Woody Allen rimarrà indimenticabile per certe battute. Per esempio: “Non solo Dio non esiste, ma provate a trovare un idraulico di domenica”. E soprattutto questa: “Le parole più belle non sono: ‘Ti amo’ ma: ‘È benigno’ ”.
Nella classifica delle più brutte, dopo avere naturalmente assegnato la palma della vittoria a: “Dolente, è maligno”, ai primi posti metteremmo queste parole: “Te l’avevo detto!”. Arrivano sempre come una coltellata. Se la previsione era fondata, perché non si è dato ascolto a chi poi ha dimostrato di saperne di più; se era infondata, perché l’altro si fa forte di una previsione che è andata a segno più o meno per caso. In ogni caso, pur di dare torto all’interlocutore, chiunque sarebbe felice di dimostrare che il cerchio è quadrato.
Certe parole non bisognerebbe mai dirle. Come non bisognerebbe ubriacarsi mai, e mai perdere la pazienza, e mai innamorarsi della persona sbagliata, e mai tradire il coniuge, e mai... Ma siamo umani, e a tutti questi divieti non sempre siamo capaci di obbedire. E infatti oggi commetterò questo peccato.
Nei mesi scorsi si è detto che il Paese stava andando a rotoli. Lo dimostrava la differenza dell’interesse sul debito pubblico che l’Italia doveva offrire rispetto alla Germania (lo spread) pur di vendere i propri Buoni del Tesoro Poliennali. Inoltre, fra le prime cause della drammatica crisi, c’era lo scadimento del livello di credibilità internazionale del nostro governo, reso ridicolo e inaffidabile da un Silvio Berlusconi decotto e al tramonto. Insomma, Annibale era alle porte. Bisognava che Pdl e Lega andassero a casa; bisognava smetterla perfino con le liti fra i partiti e creare un governo di salvezza nazionale, come quando c’è una guerra; il Pd addirittura sarebbe stato disposto a sostenerlo insieme col Pdl, per amor di Patria. Rinunciava ad una facile vittoria elettorale - come lasciavano prevedere le indagini demoscopiche - pur di non lasciare la nazione senza guida. Non pretendeva neppure di imporre suoi uomini nel governo e lasciava che il primo ministro fosse scelto da un’Autorità al di sopra della mischia, il saggio e imparziale Giorgio Napolitano.
Tutta una serie di balle fenomenali. Partendo dall’ultima, è difficile definire saggio e imparziale il Presidente della Repubblica: il primo aggettivo sa di piaggeria lontano un miglio, il secondo sbatte contro certe osservazioni concrete. Su “Italia Oggi”, Marco Bertoncini(1) elenca e documenta le differenze di comportamento del Presidente riguardo all’attuale governo e a quello Berlusconi. Tanto che l’articolo è intitolato: “Napoletano non bacchetta più”. Per l’amor del Cielo, il Presidente sarà in buona fede, starà tentando di fare il bene dell’Italia, ma l’imparzialità lasciamola da parte. Fra l’altro Monti si era esibito poche settimane prima della nomina in una durissima critica di Berlusconi(2), considerato come l’unico ostacolo per salvare l’Italia: si può affermare che sia stato scelto un tecnico senza partito?
Quanto al Pd non è affatto vero che si sia sacrificato per amore dell’Italia. Ha evitato le elezioni perché, vincendole, si sarebbe messo nella condizione di essere considerato il responsabile del disastro dell’Italia: esattamente come fino a quel momento ne aveva dato il torto a Berlusconi. E infatti l’ipotesi lo ha talmente spaventato che oggi sostiene il governo con maggiore impegno dello stesso centro-destra. Meglio non sporcarsi le mani e dire che le elezioni sarebbero state un disastro, mentre proprio Monti aveva criticato Berlusconi per non averle provocate (vedasi il suo articolo).
Ma la balla più grossa è stata l’idea che cambiando governo e imponendo nuove tasse si sarebbe messo a posto tutto. Infatti la famosa “manovra”, chiamata presuntuosamente “Salva Italia”, è all’85% costituita da maggiori entrate fiscali: fra le quali, nuove, impensate e sorprendenti, quelle sulla casa e la benzina.
