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POLITICA
27 maggio 2018
LE CIAMBELLE DI SALVINI
Se si vuole risolvere un problema, la prima cosa da fare è comprenderne esattamente i termini. Se possibile semplificandolo al massimo. È vero che il diavolo si nasconde nei particolari, ma bisogna comun ue in primo luogo affrontare il nocciolo della questione.
Nel problema istituzionale che è sorto a proposito del possibile ministro dell’Economia Paolo Savona, la maggior parte dei commentatori dà per certo che il Presidente della Repubblica manterrà la posizione assunta. La Costituzione gli dà certamente ragione e una marcia indietro sarebbe contraria non soltanto alla sua dignità personale, ma anche alla dignità della sua carica.
Se (non si sa mai) il Presidente non si piega, Matteo Salvini dovrà decidere se mantenere il proprio atteggiamento gladiatorio oppure rassegnarsi ad accettare i sarcasmi dell’intera nazione. Presumibilmente farà ciò che gli è più utile, ma il problema è proprio l’identificazione di questo utile. 
Se si chinerà, avrà subito il nuovo governo e, per sé, un prestigioso ministero. Se non si chinerà, vorrà dire che vuole andare a nuove elezioni. E a giudicare da ciò che ha detto fino a ieri sera, sembra proprio che egli voglia cogliere questa occasione. I sondaggi danno la Lega in grande crescita, Forza Italia in grande calo, e dunque lui potrebbe sperare di appropriarsi l’intero centrodestra. La Lega sarebbe così il primo partito o, quanto meno, combatterebbe ad armi pari con il M5S. 
Queste sono le opinioni correnti, ma è lecito avere dei dubbi. Innanzi tutto, è meglio l’uovo oggi che la gallina domani. Poi non tutte le ciambelle riescono col buco. Salvini sta forse commettendo l’errore di considerare la vita un gioco “a bocce ferme”. E invece tutto va cambiando. I bersagli sono mobili. Tanto la politica quanto l’economia sono influenzate dall’emotività di milioni e milioni di persone sconosciute. Costoro, con decisioni che credono esclusivamente personali, a volte finiscono col determinare cambiamenti epocali.
In questo momento, l’Italia è in bilico. Anzi, secondo la Frankfurter Allgemeine Zeitung, il suo furgone “Ape” ha già superato l’orlo dell’abisso. Il suo volo durerà pochi secondi. Ma anche ad ammettere che ciò non sia vero, a governo non ancora costituito si è già avuto l’aumento dello spread e la fuga dei capitali. Come reagiranno i mercati, le agenzie di rating e i partner europei quando, prima ancora che si torni a votare, si temerà la tempesta? Può darsi che i disastri che potrebbe provocare la Lega li provochi la semplice paura che essa potrebbe provocarli. 
Non sono fantasticherie da menagramo. Le borse sono il termometro del tempo che farà domani. Gli investitori non aspettano che i fatti si verifichino per parare il colpo. Di solito, quando essi si verificano, le conseguenze di borsa si sono già avute qualche giorno prima. 
Oggi le previsioni di voto sono a favore della Lega, ma lo sarebbero anche domani, se il solo annuncio di un maggior successo della Lega, provocasse un downgrading da parte di Moody’s e Standard and Poors, magari di due gradini, trasformando i nostri titoli in junk bonds (spazzatura)? Cosa che fra l’altro vieterebbe alla Banca Europea di comprare i nostri titoli per salvarci, ammettendo che ne avesse la voglia e la possibilità? Saremmo al default in poco tempo. 
Comunque, la nostra pace finanziaria e borsistica riposa sulla fiducia e tutto potrebbe cambiare quando cominciassero ad esserci segnali di allarme, quali l’aumento dello spread e dei tassi d’interesse da pagare sui mutui. Oppure quando cominciasse la fuga delle imprese dall’Italia, come si è visto in Spagna, con l’annuncio – semplicemente l’annuncio – dell’indipendenza della Catalogna. A quel punto chi dice che la gente non si spaventerebbe e non prenderebbe sul serio gli avvertimenti di chi vuole evitare avventure velleitarie?
Salvini è un eccellente giocatore di poker, ma ha in mano pessime carte. Fa la voce grossa ma uno show down lo annienterebbe. Dunque, nei suoi panni, mi piegherei al veto di Mattarella. Personalmente invece gli auguro di tenere duro e di andare a nuove elezioni, perché bisogna far scoppiare questa enorme bolla di illusioni di cui l’Italia soffre da decenni. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
27 maggio 2018




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27 maggio 2018
IL DIRITTO E LA DEMAGOGIA
Il contrasto che oppone il leader della Lega, Matteo Salvini, e il Presidente della Repubblica (PdR) Sergio Mattarella, riguardo alla scelta del Ministro dell’Economia, non fa onore all’Italia. Il debitore non può dire al creditore: “Facciamo a braccio di ferro, se vinci ti pago, e se non vinci non ti pago”. Perché il creditore può sempre rispondere: “Io ho la legge, dalla mia. O mi paghi, o il giudice venderà la tua casa e mi soddisferà col ricavato”.
Dunque, per risolvere la questione della nomina del Ministro dell’Economia, bisogna innanzi tutto vedere che cosa dispone la legge. I ministri sono nominati dal Pdr il quale, con questo atto, non si limita a vidimare una designazione che si è avuta in altra sede. La sua nomina ha valore sostanziale, come dimostrato dal fatto che la qualità di ministro non deriva dalla fiducia che le Camere concedono poi al governo, ma dalla firma del PdR. E infatti, se le Camere non concedono la fiducia, non per questo il governo non rimane in carica, se pure per gli affari correnti. Né i ministri sono per questo meno ministri, fino alle successive elezioni.
Rimane soltanto da vedere in che misura la scelta del PDR è libera. Se un Presidente impazzito nominasse soltanto ministri sgraditi alla prevista maggioranza parlamentare, è ovvio che andrebbe contro la deontologia della sua carica. In democrazia il Paese deve avere un governo di persone all’altezza del compito e conforme ai desideri del popolo.
Ma anche il Presidente del Consiglio incaricato (PdCi) ha degli interessi politici e dei doveri deontologici. Insomma la Costituzione prevede la redazione della lista dei componenti del nuovo governo come un atto giuridicamente “duale”, nel quale si combinano due volontà nell’interesse del Paese. Nella pratica, il PdCi propone i ministri e il PdR per ogni dicastero o accetta il primo nome, o ne sceglie uno incluso nella ristretta rosa presentata, o suggerisce un nome nuovo. Fino ad ora si è sempre arrivati ad un accordo.
Naturalmente c’è un limite: come il PdR non può nominare soltanto nomi sgraditi al PdCi, questi non può presentare per un dato incarico soltanto nomi inaccettabili (per esempio un noto mafioso) o un nome soltanto, non lasciando nessuna scelta al PdR. In questo caso, se il nome è sgradito, la proposta non è accettata e il PdR può rifiutarsi di nominare il ministro. Non dimentichiamolo: il suo atto ha un valore sostanziale. Con la firma egli manifesta il proprio gradimento o almeno la sua non-opposizione. E ai sensi dell’art.92 della Costituzione, norma di significato incontestabile, nessuno gli può imporre un nominativo. 
Il problema dell’interpretazione delle norme di legge è qualcosa che si studia durante il primo anno di Giurisprudenza. Si possono ricavare lumi dai lavori preparatori della legge, dalla collocazione nel testo della legge, dalla giurisprudenza della Suprema Corte, dalla dottrina in materia, ma certo la prima cosa da esaminare sono le parole della legge. Quando per il furto l’art.624 del Codice Penale parla di “cosa mobile” non ci possono essere dubbi: non si può avere il furto di un palazzo. Il reato di omicidio prevede come vittima un uomo, e dunque non può essere omicidio la soppressione di un cane o di un cavallo. In questi casi non ci sono problemi interpretativi. L’art.92 della Costituzione fa parte di queste evidenze: “Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei Ministri e, su proposta di questo, i Ministri.” Se il legislatore avesse voluto che il PdR seguisse in ogni caso la volontà del PdCi, avrebbe scritto: “su indicazione”. Invece ha scritto “su proposta”, e la proposta, per il dizionario è: “Quanto viene presentato all’altrui attenzione nei termini del suggerimento, del consiglio, dell’offerta”. Ora, se ci sono termini lontanissimi dall’imposizione, sono proprio “suggerimento”, “consiglio” e “offerta”. La proposta è caratterizzata dal fatto che chi la riceve può aderire o non aderire. Se così non fosse, qualunque donna che ha ricevuto una proposta di matrimonio sarebbe costretta a sposare l’uomo che gliel’ha fatta.
In pratica il PdR non può rifiutare tutte le proposte del PdCi, il PdCi non può imporre nessuna nomina. Il PdR deve accettare tutte le proposte, salvo precisi motivi di dissenso, e il PdCi deve accettare qualche modificazione. La lista del governo è il risultato di un compromesso di buon senso.
Se invece si presenta al PdR un unico nominativo e per giunta su di esso ci si 
intestardisce anche dopo che il PdR ha manifestato la propria opposizione, mentre il PdR sta applicando la lettera e lo spirito della Costituzione, chi lo contrasta non ha rispetto per la Costituzione ed ha un comportamento eversivo.
Se la Lega e il M5S non sono contenti, che facciano la rivoluzione, che prendano il potere con la forza e poi potranno nominare Ministro dell’Economia anche un cavallo. Non sarebbe la prima volta.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
26 maggio 2018




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26 maggio 2018
DER SPIEGEL: L'ITALIA, UN PAESE CHE MENDICA E MORDE
In questi giorni tutti i giornali italiani hanno citato un articolo del settimanale “Der Spiegel”, per la durezza con la quale tratta l’Italia. Questo testo, per la cui traduzione ho avuto qualche difficoltà, può sembrare eccessivo e addirittura insultante. Ma è utile per vedere come la questione possa essere vista dall’altro lato delle Alpi. Moltissimi si esprimono nei termini più severi nei confronti della Germania e della sua politica. Ebbene, si sappia che un giornalista tedesco ci può rendere la pariglia. Forse sarebbe meglio, da una parte come dall’altra, smetterla con i toni sopra le righe.
Gianni Pardo

l’italia, il paese dei debiti. gli scrocconi di roma


Come definire una nazione che prima tende la mano, per farsi finanziare dagli altri la sua bella vita, e poi minaccia i suoi finanziatori quando questi richiedono la restituzione del denaro che hanno prestato?
Di Jan Fleischhauer
Il nuovo governo promette agli italiani il paradiso in terra: meno tasse, in pensione più giovani e un reddito minimo per tutti. Secondo le prime valutazioni le spese per questi benefici ammonterebbero a 100-125 miliardi l’anno.
Poiché i membri della coalizione non riuscivano a mettersi d’accordo su che cosa potevano risparmiare si sono decisi a passare il conto ai vicini. I partner europei avrebbe dovuto concedere agli italiani 250 miliardi di euro, così era scritto nel testo originale del contratto di coalizione, che i vertici della Lega e dei Cinque Stelle (in it.nel testo) avevano elaborato.
Nel prosieguo l’annullamento del debito è sparito nella parte invisibile del contratto. Il capo dello Stato italiano, che dovrebbe benedire la faccenda, non sembra molto disposto ad approvarlo. Ma con questo non è che il proposito sia del tutto sparito. Bisogna soltanto aspettare che l’inchiostro sotto la dichiarazione di costituzione del governo si asciughi e poi lo vedremo riapparire.
L’Italia non è un Paese povero. Il nord del Paese appartiene alle regioni più prospere del mondo. Un’occhiata alla distribuzione dei patrimoni mostra che gli italiani sono perfino più ricchi dei tedeschi. Secondo la London School of Economics la famiglia media italiana possiede 275.205 euro, cioè 80.035 euro in più rispetto alla corrispondente famiglia tedesca. Di fatto l’Italia potrebbe pareggiare i suoi debiti con le sue sole forze, se il governo si decidesse a far partecipare sul serio i suoi cittadini al risanamento dello Stato. Sarebbe già un grande passo avanti, se gli italiani riuscissero finalmente a convincersi a rinunciare alla loro incuria morale rispetto alle tasse.
Come si deve definire il comportamento di una nazione che prima tende la mano, per farsi letteralmente finanziare dagli altri il dolce far niente (in it.nel testo) e poi minaccia di dare una legnata in testa a coloro che gli hanno dato i soldi, se questi insistono per il pagamento del debito? Parlare di mendicità non sarebbe il concetto giusto. Il mendicante almeno dice grazie, quando uno gli riempie la tasca. Bisogna piuttosto parlare di sporca mendicità aggressiva.
Effettivamente la cosa sembra arrivare all’estorsione. O voi cedete alle nostre intimazioni oppure noi lasciamo saltare per aria l’intera bottega. Ecco la taciuta minaccia dietro la decisione di proclamare per l’Italia la fine di tutte le regole dei debiti. A confronto dell’Italia la Grecia è stata una sciocchezza. L’Italia ha la terza più grande economia dell’eurozona, quasi un quarto del totale deii debiti di tutti i Paesi europei è dovuto all’Italia. Se gli italiani decidessero che essi non onoreranno i loro impegni di pagamento, l’euro salterebbe, e i tedeschi perderebbero tutto il denaro che hanno impegnato per salvarla.
L’uomo che ha messo in mano al fronte trasversale di Roma l’arma con la quale essa ora tiene sotto mira i vicini si trova a Francoforte. Quando i tedeschi osservano che con i loro titoli di credito non possono comprarsi niente, dovrebbero ricordarsi di Mario Draghi, che li ha derisi come conigli spaventati, quando egli ha svalutato le loro assicurazioni sulla vita e i titoli di credito.
Si farà tutto il necessario per salvare l’euro, aveva promesso Draghi nel momento più grave della crisi europea: “Whatever it takes”. Della promessa hanno preso buona nota a Roma. A circa 390 miliardi ammonta il valore dei Btp e simili italiani che per le vie più intricate del sistema monetario hanno trovato ingresso nelle cantine della Banca Centrale Europea. Ora alla Bce non rimane altro che proseguire la sua politica, perché ogni significativo aumento degli interessi dello Stato italiano condurrebbe all’insolvibilità. 
Non ho niente contro coloro che vivono al di sopra dei propri mezzi. Per quanto mi riguarda, gli italiani potrebbero proseguire il loro sport di evasione delle tasse. Trovo soltanto indecente quando si pongono i costi delle proprie decisioni politiche a carico di stranieri che hanno una concezione della politica assolutamente diversa e dove, quando possono votare, votano in conformità con essa. Un simile comportamento non è conciliabile con la mia concezione della democrazia.
Ma forse si deve vedere l’avventura italiana come un esperimento di politica postnazionale. Nessuna nazione, che ha stima di sé, quando può aiutarsi da sé richiede l’aiuto degli altri. Chi potrebbe mai voler apparire come un mendicante e uno scroccone? Gli italiani, a quanto pare, hanno superato questa forma di orgoglio nazionale.
(Traduzione dal tedesco di Gianni Pardo)
http://www.spiegel.de/politik/ausland/italien-die-schnorrer-von-rom-kolumne-a-1209266.html




