meno”. O almeno, sarebbe giustissimo se lo Stato, una volta che avesse successo nella lotta all’evasione fiscale, poi si ricordasse della seconda parte del detto. Se invece con quella lotta vuole far cassa sbaglia obiettivo e può danneggiare la nazione. 
Anche qui soccorre un esempio elementare. Immaginiamo che ci siano settanta imprenditori che pagano il dovuto, poniamo dieci a testa, e trenta imprenditori che evadono tasse e imposte e non pagano niente. Lo Stato incassa settanta. Poi con la lotta all’evasione identifica i trenta infedeli, li costringe a pagare ma quelli, che erano marginali, falliscono, non pagano niente e mettono sul lastrico i loro impiegati e i loro salariati. Se invece lo Stato identificasse i trenta evasori e li costringesse a pagare sette a testa, e sette a testa pagassero anche i contribuenti fedeli, lo Stato incasserebbe gli stessi settanta dell’inizio: la pressione fiscale non aumenterebbe e ci sarebbe un rilancio dell’economia. I trenta imprenditori meno efficienti riuscirebbero infatti a sopravvivere, i settanta più efficienti, versando meno allo Stato, potrebbero investire di più, potrebbero modernizzare le loro aziende ed essere più competitivi in campo internazionale. 
La lotta all’evasione deve avere come scopo l’equa suddivisione del carico fiscale, non il suo aumento. Fra l’altro un abbassamento della pressione fiscale disincentiva la tentazione dell’evasione e può far aumentare il gettito. I cittadini che con entusiasmo vindice sono felici di vedere colpiti gli evasori hanno sentimenti condivisibili dal punto di vista morale ma non condivisibili dal punto di vista economico. Lo Stato dovrebbe mettersi a dieta e frenare la sua ingordigia. Non dovrebbe avere più soldi, ne succhia già abbastanza. Dovrebbe divenire più bravo nell’esazione per riscuotere da tutti, ma meno da ognuno. 
È stato ripetutamente mostrato uno spot televisivo che denuncia gli evasori fiscali come parassiti della società, in quanto consumano beni e servizi che non hanno contribuito a finanziare. L’immagine è corretta. Ma non si dovrebbe dimenticare che anche la pubblica amministrazione vive della ricchezza che i cittadini producono. La lezione sui parassiti va fatta sia agli evasori fiscali sia allo stesso Stato, che ogni tanto farebbe bene a guardarsi allo specchio.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
2 maggio 2012




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ECONOMIA
30 aprile 2012
L'ITALIA IN COMA VIGILE
Che l’Italia cominci ad essere seriamente stanca del governo Monti non è un mistero per nessuno. E quando si è stanchi di una maggioranza, è normale che si desideri cambiarla. Di solito questo desiderio si esprime in questi termini: “via il loro governo e che vada al potere il nostro governo”. Ma questo ovvio principio non vale per l’Italia attuale perché il governo è insieme il loro e  il nostro. Dunque, l’unico desiderio comprensibile sarebbe quello di avere un governo “formato soltanto dal nostro partito”. Ma chi volesse questo cambiamento dimostrerebbe implicitamente di ritenere che ciò che di male ha fatto il governo Monti l’ha fatto perché obbligato dall’altro partito, quello dei cattivi. E questa è una visione infantile. Infatti tutti i provvedimenti sono passati con l’avallo anche del nostro partito, quello dei buoni. E allora?
Il problema non è sapere quali partiti debbano governare ma che cosa debbano fare. Se si desse la parola ai loro leader, saprebbero benissimo spiegarci quali sono – o sarebbero – i loro programmi. Non è che, votando la fiducia a Monti, abbiano cambiato idea o siano afasici. Per giunta, per un partito come il Pd, parla anche più del giusto Susanna Camusso. In realtà i partiti sanno che non potrebbero fare niente di diverso di ciò che fa Monti perché sono acutamente coscienti che oggi l’Italia è eterodiretta. Non comanda Roma, comanda Bruxelles, o forse Berlino. Il nostro Paese è economicamente fallito: sta in piedi con l’aiuto altrui e paga questo aiuto rinunciando alla propria sovranità.  Lo scontento della nazione, per i provvedimenti adottati, è dunque inane. Non solo non possono nulla gli elettori ma non possono nulla neanche gli eletti e il governo.
Secondo alcuni, il fatto che il nostro Stato sia oggi commissariato è umiliante ma potrebbe non essere un male. Da sempre noi italiani complessati pensiamo che se ci governassero dall’esterno le cose andrebbero meglio. Per i professionisti del pessimismo sommario e catastrofico, nessun politico straniero può essere peggiore di quelli che già abbiamo. Sciocchezze, naturalmente. In realtà un commissario estero in quanto tale non è né migliore né peggiore di un governante italiano. 
E allora, rinunciamo persino a lamentarci, ché tanto non serve a niente. Chiediamoci soltanto se almeno siamo sulla strada giusta: il commissario sta facendo bene o sta facendo male? 
A giudicare da come vanno le cose, per esempio in Italia e in Spagna, non c’è nulla da applaudire. Ma se non avessimo seguito la politica del rigore, dicono in molti, staremmo peggio. Può darsi. O non è che per caso stiamo male a causa della politica del rigore? E se è vera questa seconda ipotesi, c’è speranza che se ne accorgano, a Bruxelles e a Berlino?
Ci si può fare un’idea della situazione immaginando il nostro Paese come un degente dall’udito vigile che tuttavia non può dare segni di vita. Intorno al suo letto i dottori discutono su come curarlo, e uno obietta che se si fa ciò che dice l’illustre collega egli morirà. E al contrario l’illustre collega sostiene che ogni altra cura lo manderebbe al creatore. E un terzo fa notare che intanto sta peggiorando. E i due di prima ribattono che, senza le cure seguite fino ad ora, sarebbe morto. Ma così morirà solo un po’ più tardi, dice un quarto. E il povero malato, che non ha la fortuna di essere credente, non può nemmeno raccomandare l’anima a Dio.
Probabilmente i grandi partiti politici pagheranno molto pesantemente le conseguenze di questa situazione. Come spiegare alla gente che se ha sofferto e se soffre non è colpa del Pd o del Pdl? Siamo abituati da sempre a pensare che i molti torti e i rari meriti della guida del Paese dipendano dai politici che sono andati al governo. Per giunta, anche a confessare che ci siamo messi in una situazione in cui, a causa dei nostri debiti, non comandiamo più in casa nostra, i cittadini potranno sempre rimproverare ai dirigenti – quelli di oggi e quelli di trent’anni fa - di averci portati qui dove siamo. 
Non solo non sappiamo se e quando usciremo dalla crisi economica, ma non sappiamo neppure come ne usciremo. Ad andar bene forse avremo una polverizzazione dei partiti e un Paese totalmente ingovernabile. 
In passato, durante qualche crisi di governo particolarmente lunga, qualcuno ha detto che un governo che non c’è almeno non fa danni. Ma se qualcuno riesce a sorridere con queste battute è veramente un eroe dell’umorismo.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
30 aprile 2012




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29 aprile 2012
LA SUPERFETAZIONE DI MICHELE SERRA

Michele Serra, come tutti i moralisti, ha una superiore nozione del lato etico della vita ma spesso un’imperfetta percezione della realtà. Commentando i risultati dell’ultima rilevazione statistica nota che “c’è un aumento molto consistente degli edifici censiti: oggi sono 14 milioni e rotti, l’undici per cento in più in soli dieci anni. Nello stesso periodo la popolazione è cresciuta solo del 2,5 per cento”. E ne deduce che questi dati “sembrano dare ragione a chi denuncia una cementificazione indiscriminata e immotivata (o motivata solo dalla speculazione) del nostro territorio”. Infatti “Gli edifici sono aumentati di una percentuale quattro volte più grande rispetto all’aumento degli umani. E nel paese dei mille borghi abbandonati, dei centri storici svuotati, della superfetazione delle villette a schiera che vanno a smarginare e confondere il confine tra città e campagna, i dati del nuovo censimento aiutano a capire che la gestione del territorio è una delle questioni più gravi e irrisolte”.

Difficilmente avremmo potuto trovare una migliore dimostrazione di quella “imperfetta percezione della realtà”. Se gli edifici sono aumentati quattro volte più dell’incremento della popolazione è segno che ci sono molte più persone che cercano un posto dove abitare: bisogna biasimarle, per questo? Perché parlare di cementificazione? Serra vorrebbe che dormissero all’addiaccio? O vorrebbe che si costruissero le case in legno, come nel Canada di un tempo?

E poi, cementificazione indiscriminata(!), motivata dalla speculazione? Questa è una sciocchezza. Se i costruttori fabbricassero case e non ci fossero le persone che chiedono di averle - e per questo pagano centinaia di migliaia di euro, indebitandosi fino al collo, dal momento che il mercato delle locazioni è morto - poi non saprebbero che farsene e magari fallirebbero. Serra, da bravo moralista, mette il carro dinanzi ai buoi: è perché la gente chiede case che chi può le fabbrica e le vende, non l’inverso.

Fra l’altro il noto editorialista non ha saputo mettere in relazione ciò che ha scritto all’inizio dell’articolo con ciò che scrive alla fine, quando parla delle famiglie. “Il loro numero è aumentato (i nuclei familiari censiti sono circa 2 milioni e mezzo in più rispetto al 2002), ma le dimensioni sono più ridotte: 2,4 il numero medio dei componenti (era 2,6 dieci anni fa)”. Egli riesce a non vedere che se si è passati da 2,6 membri per famiglia, in media, a 2,4, è segno che le coppie hanno tendenza a non avere figli, o ad averne uno; che molte di esse si separano e dunque hanno bisogno di due case diverse; e infine che aumentano coloro che hanno la voglia o la necessità di “andare a vivere da soli”. E tutto ciò incrementa la richiesta di case: ma parlare di speculazione fa il suo bravo effetto.