In realtà, Monti è andato a Bruxelles, ha fatto e ha ricevuto inchini, ha portato la pressione fiscale al 45%, e il risultato, come era prevedibile, anzi come avevamo previsto, è che non è cambiato niente. Perché tutto dipende dalla crisi internazionale, dalla tenuta dell’euro e dall’enorme debito pubblico italiano. Infatti, a manovra approvata, lo spread è intorno a 500 punti tondi: un livello che ancora qualche settimana fa ha fatto gridare a tutti che la barca stava affondando, che Berlusconi doveva andar via, che un governo di salvezza era più necessario dell’ossigeno. E Berlusconi, da quel marpione che è, si è fatto da parte. Ha dimostrato con i fatti che i guai non dipendevano dal suo governo e neppure dal suo personale discredito; che la sinistra rimane il partito delle tasse, che aumentandole non si risolve la crisi italiana e che forse, dopo tutto, il centro-destra avrebbe fatto meno danni.
Che cosa si può aggiungere? “Ve l’avevo detto!”
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it
24 dicembre 2011
(1)http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna¤tArticle=18LZ6C.
(2)http://www.corriere.it/editoriali/11_ottobre_16/monti-false-illusioni-sgradevoli-realta_068269c4-f7bf-11e0-8d07-8d98f96385a3.shtml,con adeguato commento, in tempo non sospetto:
http://pardonuovo.myblog.it/archive/2011/10/16/l-economista-super-partes-che-salva-l-italia.html
Per chi non volesse perdere il tempo di andare a cercare l’articolo:
L’ECONOMISTA SUPER PARTES CHE SALVA L’ITALIA
L’articolo di Mario Monti sul “Corriere” di oggi sarebbe anodino – e perfino poco interessante – se a scriverlo fosse stato un qualunque editorialista o economista. Il Rettore della Bocconi invece è stato molte volte indicato come il possibile Primo Ministro di uno di quegli esecutivi – battezzati con una ventina di nomi diversi – che di fatto si chiamano soltanto TTB: tutto, tranne Berlusconi. Monti infatti dovrebbe essere un uomo estremamente competente e al di sopra delle parti. Purtroppo, il suo articolo di oggi non sembra dimostrarlo: la sua originalissima tesi è che la crisi attuale è colpa di Berlusconi e si risolverebbe se lui si dimettesse. Se questo è essere super partes, se così ci si dimostra obiettivi, non siamo messi bene.
Egli comincia col dire che l’Italia - malgrado le vanterie di Berlusconi - mette in crisi l’euro ed è di fatto un protettorato di Francia e Germania. Dimentica però di notare che tutto questo dipende non dall’attuale politica economica - l’Italia ha un avanzo primario migliore di quello della Francia, e dunque giudicata sul presente non creerebbe la minima preoccupazione - ma dal pregresso debito pubblico. Questo viaggia da decenni al di sopra del 100% del prodotto interno lordo, è nato negli anni Ottanta del secolo scorso ed è andato sempre crescendo. È vero, paghiamo tassi più alti della Spagna; è vero, se le banche e i privati non comprassero i nuovi titoli emessi per pagare quelli in scadenza, l’Italia dichiarerebbe fallimento dall’oggi al domani: ma tutto questo dipende dai 1.900 miliardi di euro del debito pubblico, non da Berlusconi. È così difficile da riconoscere? Invece Monti fa dire a innominate fonti straniere che “le principali responsabilità di questa situazione vengono attribuite al governo italiano in carica da tre anni e mezzo”. Responsabilità di oggi per un debito nato trent’anni fa. Come l’agnello che intorbidava l’acqua del lupo che stava a monte. Ecco che significa essere super partes.
Ma Monti spiega le colpe del governo. “L’Italia è più indietro [della Spagna] perché non c’è stato neppure il minimo riconoscimento di responsabilità da parte del governo”. Come se vestirsi di saio e battersi il petto cambiasse la realtà dei mercati e delle Borse. E qual è, comunque, il merito della Spagna? Nientemeno, quello di avere annunciato nuove elezioni. Traduzione, sempre rimanendo super partes: se buttiamo fuori Berlusconi tutto si risolve e i creditori del debito pubblico rinunceranno forse a riscuotere i loro titoli.
Il governo, dice Monti, avrebbe dovuto chiedere la collaborazione delle opposizioni. E con ciò dimostra di essere tanto al di sopra delle parti da averle perse di vista. Forse pensa che la Camusso applaudirebbe l’abolizione dello Statuto dei Lavoratori, se Berlusconi lo proponesse.