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25 maggio 2018
SALVINI E L'IDEALE DI ANDARSENE DI CASA
È stato detto che l’adolescenza, in natura, non esiste. Per le donne il menarca stabilisce una demarcazione netta: prima bambina, poi donna e, volendo, madre. Anche per i maschi il cambiamento è percepito come improvviso, con la pubertà, certificata dalle cerimonie che, presso i primitivi, fanno passare da un giorno all’altro il ragazzo dallo status di bambino a quello di uomo.
Nel nostro mondo le cose vanno diversamente. L’adolescenza esiste eccome, perché lo status di adulti, malgrado la maturità sessuale dei ragazzi, non è possibile prima che si siano acquisite alcune abilità di tipo culturale ed economico. Tuttavia, se questo è incontestabile, incontestabile è pure che non per questo la natura è cambiata. E infatti in questa età i ragazzi sono a disagio. Per cominciare, sopportano malissimo il fatto di dover dipendere dai genitori. E soprattutto i loro istinti sessuali sono molto, molto più potenti di quanto i loro genitori amerebbero riconoscere. 
L’adolescenza è un’età problematica. I mille e mille Romeo e Giulietta dei nostri giorni sognano di sottrarsi al potere dei genitori, di “fuggire insieme” e realizzare il loro progetto d’amore. E infatti un tempo, in Sicilia, il problema era risolto con la “fuitìna” (da “fùiri”, fuggire) ma era un mondo in cui il giovane poteva il giorno dopo andare a zappare con gli altri, e guadagnarsi da vivere. Oggi i ragazzi sono abituati a lussi un tempo inimmaginabili e non hanno capacità lavorative. La stessa idea che si possa lavorare strapazzandosi fisicamente gli è estranea. E dunque la fuitina rimane un sogno. In Italia c’è addirittura un esercito di trentenni che vive con i genitori.
Stranamente questo panorama si ritrova anche in politica. La Lega ha la sensazione che i guai economici del Paese derivino dal suo essere sottoposta alle regole dettate dall’Unione Europea, in materia di euro, di politica economica e di bilancio. E per questo scalpita. Il suo leader sembra intenzionato a negoziare a muso duro con Bruxelles: “O si cambiano le regole o l’Italia va per conto suo”. Follia? Non necessariamente. Andare o rimanere dipende dalle condizioni obiettive. L’allontanamento dalla casa paterna – che sia quella dei Capuleti, dei Montecchi o di Bruxelles – non è qualcosa di giusto o di sbagliato in astratto. 
Contano in primo luogo le condizioni economiche di chi si allontana. Se chi vuole “andare a vivere da solo” può permetterselo dal punto di vista finanziario o lavorativo, non soltanto il progetto è comprensibile ma, considerando che l’adolescenza è stata inventata dalla società, esso è del tutto conforme alla natura umana. Se viceversa l’insofferente non è in grado di sostenersi, il progetto è semplicemente una follia.
Dunque l’atteggiamento di Matteo Salvini – quello che vorrebbe ad ogni costo Paolo Savona ministro dell’economia, perché ritenuto un tecnico dell’uscita dall’euro – è ragionevole secondo che le conseguenze di quella mossa siano positive o negative. E poiché, a giudizio della stragrande maggioranza dei commentatori, l’abbandono dell’euro, della protezione della Banca Centrale Europea e dell’Unione Europea provocherebbe un immane disastro, il progetto di Salvini va risolutamente rigettato. Si tratta di un vagheggiamento infantile, avulso dai dati reali. Mentre ancora non si sa se il programma del nuovo governo sia una sceneggiatura cinematografica o qualcosa di serio, lo spread sui nostri titoli pubblici è raddoppiato e i capitali cominciano a fuggire all’estero (siamo al picco più alto dal 2014). 
La verità è che tutti parlano dei vincoli di Bruxelles dimenticando che quelle catene non le abbiamo importate, ce le siamo fabbricate da noi, col nostro immenso debito pubblico. È quel debito che ci rende deboli e bisognosi dell’aiuto altrui. E questo è un fatto, non un’opinione. 
Nemmeno la dichiarazione di fallimento sarebbe una soluzione, perché è tutt’altro che esente da enormi prezzi da pagare. Dunque le sbruffonate di Salvini fanno pensare a quelle di Mussolini, quando parlava di “spezzare le reni alla Grecia” (e sappiamo come finì) o quando profetizzò che, in caso di tentativo di sbarco, gli alleati non avrebbero oltrepassato il “bagnasciuga” (recte: la battigia). Le guerre non si vincono con le parole.
Purtroppo la storia insegna che non c’è follia tanto grande che non possa essere commessa da un popolo. Dunque, adelante. Se proprio è giunta la nostra ora, affrontiamola stoicamente.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
25 maggio 2018




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24 maggio 2018
CURARSI COL VELENO
Il futuro è inconoscibile ma è figlio del passato. Guardando all’Italia di oggi, si identificano cause obiettive che rendono inevitabile un dato futuro? 
Il genio nazionale indurrebbe all’ottimismo. Gli italiani sono svegli, grandi lavoratori e accettabili cittadini. Messi nelle condizioni giuste, sono capaci di fare miracoli. Lo abbiamo visto nei tre lustri successivi al 1944. Purtroppo la mancanza di pragmatismo e l’ignoranza d’economia - inguaribili piaghe nazionali - hanno fatto deviare l’Italia dall’operosa frugalità precedente verso gli ideali fumosi del socialismo, della collettivizzazione e dello statalismo. Così, prima ha divorato quel po’ di grasso che aveva messo da parte, poi ha cominciato a fare debiti, infine è entrata in una interminabile crisi economica. E con questo arriviamo ai giorni nostri.
Da circa dieci anni, il nostro Paese raccoglie il vento che ha seminato. La decadenza della scuola ha portato all’analfabetizzazione di massa. Il sindacalismo a mammut economici insalvabili come l’Ilva o l’Alitalia. L’irrealismo alla voglia di avere la Luna e averla gratis. Poi i nostri uomini politici, convinti di non avere la forza di riportare sulla retta via la ragazzaccia turrita, si sono associati all’Europa, credendo che la severa governante tedesca ci avrebbe rimesso in riga. In realtà l’Italia non è uscita dalla crisi e l’unica novità è che l’Europa è passata da ideale a presunta palla al piede.
Ma tutto ciò non ha fatto rinsavire il popolo. Esso non ha mai abbandonato i suoi ideali di socialismo, collettivismo, keynesismo, e spesa facile. La maggioranza degli italiani si è convinta che, per uscire dalla crisi, piuttosto che cambiare il modello socio-economico, bisognava renderne caricaturali i difetti. Ci siamo messi nei guai facendo debiti, e allora usciamone facendo ancor più debiti. Allontaniamoci dalle politiche economiche imposte dall’Unione Europea e dai trattati sottoscritti. Fine dei vincoli, fine dell’austerità, morte al feticcio del pareggio di bilancio. E con questo siamo al presente. E il bello è che hanno chiamato tutto questo “cambiamento”.
Il programma congiunto dei due partiti al governo è infatti caratterizzato dalla promessa di meno sacrifici e più investimenti pubblici. Per rilanciare un’economia agonizzante si dovrebbero distribuire stipendi e salari, abbassare le tasse ed erogare sussidi più generosi. Insomma incassare di meno e spendere di più, miracolosamente. E poiché per far questo è necessario molto denaro, bisognerebbe contrarre ulteriori debiti. Il programma importa una spesa di circa 110 miliardi per il primo anno soltanto. 
Finalmente siamo in possesso dei dati sui quali ipotizzare una profezia. Una occasionale spesa statale (il famoso acceleratore di Keynes) potrebbe rilanciare l’economia ma l’idea di spendere costantemente più di quanto si incassa è assurda. Keynes non l’avrebbe mai sottoscritta. Fra l’altro da decenni l’Italia ha attuato proprio questa politica di deficit spending e il risultato, invece di essere il boom economico, è stato un debito mostruoso, circa duemilatrecento miliardi di euro (ventitré seguito da undici zeri), e il rischio del default. La spesa in deficit, che già in teoria è un azzardo, nel nostro caso è un esperimento già realizzato, con risultati disastrosi. Il programma del governo dunque non è per il “cambiamento” ma per l’“estremizzazione delle vecchie ricette”.
Poi non bisogna dimenticare che, per fare debiti, bisogna trovare chi ci faccia credito. Se i mercati dubitassero della nostra solvibilità (io ne dubito già) potrebbero negarci nuovi finanziamenti e chiederci di pagare i debiti pregressi. E saremmo al default.
Ma – si dirà – l’Italia è uno Stato sovrano e il denaro può stamparlo. Vero. Se avessimo ancora la lira. Ma abbiamo l’euro, che non è una moneta esclusivamente nostra. Dunque dovremmo uscire dall’euro (con un’inflazione devastante e una disperazione sociale tipo Weimar) oppure ottenere quel denaro dai mercati, cioè vendendo titoli di Stato. E chi dice che i mercati, anche aumentando molto gli interessi offerti, presterebbero denaro a uno Stato indebitato fino al collo? Già paghiamo circa settanta miliardi di euro di interessi l’anno. 
Siamo in bilico. Una mossa sbagliata e le borse ci faranno dichiarare fallimento.
E così si arriva alla profezia. O, alle prime avvisaglie, il governo fa una precipitosa marcia indietro, e si ha qualche speranza di non cadere nel burrone; oppure tira diritto per la sua strada, e presto saremo col sedere per terra. Se andasse così avremmo un’economia disastrata, non potremmo contrarre il minimo debito, dovremmo pagare tutto in contanti e in moneta forte, avremmo una moneta spazzatura e un cambio rovinoso. 
      In fondo, noi vecchi abbiamo soltanto vissuto la Seconda Guerra Mondiale. Una passeggiata.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
23 maggio 2018




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POLITICA
23 maggio 2018
SOSPIRO

Stamani ho fatto un’indigestione di editoriali (dieci? venti? Ho perso il conto) per apprendere che l’intera Italia ride del possibile nuovo Presidente del Consiglio. Per il resto, non si sa niente e non capisce niente. Né quale governo si farà né se Giuseppe Conte sarà incaricato o sarà inviato a Stoccolma per fare un pic nic, se il tempo lo permette, sul prato antistante l’università. Né, ancora, se per caso il Presidente Mattarella non riuscirà a tirare fuori dal cilindro un coniglio e farlo Presidente del Consiglio. Se necessario facendolo senatore a vita (facendo insieme concorrenza a Caligola e al Presidente Napolitano).

Lugete, o veneres cupidinesque, piangete sulla morte di un passero, invitava Catullo. Noi – immagino – ci avrebbe invitati a suicidarci. Ma so che gli avrei risposto: “Che premura c’è? Non soltanto a pagare e morire c’è sempre tempo, ma presto, ad ambedue le cose, penserà il prossimo governo”.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

23 maggio 2018




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POLITICA
22 maggio 2018
MA IO SCHERZAVO!
E così avremo il nuovo governo M5S-Lega. Ricordo di avere scritto che era il mio ideale, perché permetteva di sbarazzarci in un sol colpo di due partiti nocivi per il Paese. I loro risultati, pensavo, spazzeranno via una volta per tutte le illusioni. Infatti “personaggetti” come Luigi Di Maio e Matteo Salvini, per usare la terminologia del governatore De Luca, sono riusciti a farmi rimpiangere politici allarmanti come Umberto Bossi e perfino – ebbene, lo confesso – Matteo Renzi. Quest’ultimo è stato insopportabile come stile, quei due rischiano di esserlo come modo di governare.
Detto questo, anch’io mi trovo ad affrontare la realtà. Sono nella situazione di quel contadino siciliano che, stroncato dalla fatica quotidiana sotto un sole implacabile, aveva preso l’abitudine di sospirare: “Ma la Morte perché non viene a liberarmi da questo inferno?”. Finché la Morte non si stancò della litania e un giorno si presentò: “Mi hai chiamato. Eccomi”. “Accidenti, quanto sei brutta! esclamò il contadino, Ma va via! Non hai capito che scherzavo?”
“Un conto è parlar di morte, un conto è morire”, ammonisce un proverbio. Ed effettivamente, ora che il mio desiderio si realizza, comincio a vedere quanto costerà all’intera Italia questa avventura. Tanto che vorrei poter dire che scherzavo. Ma anche gli scherzi possono costare veramente caro. Se si spara a salve contro qualcuno - così, per fargli uno scherzo - e quello muore d’infarto, si è fortunati se uno se la cava con l’imputazione di omicidio colposo.
L’Italia non è innocente. Merita perfettamente un governo che, fraintendendo Keynes e le lezioni della storia, pensa di risolvere tutto facendo ancora debiti. Come se i mercati fossero obbligati a farci credito. In realtà rischiamo di dichiarare fallimento, di essere estromessi dall’euro e forse anche dall’Unione Europea. Una tragedia di proporzioni inimmaginabili. Né vale l’idea, in cui molti si cullano, che l’Europa, per non fallire essa stessa, correrebbe a salvarci a qualunque costo. Perché l’Italia non è la Grecia e quel costo sarebbe troppo alto. È inutile spiegare - per la centesima volta – che, se i mercati non rinnovano le cartelle in una sola asta, si creerebbe un tale allarme sulla nostra solvibilità, che si avrebbe la fuga dei risparmiatori, una valanga di vendite dei nostri titoli, la richiesta di rimborso (senza rinnovo) di quelli in scadenza (oltre quattrocento miliardi in un anno, per ciò che ricordo), più la solita settantina di miliardi per gli interessi. Se avessimo cinquecento miliardi da parte, potremmo far fronte a una simile tempesta, ma non li abbiamo. 
Probabilmente è inutile riprendere questa solfa. Chi non ci ha creduto in passato non ci crederà neanche questa volta. L’Italia continua a cullarsi nell’idea che i debiti sono una cosa che non viene mai a scadenza, di cui mai nessuno chiede il rimborso. Come si dice: “Se potete credere questo, potete credere qualunque cosa”. 
Chissà – provo a riprendere fiato – chissà che questo governo non sia un regalo della dea Fortuna. Qualunque governo si sarebbe grattato la zucca per trovare quella ventina di miliardi che sono necessari per evitare l’aumento dell’Iva e per attuare la “manovra correttiva” cui intanto siamo tenuti subito, ai sensi dei patti sottoscritti con Bruxelles. E forse, o non li avrebbe trovati con possibili conseguenze di vario tipo e tutte sgradevoli, oppure avrebbe fatto piangere gli italiani. A quel punto, ovviamente, partiti come M5S e Lega non avrebbe voluto sentire ragioni. Avrebbero accusato il governo di crimini peggiori di quelli di Hitler e Stalin messi insieme, e avrebbero detto che loro – al posto del governo – avrebbero mandato “affanculo” l’Europa (questa è la nuova lingua diplomatica, come nell’Ottocento era il francese). Né maggior comprensione avrebbero avuto per l’eventuale governo neutrale del Presidente Mattarella. 
Ora ecco abbiamo un governo “pentalegato” che non soltanto si trova ad affrontare subito, non appena costituito, le prime, spaventose scadenze, ma le ha aggravate con un programma che farebbe fallire la Germania. La nave imbarcava acqua da una falla di un metro di diametro e loro ne aprono un’altra di venti o trenta metri quadrati. E che problemi ci sono? Come quel tale, loro dicono: “The impossible we do straight away, miracles take a little longer”, l’impossibile lo facciamo immediatamente, per i miracoli ci vuole un po’ più di tempo, ma fanno comunque parte della nostra normale attività.
Naturalmente sarei lietissimo di sbagliarmi. Riesco perfino ad immaginare che quando questi dilettanti si accorgeranno che già con gli annunci e i primi provvedimenti si aprono voragini, si fermino qualche centimetro prima dell’abisso. Ma questo richiederebbe buon senso. Merce rara.
Siamo alla spes contra spem (la speranza contro la verosimiglianza) che tanto piaceva a Marco Pannella.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
22 maggio 2018