E a proposito di “fare effetto”, notevole la lingua di questo giornalista di “Repubblica”. Usa un verbo “smarginare” che è ignoto ai dizionari, a meno che non si parli di tipografie. Inoltre provoca un senso di vertigine quando segnala “la superfetazione delle villette a schiera”. A scanso di essere accusati di malevolenza, sostituiamo alla parola superfetazione la definizione che ne dà lo Zingarelli, inserendo in essa le villette: “la parte che è aggiunta alle villette a schiera dopo che sono state completate e ne guasta l’estetica”. E che diamine vorrebbe dire, questa espressione, nel contesto dell’articolo di “Repubblica”?

Forse Serra sperava di incontrare solo persone che non conoscevano la parola e sarebbero rimaste intimidite. Purtroppo c’è chi possiede un dizionario o un tempo quella parola l’ha sentita usare da avvocati di Corte d’Assise che, forse per fare effetto sui clienti, parlavano all’occasione di “superfetazione giuridica”: ma intendevano soltanto “cosa inutile” e mai l’avrebbero applicata alle villette a schiera. Forse per non deturparne l’estetica. 

I moralisti modello “Repubblica” non dovrebbero mai scendere dall’empireo dell’etica: rischiano di sporcarsi le scarpe nei cantieri delle villette in costruzione.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

28 aprile 2012





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28 aprile 2012
PERCHÉ AUMENTA LA BOLLETTA DELL'ENEL
Un tempo il cinema non era uno svago fra gli altri, era “lo” svago. Il teatro, nelle città in cui esisteva, era uno spettacolo costoso e aristocratico, pochi avevano l’automobile con cui andare in gita, la televisione non esisteva e il cinema al contrario era alla portata di tutti, soprattutto in estate. Bastava disporre di uno spazio anche sterrato, metterci dei lunghi sedili in ferro, un grande lenzuolo da una parte e un apparecchio di proiezione dall’altra, ed ecco l’“arena”, il cinema all’aperto. Sullo schermo le vicende più diverse, tutte rigorosamente in bianco e nero, da western ingenui a grandi drammi romantici, da film in costume a polizieschi che facevano trepidare tutti... finché la luce non si riaccendeva. Cosa che accadeva spesso perché i film erano divisi in tre parti, bisognava cambiare la pellicola e c’era tempo per guardarsi intorno. Famigliole; ragazze che magari ridevano troppo; vecchi, anche da soli; bambini che si inseguivano nel corridoio e patetici venditori di ceci abbrustoliti, lupini, semi da sgranocchiare, che cercavano di approfittare di quei minuti. C’era soprattutto il venditore di rinfreschi che a volte vendeva acqua aromatizzata all’anice (“zammù”, probabilmente una parola araba), a volte gazzose. E qui era lo slogan, ad essere interessante: “Gazzose che sono migliori della birra!”
“Gazzose che sono migliori della birra!” Ragazzino, non avevo mai bevuto birra e per le gazzose non avevo né il denaro né la curiosità. Ma quel grido mi rendeva perplesso. Pensavo che se quel tizio sentiva il bisogno di dichiararle migliori della birra, era segno che la birra era migliore della gazzose. Infatti non avevo mai sentito gridare che la birra era migliore delle gazzose. Dunque la cosa era evidente, non c’era bisogno di dimostrarla. 
A questi lontani ricordi sono risalito sentendo il telegiornale annunciare che la bolletta dell’elettricità aumenterà per finanziare i contributi alle energie alternative. Ora, se le energie alternative fossero migliori della birra, pardon, delle energie tradizionali, se facessero risparmiare, perché mai bisognerebbe incentivarle? E se bisogna incentivarle, non è segno che sono più costose delle energie tradizionali? E che senso ha imporre a chi non vuole utilizzarle di pagare un contributo a chi vuole utilizzarle? Fra l’altro, se tutti si convertissero alle energie alternative, il contributo finirebbero col pagarlo a se stessi.
In realtà si ottiene soltanto di rendere il prezzo dell’elettricità artificialmente alto, come se già non fosse più alto che in altri Paesi. Più alto che in Francia dove, avendo adottato il nucleare, hanno una fonte alternativa al petrolio più economica del petrolio. Non è una follia, tutto questo?
Chi è vissuto abbastanza a lungo in Italia sa che a volte l’ideologia prevale sulla razionalità. Il nucleare, anche se l’abbiamo a un tiro di schioppo dalle frontiere occidentali ed orientali, è cattivo, pfui. Le energie alternative invece sono di sinistra e dunque bisogna sostenerle. Ed io che avrei preferito pagare meno l’elettricità sono un fottuto fascista.
Interessante è pure il fatto che lo Stato affermi che il rincaro è imposto “per favorire le energie alternative”. In questi casi si parla di una “tassa di scopo”. Sarebbe - appunto - un tributo per uno scopo determinato. Peccato che sia da sempre una presa per i fondelli. Infatti troppo spesso, quando lo scopo è raggiunto o si rivela impossibile da raggiungere, il tributo non è abolito. È così che in passato si è a volte scoperto che, a mezzo secolo di distanza, magari si pagava qualcosa per la guerra d’Etiopia.
La tassa di scopo non esiste. La tassa si paga perché lo Stato impone di pagarla e poi ne fa quello che vuole. E questo vale anche per la tassa sulla rimozione della spazzatura. Lo scopo è trasparente (“Non vuoi pagare perché ti liberi dei rifiuti?”) e tuttavia è una truffa. Infatti se il cittadino risponde: “Me ne libero da me, a costi inferiori”, non per questo lo Stato lo esenta dal pagamento. La tassa sulla spazzatura non è sulla spazzatura, è sul cittadino. Magari un cittadino che lo Stato a volte tratta come spazzatura. 
Per favore, che ci si risparmi la spiegazione del perché dell’aumento della bolletta dell’Enel. L’aumento si spiega col fatto che lo Stato, questo Stato, sembra convinto che impoverendoci tutti alla fine saremo più ricchi. 
Mistero gaudioso.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
28 aprile 2012




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ECONOMIA
28 aprile 2012
CHE COS'È (VERAMENTE) IL DEBITO PUBBLICO
Immaginiamo che un boscaiolo, per fare un favore ad un amico pescatore, gli porti a casa un bel po’ di legna per il caminetto. Il pescatore sarebbe lieto di compensarlo con due chili di pesce, ma c’è burrasca, non può uscire in mare e dunque gli scrive un biglietto: “In cambio di questo biglietto ti darò due chili di pesce”. Il boscaiolo va a farsi tagliare i capelli e alla fine dice al barbiere che, se è d’accordo, gli farà avere in compenso un po’ di legna. “Ma io non ho il caminetto”, dice il barbiere. “Ti andrebbero due chili di pesce?” “Perfetto”. “Vai con questo biglietto dal pescatore”.
E così alla fine il pescatore avrà avuto la legna, il boscaiolo il taglio di capelli e il barbiere i due chili di pesce. Quel biglietto è la moneta che potremmo definire: “certificazione di un credito”. Finché il pescatore non avrà pescato il pesce, il boscaiolo ha infatti solo una promessa; ed è questa promessa che trasferisce al barbiere.
Poiché però non sempre beni e servizi hanno lo stesso valore (come qui ipotizzato per semplicità), si è arrivati a dire “una promessa da dieci”, “una promessa da venti”, “una promessa da cento”, essendo inteso che con quel biglietto si potrà avere quel bene o quel servizio che sul mercato è valutato rispettivamente dieci, venti, cento.
Questo schema sarebbe perfetto se lo Stato, che stampa quei biglietti, non avesse la tentazione di stamparne qualcuno in più dei beni e servizi effettivamente prodotti dai cittadini, e non immettesse nella circolazione quella carta cui non corrisponde di fatto nessun bene prodotto, né due chili di pesce, né un taglio di capelli e neppure un po’ di legna da ardere. Insomma è come se chiedesse un bene o un servizio in cambio di niente. Poiché però i cittadini non possono distinguere i biglietti buoni da quelli emessi in cambio di niente, il risultato è che – se prima i beni erano cento e i biglietti cento – ora che i biglietti sono centoventi e i beni sempre cento, chi ha un biglietto da cento potrà avere solo beni e servizi in quantità minore rispetto a prima. Si chiama inflazione ed è un furto dello Stato a danno dei cittadini. 
L’inflazione provoca ovviamente l’irritazione dei cittadini. Per questo lo Stato, che non rinuncia ad essere scorretto, trova un’altra soluzione. Dice ai cittadini, alle banche, ai mercati: “Datemi i vostri risparmi ché io poi ve li restituirò con gli interessi”. In questo modo non crea inflazione ma, per così dire, incassa subito i beni e servizi che i risparmiatori si erano ripromessi di ottenere in seguito, quando avessero deciso di spendere quel denaro. E mentre lo Stato, con i fondi presi a prestito, ottiene beni e servizi concreti (con grandi applausi degli elettori, capaci di credere a Babbo Natale) i risparmiatori, le banche e i mercati di fatto hanno soltanto ottenuto delle carte in cui c’è scritto che lo Stato un giorno gli restituirà sia il capitale che gli interessi.
Tutto il sistema potrebbe reggere se lo Stato, ad un certo momento, cominciasse a spendere meno di quello che incassa per restituire il denaro preso a prestito. Se invece continua a contrarre debiti, fino a duemila miliardi di euro (due seguito da dodici zeri) alla fine i creditori, le banche, i mercati si chiedono: “Ma questo Stato quando mai potrà pagare i suoi debiti?” E dal momento che la risposta è ovviamente “Mai”, cominciano a cercare di recuperare i loro soldi e certo non comprano nuovi titoli. Risultato, prima quello Stato aumenta il livello degli interessi offerti rispetto a quelli degli altri Paesi (spread), poi fallisce. È la situazione dell’Italia.
“Un momento, si obietterà, non è vero che l’Italia è fallita!” Infatti. È come un malato che sopravvive perché attaccato alla macchina cuore-polmoni dell’Europa. Gli altri Paesi hanno interesse a non farla fallire perché perderebbero il denaro con cui hanno comprato titoli italiani e perché quel fallimento provocherebbe un enorme sconquasso economico, con danni per tutti. Ma tecnicamente è come se nel paesino dell’apologo iniziale ci fossero decine di biglietti che promettono legna, pesce e tagli di capelli che non esistono, mentre c’è gente che ha lavorato per ottenere quei crediti e non li otterrà. I risparmiatori sono i creditori della società che lo Stato ha truffato.
C’è speranza che le cose non vadano tanto male come viene detto qui? Certo che sì. Nessuno mai ha vietato di sperare.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
28 aprile 2012