Il governo avrebbe anche la colpa di avere scaricato su altri le responsabilità: sull’opposizione, sui magistrati, sui corrispondenti esteri (per la cattiva fama dell’Italia nel mondo). Anche a dargli ragione: che c’entra, tutto questo, con la crisi economica? Se fosse Primo Ministro Antonio Di Pietro il debito pubblico sparirebbe? Non si dovrebbero più pagare gli interessi? I mercati accorderebbero all’Erario tassi più favorevoli?
Ma in fondo perché insistere nell’analisi? Monti attribuisce a Berlusconi “un’ovattata percezione della realtà”, cioè gli dà del demente, e a suo parere coloro che lo sostengono “toccano livelli inauditi di servilismo”. Invece lui che è super partes stila queste auree parole: “la permanenza in carica dell’attuale presidente del Consiglio viene vista da molti come una circostanza ormai incompatibile con un’attività di governo adeguata, per intensità e credibilità, a sventare il rischio di crisi finanziaria e a creare una prospettiva di crescita”. La quale affermazione è di una stupidità talmente colossale che veramente vorremmo Mario Monti Primo Ministro per cavarci lo sfizio di vedere quale sarebbe la sua attività di governo adeguata, come renderebbe tutti nel mondo ammiratori del debito pubblico italiano e come creerebbe in un battibaleno una smagliante crescita economica dell’Italia. Lui e la sinistra sarebbero dunque capaci di decidere quei tagli alla spesa pubblica, di adottare quelle riforme liberiste e “anti-sindacali” che non è stato capace di adottare il centro-destra? Vorremmo proprio vederlo all’opera.
Si può non avere grande stima di Berlusconi, che fra l’altro scherza abbastanza per dare a volte l’impressione di essere solo un comico mediocre. Ma se si pensa di sostituirlo con questo genere di personaggi super partes, capaci di sparare con sussiego una simile sfilza di affermazioni balorde, forse dobbiamo sperare di rimanere sub partibus, tenendoci il governo che abbiamo.
Mario Monti ha tutto il diritto di avere un’idea politica anche chiaramente antigovernativa e antiberlusconiana. Non ha il diritto di presentarsi come neutrale.
giannipardo@libero.it
Ed ecco l’articolo di Bertoncini:
Aveva bacchettato, con asprezza, il governo Berlusconi, e contemporaneamente i presidenti delle Camere, perché i decreti-legge dovevano considerarsi quasi inemendabili. Altrettanto rude era stato, sempre col governo Berlusconi e con i presidenti di Montecitorio e palazzo Madama, per la corrività nell'uso della fiducia sui decreti-legge. Vogliamo scommettere che Giorgio Napolitano, stavolta, se ne starà zitto?
Eppure la manovra patisce entrambi gli intoppi denunciati dal Quirinale. I numeri sono impietosi, quanto a modifiche introdotte nel dibattito delle commissioni a Montecitorio. Il decreto-legge si compone di circa 45mila parole, per un totale di 255mila battute (spazi esclusi). Orbene, gli emendamenti apportati al testo ammontano a quasi 18mila parole, per un totale di circa 99mila battute. Il ricorso alla quantificazione delle battute è usuale negli studi degli uffici parlamentari che analizzano la produzione legislativa. Possiamo quindi tranquillamente servircene per rilevare che una modifica di ben oltre un terzo di un decreto-legge è l'esatto opposto dell'inemendabilità o della «sostanziale inemendabilità» richiamata da Napolitano.
La fiducia, poi, comprime il ruolo del Parlamento. Lo rilevava il capo dello Stato. Ebbene, la manovra Monti è stata imposta all'aula della Camera con la fiducia e poi al Senato come immodificabile, sempre con la fiducia. Dunque, i parlamentari hanno potuto agire soltanto nelle commissioni della Camera; nelle assemblee la loro funzione è stata, più che compressa, annullata. In tal modo il decreto-legge è stato abbondantementeemendato, per venire poi imposto con la questione di fiducia. Il malvezzo, costituzionalmente redarguibile e, infatti, contestato da Napolitano, era tale per Berlu-sconi, Fini e Schifani, l'inverno scorso. Oggi, pare non sia più tale per Mario Monti, Gianfranco Fini e Renato Schifani. Curioso. Eppure il capo dello Stato difende punti-gliosamente il proprio operato nella creazione di questo che, più di qualsiasi precedente esecutivo, è il “governo del presidente”. Ovvio che il presidente al “governo del presidente” non muova appunti di sorta.
Marco Bertoncini, Italia Oggi.