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POLITICA
21 maggio 2018
L'ITALIA IMMAGINARIA
Un articolo di Ernesto Galli della Loggia, dal titolo “Un Paese che va rifondato”(1) può lasciare tramortiti. Raramente si è visto un tale insieme di pessimismo e spietatezza, riguardo alla nostra Patria. Ma in quel testo sono contenute moltissime verità e se ne raccomanda la lettura. Anche se si può sorridere dei consigli che l’editoralista dà all’Italia: perché le nazioni non ascoltano nessuno. Vanno avanti, magari verso il disastro, con la sonnolenta potenza di un elefante miope. 
L’Italia ha rimosso la rovinosa sconfitta subita durante la Seconda Guerra Mondiale (da ora WW2) e giustamente l’autore ricorda la vergogna dell’8 settembre e il disastro della guerra civile. Si è voluta costruire un’identità e ritrovare l’onore perduto sulla Resistenza ma si è fatta soltanto retorica e sotto traccia si sono coltivate le divisioni, le fazioni e gli odi. Secondo l’editorialista, dopo quella sconfitta il Paese non ha mai ritrovato né la propria credibilità né il proprio rango internazionale. Un lungo elenco di dolorose verità, ma nessun tentativo di fornirne la spiegazione. 
È vero, azzardare una spiegazione espone al rischio di gravi errori ma gli errori si possono correggere e il tentativo rimane una fonte di riflessioni. 
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All’inizio del XIX Secolo la Francia di Napoleone ha combattuto contro le Coalizioni; nello scorso secolo la Germania di Hitler ha combattuto contro gli Alleati. Nessuno si opporrebbe a questa formulazione e tuttavia c’è stata una notevole differenza: mentre la Francia combatteva da sola contro tutti, nell’ultima guerra la Germania aveva parecchi alleati. Ovviamente l’Austria e l’Italia ma anche, salvo errori, la Romania, l’Ungheria, la Finlandia ed altri ancora. Se questi Stati non sono molto ricordati, è perché l’efficacia militare del Terzo Reich è stata infinitamente superiore a quella dei suoi alleati, e perché, diversamente da Napoleone, Hitler aveva progetti criminali: l’annientamento degli israeliti e la riduzione in schiavitù degli slavi, cose che lo hanno fatto esecrare da tutti fino a farne un simbolo del Male. 
La conseguenza è stata che, finita la guerra, non soltanto la Germania è stata sommersa dal disonore e dalla vergogna, ma persino i suoi alleati se ne sono distanziati. Tutti hanno rigettato su Berlino responsabilità che, pur essendo in massima parte sue, non erano soltanto sue. L’Austria ha dimenticato con quale entusiasmo aveva accolto l’Anschluss e combattuto volenterosamente nella Wehrmacht. Ma mentre l’Austria è stata fino alla fine con Hitler, e si è limitata a rigettare su di lui la responsabilità dei crimini, l’Italia non soltanto ha preteso di non esserne corresponsabile (ed in effetti lo è stata in piccola parte) ma ha preteso di avere combattuto contro la Germania. Di non essere mai stata fascista. E soprattutto di avere militarmente scacciato i tedeschi da metà del Paese. Insomma ha sostenuto di essere stata dal lato degli Alleati e di avere vinto la guerra con loro. Anzi, nel Nord, (quasi) senza di loro. Una simile quantità di bugie non può essere priva di conseguenze.
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Tutti mentiamo, occasionalmente (“Digli che non ci sono”). Ma quando la bugia è enorme, ripetuta e imperdonabile, e tuttavia l’interessato aderisce ad essa con tutte le sue forze, per lo psicoanalista si impone la diagnosi di rimozione.
Eccone il meccanismo. In un accesso d’ira un uomo tenta di uccidere suo fratello, ma in seguito ha tanta vergogna di quell’atto, lo trova talmente imperdonabile e “inaccettabile”, che la sua mente risolve il problema non accettandolo, appunto. La cosa non è mai avvenuta. Quello che raccontano gli altri è falso. Chi tenta di uccidere il proprio fratello è un mostro e lui non è un mostro. 
Le rimozioni hanno conseguenze negative perché la realtà tende sempre a ripresentarsi, sia concretamente, sia inconsciamente, turbando la serenità di chi desiderava tanto eliminare il passato. Chi fonda la propria intera vita su una menzogna, vive nel costante pericolo che la verità debordi e distrugga la sua esistenza.
La Germania non ha commesso questo errore. È uscita dalla guerra distrutta fisicamente e moralmente ma, diversamente da quanto aveva fatto dopo la Prima Guerra Mondiale, quando non capì perché il Kaiser si fosse arreso, ha accettato la sconfitta e soprattutto l’umiliazione morale. La maggior parte delle famiglie aveva subito dei lutti e non aveva nemmeno il diritto di piangere i suoi morti. Anzi doveva vergognarsene: il mondo intero identificava i tedeschi con la Wehrmacht, la Wehrmacht con i nazisti e i nazisti con i loro crimini. 
In questa tragedia nazionale la “Germania Anno Zero” (come suonava il titolo di un film di Rossellini) dimostrò tuttavia il coraggio della verità. Non schivò le accuse. Non cercò giustificazioni. Non ingannò né sé stessa né le nuove generazioni. Ricordo ancora una giovane donna tedesca, all’inizio degli Anni ‘60, che diceva di non poterne più di quanto le avevano riempito le orecchie con le colpe del nazismo e del suo Paese. “Io non ne so niente, io non ero nemmeno nata, e comunque basta, basta!”
La Germania trasformò il suo dolore in espiazione. Quasi dichiarò di meritare le distruzioni, le amputazioni del proprio territorio, e perfino la spaccatura in due della nazione. Si rimboccò le maniche e intraprese in silenzio una ricostruzione che sul momento sembrava impossibile. 
I tedeschi possono andare a testa alta. Hanno riconosciuto i loro torti, hanno pagato il loro debito, sono risorti economicamente e moralmente. Hanno avuto il coraggio di guardare negli occhi la realtà, anche quando era estremamente sgradevole, e la verità è stata catartica. Il passato non è stato rimosso, è stato superato.
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La storia dell’Italia è stata tutta diversa. Anch’essa aveva un’infinità di cose di cui vergognarsi. La dichiarazione di guerra alla Francia, già battuta militarmente e che tuttavia riuscì ad umiliarci sul Moncenisio. L’attacco ingiustificato alla Grecia, che per giunta si risolse in una gigantesca cattiva figura militare. L’impreparazione militare che fece del nostro Paese più una palla al piede della Germania che un alleato. Basti dire che per aiutarci a vincere in Grecia, la Germania ritardò l’Operazione Barbarossa e forse compromise il successo della campagna di Russia. 
Ma il peggio si ebbe nell’estate del 1943, con l’arresto di Mussolini e l’ignobile messaggio badogliano dell’8 settembre. I militari italiani rimasero senza ordini, abbandonati a sé stessi e a migliaia furono fatti prigionieri dagli ex alleati tedeschi. Come non bastasse, sperando di salire sul carro del vincitore, gli italiani pregarono gli Alleati di lasciarli combattere con loro, senza ottenerlo. E comunque presentarono una velleitaria e vergognosa dichiarazione di guerra alla Germania, confermando il tremendo detto tante volte udito all’estero: “Gli italiani non finiscono mai una guerra con gli stessi alleati con i quali l’hanno cominciata”.
Nel Nord i tedeschi imposero agli italiani una scelta: o combattere con la Repubblica Sociale di Salò o essere deportati per lavorare in Germania. Così, per sfuggire all’alternativa, molti si dettero alla macchia. La Resistenza non nacque dalla volontà di combattere una guerra già persa, ma al contrario da quella di salvare la pelle e sfuggire alla deportazione. I partigiani, è ovvio, non influirono minimamente sulle sorti di una guerra che si combatteva con cannoni, aeroplani, carri armati e interi eserciti. E infatti della Resistenza italiana la storiografia mondiale non si è quasi accorta.
L’Italia, malgrado mille colpe, si rifiutò di accettare la realtà. Negò di essere mai stata fascista, fascista era stato il solo Mussolini. Negò di avere perso la guerra, l’aveva vinta insieme agli Alleati. E infatti da allora il 25 aprile di ogni anno festeggia la sconfitta chiamandola Festa della Liberazione. Questa celebrazione è stupefacente: se almeno la liberazione fosse attribuita agli Alleati, si potrebbe capire, ma viene attribuita ai partigiani. I più scrupolosi dicono “con l’aiuto degli Alleati”, mentre degli Alleati la maggior parte non parla neppure. Non soltanto l’Italia non ha perso la guerra; non soltanto l’ha vinta, ma l’ha vinta da sola, militarmente, battendo i tedeschi.
Si potrebbero citare altri dati, ma è già lecito dire che l’Italia ha operato la più grande rimozione collettiva di tutti i tempi. Da decenni l’intera memoria della nazione si fonda su una menzogna tanto vasta e consolatoria quanto incredibile.
Ma le rimozioni, come si diceva, hanno questo, di tremendo, che mentre il soggetto si aggrappa ad esse con tutte le sue forze, la realtà continua implacabilmente a smentirle. E infatti in campo internazionale siamo ritenuti poco affidabili, opportunisti e voltagabbana. Non appena riteniamo che mantenere la parola data non ci conviene, siamo pronti a rinnegarla. Come si vede in questi giorni riguardo agli impegni sottoscritti con l’Europa. Dal punto di vista militare nessuno ci prende sul serio, naturalmente a parte il giudizio sui nostri soldati che, individualmente, non valgono certo meno degli altri, come si vede per esempio in Afghanistan. L’intero Paese pesa poco. L’Inghilterra e l’Italia sono due nazioni simili per territorio, popolazione ed economia, eppure si veda quanto diversa è la nostra autorevolezza internazionale.
Il quadro è sconsolante e noi, per salvarci, continuiamo a chiudere gli occhi sulla realtà. Se uno dice la verità storica sulla Resistenza, è guardato come un traditore della Patria. Se dice che non pagare i debiti è pericoloso (e non per la reazione dell’Europa, ma delle Borse) è considerato un catastrofista. Perfino se dice che per guidare un grande Paese ci vuole competenza, è guardato come un reazionario.
Il fatto che la realtà ci contraddica non ci fa deviare dal nostro corso. Chissà, forse la realtà non esiste. Del debito pubblico possiamo benissimo non occuparci: siamo andati avanti per decenni facendo debiti e non è morto nessuno, perché dovrebbe essere diverso in futuro? Quando vediamo che Bruxelles ci rimprovera di non aver realizzato quanto promesso (a volte anche per ottenere dei crediti) ci indigniamo: “Ma che vogliono, da noi? Perché non si contentano del bel gesto che abbiamo fatto, con quelle promesse?”
Il risultato di questo atteggiamento si vede anche nell’attualità politica. Soltanto in Italia due partiti che probabilmente andranno al governo potevano pubblicare un programma che importa spese per circa cento miliardi, offrendo cinquecento milioni (un duecentesimo) per coprirle. “I soldi si trovano”, si dice. Magari nelle tasche altrui. 
I partiti osano tanto perché sanno che la gente non tiene conto dei fatti. Le Borse continueranno a farci credito indefinitamente e certo non ci faranno fallire. 
Di rimozione in rimozione, abbiamo rimosso l’intera realtà.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
20 maggio 2018
(1) https://www.corriere.it/digital-edition/CORRIEREFC_NAZIONALE_WEB/2018/05/18/1/un-paese-che-va-rifondato_U43490252343216dBC.shtml




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POLITICA
20 maggio 2018
ETHOS E LEX
Io non rispetto né la legge né i magistrati

Ad ogni piè sospinto si sente parlare di rispetto della legge e di rispetto dei magistrati. Addirittura molti spingono questa irrefrenabile pulsione al rispetto estendendolo anche agli accusatori. Si tratta di un inammissibile errore, a meno che non ci sia un equivoco nell’uso della parola rispetto. Il Devoto-Oli ne fornisce per cominciare tre definizioni: 1 Riconoscimento di una superiorità morale o sociale. 2 Astensione di atti offensivi o lesivi. 3 Osservanza di un obbligo o di un ordine normativo.
Come mi aspettavo, nella trattazione del lemma si distinguono due cose ben diverse: da un lato un sentimento, dall’altro un comportamento. E se è vero che dal rispetto nel primo senso può derivare un comportamento, e cioè l’osservanza di norme e regolamenti, il rispetto nel secondo senso, che per brevità da ora chiameremo “obbedienza” assicura una più puntuale applicazione della norma: per esempio, considero questo divieto di accesso assolutamente stupido, ma mi astengo dall’imboccare questa strada, per evitare di essere multato. La motivazione: “per evitare di essere multato” è molto lungi dal rispetto, ché anzi somiglia a quest’altra: “Ho consegnato il denaro che avevo al rapinatore per evitare il peggio”. 
Dal momento che io obbedisco alle leggi per non avere guai, non posso dire che rispetto la legge e i magistrati. Non rispetto i giudici più di quanto non rispetti tutti gli altri uomini, perché sono soggetti a sbagliare quanto e più degli altri, perché nessuno li sanziona e tutti anzi si levano il cappello. E per quanto riguarda le leggi, non si può dire che siano il frutto di una superiore saggezza. Sono soltanto il risultato delle convinzioni morali, economiche e politiche dei parlamentari, che certo non sfuggono ai pregiudizi del loro tempo. 
Ovviamente vi sono leggi incontestabili, per esempio quella che, sotto ogni cielo, punisce l’omicidio volontario. E non metto in dubbio (salvo casi rarissimi) che sia in buona fede il magistrato che condanna qualcuno all’ergastolo. Ma l’amministrazione della giustizia si occupa in una sparutissima percentuale di questi casi drammatici. In realtà il mondo della legislazione (e della sua applicazione) è così vasto da risultare troppo spesso discutibile. Il codice civile con i suoi 2.969 articoli e il codice penale, fiancheggiati da due codici di diritto processuale, sembrano un oceano e tuttavia sono soltanto una piccola parte delle nostre decine di migliaia di leggi. Figurarsi dunque quante di loro saranno più nocive che utili, quante ancora non saranno nemmeno applicate, sminuendo la loro credibilità morale e giuridica. Come rispettare “la legge”, in queste condizioni? 
Persino nelle materie che sembrano più ovvie, come l’omicidio, ci sono norme che lasciano perplessi. Basti pensare all’omicidio del consenziente, all’aiuto al suicidio, all’omicidio stradale e a tante altre, a volte approvate a furor di popolo (incompetente).
Per quanto possa sembrare paradossale, l’obbedienza è più profittevole alla società civile di quanto non lo sia il rispetto della legge. Chi rispetta la legge anche intimamente, le obbedisce perché la reputa giusta, e smetterà di obbedirle quando la reputerà ingiusta. Mentre chi obbedisce alla legge non perché è giusta ma perché è legge, lo farà in ogni caso. Ed è quello che la società desidera. 
Queste considerazioni inducono a riflessione di ambito ancor più vasto. La visione idealistica della realtà è fonte di risultati negativi. Se reputo i sacerdoti dei santi poi, alla minima mancanza, sarò estremamente severo con loro, perché quella pecca sarà in contrasto con il livello di virtù eroica che prima gli attribuivo. E così farò pagare al malcapitato un mio errore di valutazione.
Analogamente, se reputo che la moralità di un Paese dipenda dalle sue leggi, imporrò a tutti pene severissime per ogni mancanza e non concluderò nulla, se non aggiungere crudeltà ad inefficienza. Nel Medio Evo per molti reati si comminava la pena di morte e l’ordine pubblico non era migliore di quello di oggi. 
Molti sognano di sradicare la corruzione (altrui) gettando in galera i colpevoli per decenni. Dunque non tengono conto che la corruzione (anche la loro) comincia quando si raccomanda il figlio al professore; quando non si paga l’Iva sulla prestazione dell’artigiano; quando si preferisce lo sconto alla fattura. Piccole cose, dirà la madre di famiglia. Ma chi mai le ha offerto una mazzetta milionaria? E allora stiamo punendo la corruzione o l’entità della corruzione?
In questo campo bisognerebbe cominciare dal basso, dalle piccole cose, dal considerare con molta severità il comportamento del bambino che ha copiato l’esercizio di matematica. Come fanno in Giappone, Paese che infatti ha una moralità sociale ben più alta della nostra.
La legge deve colpire la patologia della convivenza sociale, e soltanto quando il fatto è realmente grave. La realtà quotidiana non deve essere affidata alla legge ma all’ethos. È soltanto quando un certo comportamento è sentito come doveroso e naturale dalla maggior parte dei cittadini che una nazione diviene veramente civile.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
20 maggio 2018




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POLITICA
19 maggio 2018
IL M5S, NÉ DI DESTRA, NÉ DI SINISTRA: SOPRA
Dopo mesi passati a chiedersi se il Movimento 5 Stelle sia di destra o di sinistra, è finalmente lecito avere le idee chiare. Ma, prima di discutere di politica, è necessario avere le idee chiare sulle definizioni, e in particolare sulla “diagnosi differenziale”. 
In medicina la diagnosi differenziale è quella che conduce ad individuare l’esatta malattia fra patologie dai sintomi simili. Se un uomo è caldo, anche i familiari sono capaci di capire che quell’uomo ha la febbre. Ma saperlo non è molto utile e, proprio per affinare la diagnosi, si chiama il medico. 
Questi potrà diagnosticare la causa A o la causa B, e magari richiederà analisi di laboratorio per corroborare l’una o l’altra ipotesi. Finché arriverà alla conclusione che si tratta, per esempio, di “febbre tifoidea”. Ecco la diagnosi. Ma la scienza medica insegna che esiste la “febbre tifoidea di tipo A”, e la “febbre tifoidea di tipo B”, i cui sintomi sono simili ma richiedono terapie diverse. A questo punto si impone la “diagnosi differenziale”. Soltanto dopo si potrà cominciare la terapia. 
Il procedimento è di ordine generale. Un testo di linguistica insegnava che le definizioni dei dizionari sono riassunti grossolani. Ecco un esempio. Tutti sappiamo che significano le parole “ipotizzare” e “sospettare”. Essendo stato ucciso qualcuno, i giornali potrebbero scrivere, pressoché indifferentemente, che come colpevole si sospetta o si ipotizza il cognato. E tuttavia nel primo caso si capisce che la polizia ha delle ragioni per attribuire la responsabilità a quell’uomo, nel secondo che la polizia non esclude che il colpevole possa essere proprio il cognato. Fa una bella differenza. Ed è partendo dalla diversa impressione che fanno le parole, anche quando sembrano molto simili, che quel testo di linguistica affermava che la più esatta formulazione del significato sarebbe: “Ciò che non significano tutte le altre”. In altri termini, il vero significato di una parola è dato dal suo valore oppositivo. “Perplesso” non vuol dire né turbato, né sconvolto, né sorpreso, né incerto, né dubbioso né nessun altro aggettivo. Ecco la diagnosi differenziale delle parole.
Anche il giudizio per il quale si definisce un partito di destra o di sinistra, deriva da una diagnosi differenziale e cioè da opposizioni all’interno di un elemento comune. L’elemento comune, in democrazia, è il bene del popolo, sia perché è un valore in sé, sia perché il popolo vota, e vota ovviamente per chi fa – o almeno si spera farà - il suo bene. La dicotomia fra destra e sinistra si ha nel momento in cui si prendono in considerazione i diversi modi di fare il bene del popolo. Se, ad esempio, si pensa di farlo aumentando le tasse e i sussidi, si è di sinistra, se si pensa di farlo ampliando le libertà e diminuendo le tasse, si è di destra. Ovviamente le due ricette sono antitetiche, e soltanto questo permette la distinzione fra destra e sinistra. In sé, il benessere dei poveri non è né di destra né di sinistra. È quando si discute del modo di realizzarlo che si prende posizione.
In questo senso il M5S è al di sopra della destra e della sinistra perché il suo programma si limita allo scopo da raggiungere e non scende sul piano della concretezza, cioè “agli strumenti per ottenere lo scopo”. Ecco perché il suo programma è mitologico, ed ecco perché ha potuto concepire di allearsi con la destra o con la sinistra. Perché al Movimento i mezzi non interessano, gli scopi si realizzano magicamente.
Ne abbiamo un’ulteriore prova nel famoso programma che i dioscuri porteranno lunedì al Presidente Mattarella. Il Movimento e la Lega avevano il problema di fondere i loro costosissimi programmi. Ci si sarebbe aspettati che armonizzarli significasse per loro rinunziare ognuno a qualcosa, per non dilatare ulteriormente un deficit già enorme. Invece, coerentemente, essi hanno eliminato soltanto quei passaggi che erano apparsi assurdi, allarmanti, o avevano suscitato i sarcasmi di tutti. Per il finanziamento – cioè per i mezzi, non per gli scopi – essi invece non hanno avuto alcun problema, e infatti hanno addizionato i sogni dell’uno e quelli dell’altro. Fino ad un totale che, a parere di Carlo Cottarelli, va oltre i centoventi miliardi di deficit a fronte di 500 milioni di copertura finanziaria realistica.
Il risultato è che quel programma dagli osservatori internazionali è stato definito “delirante”. Soltanto nel delirio si può non tenere conto della realtà e non essere né di destra né di sinistra.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
19 maggio 2018