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POLITICA
27 aprile 2012
SINISTRA SOVRUMANA
C’è un bel detto latino che espone un’ovvietà: naturae non imperatur nisi parendo, non si comanda alla natura che obbedendole. E questo è chiaro: se si vuole che una pianta non muoia, bisogna innaffiarla come essa richiede. Chi tentasse di convincerla con belle parole a fare a meno dell’acqua otterrebbe solo che secchi.
Sul principio “naturale” si è tutti d’accordo ma in realtà esso vale pure per il comportamento umano. Anche l’uomo ha una natura che è vano contraddire. Chi crede di poterlo convincere ad operare a favore della collettività come opera a favore di sé stesso, per dirne una, non ottiene nulla: ci sono settant’anni di miseria del socialismo reale che lo dimostrano. Del resto anche da noi l’impiegato di Stato è meno volenteroso dell’impiegato privato e l’impiegato privato a sua volta è meno diligente e volenteroso del “padrone”. Questi infatti opera per sé stesso e non bada né ad orari né al meritato riposo. Il detto latino va dunque completato: “et naturae humanae non imperatur nisi parendo”, anche alla natura umana si comanda solo obbedendole.
In Italia abbiamo avuto un eccellente esempio di questa verità. Tutti hanno bisogno di una casa in cui vivere e dunque o la ottengono dallo Stato, o la prendono in locazione, o la comprano. La casa popolare è veramente l’ideale: nessuna spesa di acquisto e un canone quasi simbolico. Purtroppo ha un difetto: non è disponibile. Se il canone è simbolico, le spese di costruzione non lo sono. E infatti non se ne vedono di nuove da anni. Per giunta, visto che l’assegnazione era sostanzialmente politica, quelle case non sempre andavano a chi aveva più bisogno: c’erano i raccomandati e a volte persino inamovibili squatters. E infine si è commesso un errore: si è cercato di rendere quelle abitazioni gradevoli. Quasi come quelle che la gente sogna di comprare. E questo ha avuto come conseguenza che chi è riuscito ad entrare in una casa popolare non ne è più uscito. Ne ha fatto una proprietà per sé e per i propri figli, spesso tralasciando persino di pagare il canone. Viceversa in Francia le HLM sono topaie piccolissime, dai tetti bassi, magari senza ascensore, in cui abitano persone che sognano di potersene andare. L’occupazione delle HLM non è eterna perché l’amministrazione ha tenuto conto della natura umana. 
Mancando la casa popolare, chi cerca un’abitazione deve ricorrere alla “second best solution”, la migliore soluzione dopo la prima: la locazione. Purtroppo il suo canone non è simbolico. Infatti, ammettendo che un appartamento valga duecentoquarantamila euro (non è un castello), e ammettendo che il proprietario voglia ricavarne un quattro per cento annuo lordo, più un due per cento per compensare l’inflazione, il canone sarà di 1.200 €. Ma è spesso tutto ciò che il possibile inquilino guadagna in un mese! E se si parla di una modestissima casetta da 120.000 €, si va ancora a 600 € mensili, mezza paga. Ecco perché, intorno al 1978, dei politici di buon cuore si dissero: “I proprietari di case sono persone che vivono di rendita. Vogliono guadagnare denaro senza far niente e approfittando di persone bisognose. Imporremo un canone più favorevole all’inquilino”. E così nacque la legge dell’equo canone. 
Questa riforma andava contro la natura umana e non poteva che essere un disastro. Prima nacque il mercato nero delle locazioni; poi, col miglioramento della repressione, tutti i proprietari capirono che avere case per locarle era antieconomico e cercarono di venderle. Naturalmente le tenevano sfitte fino al momento in cui avrebbero trovato un compratore e lo Stato considerò questo immorale: come, tenere le case sfitte mentre tanta gente non ha un tetto? Dunque aumentò le imposte sulle case vuote e i proprietari furono invogliati a vendere ancor più di prima. 
Lo Stato ha ucciso il mercato delle locazioni. Oggi infatti i cittadini che vivono in casa propria sono circa l’80%. Tutti ricchi? No: tutte persone che, se hanno voluto un tetto sulla testa, la casa hanno dovuto comprarsela. Magari strangolandosi con un mutuo che li avrebbe perseguitati per decenni. E chi non ha un lavoro stabile, chi non guadagna abbastanza per contrarre un mutuo? Niente casa. Lo Stato italiano ha voluto imporre la beneficenza a spese altrui ed ha ovviamente fallito.
Questa è una lezione indimenticabile che purtroppo sarà dimenticata. Ci saranno sempre politici, soprattutto di sinistra, convinti che si possa convincere il basilico non innaffiato a prosperare solo perché esso serve alla massaia per fare la salsa di pomodoro. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
26 aprile 2012




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POLITICA
26 aprile 2012
CHI VINCERA' LE PROSSIME ELEZIONI?

Dicono che, se si votasse oggi, la sinistravincerebbe. Se questo fosse vero, come mai il Pd si è acconciato alla problematicacollaborazione col Pdl piuttosto che richiedere elezioni anticipate?

La risposta è semplice. In un momento di crisieconomica, la caduta del governo e una campagna elettorale avrebbero potuto avereeffetti tremendi sul Paese e nessuno si è sentito diaccollarsi la responsabilità di aver provocato questa situazione. Inoltre Bersanie i suoi amici hanno capito che, se avessero vinto le elezioni, poi sarebbero staticostretti (che sia a torto, che sia a ragione) ad adottare gli stessiprovvedimenti  del governo Monti: e nonsi sarebbero salvati da un’imperitura impopolarità. Che è poi la ragione per laquale Silvio Berlusconi si è dimesso, pur non essendo stato sfiduciato. Dunquela destra e la sinistra hanno fatto insieme ciò che andava fatto (se andavafatto) senza metterci la faccia. Fra l’altro, né la faccia ilare di Berlusconiné quella cordiale di Bersani si prestavano adeguatamente alla bisogna: quelladi Monti invece, da sola, è un quaresimale.

Dunque staremmo vivendo un periodo di decantazione,il cui esito è incerto.  Come conseguenzadei recenti provvedimenti recessivi potremmo avere la fine dell’emergenza mapotremmo più probabilmente avere un suo perdurare e un suo aggravarsi. Cerchiamotuttavia di essere ottimisti e di fare l’ipotesi che la crisi si risolva. Inquesto caso i due grandi partiti cercherebbero disperatamente di intestarsi ilmerito della vittoria e si dichiarerebbero pronti a salvare gli italiani daldiluvio di tasse. Così si appaiano Pd e Pdl e ciò è a vantaggio del Pdl. Questopartito nell’ottobre del 2011 era dato per certo perdente, mentre nel 2013,dopo il periodo di tregua,  potrebbeessere di nuovo credibilmente in lizza. Berlusconi avrebbe ottenuto il suoscopo.

Al contrario, il Pd che era in buona posizionenell’autunno del 2011 potrebbe soffrire sia del fatto che ha sostenuto ungoverno impopolare - come si vedrà in dicembre al momento di pagare l’ultimarata dell’Imu - sia del fatto di essersi alleato con la destra. L’estrema sinistra,Sel, in primo luogo, o i demagoghi, Di Pietro e chiunque non abbia scrupoli,potranno rimproverargli sia il tradimento degli ideali (s’è alleato conBerlusconi!) sia la mancata adozione di quei rimedi mitologici che tantopiacciono alle piazze: ricupero di somme astronomiche dalla lotta all’evasionefiscale, sequestro dei grandi patrimoni, taglio delle spese (senza specificarequali), vendita dei beni inutili del demanio, dimezzamento degli stipendi deipolitici. Per evitarlo, il Pd potrebbe solo trasformare i critici in alleati.Dovrebbe promuovere una grande alleanza con gli estremisti in modo dacostringerli a mordersi la lingua prima di attaccare una coalizione di cuifanno parte.

E qui si arriva al punctum dolens. Per quanto infuturo la situazione economica possa migliorare, come governare con compagni diviaggio così scomodi? Prodi passò la maggior parte del suo tempo ad evitare cheil governo cadesse e a ricucire strappi: quasi non gli rimase tempo pergovernare. Il suo esecutivo è rimasto nella memoria collettiva come perfetto esempionegativo. Una sua riedizione, con gli stessi attori e gli stessi difetti,potrebbe assestare la mazzata finale alla sinistra. Francamente, la posizionedi Pierluigi Bersani non è invidiabile.

Se invece dessimo retta ad un comprensibilepessimismo, se cioè facessimo l’ipotesi che la situazione economica non migliori,è chiaro che vincere le elezioni corrisponderà a subire una disgrazia. Se Prodinon riuscì a governare in tempo di pace, come potrebbe farlo Bersani in unmomento di dramma economico? E se dovesse vincere il centro-destra, la situazione non sarebbediversa. Gli alleati sono meno scapigliati, e ciò malgrado in passato Berlusconinon è riuscito né a governare sul serio né a varare le grandi riforme promesse,a parte quella della scuola.