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POLITICA
17 maggio 2018
LA PACE IN PALESTINA, REALISTICAMENTE
Accertare la verità non sempre è facile. Ma è notevole che, fra queste difficoltà, ce ne sia una imprevista e tuttavia molto grande: quella di accettarla. Se, di una persona mite, che per giunta stimiamo, ci vengono a dire che ha commesso un omicidio, la nostra prima reazione è: “Non è possibile!” E questa espressione significa che, se appena troveremo un appiglio, negheremo che la cosa sia vera.
In questo campo c’è un dato storico di grandissimo valore. Durante la Seconda Guerra Mondiale i nazisti decisero di uccidere tutti gli ebrei, tedeschi e no, ma, per qualche ragione, decisero di tenere questa Endlösung (soluzione finale) accuratamente e severamente segreta. I tedeschi, che non potevano certo ignorare la loro sparizione, credevano che quei poveretti fossero deportati. Finita la guerra, avuta la notizia del genocidio e delle sue dimensioni, molti non ci volevano credere. Al punto che gli americani, per convincere i monacensi, li invitarono a visitare fra gli altri il campo di Dachau, vicino Monaco, ovviamente predisponendo un servizio sanitario per quei tedeschi che vomitavano, si sentivano male o svenivano, constatando ciò che era avvenuto a venti chilometri da casa loro. Ma – è questo che si vuol sottolineare qui – la segretezza dell’operazione fu favorita dal fatto che, se qualcuno, malgrado i rischi connessi alla fuga di notizie, avesse rivelato la realtà, sarebbe stato accolto dallo scetticismo di tutti: “Non è possibile!”
Questo atteggiamento è molto umano, ma anche molto stupido. Ci sono due espressioni simmetriche e ugualmente imbecilli: “È troppo bello per essere vero”, “È troppo brutto per essere vero”. La verità è soltanto il riflesso della realtà e non tiene conto dell’estetica. Un mio corrispondente poco più che cinquantenne mi ha scritto che, improvvisamente, in seguito ad un lieve disturbo, gli avevano diagnosticato un cancro che non lasciava scampo: aveva qualche mese di vita. Era un uomo vivace, brillante, dal grande temperamento, e tuttavia, dopo qualche mese, morì. Così come muoiono, di cancro, anche dei bambini. La realtà non si commuove e non si preoccupa dei nostri sentimenti. 
Anche in campi meno drammatici è necessario fare uno sforzo per accettare la realtà. Per esempio quella dell’odio altrui. Uno dei tratti negativi di Silvio Berlusconi è il suo desiderio di essere amato da tutti e questa caratteristica immagino gli abbia reso difficile non dico capire ma concepire che milioni di italiani lo odino di un odio viscerale, assolutamente sprovvisto di qualsivoglia giustificazione concreta. Ma appunto, sarebbe un atto di buon senso, da parte sua, negare questo fatto?
Nemmeno io sono del tutto innocente, in questo campo. Molti anni fa mi capitò che una persona della mia famiglia prima tentò di truffarmi (denaro) e quando non ci riuscì, per vendicarsi, cercò in tutti i modi di nuocermi. Io ci misi tempo a riconoscere la verità (e per questo la truffa aveva rischiato di riuscire, “Non è possibile!”). 
Queste considerazioni valgono al presente per quanto riguarda la questione israelo-palestinese. I palestinesi – che abbiano ragione o torto – odiano Israele. Non nel senso che vorrebbero che quello Stato concedesse qualcosa, cambiasse il suo comportamento o attuasse un certo programma: vogliono soltanto che sparisca. Se sono moderati sognano di scacciare dal Vicino Oriente tutti gli ebrei, se sono animosi sognano di ucciderli tutti. E infatti, visto che la realtà glielo impedisce, si accontentano di accoltellare qualche passante ignaro per la strada, a costo di essere immediatamente uccisi dalla polizia. L’azione di un pazzo? chiederà qualche benpensante. Nient’affatto. Lo si vede nella stima in cui è tenuto, da parte di tutti i media palestinesi, un simile “martire” della causa. Tanto che – se non ricordo male – si assegna anche una pensione alla sua famiglia. Ed è proprio questa la difficoltà, quando si tratta di capire il problema di quella regione: non si può trovare un compromesso con chi ti vuole uccidere. Non si può morire “solo un po’”, per far contento qualcuno. In questo caso l’alternativa è semplice: o l’altro riuscirà ad ucciderci, o noi riusciremo ad impedirglielo, ma certo non ci sarà pace. 
Per chi avesse dei dubbi: a parte ciò che va proclamando l’Iran, l’eliminazione dello Stato d’Israele è scritta nel documento fondamentale di Hamas, a Gaza.
Nell’antichità, il problema si sarebbe risolto facilmente. Quando i rossi capivano che i verdi volevano ucciderli, li precedevano uccidendoli prima loro o espellendoli dalla regione. In quei tempi la pace si raggiungeva anche in questo modo. Anzi, quando un problema del genere si produsse nella ex Jugoslavia fra musulmani e ortodossi, Luttwak segnalò proprio questo fatto, concludendo che nell’epoca moderna, trovando inammissibile l’antica soluzione, bisogna rassegnarsi ad una situazione di costante non-guerra-non-pace.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
16 maggio 2018




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POLITICA
16 maggio 2018
L'ASSURDO DI CERTE CONSULTAZIONI ELETTORALI
Le promesse elettorali, come gli slogan pubblicitari, non sono reali impegni. Servono a conquistare il cliente, e ad indicargli, genericamente, quello che i promittenti avrebbero voglia di fare per loro, e forse – ma soltanto forse – in piccola percentuale realmente faranno. Nella pubblicità la pillola contro il mal di testa lo fa subito sparire, nella realtà lo attenua o – se è veramente forte – lo lascia invariato. Ma è sempre meglio di niente. Naturalmente non ci si occupa qui della pubblicità ingannevole o di quella palesemente assurda (“Volete perdere dieci chili in un mese, senza soffrire la fame?”): si vuole soltanto dire che i programmi elettorali non vanno presi sul serio, e vanno considerati piuttosto linee di tendenza politica. Se un partito parla di diminuire le tasse (senza parlare di tagli ai servizi) è un partito di destra, e farà tendenzialmente una politica di destra; se parla di aumentare i servizi (senza parlare dell’incremento della pressione fiscale, necessario per finanziarli) è un partito di sinistra e farà tendenzialmente una politica di sinistra.
E soprattutto c’è una cosa di cui i partiti non parlano, perché nemmeno sarebbero capiti: governare un grande Paese moderno è impresa di tale complessità, e condizionata da tante necessità e da tante variabili, che soltanto mettendoci le mani ci si rende conto delle difficoltà. È ciò che costituisce la “rendita dell’opposizione”. L’opposizione, infatti, non avendo il compito di governare, può far finta che tutto sia semplice, che il governo è composto da una manica di incapaci, e che loro, quelli dell’opposizione, al loro posto farebbero molto, molto meglio. Addirittura miracoli. Ma, si sa, questo è il gioco della democrazia.
Ora il Movimento 5 Stelle e la Lega non trovano il modo di armonizzare i loro programmi (oltre che mettersi d’accordo sul nome del Presidente del Consiglio dei Ministri) e decidono – prima Luigi Di Maio, con la “Piattaforma Rousseau”, poi Matteo Salvini, con i gazebo della Lega – di consultare la base per sapere se devono sì o no allearsi. Questo progetto è assurdo per parecchi versi. In primo luogo è uno sgarbo istituzionale nei confronti del Presidente Mattarella, che è incontestabilmente il loro primo interlocutore sia per quanto riguarda la designazione del Presidente del Consiglio, sia per quanto riguarda il programma. Poi è assurdo che si faccia prendere una simile decisione ad un elettorato incerto, estremamente ridotto di numero (e dunque non significativo), con modalità sottratte al controllo sia per quanto riguarda lo svolgimento della consultazione, sia per quanto riguarda la veridicità dei risultati ottenuti. Insomma l’iniziativa è già in linea di principio provocatoria per l’intelligenza degli italiani. Ma si può scendere nei particolari. 
I programmi dei partiti di solito sono costituiti da parecchie pagine (quello di Prodi, anni fa, era un autentico libro). E qui bisognerebbe esaminare il programma del Movimento (ultima edizione, riveduta, corretta e diversa da quella votata dai militanti), il programma della Lega, e infine un documento – che speriamo i proponenti allegheranno – che rappresenta la sintesi e l’armonizzazione dei due precedenti programmi. Su questo testo dovrebbero poi esprimersi i sostenitori del Movimento o della Lega. Ma siamo pazzi?
In primo luogo gli elettori non hanno il tempo di mettersi a studiare i programmi, fino ad essere capaci di compararli e vedere se la sintesi e l’armonizzazione è accettabile.
In secondo luogo, gli elettori non hanno la competenza per comprendere un programma politico. Se, per esempio, riguardo al reddito di cittadinanza, si inserissero ad un certo punto le parole “nella misura del possibile”, gli elettori capirebbero “faremo ogni sforzo”, mentre i politici intendono “anche niente, basterà dichiarare che non è stato possibile”. Inoltre, che competenza hanno, riguardo alla maggior parte dei capitoli? Quale nozione hanno delle finanze dello Stato, del costo dei vari provvedimenti, dell’accuratezza dei dati forniti?
Il voto dei cittadini, in un caso come questo, è stupido come sottoporre a referendum l’opportunità di operare al cuore un ottantenne. Come si potrebbe esprimere un’opinione senza essere dei chirurghi, senza conoscere le probabilità di riuscita dell’operazione, addirittura senza nemmeno conoscere le attuali condizioni di salute dell’ottuagenario?
Per tutte queste ragioni, riguardo alle due consultazioni popolari simmetriche, sono lecite due ipotesi.
Prima ipotesi: Di Maio e Salvini sono due perfetti imbecilli.
Seconda ipotesi, più probabile: Di Maio e Salvini sanno già, per via di sondaggi, che il responso sarà negativo, e ciò permetterà loro di rinunciare a formare un governo insieme, con l’aria di obbedire alla volontà del popolo.
Val la pena di spiegare perché si fa soltanto l’ipotesi negativa. Infatti, se il risultato delle consultazioni fosse positivo per ambedue i proponenti, Di Maio e Salvini sarebbero costretti a tornare al tavolo del negoziato col divieto di fallire. E come potrebbero farlo, se hanno dei punti irrinunciabili e in contrasto? Ciò significa in conclusione che, se prevedono un risultato negativo, volevano soltanto rinunciare a formare un governo insieme; se invece accettano il rischio che il risultato sia positivo, era vera la prima ipotesi.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
16 maggio 2018. 




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POLITICA
15 maggio 2018
L'81/3C SUL TAVOLO
L’81/3C è lì, sul tavolo. È revisionata, oleata e carica. Il grilletto non è “facile”, nel senso che spari quasi da solo, ma non è nemmeno duro: anche una persona anziana può premerlo senza la minima difficoltà. E del resto non potrebbe essere altrimenti: la pistola appartiene al Presidente Sergio Mattarella che, all’occasione, la userà. L’ha fatto capire lui stesso quando, recentemente, ha parlato con venerazione del Presidente Luigi Einaudi. Quello stesso Presidente che ha voluto l’81/3C, cioè il terzo comma dell’articolo ottantuno della Costituzione, che così recita: “Ogni legge che importi nuovi o maggiori oneri provvede ai mezzi per farvi fronte”. 
Questa disposizione è del tutto innocua, se non la si applica. Non si sollevi nessun sopracciglio, all’idea di non applicare la Costituzione. L’Italia ha una grande tradizione nel non applicare le norme di legge. Per quanto riguarda i sindacati, alcune norme della Costituzione sono inapplicate ancora oggi. E addirittura lo Stato è arrivato a non applicare il codice penale. Avvenne infinite volte, molti anni fa, con il reato di blocco stradale. Gli scioperanti lo commettevano con entusiasmo, sotto gli occhi della polizia, e alla fine lo Stato, per non perdere la faccia, non è che applicò la legge, abolì il reato. Almeno in occasione di scioperi. Più o meno come se, non riuscendo ad arrestare i ladri, si dichiarasse lecito il furto.
L’art.81/3C non è diverso. Anzi, in teoria il Presidente potrebbe controfirmare una legge per la quale non è prevista l’indicazione del modo di reperire i relativi fondi, e nessuno potrebbe dir niente. L’articolo non prevede una sanzione, per lui. Ma c’è di più: da anni in Italia si usa un escamotage. Si indica come finanziamento una speranza che già in passato è stata ripetutamente delusa, come il recupero di fondi mediante la lotta all’evasione fiscale, ed ecco indicati “i mezzi” per far fronte alla spesa. 
Naturalmente questo sistema collusivo funziona se governo e Parlamento da una parte e Presidente della Repubblica dall’altra sono d’accordo. Viceversa, se di fronte ad una legge priva di serio finanziamento, il Presidente obbedisse alla Costituzione e dicesse: “Non la firmo. Ripensateci”, che cosa avverrebbe?
Avverrebbe che il Parlamento dovrebbe riconsiderare quella legge. Se le fornisse un diverso finanziamento, sarebbe una nuova legge, e in teoria il Presidente potrebbe non controrfirmarla. Se al contrario il Parlamento non la modificasse, e la rivotasse com’è, il Presidente stavolta avrebbe l’obbligo di firmarla. Tutto bene?
Nient’affatto. A parte il marchio di biasimo che avrebbe una legge adottata contro il Parere del Presidente della Repubblica, quante volte si potrebbe ripetere, questo giochino? Se il Presidente rimandasse indietro non una ma due, tre, quattro leggi, che ne direbbe l’opinione pubblica italiana, che ne direbbe l’opinione pubblica internazionale? Quale autorevolezza manterrebbe il Parlamento? L’81/3C forse è caricata a salve, ma sparando farebbe un baccano enorme.
Abbiamo letto più volte, in questi giorni, che Mattarella terrà la futura maggioranza sotto tutela, e la cosa è sgradevole. Da un lato Il Parlamento non dovrebbe essere un minorenne scervellato, dall’altro un Presidente della Repubblica che fa politica, come Scalfaro o Napolitano, non lascia un buon ricordo di sé. Ma applicare l’art.81 non è fare politica, è obbedire alla legge e contenere il debito pubblico.
Né si potrebbe obiettare che la consuetudine dei finanziamenti finti ha ormai reso lecito questo andazzo. Infatti la consuetudine ha forza di legge quando la legge stessa la richiama, e comunque in nessun caso può divenire lecito ciò che la legge vieta. E poco importa se la magistratura a lungo non è intervenuta. Infatti, quando, svegliandosi dopo un interminabile letargo, i magistrati si misero a punire il finanziamento dei partiti mediante tangenti sugli appalti pubblici, nessun accusato poté eccepire, a sua difesa, il fatto che quella pratica fosse corrente da decenni. Ovviamente le cose possono essere giudicate diversamente dal punto di vista morale (anche per quanto riguarda la moralità dei giudici che prima dormivano) ma per la legge le cose stanno così. E soprattutto – lo si ripete - nel nostro caso il Presidente si limiterebbe a segnalare all’opinione pubblica che il governo sta spendendo il denaro che non ha, e sta contraendo debiti di cui lascerà le cambiali in eredità ai nostri figli e ai nostri nipoti. Sempre che l’Italia non dichiari bancarotta.
Per fortuna, contro questi pericoli il Presidente non è disarmato e potrà difenderli. Se soltanto lo vorrà, se soltanto ne avrà il coraggio.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
15 maggio 2018




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POLITICA
14 maggio 2018
LE CAUSE DELLA DECADENZA DELLA SINISTRA
Un baritono, poco dopo aver cominciato a cantare, fu sommerso dai fischi e si interruppe: “Fischiate me? Sentirete il tenore”. Nello stesso modo, prima ho avversato una sinistra statalista e moralista, poi è arrivato il tenore, il M5S, e quasi mi pento dei miei fischi. 
Non riesco ad avere antipatia per persone come Fassino, Franceschini, Chiamparino, Serracchiani, Cuperlo, Martina e tanti altri. Penso che con loro potrei dialogare. Potremmo anche andare a prendere una pizza insieme. E per questo, vedendo quello che gli capita, sarei lieto di poterli aiutare. O almeno capire le cause del loro malessere. 
I giornali non smettono di enumerare i loro torti. Quando le cose vanno male, risorge una sorta d’istinto dell’orda che spinge a cercare qualcuno cui addossare la colpa. Magari un capro da mandare nel deserto. Ma è un esercizio del tutto sterile, soprattutto quando chi ha commesso il misfatto non ne ha tratto alcun utile. Indubbiamente una gran parte dei torti appartiene a Matteo Renzi, ma la sua intenzione non era certo quella di danneggiare il suo Partito. Il suo successo dipendeva dal successo del Pd. Dunque parlare di colpe e di buona fede è fuor di luogo. Storicamente contano soltanto i risultati. E riguardo al Partito Democratico ci si può chiedere: il suo declino dipende dal comportamento dei dirigenti del partito (e in primo luogo di Renzi) o piuttosto dalle sorti della sinistra in Europa?
La sinistra è nata dall’utopismo socialista prima e dal comunismo poi. Ambedue queste dottrine per oltre un secolo si sono battute contro i privilegi e per far avere di più ai poveri. Per un certo tempo, questo riequilibrio è stato giusto (anche se fatale, visto che si è avuto anche in Svizzera) ma una cosa è certa: non si tratta di un percorso infinito. In Italia per decenni ci si è riempita la bocca di “conquiste dei lavoratori”, come se fosse una battaglia eterna, mentre in realtà, se si inclina troppo la bilancia dall’altra parte, si provoca un nuovo squilibrio. Nel campo del lavoro, ad esempio, c’è un momento in cui gli operai, invece di un ulteriore aumento di salario, ottengono il licenziamento, perché la fabbrica chiude. Forse siamo più o meno a questo punto della storia.
Margaret Thatcher, ha detto che “il socialismo finisce quando finiscono i soldi degli altri” e forse forse il disorientamento della sinistra dipende da questo. Una volta ritagliato tutto il ritagliabile, e ottenuto l’ottenibile, la sinistra si è ritrovata a corto di argomenti. L’utopia sociale è stata smentita dall’implosione dell’Unione Sovietica e l’unico tipo di società è rimasto quello capitalista (Fukuyama parlava di “fine della storia”). Il Welfare State ha trovato un limite nel bilancio. Infatti arriva un momento in cui la pressione fiscale rende meno dello sperato, le tasse strangolano l’economia, e la concorrenza estera non perdona. Così ci si sente intrappolati. E si sente soprattutto intrappolata quella classe media che ai tempi di Marx non esisteva ed oggi è  divenuta maggioranza.
Ma all’uomo non si può togliere la speranza e ciò che non possono dare neppure gli scioperi generali, possono darlo i sogni. Ed ecco nascono partiti capaci di diagnosi fantasiose sul presente e di progetti mirabolanti per il futuro. I movimenti non si vergognano delle promesse più irrealizzabili e per giunta le presentano come risarcimenti per la corruzione e l’infingardaggine dei governi precedenti. E chi cerca di resistere a questa marea montante ha il sentimento di combattere un’inutile battaglia di retroguardia. Sensazione che appartiene soprattutto al partito che per tanti decenni si è fatto carico delle aspirazioni del popolo. Quello che voleva dare a ciascuno “secondo i suoi bisogni” – già questa una bella utopia – ed ora si vede battere da una politica gridata da analfabeti politici ed economici. 
Probabilmente il Pd è innocente. La guerra contro la demagogia potrà vincerla soltanto l’esperienza, quando la gente finalmente vedrà che con la mitologia si peggiorano le cose, fin quasi alla tragedia. Quando capirà che ha già ricuperato tutto il ricuperabile. Che ha già consumato fino all’ultimo grammo del grasso che poteva aver messo da parte. E per giunta si troverà a fronteggiare una concorrenza internazionale inconcepibile nell’Ottocento ed anche nel Novecento.
Bisogna aprire gli occhi sulla realtà attuale. Non siamo più i monopolisti dell’alta tecnologia. Oggi combattiamo ad armi pari (e non con pari salari) contro Paesi, come la Cina o la Corea del Sud, che si dimostrano più forti di noi. Noi italiani abbiamo contribuito ad inventare il computer, con l’Olivetti, ma l’Olivetti è fallita, mentre l’India è oggi alla testa del progresso digitale. Noi europei del Sud somigliamo ai ci-devant, quei nobili francesi che non si capacitavano che la Rivoluzione avesse cambiato il mondo. 
Non c’è più spazio per i sogni (o “trippa per gatti”, come direbbe Matteo Renzi). Bisogna rimboccarsi le maniche. L’immigrazione ci disturba ma è anche un avvertimento: questa gente viene da noi perché è disposta a fare quei lavori che noi rifiutiamo, e noi dobbiamo accettare che se l’immigrato del Bangladesh è disposto a pulire le nostre fogne non è perché è inferiore, è perché è povero(1). Ed è tempo di capire che siamo divenuti poveri anche noi. E invece di condannare il razzismo a parole, dovremmo smentirlo con i fatti, sentendoci uguali agli altri.
           Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
12 maggio 2018




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POLITICA
13 maggio 2018
UN PROCESSO COL SOLO ACCUSATORE
Se un giudice fosse sicuro che il tallio non è tossico, ci sarebbe modo di convincerlo che è stato commesso un crimine con quel metallo? Certamente no. Continuerebbe a ritenere che si tratta di morte naturale. A volte si sviluppa tutto un ragionamento senza accorgersi che bisognava prima risolvere un problema antecedente: “Il tallio è tossico?”
Romano Prodi, in un articolo sul Messaggero(1), condanna con parole di fuoco il Presidente americano Trump per non avere ratificato l’accordo con l’Iran, ma commette proprio questo genere di errore. Sostiene che la mossa di Trump è dannosa, e addirittura nemmeno ipotizza che essa possa essere giusta per motivi tanto importanti da prevalere sulle eventuali controindicazioni. 
Ecco alcune frasi. (1) “Più passa il tempo, più è difficile capire le ragioni per cui questo gesto unilaterale così grave sia stato compiuto”; (2) c’è il rischio di una “caduta di credibilità internazionale”; (3) “se un presidente può liberamente disfare quello che i suoi predecessori avevano invece sottoscritto dopo anni di faticose trattative e dopo che (4) l'agenzia di controllo dell'Onu e il Consiglio di sicurezza hanno accertato che gli obblighi contenuti nel trattato sono sempre stati rispettati”; “Come potrà (5) Kim Jong-un sentirsi impegnato a rispettare un eventuale accordo quando la sua controparte ha dimostrato di poter ripudiare a sua discrezione qualsiasi accordo?” E (6) “come impedire, se non con la forza, che l'Iran, di fronte al gesto unilaterale americano, si senta libero di riprendere la corsa alla bomba nucleare?” “Trump ha inoltre annunciato (7) l'adozione di sanzioni ancora più severe nei confronti dell'Iran, pensando in questo modo di fare cadere il regime”; (8) “Il risultato non può che essere quello di rafforzare i falchi che, tra l'altro, si sono sempre opposti alla firma di ogni accordo”.
Prodi segue un filo logico che dà per assodati alcuni dati, che invece sono discutibili. 
(1) Il fatto che egli non abbia capito perché Trump non ha controfirmato l’accordo dimostra soltanto che egli non ha preso in considerazione i motivi del Presidente. I giuristi romani non hanno forse avvertito: “Audiatur et altera pars”, si ascoltino anche le argomentazioni della controparte? Questo invece è un processo in cui è presente soltanto l‘accusa.
(2) Che sia vero o no, Prodi pensa che Trump non se ne sia accorto, e non se ne siano accorte altre persone, alla Casa Bianca? Crede forse che negli Stati Uniti viga la dittatura?
(3) Chi gli dice che un Presidente possa “liberamente” disfare ciò che hanno stipulato i suoi predecessori? Questo non è lecito nemmeno nell’amministrazione di un condominio. La democrazia americana, dopo quella inglese, è un modello per il mondo. Se Trump ha potuto non ratificare quel trattato, è segno che la sua firma non era una formalità, e poteva negarla. Per dimostrare che ha compiuto un atto da dittatore bisognerebbe citare le leggi che gli imponevano di ratificare l’accordo. E Prodi non l’ha fatto. In realtà, si dovrebbero discutere le ragioni che hanno indotto quel Presidente ad un passo così grave, e non condannarlo per la (supposta e non dimostrata) irregolarità formale.
(4) Quando alla testimonianza dell’Onu, forse Prodi prende quell’organismo sul serio, ma non lo faceva De Gaulle, e certamente non lo fa Trump. Del resto, basti vedere che l’Onu ha sempre condannato come aggressore lo Stato d’Israele, l’unica democrazia del Vicino Oriente, mentre esso è stato sempre l’aggredito. Un simile organismo ha la credibilità dei processi staliniani degli Anni Trenta.
(5) Kim Jong-un, se firmerà un trattato, lo farà perché non può farne a meno - per esempio (ipotesi) perché la Cina lo ha preso per il collo - non perché si fidi degli americani. E del resto bisognerà stare attenti a lui anche dopo che avrà firmato un accordo. I trattati – l’ha detto un dilettante come Bismarck – sono pezzi di carta. Prodi ed io dobbiamo aver letto libri di storia differenti.
(6) Prodi fa con orrore l’ipotesi che gli Stati Uniti usino la forza contro l’Iran. L’orrore è condivisibile, ma la domanda è: quale altro sistema conosce, lui? Se i Presidenti americani che hanno preceduto Trump avessero impedito con la forza alla Corea del Nord di dotarsi dell’arma nucleare, avremmo oggi i problemi che abbiamo, e che non è affatto detto siano risolti? In questi casi il bilanciamento non è fra questioni legali, trattati firmati o non firmati, ratificati o non ratificati, si tratta di sopravvivenza. O Prodi crede che Israele bombardi le basi iraniane in suolo siriano, sapendo di violare il diritto internazionale e sapendo di provocare la risposta dell’Iran, tanto per fare esercitare i suoi piloti? Gerusalemme calcola che, se guerra deve essere, è meglio non cominciarla in condizioni di svantaggio, col nemico armato sino ai denti sotto casa. E poi c’è la speranza che Tehran si renda conto che il progetto di attaccare Israele è troppo costoso. Comunque, né Prodi, né Trump, né Teheran hanno il diritto di dire a Gerusalemme in che modo deve proteggere la vita dei suoi cittadini. In conclusione, l’eventuale uso della forza da parte degli Stati Uniti sarà una decisione che Washington reputerà giusta in quel momento. Che poi essa sia effettivamente giusta o sbagliata, provvidenziale o catastrofica, lo dirà la storia. Come sempre. 
(7) Quanto detto vale anche per l’eventuale intenzione di far cadere il regime degli ayatollah. Il progetto - se è veramente questa l’intenzione di Trump - appare azzardato, ma è anche vero che Reagan contribuì potentemente all’implosione dell’Unione Sovietica, colosso di ben altre dimensioni.
(8) “Il risultato non può essere che…” Prodi farebbe bene ad evitare di atteggiarsi a profeta. Non porta bene. Può darsi che Trump stia facendo una mossa azzeccata, può darsi che stia sbagliando, ma noi ne sappiamo troppo poco, sia per giudicare lui, sia per sapere ciò che avverrà in futuro. Non bisogna dimenticare che esistono i servizi segreti, e che Israele (non l’ultimo venuto, in questo campo) da anni lancia gridi d’allarme, riguardo all’Iran, ripetendo che non ha mai smesso di adoperarsi per avere la bomba nucleare, fino a dimostrarsi disperato all’idea di non potere intervenire direttamente sul suolo iraniano, come fece a suo tempo con l’Iraq (operazione Osirak).
Prodi ha esaminato il problema dal punto di vista legale e dal punto di vista morale, che è come studiare il cielo stellato attraverso un caleidoscopio.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
13 maggio 2018
(1) http://cercanotizie3.mimesi.com/Cercanotizie3/popuparticle?art=376356274_20180513_14004&section=view




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POLITICA
12 maggio 2018
IL M5S E LA LEGA, DUE ARTISTI
Il Movimento 5 Stelle e la Lega somigliano a due genitori poveri ma geniali. Due artisti. Mamma per esempio dice alla figlia: “Guarda quella goccia d’acqua, appesa alla punta della foglia. Guarda come splende nel sole, quasi di luce propria. Potrà mai una perla essere altrettanto bella? Io non posso comprarti una perla, lo sai che papà ed io siamo poveri, ma ti regalo la bellezza di quella goccia d’acqua. Tu possiederai la capacità di fruire della bellezza dell’acqua e del sole, mentre i ricchi non avranno che delle povere perle morte, frutto della malattia di un’ostrica”.
Se seguirà le orme dei genitori, quella bambina povera avrà in sé un patrimonio inestimabile, quello della sensibilità alla cultura, alla fantasia, all’arte. Le sue narici percepiranno l’odore della terra bagnata dopo la prima pioggia d’autunno, i suoi occhi scopriranno animali, draghi e angeli nelle nuvole. Le sue orecchie indovineranno nella grande musica un mondo così meraviglioso da essere dolorosamente ingannevole. Tutte cose che valgono molto più del denaro.
Purtroppo molta gente, proprio perché non è attrezzata per godere delle gioie inestimabili, vorrebbe quelle stimabili. Vorrebbe il denaro. E allora i genitori artisti, nel nostro caso il Movimento e la Lega, sono costretti a creare arte e sogni parlando di denaro. So che sei povero e non hai lavoro, ma non ti preoccupare, ti darò io una paga. So che rischi di chiudere la tua microscopica impresa, ma non ti preoccupare, ti farò pagare soltanto un 15% di tasse. E ti libererò degli emigrati, dei corrotti, degli incapaci. Ti farò servire da una burocrazia rapida, efficiente, e devota. E così, di promessa in promessa, i due partiti cullano il cittadino, finché non gli sboccia un sorriso sulle labbra, e chiude gli occhi. E sorridendo si addormenta.
Il guaio è che, fatalmente, poi si sveglia. Il guaio è che, fatalmente, ha fame. E i genitori, per quanto amino il loro figlio, per quanto siano capaci di raccontargli le storie più belle che avrebbero potuto immaginare i fratelli Grimm o Antoine de Saint-Exupéry, non possono rispondere alla fame con la fantasia. E questo rende la storia tristissima.
Secondo una leggenda, il pellicano nutriva i suoi piccoli strappandosi la carne dal petto. E per questo era divenuto il simbolo dell’amore dei genitori. In realtà il pellicano estraeva il pesce dalla sacca sotto il becco, sembrava che si beccasse il petto ma in realtà offriva pesce. Se fosse stato vero che feriva sé stesso sarebbe morto e sarebbero morti anche i suoi pulcini, perché nessuno li nutriva. Ciò che fa sopravvivere i pellicani e i loro pulcini non è l’amore, è il pesce. E purtroppo la sacca sotto il becco del M5S e della Lega non sembra contenere molto.
È straziante veder soffrire i propri figli e non poter far nulla. E dunque esprimo tutta la mia comprensione al Movimento 5 Stelle e alla Lega, pensando ai mesi che li attendono. Conosco il loro amore. Conosco la loro buona volontà. Se molti saranno delusi dai risultati concreti, non sarà perché i governanti non avranno fatto tutto il possibile. Purtroppo so anche che la gente non la penserà come me. I cittadini non sono molto sottili. Non amano le favole per la loro poesia e vorrebbero vederle trasformate in realtà. Diversamente dalla bambina di cui si parlava all’inizio, non trovano le gocce d’acqua più belle delle perle. E soprattutto sanno che non potrebbero venderle per comprarsi del pane.
È triste ma, come dice un proverbio francese, ventre creux n’a pas d’oreilles: una pancia vuota non ha orecchie.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
12 maggio 2018