La risultante è che se la situazione migliorerà, ipartiti si batteranno per vincere le elezioni, “E poi si vedrà”. Se nonmigliorerà, probabilmente Pdl e Pd - pur di non vincere - si alleeranno dinuovo per mandare al potere un governo tecnico. Ma rischieranno di suicidarsi come portatori di ideali e programmi. 

Il futuro è inconoscibile ma almeno, gettando unamoneta, sappiamo che il risultato sarà testa o croce. Qui invece non sappiamoneppure se si fermerà in bilico, di taglio, o se rimarrà in aria.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

26 aprile 2012




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POLITICA
25 aprile 2012
WAERE ICH EIN DEUTSCHER
Durante l’interminabile regime comunista, l’Unione Sovietica ha somigliato alla Roma di Caligola. Quando l’oppressione è totale, in tutto lo Stato c’è un solo uomo libero: il tiranno. Il singolo cittadino, che sia russo o kirghiso, lettone o cosacco, non può che obbedire. Ecco perché, pure trovando orrenda la repressione della rivoluzione di Budapest nel 1956, potevo sentire pena per i carristi sovietici: erano mandati da invasori, e in mezzi blindati, a combattere patrioti armati di fucile. 
Per giunta il regime replicò l’infamia nel 1968, a Praga, ed io dovetti impormi di non dimenticare che Russia significava anche Dostoevskij e Ciaikovskij. Quando infine l’ignominia ebbe termine, il mio cuore si allargò di nuovo all’amore per i russi: erano tornati fratelli europei, bianchi, cristiani. Ma come potevo dimenticare il modo come li sentivo, prima? Come potevo assolverli? Come potevo assolvermi?
Il problema ci riguarda tutti. Avendo la memoria del passato non smetterò mai di vergognarmi per la dichiarazione di guerra alla Francia nel giugno del 1940, per le leggi razziali, per l’otto settembre del 1943 e per la dichiarazione di guerra alla Germania. Nel momento in cui un francese trattasse il mio Paese da “patria dei maramaldi”, chinerei la testa. Nel momento in cui un tedesco trattasse il mio Paese da “nazione di traditori”, chinerei la testa. E non perché non saprei che cosa rispondere: lo farei perché reputo le accuse fondate. Può sembrare assurdo, ma ci si può sentire responsabili della storia del proprio Paese. 
Se quelle sono colpe lontane, c’è una colpa attuale e presente: la leggenda della vittoria della Resistenza sui tedeschi, che pure si continua a celebrare ogni 25 aprile. Quasi che inglesi, americani, marocchini, neozelandesi, indiani, sudafricani, australiani, polacchi e tanti altri, con i loro cannoni, con i loro carri armati e con i loro aeroplani, fossero qui osservatori neutrali.
E non mi sentirei molto meglio se fossi tedesco. Personalmente sarei innocente, ma non tanto da assolvermi. Perché il mio omologo del 1938 o del 1941 era estremamente fiero di Hitler e dei successi germanici. Così come gli italiani che tanto sputano su Mussolini gli avrebbero eretto decine di monumenti se avesse vinto la guerra. Del resto negli anni del consenso i famosi intellettuali antifascisti del dopoguerra, gli Scalfari e i Bocca, erano ferventi fascisti e partecipavano ai Littoriali.
È difficile fare i conti col passato della propria nazione. Per questo abbiamo il diritto di occuparci degli altri solo immaginando di essere al loro posto. Solo avendo imparato a vergognarci di certi comportamenti dell’Italia possiamo cominciare a chiederci come possiamo giudicare la Germania di Hitler. E dobbiamo farlo partendo da questo presupposto fondamentale: “Wäre ich ein Deutscher...”, se fossi un tedesco...
Se fossi un tedesco comincerei con l’arrossire per tutte quelle sciocchezze sugli ariani e sul Herrenvolk, il popolo di signori. Poi arrossirei non solo per la Shoah, cui parteciparono attivamente e coscientemente un numero relativamente esiguo di tedeschi, ma per l’antisemitismo di tanti dei miei compatrioti. Infine arrossirei pensando alla mia patria sottomessa a un folle che, quando la guerra era tecnicamente perduta da mesi, anzi da anni, sperava di far distruggere la Germania in modo che non rimanesse pietra su pietra. Arrossirei per il consenso manifestato per anni a questo Führer delirante. Infine, stanco di piangere - come una volta ho fatto sentendo il meraviglioso inno di Haydn - mi chiederei come giudicherei la Germania, se non fossi tedesco. E da italiano ragionevole porrei una mano sulla spalla di quest’uomo accorato e gli direi che deve assolversi. Il fatto che si vergogni per una parte del passato del suo popolo non è solo meritorio, è anche dovuto. Ma tutti abbiamo parecchie colpe di cui vergognarci. Bisogna riconoscerle, battersi il petto, e andare avanti. Magari sperando che mai più la nostra nazione si renda colpevole di orrori. 
Nel momento stesso in cui noi perdoniamo le colpe dei nostri vicini, dal momento che l’oblio è impossibile, dobbiamo chiedere il loro perdono per le nostre colpe.
Noi europei possiamo piangere l’uno sulla spalla dell’altro. E possiamo tentare di confortarci solo dicendo che non c’è un popolo buono e un popolo cattivo: è l’umanità che è capace del peggio. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
25 aprile 2012 




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ECONOMIA
24 aprile 2012
UNA DIVERSA SOLUZIONE PER LA CRISI ECONOMICA
La crisi economica dell’Italia è molto grave. Finché c’è stato Berlusconi, una buona parte della stampa saliva ogni giorno sugli spalti a gridare alla catastrofe e non c’era nessuna catastrofe. Poi le cose si sono complicate, ed è divenuto Presidente del Consiglio Mario Monti. L’economia non è andata meglio, le tasse sono molto aumentate, il Paese è in una gravissima recessione e la stampa sale ogni giorno sugli spalti magari non per gridare “evviva!” - non ne ha il coraggio - ma per dire che non va poi così male; che potrebbe andare peggio; che in un lontano futuro tutto potrebbe andar meglio; che finché c’è vita c’è speranza e che la chemioterapia a volte fa miracoli. La catastrofe che si annunciava e non c’era ora c’è realmente ma, stranamente, è divenuta invisibile.
L’onestà vuole che non si faccia un torto di tutto ciò che è successo dalla metà del 2011 né a Silvio Berlusconi né a Mario Monti: la crisi ha chiaramente cause internazionali. Inoltre, per quanto riguarda l’Italia, deriva soprattutto dalla  deflagrazione di un esplosivo che era lì da tempo, anche se tutti facevano finta di non vederlo: il nostro immane debito pubblico. La finanza internazionale non avrebbe potuto crearci il minimo problema se avessimo avuto i conti in ordine. 
Malgrado ciò, se Berlusconi avesse adottato i provvedimenti del governo Monti, l’Italia avrebbe rischiato seriamente la rivoluzione. Quasi tutta la stampa del Paese gli avrebbe dato ogni torto e avrebbe attribuito ad una suprema malvagità - oltre che al più imperdonabile spergiuro, viste le promesse precedenti - il drammatico aumento della pressione fiscale. E invece abbiamo sotto gli occhi la prova che anche un “tecnico” non legato a programmi di partito non ha potuto fare nulla di diverso. 
Ma – potrebbe dire qualcuno – si sarebbe protestato a ragione, contro Berlusconi, proprio perché oggi bisognerebbe protestare con altrettanta vigoria contro il governo Monti. Esso ci sta portando al disastro e prima che al disastro alla fame. Può darsi. Ma di fatto così non è, non si protesta contro Monti come contro Berlusconi e il professore trova legioni di difensori. 
Ma queste sono beghe della famiglia Italia. Limitiamoci a rispondere a questa domanda: l’Europa ha affrontato la crisi nel modo giusto? 
Gli Stati aderenti alla zona euro hanno obbedito alle indicazioni di Bruxelles. In Grecia sono state adottate misure così impopolari da far rischiare la rivoluzione e tuttavia il governo di Atene, pur di obbedire all’Europa, ha tenuto duro. Il governo Monti ha adottato i noti provvedimenti e ci tartassa oltre il tollerabile. E così, probabilmente, hanno fatto gli altri Paesi a rischio. Ma visto che non albeggia nessuna ripresa ed anzi la situazione peggiora, siamo sicuri che i grandi competenti si siano dimostrati veramente grandi competenti? Siamo sicuri che non bisognerebbe adottare una politica economica opposta?
Bisogna avere rispetto per la professionalità dei dirigenti. I “grandi competenti” non solo avranno ragionato in modo approfondito sulla questione, ma sono riusciti a convincere delle loro teorie governi che dell’applicazione di esse molto hanno sofferto e molto continuano a soffrire. Dunque quelle idee devono essere apparse incontestabili. Se tuttavia la cura consigliata non dà i risultati sperati, nemmeno quello della stabilizzazione del malato, non bisogna chiedersi se essa non sia sbagliata, come del resto va ripetendo Paul Krugman, dalle colonne del New York Times?
Nessuno nega che una diversa sistemazione della moneta unica e del debito pubblico di alcuni Stati abbia costi elevati. Anzi, è da pensare che questi costi siano stati immaginati di un tale spaventoso livello, che pur di non pagarli fino ad ora si è accettato di fare una politica nettamente recessiva. Ma se i mali di cui soffriamo cominciano a sembrare più gravi di quelli di cui potremmo soffrire, non è il caso di prendere in considerazione l’alternativa? Nessuno è a favore di un’amputazione, ma se si profila la gangrena? Una soluzione del problema diversa e opposta a quella attuale ci costerebbe di più o di meno?
Vien da ridere quando Mario Monti dice che la politica del rigore, che fino ad ora ci ha portato alla recessione, ci porterà al rilancio dell’economia. Per quanto ne sappiamo, il rilancio potrebbe essere innescato solo da provvedimenti che alla recessione ponessero fine.
Da un lato uno vorrebbe avere la massima competenza in economia e finanza, insieme con tutti i dati a disposizione, per avere un’opinione chiara. Dall’altro poi pensa che di tutti quei dati e della massima competenza in economia e finanza dispongono coloro che ci stanno guidando come ci stanno guidando. E prevale lo sconforto.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
24 aprile 2012