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POLITICA
11 maggio 2018
BILANCIO DEL GOVERNO M5S.LEGA
Il bilancio del governo M5S-Lega ovviamente si farà a conclusione della sua vicenda. E poiché il futuro è imprevedibile, è ovvio che si andrà dal più sorprendente successo al più completo disastro. Però è lecito propendere piuttosto per la seconda ipotesi. Infatti ambedue i partiti hanno fatto tali e tante promesse mirabolanti - non raramente in contrasto fra loro - che sarà fisicamente impossibile mantenerle. Dunque, anche facendo l’ipotesi che questo nuovo governo, miracolosamente, non faccia peggio degli altri, è fatale che provochi più delusioni degli altri. Come farà a giustificarsi? Ovviamente, ricorrerà alle scuse classiche. Del resto, c’è una tradizione consolidata, in questo campo. 
La fortuna del M5S, il partito più inadatto a governare da quando esiste la Repubblica Italiana, è che non avrà governato da solo. Se il destino avesse voluto che ottenesse il 51% dei seggi, non avrebbe certo avuto difficoltà a formare il nuovo governo, e a conclusione della legislatura avrebbe potuto vantarsi di tutti i successi ottenuti (if any) ma, contemporaneamente, non avrebbe potuto rigettare su nessun altro la colpa degli insuccessi. Invece, per sua fortuna, è andato al potere con la Lega, e dunque possiamo aspettarci che, a fine legislatura (magari molto, molto prima che fra cinque anni) il Movimento dirà di non aver potuto realizzare i suoi programmi per colpa della Lega. Così come la Lega dirà di non aver potuto realizzare i propri programmi per colpa del Movimento.
Naturalmente, i commentatori forniti di buona memoria potrebbero ricordare a tutti e due i partiti che il governo si è formato armonizzando i loro programmi. Dunque alcuni progetti erano comuni. Come mai non sono stati realizzati neanche quelli?
La prima scusa – tutt’altro che inedita, ma sempre valida – sarà che c’era eccome l’intenzione di mantenere quella promessa, ed anche le altre, ma i governi precedenti hanno lasciato una situazione talmente disastrosa - molto peggiore di quello che essi stessi avevano prima ipotizzato che è stato necessario evitare in primo luogo che la barca affondasse. Non si è potuto pensare a possibili progressi e regalie.
Come se non bastasse, parlerebbero di spese impreviste. Ricorderebbero le crisi di borsa, le alluvioni, i terremoti, i problemi internazionali e il resto, come se, in Italia, non ci fossero sempre crisi di borsa, alluvioni, terremoti, ecc. 
Poi ci sarebbe la colpa delle autorità europee, “che non ci hanno permesso di contrarre ulteriori debiti”. Che è come accusare il medico d’avere impedito all’alcolista d’ubriacarsi. E sostenere addirittura che, se si è alcolisti, è colpa del medico.
Infine i governanti accuserebbero gli italiani, di non avere collaborato agli sforzi del governo. Come se gli altri governanti avessero avuto la fortuna d’avere a che fare con un popolo diverso. Ma già, come scriveva Bertolt Brecht: “Il Comitato centrale ha deciso: poiché il popolo non è d’accordo, bisogna nominare un nuovo popolo”. 
Intendiamoci, non è che tutte queste scuse siano infondate. Per cominciare, la situazione e le scadenze che questo governo ha trovato non appena insediato avrebbero fatto paura anche a Gengis Khan. Ma nessuno ha prescritto a Di Maio e Salvini di fare carte false pur di andare a sedere al tavolo di Palazzo Chigi. E soprattutto, finché loro sono stati all’opposizione, hanno mai fatto sconti, al governo, hanno mai accettato qualcuna delle scuse che usano per non essere condannati, hanno mai dimostrato la minima comprensione, per chi teneva la barra del timone?
Il passato è risolutamente contro di loro. Quei due partiti sono stati estremisti, moralisti, spietati e manichei. Hanno abusato della demagogia più smaccata per accusare il governo di ogni nefandezza. Hanno abusato delle menzogne più smaccate per ottenere i voti degli ingenui: il primo ha promesso la Luna, e il secondo, per non essere da meno, la Luna con panna. Finché il primo non ha rilanciato mettendoci sopra delle fragole di bosco e via di seguito. Votate per noi e sarete ricchi e felici. Non pagherete tasse e avrete la paga senza lavorare. Chi offre di più?
Nel caso del governo che presto si insedierà, dopo un’eccessiva severità nei confronti degli altri, si avrà un’eccessiva discrepanza fra le promesse e i risultati. Tanto da meritare infine una spietata condanna. La demagogia è un’arma che consente a volte di vincere la rissa, ma raramente fa vincere la guerra. 
Il tempo, e la verità sua alleata, alla fine presentano il conto. Alle successive elezioni politiche.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
11 maggio 2018




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POLITICA
9 maggio 2018
SE BERLUSCONI SI ASTIENE
L’antefatto. Prima Matteo Salvini ha chiesto ventiquattr’ore di tempo al Presidente Mattarella, per potere compiere un ultimo tentativo. Si tratterebbe per la Lega di andare al Governo insieme col Movimento 5 Stelle, mentre Forza Italia da un lato non romperebbe la coalizione, dall’altro non voterebbe né a favore né contro il nuovo governo, ma si limiterebbe ad astenersi.
Finalmente, come dicono gli anglofoni, ho “something to chew on”, qualcosa su cui riflettere. Ma chew on è più icastico: riflettere è un verbo ottico (simile a “speculare”) mentre il verbo inglese è carnale, fa pensare a qualcosa che prima sfuggiva ed ora si è riusciti a mettere sotto i denti, fino a masticarlo, e rimasticarlo, e valutarlo.
Nessuno può negare che, dopo le elezioni di marzo, questi due mesi e passa sono stati pieni di discussioni, di ipotesi, di smentite, di chiusure e di aperture, fino a sfinire i più pazienti. Ora improvvisamente abbiamo una certezza: avremo un governo a guida Cinque Stelle, sostenuto dalla Lega di Salvini, mentre Forza Italia concederà quella che è stata chiamata una “benevola astensione”. Il Partito Democratico e Fratelli d’Italia voteranno contro. E se sono stanchi di questi argomenti quelli che leggono i giornali, figurarsi i protagonisti. Si possono immaginare le pressioni esercitate su Berlusconi, perché arrivasse a questo passo, la “benevola astensione” per un Movimento che disprezza e da cui è disprezzato, senza ricavarne nessun vantaggio a parte il merito, che nessuno poi gli riconoscerà, e di cui comunque nessuno gli sarà grato, di aver dato un governo alla nazione. 
Io reputo Silvio Berlusconi un genio dell’imprenditoria, ma un sentimentale della politica. Oltre che, ovviamente, un passionale nell’ambito dei rapporti umani, e in particolare di quelli sessuali (in illo tempore). Dunque dovrei fare l’ipotesi che sia capace di commettere grandi errori. Tuttavia non si diviene stramiliardari, e non si rimane protagonisti della politica per ventiquattro anni, se si è degli sciocchi. Dunque, riguardo al comportamento del Cavaliere, ci si può sempre chiedere: stavolta che mi è sembrato un ingenuo, per caso è stato più furbo di quanto io non pensi? E stavolta che mi è sembrato intelligente, non è che per caso lui volesse fare una cosa sbagliata e il destino lo ha invece premiato?
Oggi, dal momento che forse ha fatto la mossa che avrei fatto io, preferisco pensare che l’abbia fatta per intelligenza: cosa che premierebbe sia lui sia me. Sto scherzando.
Posso soltanto esprimere la mia soddisfazione perché, essendosi fatto pregare per due mesi, la “resa” di Berlusconi può essere venduta come atto di generosità, per dare un governo al Paese. Ma per renderla apprezzabile per un malvagio come il sottoscritto, sono costretto a fare un’altra ipotesi.
Dunque, questi due ragazzacci – Matteo Salvini e Luigi di Maio – il primo sbruffone e superficiale, il secondo sprovveduto culturalmente e politicamente, si vogliono far carico delle sorti dell’Italia in un momento difficilissimo e per giunta dopo aver fatto urbi et orbi un mare di promesse azzardate. Ora non si vede che interesse possa avere Forza Italia a mettersi di traverso, soprattutto se – secondo quanto dicono i sondaggi – alle future elezioni potrebbe essere punita dagli elettori. Se invece fa finta di mettersi da parte, non si compromette col governo, e lascia che i due imprudenti vadano a sbattere, dopo la probabile crisi potrà non rinnovare la coalizione con la Lega (ridimensionata), coltivare l’alleanza con Fratelli d’Italia e possibilmente allearsi con il Partito Democratico. In caso di successo Berlusconi personalmente non andrebbe al governo, essendo ormai non il Padre, ma addirittura il Nonno Nobile della nuova coalizione, ma almeno, prima di lasciare la politica, contribuirebbe a dare all’Italia un governo serio. E tutto questo senza chiedere a personaggi come Brunetta o altri irriducibili l’umiliazione di votare per il Movimento o il dispiacere di rompere con lui. Forza Italia non sarebbe (formalmente) all’opposizione, ma è ovvio che anche se lo fosse sarebbe irrilevante. Dunque lucrerà lo stesso la rendita di posizione derivante dal non essersi compromesso col governo. La mossa potrebbe essere azzeccata.
Per chi volesse accusarmi di essere un berlusconiano di ferro, ricordo che ho scritto più volte che il mio ideale era che Salvini si alleasse con Di Maio, e che ambedue insieme andassero a rompersi l’osso del collo. Chi non ci credesse mi costringerebbe soltanto ad andare a vedere in quale o quali articoli ho già sostenuto questa tesi.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
10 maggio 2018, ORE 19
P.S. Mentre scrivo Silvio Berlusconi non ha ancora dato la sua risposta. Se dovesse avvenire che la risposta sia negativa, cancellerò questo articolo, sui blog. 




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POLITICA
9 maggio 2018
LA MIOPIA DEI COSIDDETTI VINCITORI
Soltanto chi si interessa alla storia molto da vicino può avere un’idea dello stato d’animo che regnava a Roma dopo la sconfitta di Canne. E tuttavia nemmeno i competenti possono misurare adeguatamente le proporzioni dello scoramento, per non dire della disperazione, di quei giorni, perché i libri di storia, poche righe dopo, ricordano come proseguì la guerra. Mentre sul momento i Romani non sapevano che il loro eroismo e la loro resistenza li avrebbero condotti alla vittoria.  L’ansia del presente ha questo, di incomparabile, che non si conosce l’esito della vicenda. Infatti si parla placidamente del disastro di Canne e al contrario si trepida parlando della partita di calcio di stasera. 
Ce ne accorgiamo personalmente vedendo che i partiti populisti, pur se non sfuggono al disprezzo dei benpensanti, sono riusciti a mettere tutti in ansia. Abbiamo già letto abbastanza del loro egoismo, del loro inesistente amor patrio, della loro mancanza di senso dello Stato, ma forse non si è sottolineata abbastanza la loro miopia.
Il Presidente Mattarella ha proposto ai leader dei due più grandi raggruppamenti, Luigi Di Maio e Matteo Salvini, di votare la fiducia ad un governo transitorio, in carica fino a dicembre, che si occupi delle inevitabili scadenze finanziarie. Ma prima ancora che Mattarella parlasse in televisione, i due hanno affermato che negheranno quella fiducia. Vogliono votare subito, addirittura prima di quando sia tecnicamente possibile. È buona politica, la loro?
Sappiamo che in politica, tatticamente, si prescinde dalla morale.  Ma non si può prescinderne dal punto di vista strategico. Perché alla fine la morale può sempre presentare il conto. Oggi, per quanto ne sappiamo, l’azione di Di Maio e Salvini sarà nociva per l’Italia. Ma, volendo considerare la loro mossa semplice tattica, e volendo del tutto prescindere dagli interessi dell’Italia, si può almeno dire che sarà utile a loro? Cioè, è almeno tecnicamente apprezzabile? La cosa è più che dubbia.
Le scadenze cui ha accennato il Presidente fanno spavento. Il Quantitave Easing si avvia al termine, e dunque dovremo trovare più soldi per pagare gli interessi sul debito pubblico. Come minimo, a breve scadenza, dobbiamo trovare – al di là delle solite spese – 12,4 miliardi per scongiurare l’aumento dell’Iva (ai sensi delle Clausole di Salvaguardia cui si è impegnato lo Stato Italiano). Inoltre dobbiamo sborsare più tre miliardi per “spese indifferibili”. Ad esse si potrebbero aggiungere 3,5-5 miliardi per “correzione dei conti”(1), per un totale di una ventina di miliardi. Cioè oltre 1.300 € per ogni famiglia di quattro persone. Si riesce ad immaginare l’impopolarità che si abbatterà sul governo che imporrà questo genere di sacrifici?
Dunque, quale dovrebbe essere il sogno di ogni politico avveduto? Che dell’operazione si faccia carico qualcun altro. A cose fatte gli si potrà dare la colpa di tutto – come è avvenuto con Mario Monti - ed ereditare un popolo ferito che accoglierà come un salvatore chiunque gli offra qualche conforto e una speranza. E invece che cosa dice il caro Luigino ai microfoni di Rtl 102.5 (Corriere della Sera)? “Non possiamo votare un governo tecnico o neutrale che dir si voglia, perché significherebbe portare al governo persone che non hanno una connessione con la popolazione e rischierebbero di far quadrare solo i conti con un effetto che potrebbe essere quello del governo Monti. Questo Mattarella lo sa dal primo giorno”.
 C’è da trasecolare. È ovvio che questo sconsiderato non ha mai pensato che, se andasse al governo lui, quei conti dovrebbe farli quadrare lui stesso. Come i garzoni di barbiere meno acculturati, sembra credere che Monti abbia preso i provvedimenti che ha preso, inclusa la legge Fornero, perché voleva far soffrire gli italiani, mentre loro, i “grillini”, andranno al governo e raccoglieranno il denaro che cresce sugli alberi, per distribuirlo generosamente a tutti coloro che ne hanno bisogno.
Forse quei due leader vogliono battere il record mondiale della miopia. Si accapigliano fra loro e con i loro stessi alleati per andare subito al governo, dimenticando che, se ottenessero quello che chiedono, dovrebbero occuparsi dei problemi sul tappeto, senza avere la minima idea di come risolverli, anche perché alcuni sembrano insolubili. E s’immagini quante possibilità hanno di mantenere una sia pure piccola parte delle loro promesse elettorali. Forse non è miopia, forse è tracoma. 
Chi vincerà le prossime elezioni, dopo aver gestito la congiuntura, non vincerà più niente. Neppure giocando a tressette. E per questo si è tentati di augurare il massimo successo a Di Maio e a Salvini. Chissà, se Silvio Berlusconi fosse l’uomo malvagio che non è, dovrebbe concedere l’appoggio esterno al M5S e alla Lega. Ma forse teme che, facendo questo, in futuro potrebbe essere associato alle loro responsabilità. Avremo tempo di parlarne.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
9 maggio 2018
(1)fonte: Sole24Ore, 8/maggio/2018, articolo di Dino Pesole.