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POLITICA
23 aprile 2012
IN DIFESA DEI PARTITI
Il discredito dei partiti è un’ovvietà. La Democrazia Cristiana fu il partito più votato per molti decenni eppure quasi nessuno confessava di farlo: a nessuno piaceva passare per un cristiano obbediente al parroco. Ma c’era anche una ragione sociologica. I comunisti - malgrado ogni smentita della realtà - si sentivano portatori di un nuovo verbo e annunciatori di un radioso avvenire. Erano dunque all’attacco di chiunque non fosse dalla loro parte. Naturalmente chi era anticomunista cercava di evitare una discussione in cui sarebbe stato definito arretrato, passatista, vittima della propaganda borghese e, in una parola, fascista. 
La radicalizzazione delle posizioni è sopravvissuta alla Guerra Fredda, tanto che in Italia si è creata la stabile tendenza a non confessare un’appartenenza politica. Milioni di persone hanno votato per Berlusconi senza dirlo ad alta voce e gli stessi sostenitori del Pd sentono sul collo il fiato dei duri e puri della sinistra extraparlamentare. Oltre che dei demagoghi alla Antonio Di Pietro. Da noi le minoranze e le minoranze delle minoranze urlano, mentre le maggioranze sono intimidite.
C’è anche una buona ragione, per non confessare preferenze politiche. Se si sa che Tizio ha sempre votato per un partito, il giorno in cui dicesse che il suo leader ha detto o fatto una sciocchezza, gli “avversari” gli salterebbero addosso: “Allora lo riconosci anche tu, finalmente? E tu che lo hai sempre votato, non ti vergogni?” Mentre se Tizio non ha mai detto per chi ha votato può sempre proclamare: “Io dico la verità nei riguardi di chiunque! Per me tutti i partiti fanno schifo”. E così il finto atteggiamento apolitico contribuisce al distacco dall’intera politica.
Il discredito dei partiti nasce inoltre dal fatto che molti, assurdamente, si aspettano dalla vita pubblica un esempio di moralità. Non si rendono conto che i politici sono particolarmente qualificati per dare l’esempio non della moralità ma del contrario. Se in un Paese i giornali non denunciano scandali non è che non ci siano scandali, è che non c’è la libertà di denunciarli. Le vittime della propaganda di regime hanno potuto pensare che sotto il fascismo in Italia o sotto il comunismo in Russia la società fosse più morale: in realtà solo gli ingenui possono credere che ciò che non si vede non esista. Gli altri modelli di regime hanno gli stessi difetti della democrazia senza averne le qualità.
I partiti sono molto disistimati, ma questo non dovrebbe far dimenticare che essi sono essenziali per la democrazia. Un po’ come le fogne: se si volessero abolire, solo perché puzzano, poi come si vivrebbe, in città?
Anche il comportamento dei politici merita di essere analizzato. Si tratta di persone che, in qualunque tipo di regime,  dedicano tutta la vita all’ambizione. Finché sono giovani tendono a far trionfare le idee giuste contro le idee sbagliate – naturalmente giuste o sbagliate a loro parere – ma con la maturità divengono i soldati del partito in cui vogliono far carriera e a volte arricchirsi. Perché l’ambizioso è ambizioso in tutte le direzioni. Vuole tutto, il potere, la fama, i soldi e, se fosse possibile, la gloria. 
Facendo carriera, il professionista della politica diviene un miscuglio esplosivo di doppia morale, tecnica del compromesso, mancanza di scrupoli, retorica, vanità, demagogia, ipocrisia e avidità. Né può essere diversamente. In quell’ambiente o si è così o non si sopravvive. La selezione naturale funziona al contrario di ciò che credono i bravi borghesi.
Naturalmente ci sono politici che tentano di fare anche il bene del Paese. Anche. Ma in tanto potranno farlo in quanto siano capaci di destreggiarsi fra colleghi che hanno i difetti sopra elencati. Ed essendo più abili di loro. Il grande uomo di Stato è un benefattore emerso da una banda di malfattori. Un essere eccezionale arrivato al posto di comando nuotando nella melma ma essendo capace di elevarsi al di sopra di essa, per realizzare il suo progetto segreto. Il miglior esempio è Mikhail Gorbaciov. È stato per decenni un comunista ortodosso, pronto a ripetere tutte le “verità” che il partito voleva si ripetessero, e quando infine è arrivato al sommo del potere ha lanciato una grandiosa rivoluzione socio-politica. 
I partiti vanno sostenuti perché sono essenziali alla democrazia. È meglio una democrazia con partiti corrotti che una dittatura. Quando si è liberi, ogni tanto si possono gettare via le mele marce, la dittatura invece nasconde le sue magagne e ai delinquenti fa fare carriera.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
23 aprile 2012




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22 aprile 2012
IL PROGRAMMA DELLE CINQUE STELLE
Un amico mi ha fornito i punti del programma di Beppe Grillo. Non so se siano esatti e se siano tutti, ma permettono già una discussione.

1) Accorpamento dei Comuni sotto i 5.000 abitanti. Una buona idea. Ma in qualche caso potrebbe essere un errore. E allora si impone un esame delle varie situazioni. Un lungo iter. E allora niente. C’è altro da fare. No.
2) Insegnamento della Costituzione ed esame obbligatorio per ogni rappresentante pubblico. Una stupidaggine. La nostra Costituzione non richiede neppure che si sappia leggere e scrivere, per essere eleggibili, figurarsi. E poi perché “insegnamento”, non basterebbe l’esame? No.
3) Riduzione a due mandati per i parlamentari e per qualunque altra carica pubblica. Sbagliato. Si sottrarrebbe alla Repubblica il vantaggio di persone esperte  o di particolare valore. Chi deve essere parlamentare devono dirlo l’elettorato e i partiti che stabiliscono le candidature, non altri. No.
4) Stipendio parlamentare allineato alla media degli stipendi nazionali. Una sciocchezza. L’eletto ha spese ben maggiori e inoltre non si presenterebbero più, per partecipare alla vita politica, coloro che già da privati guadagnano ben di più della “media degli stipendi nazionali”. Vogliamo un Parlamento di disoccupati, lieti di un posto purchessia? Meno generosità sì, ma non due o tremila euro al mese. No.
5) Divieto di cumulo delle cariche per i parlamentari (esempio: sindaco e deputato). Non so bene a che serva, ma sì.
6) Partecipazione diretta a ogni incontro pubblico da parte dei cittadini via web. Ogni incontro pubblico? Anche il consiglio comunale di un Comune di mille abitanti? E chi paga, per le attrezzature e i tecnici? No. Pubblicizzi chi vuole.
7) Referendum sia abrogativi che propositivi senza quorum. Formulata così, la proposta merita un no. Bene l’abolizione del quorum, ma dopo avere aumentato il numero delle firme. No ai referendum propositivi, per paura della demagogia: “Sequesto di tutti i beni al di sopra del milione di euro, e tagliamo la testa ai nobili! Viva Robespierre!”.
8) Obbligatorietà della discussione parlamentare e del voto nominale per le leggi di iniziativa popolare. Tutte le leggi vanno discusse in Parlamento. Voto nominale? Per vedere se gli eletti hanno più paura degli elettori che dei segretari del loro partito? Comunque, sì.
9) Approvazione di ogni legge subordinata alla effettiva copertura finanziaria. Esiste già l’art.81 della Costituzione, e in Parlamento non ne hanno mai tenuto conto. È questo comportamento che bisognerebbe modificare, non la norma. No. 
10) Leggi rese pubbliche on line almeno tre mesi prima delle loro approvazione per ricevere i commenti dei cittadini. No. Innanzi tutto esistono i decreti catenaccio (cioè ogni tanto esiste l’urgenza) e poi i cittadini non sono qualificati per materie per le quali già non tutti i parlamentari sono qualificati. Questa è la democrazia nell’agorà, fuor di moda da oltre duemila anni. No.
11) Abolizione dell’Ordine dei giornalisti. Sì.
12) Copertura completa dell’ADSL a livello di territorio nazionale. Sono contrario ad ogni programma che implica spese. Questo punto si può lasciare ai privati. No.
13) Statalizzazione della dorsale telefonica, con il suo riacquisto a prezzo di costo da Telecom Italia. Non so di che si tratta, ma nel dubbio dico no.
14) Abolizione del valore legale dei titoli di studio. No. Abolizione di molte università e misure draconiane per rendere serie le residue. La formazione di un professionista richiede che si siano sicuramente studiate molte materie, non solo quelle strettamente professionali (diritto romano e non solo diritto privato, ad esempio).
15) Accesso pubblico via Internet alle lezioni universitarie. Sì, se la cosa non costa molto.
16) A questi punti aggiungo, perché l'ha detto Grillo personalmente: Uscita dall’euro e non pagamento del debito pubblico. Un no, senza ulteriori commenti.

Dodici no, quattro sì. E comunque questo programma è pressoché inutile. Non riforma la giustizia, non riforma il lavoro, non riforma la pubblica amministrazione, non riforma il fisco, non prevede la vendita dei beni demaniali non necessari, non prevede un netto taglio della spesa pubblica (specificando dove si taglia). Io non so che cosa sia la “dorsale telefonica”, ma so che cos’è la disoccupazione e la lentezza della giustizia. 
Un no al programma nel suo complesso.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
22 aprile 2012



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POLITICA
22 aprile 2012
LA NAVE DEI FOLLI
Gli articoli di politica sono ripetitivi. Ma se la realtà non cambia, che cosa potrebbero fare i commentatori, se non riscrivere instancabilmente lo stesso articolo? Fra l’altro, alcuni vivono di giornalismo e - sarà un concetto banale - bisogna pur mangiare.
Tuttavia, oltre ai giornalisti professionisti ci sono quelli che, imperdonabilmente, scrivono perché hanno voglia di scrivere. E può darsi che, tra gli uni e tra gli altri, ci sia chi lo fa perché si sente in dovere di farlo. Se si è a bordo di una nave, e la si vede andare lentamente contro gli scogli, non è naturale che si abbia voglia di gridare per avvertire del pericolo, sperando che qualcuno si decida finalmente a dare un colpo di barra?
Chi spera di riuscire a far cambiare la politica del governo a forza di avvertimenti dimostra di credere che il governo potrebbe farlo. È un passeggero che spera di convincere il capitano. Un ottimista. Chi invece ha il coraggio di credere ciò che gli mostrano i suoi occhi, ha tutte le ragioni per essere pessimista: perché nota subito che sulla nave non c’è alcun capitano.
Osservando la storia del Secondo Dopoguerra, si arriva ad una constatazione univoca: tutti i governi si sono dimostrati inetti e incapaci di realizzare le grandi riforme di cui  il Paese avrebbe avuto bisogno. Alcuni magari avrebbero realmente voluto realizzarle, ma nessuno di loro ce l’ha fatta: perché efficacemente contrastati dall’opposizione parlamentare, perché la maggioranza si è sfaldata, o semplicemente per paura della piazza. Qualcuno attribuisce questa fragilità ad una Costituzione  che non si è preoccupata tanto di rendere governabile la nazione quanto di contrastare un inverosimile ritorno del fascismo. Il risultato è che essa ha reso impossibile non solo un governo autoritario, ma anche una politica capace di guidare il Paese. 
Non sono considerazioni intellettualistiche: sono l’inevitabile conseguenza di una palmare evidenza. Non è possibile che tutti i ministri e tutti i Presidenti del Consiglio siano stati degli sciocchi inconsistenti; non è possibile che tutte le maggioranze siano state composte da imbecilli, la cosa sarebbe perfino contro la statistica; non è possibile che sia sempre colpa dei partiti. Se nessun governo, in decine di anni, è riuscito a riformare la burocrazia o l’amministrazione della giustizia, è segno che questo compito, almeno in Italia, è al di là delle possibilità umane.
Il concetto di “impossibile” a volte è assoluto: “nessun uomo supererà i tre metri nel salto in alto”. A volte invece l’impossibilità è relativa. Molti campioni sono capaci di saltare due metri ma le persone normali non potrebbero farlo: questa impossibilità non riguarda l’umanità, ma loro: è relativa. E come non possiamo chiamare paralitico l’onesto borghese che al massimo salterebbe quaranta centimetri, non ce la possiamo prendere con i nostri governi e i nostri politici. Probabilmente essi si sono trovati di fronte ad una “impossibilità relativa”. Abbiamo visto all’opera dei maestri della sopravvivenza in surplace, come Andreotti; abbiamo visto all’opera “uomini del fare”, effettivamente capaci, in altri campi, di grandissime imprese, e tuttavia gli uni come gli altri non hanno cavato un ragno dal buco.
Ecco perché è una perdita di tempo dare consigli al governo. Nel momento in cui l’Europa ci chiede di cambiare le leggi sul lavoro, e si è tutti d’accordo che bisogna riformare seriamente l’art.18, il governo fa marcia indietro perché è a rimorchio del Pd; che è a rimorchio della Cgil; che è a rimorchio della Fiom; che è a rimorchio dei demagoghi. Dunque, chi comanda, in Italia? Il popolo italiano, così sensibile alla demagogia. Se poi le cose gli vanno male, perché non si guarda allo specchio?
La Thatcher è rimasta per gli italiani l’immagine stessa della megera che tira diritto malgrado le proteste e le sofferenze del popolo. Se anche il Padreterno, in un impeto di pietà per questa povera penisola, ce ne fornisse un’edizione in lingua italiana, la conseguenza immediata sarebbe che qui la si odierebbe, la maggioranza la sconfesserebbe, il suo governo cadrebbe e lei sarebbe ricordata come una pazza. Forse una golpista. Forse una nuova Tambroni. Perché il popolo non vuole che la nave cambi rotta.
Questo ritratto dell’Italia non è né nuovo né sorprendente. Già parecchio tempo fa qualcuno ha definito questa nazione “Nave senza nocchiero, in gran tempesta”. Doveva conoscerla bene, quel Signore.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
22 aprile 2012




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politica estera
21 aprile 2012
IL PROBLEMA SIRIANO È INSOLUBILE

Chi ha detto che la strada dell’inferno è lastricata di buone intenzioni doveva ben conoscere sia l’inferno sia le buone intenzioni.

Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu oggi dovrebbe pervenire ad una risoluzione per inviare trecento osservatori in Siria, dove non cessano le gravi violenze. Bisognerebbe tuttavia chiedere all’Onu: “Ammesso che diate a questi osservatori un carro armato per uno, pensate che basterà?” La domanda è irridente. Qui non c’è niente da osservare: c’è da intervenire, se si vuole. E per andare contro un esercito regolare, come quello siriano, bisogna disporre di un esercito regolare di almeno pari valore. Chi impegna il proprio? E che cosa ci si può aspettare, diversamente, da trecento signori armati di binocolo?

Il problema è nato dal fatto che la “Primavera Araba” ha fatto credere che basti chiedere per ottenere. E in Siria non è strano che la maggioranza sunnita si ribelli contro la minoranza alawita, al potere da tanti anni. Ma questa minoranza ha da sempre avuto l’abilità di tenere in pugno l’esercito e con esso la forza pura e semplice. E oggi se ne vedono gli effetti. Finché i militari obbediscono al governo, finché il regime è disposto ad usare tutte le armi in suo potere, il popolo a mani nude non può che perdere e morire. È quello che accade in Siria.

Naturalmente tutti i governanti sanno che andare contro la volontà della maggioranza è rischioso. Vi può essere un intervento esterno, reso più probabile dal fatto che i terzi sanno di avere eventualmente l’appoggio della popolazione. Vi può essere un voltafaccia dei capi dell’esercito, che potrebbero sperare di ereditare il potere. Vi può persino essere una rivolta militare dal basso, un po’ come è avvenuto in Russia nel 1917. Dunque il buon senso consiglia a un governo intelligente di cercare una soluzione, un accordo, un compromesso. I giornali dicono che i rivoltosi siriani chiedono “democrazia”, ma questa è l’ottica occidentale. In queste nazioni in realtà è difficile distinguere i buoni dai cattivi e la democrazia non è il loro modo “naturale” di governarsi. Ma Assad potrebbe almeno “fare la mossa”, concedere qualcosa, invece di rimanere fermo e duro, sordo a tutto. Come mai si comporta così?

Per secoli, il perdente è scappato via con un piccolo tesoro ed ha trovato amici pronti ad ospitarlo. Sicché la sua alternativa, nel momento in cui il popolo si ribellava, era fra un esilio dorato e morire, come è capitato a Gheddafi. Da quando imperano le buone intenzioni l’alternativa non c’è più. Un mondo ubriaco di ideali di giustizia giudiziaria ha creato un Tribunale Penale Internazionale capace di inseguire gli ex autocrati anche anni dopo che hanno perso il potere. Dunque costoro, diversamente che in passato, non hanno più interesse ad una soluzione intermedia. L’alternativa è ormai quella di Gheddafi. E questo è importante. Perché la cultura storica media non va fino a ricordare la contrarietà di Cesare quando qualcuno, credendo di fargli piacere, uccise Pompeo fuggitivo. Di Cesare e Pompeo ormai si sa poco, di Gheddafi si sa tutto. E lo sa soprattutto Bashir el Assad. 

Un Tribunale Internazionale avrebbe senso se fosse collegato ad un Potere Internazionale in grado di intervenire in tutti i Paesi (Stati Uniti e Cina inclusi!) per impedire i reati durante la loro flagranza. Invece qui si tende a punire i dittatori dopo che hanno perso il potere, rendendoli dunque estremamente risoluti a vendere cara la pelle. Col bel risultato che non si raggiunge nessun compromesso, la gente muore per le strade e, sempre che non ci sia un voltafaccia dell’esercito, alla fine vincerà Assad.

Il mondo non capisce che la politica segue parametri diversi da quelli dei tribunali. Per il magistrato fiat iustitia et pereat mundus, si faccia giustizia e caschi il mondo, per il politico l’arresto di un delinquente non vale la morte dei carabinieri o di innocenti cittadini. Non fiat iustitia et pereat mundus, ma fiat vita et pereat ius, la vita – o i grandi interessi della nazione - prevalgano sul diritto. In altri termini, se per salvare molti siriani e la pace è necessario fare ponti d’oro ad Assad, cominciamo a raccogliere quel metallo. Perché se si continua a volere una giustizia astratta si otterrà o il linciaggio barbaro di Gheddafi o la resistenza a tempo indeterminato di Assad.