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POLITICA
8 maggio 2018
IL NO DEI NEMICI DELL'UMANITA'
In guerra i popoli civili tendono ad ottenere la vittoria senza provocare distruzioni e sofferenze inutili. Per esempio, non uccidono i prigionieri, anche per evitare che il nemico faccia altrettanto.  
Questo dovere di non provocare danni inutili si estende alle opere d’arte e ai monumenti. I tedeschi della Seconda Guerra Mondiale hanno rinunciato ad utilizzare Roma (“città aperta”) per i loro scopi militari affinché gli Alleati non la danneggiassero. Mentre è rimasta una macchia, a carico degli Alleati, la distruzione dell’Abbazia di Montecassino. Le guerre sembrano interminabili ma in realtà durano soltanto qualche anno. E ise si bombardasse il Pantheon, si farebbe un male irrimediabile all’umanità. 
Proprio per questo lo Stato Islamico si è dimostrato fuori dall’ambito della civiltà moderna. Distruggendo Palmyra ed altri monumenti, oltre che uccidendo senza pietà migliaia di persone inermi, ha dimostrato di essere, come avrebbero detto i romani, “hostis humani generis”, nemico del genere umano. Non è strano che sia stato attaccato dagli Stati vicini, anzi avrebbe meritato di essere attaccato persino dagli argentini e dai vietnamiti, perché ha dichiarato guerra all’umanità. E non una guerra secondo le Convenzioni di Ginevra, ma una guerra di sterminio, anche culturale. Ecco perché esso stesso meritava di essere sterminato, come minimo condannando i suoi militanti prigionieri ai lavori forzati nelle miniere, per dieci anni. “Ad metalla”, come dicevano i romani.
È comprensibile che si voglia vincere, ma dobbiamo sempre ricordare che non siamo belve. Esiste un interesse superiore: quello della comune umanità. Se si fanno morire di fame e di stenti i prigionieri russi, come fece Hitler, o se si distrugge volontariamente e senza nessuna utilità bellica una città d’arte come Dresda (uccidendo al passaggio più persone che a Hiroshima) si obbligano i compatrioti a chiedere scusa per quei crimini nei secoli dei secoli.
Una lunga premessa per dire che, in Italia, Paese da sempre famoso per le lotte fratricide, recentemente siamo tornati indietro di secoli. Le Convenzioni di Ginevra insegnano a rispettare la popolazione civile, ed ecco che i nostri partiti politici, per odio reciproco e per puri interessi elettorali, sono disposti a fare un grandissimo danno al Paese. Il Presidente della Repubblica li ha avvertiti del pericolo, in televisione, in modo chiaro perfino per gli incompetenti: ma nulla frena il loro infantile egoismo. 
Mattarella ha detto cose evidenti. Attualmente abbiamo bisogno di un governo che possa fronteggiare le prossime scadenze economiche (si parla di decine di miliardi di euro e di un possibile disastro economico nazionale), ed ha chiesto che i partiti votino la fiducia ad un governo incolore che se ne occupi nei restanti mesi di quest’anno. Fra l’altro non ne saranno danneggiati. Infatti nel frattempo potranno continuare a cercare un accordo fra loro, e magari costituire un governo politico col quale sostituire immediatamente quello in carica. Ma senza permettere che il Paese subisca gravi danni a causa dell’attuale, interminabile crisi. Tutte le persone informate sanno infatti che siamo seduti su una bomba, dal punto di vista finanziario.
Il Presidente ha anche segnalato che il “voto subito” significa andare alle urne in piena estate, favorendo la già enorme astensione e forse falsificando i risultati elettorali. Senza dire che sono resi impossibili quei provvedimenti che dovrebbero evitare il peggio. Per esempio l’aumento dell’Iva al 25%, sempre che ci si riesca. Qual è stata la risposta dei partiti, in particolare del Movimento Cinque Stelle e della Lega (che s’è trascinata dietro, in questo, Forza Italia)? Un risoluto “no”. Costoro credono di lucrare chissà che, col “voto subito” e che l’Italia vada a ramengo, non è affar loro. 
Gli amici mi perdoneranno l’autocitazione, ma è la più mesta e dunque la più giustificata che mi venga in mente: per quanti mali possano soffrire gli italiani, non ce ne sarà uno che non avranno meritato, votando per certi partiti.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
8 maggio 2018




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POLITICA
7 maggio 2018
È LA REALTA' CHE COMANDA
È finita come doveva finire. Come insegna la scienza, se le premesse sono giuste, la conclusione è inevitabile. Salvini non ha voluto/potuto lasciare Berlusconi per associarsi col M5S, ma si possono avere dei dubbi sulla possibilità di quell’alleanza anche se non ci fosse stato lo scoglio Berlusconi. Il M5S è rimasto prigioniero dei suoi dogmi, cioè la sua immodificabilità e inassimilabilità. Essendo (o reputandosi) una religione, non è disposto a modificare nulla di ciò in cui crede. Un’alleanza con la Lega sarebbe stata possibile se essa si fosse acconciata a realizzare per intero il programma del M5S, condividendone la responsabilità e i probabili disastri. 
Ciò ha fatto nascere il sospetto che tanto Luigi Di Maio quanto Matteo Salvini abbiano molto parlato di alleanza perché erano sicuri di non poterla concludere, ma ambedue si sono riservati di dire: “Io ho fatto il possibile per dare un governo all’Italia. Sono gli altri che hanno detto di no”.
Questo “double standard” spiegherebbe anche, razionalmente, perché si sono spacciati per principi irrinunciabili principi che non lo erano. Che senso ha il rifiuto pregiudiziale della Lega, nei confronti del Pd? Che senso ha la scomunica di Silvio Berlusconi da parte del M5S? Quell’uomo, per usare un’espressione di Luca Ricolfi, “mica è radioattivo”. E che senso ha avuto il rifiuto pregiudiziale di qualsivoglia alleanza di governo da parte di Renzi? Insomma, quello che abbiamo sotto gli occhi è il risultato che tutti hanno voluto. E si può soltanto provare a spiegare perché lo hanno voluto.
La situazione attuale è caratterizzata dalla concomitanza di due fenomeni devastanti: la situazione economica e l’eccesso di promesse elettorali. Nei mesi avvenire verranno al pettine alcuni gravissimi nodi irrisolti, mine che esigerebbero una ventina di miliardi per essere disinnescate. E il problema è che, o quel denaro non si trova, e le conseguenze sarebbero drammatiche: si va dall’aumento dell’Iva fino al 25%, alle reazioni “europee” e possibilmente all’allarme delle Borse. Oppure quel denaro si trova, strangolando il popolo con le tasse: quella stessa gente che prima si era sentita promettere i pasti gratis del reddito di cittadinanza e la riduzione della pressione fiscale, con la flat tax. È ovvio che il governo in quel momento in carica non avrà nessuna colpa della situazione descritta, ma è altrettanto ovvio che proprio ad esso la gente darà la colpa. Mentre prima nulla ha rimproverato ai governi che hanno spazzato la polvere sotto il tappeto, getterà la croce sull’esecutivo colpevole soltanto dell’enorme stupidità di aver voluto entrare a Palazzo Chigi. Ma così va il mondo. 
Chiunque andrà al governo sarà impopolare quanto e più di Mario Monti e di Elsa Fornero. Se poi si pensa che i partiti che si sono dichiarati vincitori sono quelli che hanno formulato i programmi più utopici e più devastanti, è ovvio che andare al governo con loro sarebbe da incoscienti. 
Ed ora passiamo in rassegna le varie formazioni, per vedere come questo quadro rientra nel loro orizzonte. 
Il M5S, troppo felice all’idea di andare al potere, troppo incosciente per misurare l’entità dei rischi e incapace di misurare l’irrealizzabilità delle sue promesse, è forse stato l’unico che veramente voleva andare al governo. Ma, per come si è comportato, ha esso stesso reso la cosa impossibile. Fra l’altro non si capisce se veramente l’eventuale alleanza con Berlusconi sarebbe stata tanto indigeribile per i suoi elettori (neanche nel corso di cinque anni?), o se non sia stata una scusa per proporre una società in cui il Movimento rimanesse comunque il socio di maggioranza. 
Il Pd, non dimentichiamolo, è il principale responsabile dell’attuale, drammatica situazione economica, mentre il Movimento, almeno fino ad ora, ne è del tutto innocente. E tuttavia Renzi e i suoi amici, realisti, si dicono: “Se proprio qualcuno deve raccogliere i cocci, perché dobbiamo farlo noi, visto che la gente ci perdona per il passato? Meglio che lo facciano altri. Noi aspettiamo il prossimo turno”. Dopo avere assaggiato una legislatura dominata dal Movimento la gente potrebbe pensare che “si stava meglio quando si stava peggio”. E ciò potrebbe far risuscitare il Pd dalle sue ceneri.
Il comportamento di Salvini è stato il meno chiaro, perché non si sono capite le sue vere intenzioni. Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni sono stati risoluti nel non compromettersi con un partito dai programmi impossibili, dall’organizzazione demenziale e dalla vocazione antidemocratica. Anche loro, come Renzi, hanno visto un futuro soltanto nell’opposizione.
Questa serie di posizioni spiega anche il rifiuto della fiducia al governo del Presidente. I partiti sanno che, anche se neutrale, ciò non gli impedirà di essere molto impopolare, visti i provvedimenti che dovrà adottare. Così, non gli votano la fiducia in modo da potersi esimere da ogni responsabilità. Sempreché non spingano la loro audacia fino a contrastare i suoi provvedimenti, in Parlamento, facendo rischiare all’Italia il disastro, e mettendo in discussione la democrazia. Tutto è possibile.
Attualmente si dice dunque che il governo del Presidente, privo della fiducia, ci porterà alle elezioni al più presto. Forse perfino nel mese più caldo e balneare dell’anno: luglio. E la fretta potrebbe spiegarsi così: questo governo avrà davanti a sé un compito che lo farà odiare, e allora che duri il meno possibile. Al resto penseranno le nuove elezioni. Ma quale ne sarà il risultato? 
Dal momento che il Santuario di Delfi era chiuso, l’ultima volta che ci sono stato, bisognerà accontentarsi di qualche ipotesi. Essendo escluso che si riformi significativamente la legge elettorale, i principali risultati sono due: o il M5S incrementerà di molto i suoi voti, fino ad andare al governo da solo, e allora raccomandiamoci l’anima a Dio. Oppure, dopo questo assaggio di vera politica, molti dei suoi elettori saranno delusi, e ritorneranno in gioco partiti seri come il Pd, Forza Italia e – sperabilmente – una Lega meno delirante. Ancora una volta: chi vivrà vedrà. Forse addirittura essendo soltanto moderatamente contento di essere vissuto per vedere ciò che vedrà.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
7 maggio 2018




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POLITICA
6 maggio 2018
FIGLIO DI PUTTANA
Fra i ragazzini, nella Sicilia del tempo che fu, l’insulto più frequente era “figghibbuttana”, figlio di puttana. L’insulto, ho poi visto, è internazionale: fils de putain, Hurenkind, hijo de puta, e soprattutto son of a bitch. Insomma quell’espressione deve avere una sua perversa attrattiva. 
Come è ovvio, l’offesa non riguarda tanto la persona quanto la sua (incolpevole) origine. E tuttavia si riferisce anche al destinatario. L’essere venuto al mondo in quelle condizioni fa pensare ad un ragazzino cresciuto in un quartiere degradato, senza padre, più per strada che in casa, certo più dedito a rubare che a studiare. E tuttavia questo ritratto picaresco, nella Sicilia poverissima di un tempo, aveva qualcosa di positivo. Quell’infame destino - si pensava – aveva obbligato il malcapitato a destreggiarsi nelle condizioni peggiori, al punto che “figlio di puttana” finiva col corrispondere a furbo, abile, capace di cavarsela. Non raramente, qualcuno che voleva sottolineare con quanta abilità si fosse tirato fuori da un tranello, a un certo punto diceva: “Ma io, che sono figlio di puttana…”
In questi giorni, se mi è permesso usare la definizione in questo senso positivo, mi è capitato di fare l’ipotesi che Matteo Salvini sia un gran figlio di puttana. Premetto che trovo quell’uomo sgradevole, innanzi tutto fisicamente. Poi trovo inaccettabile il suo programma politico, non meno assurdo e disastroso di quello dei “grillini”. Basti dire che è del tutto impraticabile l’idea di impacchettare seicentomila clandestini e rimandarli a casa loro, mentre di quella casa ci manca l’indirizzo e del resto, arrivando a destinazione, i malcapitati potrebbero trovare il portone chiuso. Infine ho trovato incomprensibile la sua insistenza sull’idea di contrarre un’alleanza con un M5S in pieno delirio di onnipotenza, oltre che afflitto da un programma cangiante e perfino più disastroso del suo. Insomma la Lega nella versione Salvini è un partito antisistema, inaffidabile e nocivo. Per questo speravo caldamente che lasciasse Berlusconi e andasse a rompersi il collo con Di Maio. Fino a mostrare agli italiani di che cosa quei due erano capaci.
Sappiamo com’è andata. Ma se fosse vera l’ipotesi del figlio di puttana, ne risulterebbe che Salvini ha coscientemente menato per il naso tutti. Il gaglioffo avrebbe sempre saputo della preclusione sul nome di Berlusconi e non avrebbe mai avuto l’intenzione di mollarlo. Saltellando come un banderillero, avrebbe usato le trattative per sfiancare il M5S, facendolo apparire come un partito perfino peggiore degli altri, perché incapace di andare al potere. Missione compiuta.
Tuttavia - mi direbbe uno scienziato - un’ipotesi vale secondo la quantità di quesiti cui dà risposta. Ed allora la domanda è: che senso ha, nell’imminenza delle consultazioni di domani col Presidente della Repubblica, che egli insista ancora sull’incarico ad un esponente del centrodestra per formare un governo temporaneo sostenuto da una sorta d’alleanza col M5S?
Se Salvini fosse quel figlio di puttana che si diceva, lo schema potrebbe essere il seguente. Attualmente fa sapere urbi et orbi che, malgrado tutto ciò che è avvenuto (“scurdammocce o passato”) il centrodestra è disposto ad un’alleanza col M5S per sostenere il governo del Presidente. Se il Movimento dirà di sì, Salvini sarà il salvatore della Patria. Se invece – ovviamente - dirà di no, ecco trovato il tema della prossima campagna elettorale. Basterà dire: “Noi eravamo pronti a fare gli interessi del Paese e il Movimento, che già non ha saputo andare al governo in marzo, si è di nuovo messo di traverso. Ciò dimostra che è un partito antisistema e, se gli si dà il voto, lo si spreca. Anzi si danneggia l’Italia”. In altre parole Salvini gli lascerebbe il cerino acceso fra le dita, fino a carbonizzargli i polpastrelli.
Non è detto che sia un progetto balordo o inverosimile. E tuttavia, dopo tutto questo, Salvini continua a non piacermi. Come non mi piace Di Maio. Ma quest’ultimo non lo definirei figlio di puttana.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
6 maggio 2018