A meno che le anime belle non siano contente di ambedue le cose.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

21 aprile 2012





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politica interna
21 aprile 2012
PERCHÉ IL MOVIMENTO 5 STELLE È DEMENZIALE
L’economia funziona anche nel campo della conoscenza. Una persona ragionevole non perde neanche cinque minuti per leggere un testo che dimostra l’assurdità dell’astrologia. E figurarsi quanto tempo dedicherebbe a un testo che cercasse di dimostrarne la validità. Il dubbio metodico sarà ottimo in filosofia ma non è pratico dubitare sempre, soprattutto quando si tratta di affermazioni che sono state confermate infinite volte. Ecco perché bisogna guardarsi da coloro che vogliono sbalordirvi o darvi l’impressione che loro sì hanno il coraggio di dire la verità, mentre tutti gli altri ingoiano fior di panzane. 
Un buon esempio è la democrazia. È il migliore dei regimi, anche se rimane pessima in sé. È infatti dai tempi di Pericle che ne conosciamo la tendenza all’anarchia e alla corruzione, al peculato e alla malversazione. E tuttavia questo non impedisce che ogni giorno si alzi qualcuno che, con l’aria di scoprire l’acqua calda, ci spiega che la nostra non è una vera democrazia; che bisognerebbe buttare tutto all’aria; che bisognerebbe rifare tutto da zero. Senza pensare che, se rifacessimo da zero quella democrazia, poi si alzerebbe qualcuno a denunciarne i difetti, la corruzione, la malversazione, il peculato. Ecco perché i demagoghi annoiano tanto la persona di buon senso.
Ma il punto è proprio questo: quante sono le persone di buon senso, quante sono le persone che conoscono un po’ di storia?
Prendiamo l’ultima proposta di Beppe Grillo. Una proposta che, nel suo caso, diviene un programma di partito: “Usciamo dall’euro e non paghiamo il debito pubblico”. Accidenti, ma com’è che a Roma quei professoroni non ci hanno pensato? O forse hanno rinunciato a questo bellissimo progetto per non dare una dispiacere ad Angela Merkel, una così brava signora? Per fortuna arriva Beppe Grillo, arrivano i grillini, e in un batter d’occhio risolvono il problema di raddrizzare le gambe ai cani, di fare stare diritto l’uovo e di quadrare il cerchio.
In nome dell’economia della conoscenza non c’è da pentirsi se non ci si è documentati meglio e prima su questo personaggio. Se un adulto non interdetto è capace di enunciare quel programma senza scherzare e senza neanche la scusa del troppo alcool, è segno che non lo si può prendere sul serio.
E tuttavia seguiamo l’ipotesi. Se l’Italia potesse uscire dall’euro senza danni, e potesse svalutare la propria moneta del trenta per cento, la sua economia ripartirebbe a razzo. Infatti il nostro lavoro costerebbe meno e dal momento che i nostri prodotti sono stimati nel mondo, le esportazioni avrebbero un boom. Più esportazione, meno disoccupazione, fine della recessione. Quanto al debito pubblico, il pagamento degli interessi rappresenta oggi un fardello immane, tolto il quale ci ritroveremmo non in pareggio di bilancio, ma con una tale eccedenza di entrate da potere abbassare le tasse, dare l’avvio a cento lavori pubblici, concedere ai cittadini un bel po’ di vantaggi. E si potrebbe continuare. Infatti è la stessa lista di questi vantaggi che dimostra che non esistono. Perché se ragionamenti così semplici non entrano nella testa di Mario Monti è segno che ci sono serissime ragioni contrarie. In una parola, i danni sarebbero largamente superiori ai vantaggi.
Ammettiamo tuttavia, per ipotesi, che la soluzione di Grillo sia quella giusta. Per non accettarla, il governo e la maggior parte dei competenti devono avere una grande serie di dati e di motivi: saranno pure erronei, ma dal momento che convincono al massimo livello, meritano di essere esaminati. E allora perché non cominciare proprio informandosi su quali sono questi dati e questi motivi, per poi confutarli? Che senso ha sparare la soluzione del barbiere un po’ brillo, tanto per fare effetto? E quanto è serio un politico che parla per solleticare gli istinti dei sempliciotti, con l’aria di dire che la laparatomia che non sa fare il grande chirurgo riuscirebbe anche ad un bambino?
Nello sport si insegna a non sottovalutare la difficoltà. Non bisogna partire sicuri che si perderà, ma non bisogna neppure pensare che l’avversario sia di pastafrolla e che batterlo sarà una passeggiata. Se il grande campione, troppo sicuro di sé, si distrae, il brocco forse lo metterà al tappeto per il conto totale.
Nello stesso modo nessuno di noi stravede per i politici, ma trattarli da imbecilli è un comportamento da imbecilli.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
20 aprile 2012




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CULTURA
20 aprile 2012
IL SECOLO SENZA QUALITA'
Il Ventesimo è stato definito “il Secolo Breve”. Infatti esso sarebbe nato nel 1914, al termine del lunghissimo Ottocento, e sarebbe finito con l’implosione dell’Unione Sovietica, nel 1991: appena settantasette anni. Lo abbiamo creduto in molti, a suo tempo. Ma vent’anni dopo affiorano dei dubbi.
Un tempo i bambini guardavano nel dizionario la pagina in cui erano rappresentati i vari modi di vestire: un secolo, un omino; un altro secolo, un altro omino, vestito diversamente; fino al lusso barocco del Seicento, all’eleganza del Settecento, all’austero imborghesimento dell’Ottocento. E lo stesso avveniva con la letteratura. Il Cinquecento era il tempo della massima fioritura del Rinascimento, il Seicento l’epoca barocca tuttavia nobilitata dalla nascita della grande musica, dal Siglo de Oro per la Spagna e dai grandi francesi, da Corneille a Molière. Il Settecento infine è stato il Secolo dei Lumi e della massima fioritura artistica in materia di musica. L’Ottocento...
Infine è arrivato il Ventesimo Secolo. Quello in cui siamo nati e quello che – se non fosse un orribile gioco di parole – ameremmo amare. E invece. Mentre dal punto di vista tecnologico esso ha completamente cambiato il modo di vivere, dal punto di vista intellettuale e umano non ha cambiato niente. Perfino dal punto di vista dell’abbigliamento ci vestiamo più o meno come nel 1914, con l’unica variante di una totale libertà. Delle stesse donne non si è in grado di dire se vestono con i pantaloni o con la gonna, e se questa gonna è lunga o corta.
Questa libertà – bellissima in sé – è anche il sintomo di uno scollamento degli spiriti. L’arte si è frantumata in mille rivoli, mille tentativi, mille audacie, mille fallimenti. Fino al punto che non si può parlare di “arte del Ventesimo Secolo” perché, semplicemente, non esiste. La musica si è ridotta al tam tam della giungla, la pittura alla schizofrenia astrattista, provocando la fuga del pubblico, il teatro rimastica il passato o lo falsifica “per fare qualcosa di nuovo”. Qui il secolo non ha un genio come Shakespeare, o due o tre geni, come Corneille, Racine e Molière, ne ha cento, ne ha mille: solo che non sono geni. Per non parlare della filosofia, che in tutto il secolo ha fatto rima con archeologia. Questa decadenza non è certo finita col 1991: e allora nasce il dubbio che non stiamo vivendo la coda del “Secolo Breve” ma il suo perdurare, col rischio che passi, dai novantotto anni attuali, a un periodo molto più lungo e perfettamente insipido. Infatti non si vedono neppure i prodromi di una nuova era. 
Qualcuno forse ha parlato di Secolo Breve perché impressionato dalla parabola del comunismo. Effettivamente, dal 1989 al 1991 avemmo l’impressione di uscire da un mondo e di entrare in un altro. Ma a distanza di vent’anni il socialismo reale si è talmente afflosciato da mostrare la sua natura di tentativo sbagliato fino a livelli criminali. Un tentativo che non ha lasciato niente, dietro di sé. L’Impero Romano ha cambiato il mondo per sempre, le epopee della Bastiglia e di Napoleone hanno cambiato l’Occidente, malgrado Waterloo, e invece l’Unione Sovietica – come il Nazismo - è solo riuscita a lasciare un pessimo ricordo. Non è solo implosa: si è volatilizzata, persino nel ricordo. Non è stata neppure necessaria la damnatio memoriae.
Nel 1991 pensavamo di avviarci verso un nuovo mondo e invece stavamo tornando alla normalità, all’esitante inizio del Ventesimo Secolo. Che non è il Secolo Breve: è il Secolo Senza Qualità. Non è religioso come il Seicento e non è irreligioso come il Settecento; non è passionale e idealista come la prima metà dell’Ottocento e non è nemmeno scientista come la fine di quel secolo: è piattamente tecnologico. Se di ideali si parla, ecco che qualcuno suggerisce di non inquinare i fiumi, di incoraggiare i panda a riprodursi e di differenziare la spazzatura. È un mondo filisteo ubriaco di una libertà che, per l’arte e per le idee, non sa in che direzione utilizzare.
Viviamo tutti “au jour le jour”, seguiamo il filo dei giorni pensando a far la spesa, a pagare le tasse, a chiederci che cosa c’è in televisione. Un tempo si aspettava la prossima sinfonia di Beethoven o la prossima opera di Verdi, oggi non aspettiamo neppure il prossimo film di Hitchcock, perché non c’è neppure un Hitchcock.
Certo, il Ventunesimo Secolo arriverà, perché la storia non si ferma. Ma, se non vogliamo avere mal di schiena, è meglio aspettarlo seduti.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
19 aprile 2012




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politica estera
19 aprile 2012
L'AMERICA VITTIMA DEI PADRI PELLEGRINI
Il recente attacco dei Taliban a Kabul non è significativo dal punto di vista militare ma dal punto di vista psicologico. I guerriglieri hanno voluto dire che non temono il potere centrale, sono pronti ad attaccarlo nel suo cuore e la loro vittoria è solo questione di tempo. In ciò hanno ragione. 
La guerra in Afghanistan è assurda. Il territorio è vasto e si presta alla guerriglia. La popolazione – vuoi per convinzione, vuoi per paura – sostiene i Taliban. Infine gli americani e i loro alleati hanno sempre annunciato che non rimarranno in quel Paese: si comportano dunque come una squadra di calcio che giochi bene, avvertendo però che lascerà il campo libero e la porta vuota a partire dal settantesimo minuto. 
La sorte del conflitto è segnata, ma i Taliban otterranno soltanto di tornare al Medio Evo. La domanda diviene dunque: che cosa si intende per vittoria? 
Nell’epoca contemporanea una guerra ha spesso somigliato a un braccio di ferro. Due Paesi si affrontano, uno dei due vince, ma dopo un decennio o poco più, magari con qualche aggiustamento territoriale, sono amici come prima. Francia e Spagna, Inghilterra e Francia si scontrano da secoli e sono ancora lì Questo genere di vittoria, nell’ottica della storia, è un fatto di limitata importanza. Un tempo invece le guerre potevano essere condotte per conquistare un territorio e rimanerci. I Longobardi non si sono limitati a vincere qualche battaglia: si sono stabiliti in Lombardia fino a darle il loro nome. 
Questo secondo tipo di vittoria postula tuttavia una distinzione, al suo interno. Gli spagnoli hanno conquistato il Messico e il Messico è divenuto spagnolo; i germani hanno conquistato la Lombardia e sono stati loro a diventare latini. Il perdente dal punto di vista militare, come l’Impero Romano alla sua caduta, può essere il vincente dal punto di vista culturale.
Gli americani non contavano certo di installarsi stabilmente in Afghanistan e non potevano sperare di far divenire “occidentale” una popolazione islamica ed arretrata. Potevano soltanto ottenere una facile vittoria militare. E se miravano a questo, e a scacciare Al Qaeda, hanno vinto. Ma ne è seguita una situazione senza uscita: andandosene subito avrebbero forse vanificato la vittoria, rimanendo avrebbero pagato caro quella presenza e solo ritardato l’inevitabile abbandono del territorio. 
Non sarebbe stato più semplice – se questo era lo scopo - punire Kabul per l’ospitalità data al mullah Omar e a Osama bin Laden? Bastava bombardare dall’alto i posti in cui avrebbero potuto essere, magari massacrando un bel po’ di gente. In Europa non abbiamo ancora dimenticato i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Oppure avrebbero potuto far scendere dal cielo qualche centinaio di paracadutisti, in modo da attuare, loro, un’azione di guerriglia punitiva. Perché invece combattere per liberare quel Paese dell’oppressione religiosa, perché intestardirsi a far sì che le donne potessero andare a scuola e gli uomini tagliarsi la barba, ascoltare musica pop e andare al cinema? Andando a base di proverbi, da un lato “ogni popolo ha il governo che merita”, dall’altro è inutile “tentare di raddrizzare le gambe ai cani”. 
Non è ragionevole fare una guerra per motivi morali o per liberare una popolazione dalla tirannide. Anche perché quella che in Occidente considereremmo “tirannide” per altri Paesi potrebbe essere “un governo infinitamente più morale di quello della corrotta America”.
La tragedia di questi conflitti nasce dalla mancata assimilazione di un principio filosofico: “ciò che è evidente per l’uno non è detto che sia evidente per l’altro”. Forse gli americani hanno pensato che gli irakeni, liberati da quel mostro di Saddam Hussein, si sarebbero dimostrati grati, avrebbero messo da parte le loro divisioni religiose e avrebbero abbracciato entusiasticamente la democrazia. Non sappiamo come finirà, in Iraq, certo non come si sperava. Analogamente, si è tanto parlato di “primavera araba” e forse fra qualche tempo ci accorgeremo invece che al posto dei precedenti regimi, in particolare in Egitto, si sono insediati governi più retrivi, bigotti e oppressivi dei precedenti. 
Bisogna rassegnarsi all’idea che, in tempi prevedibili, alcune nazioni sono insalvabili. O almeno, insalvabili dal nostro punto di vista. I Romani lasciavano ai popoli conquistati la libertà di vivere come prima del loro arrivo e col tempo e il fascino della loro civiltà li romanizzavano. Ma senza fretta. Senza tenerci poi molto. Non intendevano tanto creare un Impero quanto difendersi dagli attacchi, e il loro pragmatismo li induceva ad astenersi da ogni inutile interferenza nelle usanze locali.
Chissà che gli Stati Uniti non si siano imbarcati nelle guerre dell’Afghanistan e dell’Iraq perché vittime dei Padri Pellegrini. Di quella spinta religiosa che contribuì a fondare quel grande Paese e che ancora oggi li induce a fare agli altri quello che vorrebbero fosse fatto a loro. Forse dovrebbero leggere un po’ meno la Bibbia e un po’ più Clausewitz.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
19 aprile 2012 




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POLITICA
18 aprile 2012
L'A.B.C. DELL'ANTIPOLITICA
Oggi tutti condannano aspramente l’antipolitica e la denunciano come possibile origine di un disastro. Può darsi che abbiano ragione ma sbagliano riguardo alle cause del suo crescente successo. Si parla molto, infatti, delle formazioni che basano la loro azione sul populismo e la demagogia – il Movimento Cinque Stelle o l’Italia dei Valori – senza vedere che l’incremento delle loro percentuali è la conseguenza, non la causa dell’antipolitica. In Italia i demagoghi sono sempre stati costantemente attivi e non hanno certo atteso il governo di Mario Monti per approfittare dell’irritazione della gente. Dunque non bisogna chiedersi che cosa fanno e dicono Beppe Grillo o Antonio Di Pietro, ma piuttosto perché oggi quello che fanno e dicono finisce con l’essere preso sul serio. Non è lo stimolo, che è aumentato, è la sensibilità allo stimolo.
Altri dànno la colpa del fenomeno ai partiti politici, sommersi dagli scandali e dalle accuse dei magistrati. La gente infatti è disgustata. E tuttavia forse sbaglia il bersaglio. È evidente che attualmente le Procure attaccano a testa bassa tutta l’amministrazione pubblica. Quella magistratura che denuncia ad ogni piè sospinto il tentativo della sua delegittimazione e l’attacco alla sua indipendenza è come se tentasse di delegittimare la politica. Si sa, gli amministratori della Cosa Pubblica, a tutti i livelli, sono tutt’altro che stinchi di santo, ma è anche vero che, sottoposti ad un esame approfondito, in molti finiremmo nei guai. Uno non ha pagato l’Iva sulla riparazione dell’idraulico, un altro ha fatto una banale telefonata per raccomandare qualcuno, e molti direbbero che siamo “ladri e delinquenti come gli altri”. Nel caso della Lega c’è addirittura il rischio che in tutto lo scandalo non ci sia nessun reato, perché – almeno secondo la legge attuale - i partiti possono disporre come meglio preferiscono del loro “rimborso”. 
L’azione dei demagoghi e i duri attacchi della magistratura non bastano dunque a spiegare l’antipolitica. La ragione vera potrebbe essere più profonda. Al tempo di “Mani Pulite” le denunce della magistratura fecero prevedere non la fine della politica ma la sua moralizzazione. Un nuovo e diverso attaccamento ad essa piuttosto che una più grande disaffezione. Oggi invece il disgusto per i grandi partiti nasce da una profonda delusione, riassunta in una fotografia: Angelino Alfano, Pierluigi Bersani e Pierferdinando Casini, in piedi, l’uno accanto all’altro, come un trio concorde e affiatato che deve portare a termine un compito comune. Per parecchio tempo i tre segretari hanno cercato di evitare questa rappresentazione e si sono incontrati di nascosto, di notte, come congiurati. Si rendevano conto che dimostrandosi capaci di rapporti civili di collaborazione danneggiavano l’immagine del loro partito. Poi, col tempo, hanno capito che non potevano nascondere l’evidenza e si sono rassegnati alla foto di gruppo. Magari con un Monti benedicente che aveva l’aria di dire: “Questi sono i miei gioielli”. 
Essi hanno accettato la novità, ma gli italiani non l’hanno accettata. Nella loro inveterata faziosità, prima incanalavano l’irritazione nel sostegno al loro partito, quello dei buoni, che non poteva fare le cose giuste perché ne era impedito dal partito avversario, quello dei cattivi. E lo amavano perché, se non riusciva a governare bene l’Italia, la colpa non era sua. Ma nel momento in cui i due grandi partiti si alleano, cade l’alibi. Un partito come il Pd, che ha sempre detto peste e corna del partito al governo, se all’occasione collabora con esso si squalifica. “Ma allora combattevano Berlusconi per finta?” E per i votanti del Pdl nasce il problema: “Ma allora Berlusconi ci ingannava, presentandoci i comunisti come gente dedita soltanto a sfasciare il Paese?”
Insomma, nel momento in cui ABC collaborano, magari per caricarci tutti di una montagna di tasse ed imposte, fanno crollare lo schema tradizionale. I tre sembrano credere che si possa fare politica non “contro qualcuno”, ma “per qualcosa”. E gli italiani sono scandalizzati. Pur di essere “contro qualcuno”, e se possibile “contro tutto”, sognano di votare per un Movimento, come quello di Beppe Grillo, il cui simbolo potrebbe anche essere un candelotto di dinamite sotto Montecitorio.
L’antipolitica non è tanto un rifiuto della politica quanto la rivendicazione della sua versione italiana: quella fatta di insulti e di calunnie, di rissa e di demagogia, di fanatismo e di divisione. Un mondo dove impera la mitologia dell’odio. 
Con l’antipolitica non vediamo un fenomeno nuovo, vediamo il ritorno alla politica come l’intende il popolo. E questo è molto triste: per il popolo prima ancora che per i partiti. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
18 aprile 2012




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Su pardofiction.myblog.it, ogni domenica qualcosa di nuovo. Oggi IL GRANELLO DI SABBIA, Mani Pulite a teatro. E ancora I FRATELLI TOWERSTONE, quasi un telefilm poliziesco “raccontato”. I testi saranno ripresentati nello stesso ordine una volta che saranno stati tutti pubblicati.