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POLITICA
5 maggio 2018
LA POLITICA DELL'IRREALTA'
L’attuale situazione politica ha radici che conducono parecchio più lontano dalla cronaca. Immaginiamo un uomo che soffre da anni di una malattia. Il suo medico curante ha fatto tutto il possibile, senza risultati, e l’interessato alla fine cerca una soluzione diversa. Se è colto e razionale, chiede ad altri medici se esista una terapia differente. E se non ottiene nulla, ne deduce che la scienza non può aiutarlo. 
Ma c’è chi, quando il medico non risolve il suo problema, non mette in dubbio la sua terapia, mette in dubbio la stessa scienza. Infatti, non cambia medico: si rivolge ai guaritori, ai maghi, ai rimedi miracolosi. 
Questi comportamenti non dipendono da particolari della personalità, riguardano il nocciolo di ciò che una persona è. Chi ha una mentalità scientifica non riesce a prendere sul serio l’idea che si possa curare il cancro con la dieta o col bicarbonato. Neppure se è in punto di morte. Né può lasciarsi convincere da chi gli rivela che un certo prodotto esotico funziona eccome: perché sa che la medicina accetta qualunque rimedio, quando funziona. Anche quando non sa perché. Se dunque quella terapia non è inclusa nei testi di medicina, è semplicemente perché non funziona.  Nella mentalità scientifica non c’è molto posto per il complottismo.
Chi invece è convinto che anche la scienza è opinabile; che “i medici in fondo non ne sanno molto più di noi” e che “nella realtà ci sono molti più misteri di quanto crediamo”, anche se è un chimico, un astronomo o un medico, è qualcuno che ha una notevole tendenza verso il sogno e la fantasia. Forse ha un’anima d’artista, certo non crede alla scienza.
Un intero popolo non può avere una mentalità scientifica. Le religioni risalgono alla preistoria, il metodo scientifico è nato nel Seicento. La mitologia greca era già meravigliosa e completa secoli prima di Cristo, mentre Anassagora fu condannato per avere affermato che il Sole non era un dio ma una pietra infocata. Tuttavia, fra i vari popoli esistono livelli diversi di informazione e di razionalità. Con un referendum, gli elettori svizzeri hanno rigettato l’ipotesi del reddito di cittadinanza, mentre in Italia il Movimento 5 Stelle ha avuto uno straordinario successo offrendo proprio quel beneficio.
In democrazia si prevale convincendo il popolo. E se il popolo ascolta il canto delle sirene, vince le elezioni chi canta meglio. Così si spiega da un lato la montagna di promesse mirabolanti e dall’altro la rancorosa, esasperata delusione nei confronti dei politici.
Il quadro sembra una descrizione del M5S, la cui sostanza si può dire sia astrazione, sogno, religione, fanatismo, infantilismo e mitologia. Ma dirne male corrisponderebbe a condannare il sintomo piuttosto che la malattia. Il “colpevole”, se proprio deve esserci un colpevole, non è il Movimento: è il corpo elettorale che lo premia. E che non si tratti soltanto di quel partito, è provato dal fatto che ha avuto successo la Lega, anch’essa prodiga di promesse mirabolanti, di soluzioni immaginifiche e irrealistiche, insomma pasti gratuiti per tutti. Del resto, anche i partiti meno irrazionali, come Forza Italia o il Partito Democratico, pur di non essere lasciati indietro, hanno scimmiottato gli stessi programmi fantasiosi ed hanno taciuto sulle tremende scadenze finanziarie che ci attendono. 
È proprio questa insufficiente stima della razionalità e della realtà concreta che spiega anche l’attuale stallo politico. I partiti hanno atteggiamenti profetici e manichei – in fin dei conti religiosi – e non possono abbassarsi ad una discussione pacata con i rivali, in vista di un compromesso. Se tutto è andato male, fino ad oggi, è perché hanno comandato loro, i cattivi, ora ci siamo noi, i buoni, e non soltanto faremo miracoli ma li faremo senza lasciarci condizionare dai cattivi. Nessun contatto con loro, dunque, nessuna alleanza. Se proprio dovessimo arrivare ad un accordo lo chiameremo “contratto”, per sottolineare che non ci fidiamo.
Il fatto è che la stramaledizione dell’avversario è stata lo strumento della vittoria e quella stramaledizione non la si può rinnegare dopo la vittoria.  Così si arriva alle chiusure totali. Il Movimento, dopo avere proclamato con gran rinforzo di fanfare di avere vinto le elezioni, ha seguito la propria natura di “inassimilabile”, ha sputato fiele e disprezzo sugli altri, è arrivato alla solitudine, all’impotenza, ed ora schiuma di rabbia constatando di non aver vinto niente. È stato capace soltanto di dare il cattivo esempio e di rendere ingovernabile il Paese. 
Con gli atteggiamenti fanatici, con i veti, con gli anatemi in democrazia non si va lontano. Ma, si sa, questo regime è poco adatto ai popoli emotivi e poco informati.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
4 maggio 2018




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POLITICA
3 maggio 2018
IL GOVERNO DEL PRESIDENTE
Se, dopo le prime difficoltà, il Presidente Mattarella avesse cercato di costituire il cosiddetto “governo del Presidente”, tutti avrebbero detto che non aveva voluto esplorare tutte le strade. Allo stato attuale, invece, se deciderà di proporlo, nessuno potrà rimproverargli nulla.
Va segnalato che, malgrado il parlare che si fa di governi di transizione, governi balneari, governi ponte, governi di garanzia, governi di scopo e governi del Presidente, si tratta soltanto di immagini giornalistiche. La Costituzione prevede soltanto un governo che abbia ottenuto la fiducia di ambedue le Camere. Formalmente il Presidente del Consiglio dei Ministri incaricato si presenta alle Camere, espone il suo programma e, se questo programma piace, i parlamentari gli concedono la fiducia. Sostanzialmente – è ovvio - la musica è del tutto diversa.
Il Presidente incaricato in tanto si presenta alle Camere, in quanto abbia già ottenuto la promessa della fiducia. Addirittura, già prima, il Presidente della Repubblica in tanto gli ha affidato l’incarico in quanto egli abbia già dimostrato, salvo sorprese, di essere sostenuto da una maggioranza. Detto di passaggio, è questa la difficoltà contro cui va incontro Salvini, quando chiede l’incarico per “andare a cercarsi i voti in Parlamento”.
Il problema attuale è che non si riesce a mettere insieme una maggioranza. E allora come mai questa maggioranza si dovrebbe costituire, per miracolo, per sostenere il “governo del Presidente”?
Qui si apre il grande libro delle ipotesi. Il Presidente Mattarella potrebbe offrire ai vari partiti un programma minimo; potrebbe proporre di nominare dei ministri di tutti i partiti coinvolti, in proporzione dei loro parlamentari, e chiedere infine, per il bene del Paese, che tutti votino la fiducia a questo governo e lo sostengano per il tempo necessario a portare a termine il programma concordato.
Naturalmente ci si può chiedere se sia possibile formulare quel programma minimo. Se cioè gli attuali partiti in Parlamento siano d’accordo su qualcosa. Bisogna infatti stabilire come comportarsi con l’Unione Europea, quale linea di politica internazionale seguire, come far fronte agli impegni finanziari, come tener fede ai patti sottoscritti e come evitare che scattino le clausole di salvaguardia (in particolare l’aumento dell’Iva fino al 25%). È un’ipotesi ottimistica ma, come si dice, non bisogna porre limiti alla Divina Provvidenza. 
Facciamo ora il caso che il Presidente non riesca a mettere d’accordo i partiti. Ci sarebbe un’ultima mossa, da fare? Anche qui, bisogna distinguere l’apparenza dalla sostanza. 
Apparentemente, non essendoci un accordo neanche per un “governo istituzionale” (ancora una denominazione!) il Presidente dovrebbe sciogliere le Camere e avviare il Paese verso nuove elezioni. Ma nella sostanza gli rimarrebbe ancora una soluzione: potrebbe incaricare una persona di sua fiducia di costituire un governo, con un programma minimo, e mandarlo a chiedere la fiducia delle Camere. Sembra una mossa senza speranza, e tuttavia con essa egli passerebbe il cerino acceso ai partiti. Questi infatti si troverebbero a doversi assumere dinanzi alla nazione la responsabilità di avere provocato lo scioglimento delle Camere, con i possibili danni, anche a livello internazionale, per il Paese.  Inoltre, mentre le direzioni dei partiti parlerebbero di politica, i singoli parlamentari penserebbero che, o votano la fiducia a quel governo, o vanno a casa. E non hanno nessuna garanzia di essere rieletti. Ciò li renderebbe molto proclivi a parlare della saggezza del Presidente, della ragionevolezza del programma, delle necessità del Paese e di ogni altro sacro principio che gli consenta di mantenere il seggio in Parlamento. 
Queste considerazioni pragmatiche consentirebbero inoltre di creare una maggioranza. Infatti le due grandi formazioni, il M5S e il centrodestra, non potrebbero che dire di sì, per non assumersi la responsabilità dello scioglimento delle Camere. E sarebbero la maggioranza di fatto. Esse si direbbero obbligate dal destino e dal rispetto dovuto al Presidente della Repubblica a questa alleanza innaturale e temporanea, ma intanto saremmo usciti dal guado. Il governo, in un modo o nell’altro, farebbe fronte alle scadenze improcrastinabili, e accompagnerebbe la nazione verso una nuova legislatura. Male che vada, ci terrebbe compagnia fino al gennaio dell’anno venturo.
Pd e – forse – Fratelli d’Italia potrebbero cavarsi lo sfizio di votare contro, ché tanto, i loro parlamentari non rischierebbero di perdere il seggio. 
Che tristezza, che la guida di un grande Paese debba dipendere da considerazioni di bassa bottega come queste. Ma ci possiamo consolare con l’idea che attualmente, in Turchia, cose del genere non si potrebbero verificare.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
3 maggio 2018




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POLITICA
2 maggio 2018
BILANCIO SU RENZI
Matteo Renzi ha qualità eccezionali, ma in un certo senso arcaiche. Sin dal suo apparire ha dato l’impressione di essere più un uomo di spada che di toga, come Cesare. Ha suscitato una sorta di entusiasmo - per il suo modo di esprimersi chiaro e semplice - e soprattutto ha fatto nascere grandi speranze per il suo modo risoluto di affrontare i problemi: aggressivo, diretto, ai limiti della brutalità. Molti - anche persone che per età, passato politico e mentalità avrebbero dovuto essere lontanissime da lui - hanno pensato che un simile uomo avrebbe provocato qualche danno e ferito qualcuno, ma l’Italia aveva un grande bisogno di rinnovamento e la frittata non si fa senza rompere le uova. 
Questo quadro gli aprì un grande credito. Quell’uomo sembrava la risposta al lamento di Nanni Moretti, la volta che, parlando della sinistra, gridò: “Con questi dirigenti non vinceremo mai!” Con Renzi rinasceva la speranza di ripresa del Pd e dell’Italia. 
Ma quell’uomo non era Cesare. La caratteristica che l’avrebbe distrutto apparve dapprima come una urticante mancanza di stile. Ma poi l’arroganza, la tendenza a disprezzare gli altri e a farsi inutilmente dei nemici cominciarono a divenire sempre più evidenti, e così la quantità di persone che passava dalla simpatia all’antipatia aumentò costantemente. 
Il senso di tutta la storia divenne chiaro. Renzi aveva risolutezza, coraggio e una bella natura di condottiero, ma non era padrone del proprio carattere. Un po’ come lo scorpione che punse la rana che lo traghettava, facendo morire entrambi. Per ogni azione sbagliata avrebbe potuto dire: “È la mia natura”.
Anche chi è nato per essere un vincitore dovrebbe sapere che, se pure non bisogna fermarsi per paura di farsi dei nemici, bisogna farsi molti amici. Renzi invece, per dimostrare continuamente di essere il più forte, ha ferito tutti quelli che gli stavano intorno fino a creare lui stesso la congiura contro di sé. 
Anche nei rapporti col popolo ha esagerato. Quando cominciò a temere di non vincere il referendum, divenne così insistente, così onnipresente, così importuno - a forza di sbucare da ogni schermo televisivo - da trasformare quella che forse sarebbe stata soltanto una sconfitta in una disfatta epocale. Le stesse folle che l’avevano applaudito, il 4 dicembre del 2016 gli gridarono di andarsene, e tutti si attendevano che sparisse (come aveva promesso) o almeno cambiasse comportamento. Ma lui non poteva farlo. Perché uno scorpione rimane uno scorpione. E da quel momento cominciò ad inanellare soltanto sconfitte. 
Le nubi si addensavano anche per le elezioni del marzo 2018 e, forse ipotizzando un cattivo risultato, il nostro capitano di ventura approfittò del suo potere di segretario (carica strappata col suo ultimo residuo di popolarità) per compilare una lista di candidati che includeva soltanto personaggi a lui fedeli. Così fu sicuro di rimanere padrone, se non del partito, dei suoi eletti.
Le elezioni confermarono le peggiori previsioni. La sconfitta fu di tali dimensioni da costringere persino un uomo irriducibile come lui a presentare le dimissioni. Anche se è vero che tentò di presentarle a modo suo: “Mi dimetto, ma le dimissioni saranno effettive dopo la costituzione del nuovo governo”. Una novità giuridica ed istituzionale, che l’iItalia non tollerò. I fischi furono tali che le dimissioni dovettero divenire subito effettive. E qui siamo al presente. 
 Dopo le elezioni, il Pd si trovò ad essere, per la prima volta, del tutto irrilevante. E qui Renzi dimostrò una grande lucidità. Le due grandi formazioni vincenti non potevano allearsi. Quanto al Movimento 5 Stelle, o non sarebbe riuscito a formare un governo, o avrebbe dato pessima prova di sé. La cosa migliore era sedersi sul bordo del fiume e aspettare. 
Ottima strategia, nella sostanza. E comunque la pattuglia dei suoi personali eletti avrebbe sempre potuto impedire un’alleanza fra M5S e Pd, se mai si fosse profilata. Un risultato che avrebbe ottenuto anche senza mai aprire bocca. Ma la hybris era la sua malattia. Così ha detto e ripetuto, senza che ce ne fosse la necessità, che il Pd non si sarebbe alleato con nessuno. E quando si è profilato un dialogo (privo di sbocchi) col M5S, a quarantotto ore dall’incontro è andato in televisione – RaiUno, prime time - a dire che sbarrava la strada al Movimento. Così ha ottenuto di apparire non come il semplice “senatore di Scandicci” ma come colui che, senza averne l’autorità, guidava il partito dal sedile posteriore. 
Un carattere ai limiti del patologico. Non si era fatto in tempo a dire che stava facendo la cosa giusta che lui ha fatto quella sbagliata. Accelerando di qualche ora una rottura inevitabile ha fatto sì che tutti gliene dessero la responsabilità. L’alleanza era impossibile, ma ora si dice che è stato Renzi a renderla impossibile. Così si è procurato una dose aggiuntiva di odio universale. 
Quest’uomo è insalvabile. Le rare volte in cui ha ragione, s’incarica lui stesso di passare dalla parte del torto.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
2 maggio 2018




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POLITICA
1 maggio 2018
IO PERSONALE, IO IMPERSONALE
In ognuno di noi convivono un io personale e un io impersonale. Di fronte ad ogni dubbio sentiamo che potremmo comportarci come chiunque altro – e questo è l’io impersonale – o potremmo comportarci in un modo che corrisponde alla nostra natura e alle nostre convinzioni. “Io soffro di un eccesso di io personale”, dicevo già da adolescente. E infatti in quegli anni sono stato un totale disadattato.
L’io impersonale è tutt’altro che trascurabile. È la voce dell’ambiente, del condizionamento, della società. Della morale, a conti fatti. Infatti morale significa “costumi” e dunque modelli correnti di comportamento. Chi non desse nessun ascolto a quella voce forse finirebbe in galera. Però è anche vero che essa è invadente e importuna. Spesso prova ad imporci comportamenti cervellotici, che però a tutti sembrano normali. Per esempio, soprattutto in passato, era talmente pericoloso astenersi dalle irrisioni degli omosessuali, che parecchi di loro, per non farsi identificare, si davano anch’essi ad irridere gli omosessuali. Ebbene, io questo non l’avrei mai fatto. Non avevo molte speranze di integrarmi. 
Del resto, ero tutta una collezione di “stranezze”. Davo del lei alle prostitute. Difendevo un cavallo se lo vedevo frustare per strada. Amavo la scuola ma non per questo studiavo più del minimo. E durante il compito in classe, anche se tutti copiavano, non copiavo da nessuno. 
Da vecchio, faccio ora l’ipotesi che perfino le nazioni abbiano un io impersonale. L’io spartano per esempio imponeva il militarismo, il coraggio, la devozione allo Stato. Non era concepibile che qualcuno dicesse: “Io preferisco occuparmi di letteratura”. E infatti non ricordo nessun autore che fosse uno spartiate. Viceversa l’io impersonale italiano, rispetto ad altri, non è invadente. Impone un moralismo di facciata ma in compenso l’io personale è estremamente benevolo nei confronti di sé stesso. Così si spiega come il coro dei moralisti sia assordante, mentre il livello di civismo e di onestà in generale non sia tale da soffocarci.
Tutto ciò può rendere molto curiosi riguardo ad una società in cui l’io impersonale è potentissimo. Ci si può infatti chiedere come funzioni una società, come quella giapponese, in cui l’impersonale è talmente forte che, pure se ho la massima stima di quel Paese, avrei paura a viverci. Quale spazio è lasciato al singolo di essere sé stesso? Io vado in giro in sandali, senza calze, in estate come in inverno. Qui è considerata una semplice stranezza, in Giappone la cosa sarebbe notata o no? In Italia, se qualcuno ne ha voglia, mi chiede: “Non hai freddo ai piedi?”, mentre nella buona società inglese nessuno lo farebbe (quanto meno se dà ascolto al suo io impersonale), perché quella domanda costituisce una personal remark, che nessuna persona beneducata si permette. Ma è soprattutto in materia di dovere e di onore che l’io impersonale giapponese appare talmente severo da richiedere perfino sacrifici umani.
In questo senso il bushido, l’antico codice di comportamento dei samurai, suscita insieme una reverente ammirazione e una sfumatura di terrore. Il samurai è intransigente riguardo al proprio dovere di onestà, lealtà, giustizia ed eroico coraggio. Deve sempre essere veridico (al punto che per lui non esiste la “parola d’onore”, tutte le sue parole sono d’onore), e infine anche gentile e compassionevole. Bellissima la motivazione per il rifiuto di essere crudeli: il samurai è gentile anche con i nemici perché è talmente forte, da non aver bisogno di dimostrare la sua forza. Interessante è anche vedere chi è il giudice di questo comportamento: è lo stesso samurai. È a sé stesso che deve rispondere dell’adempimento del proprio dovere. È lui stesso che deve condannarsi a morte (seppuku) in caso di violazione. 
Un simile uomo è superiore agli altri non tanto perché eccelle nell’uso delle armi, quanto perché si è costruita una personalità adamantina di superuomo. Un’immagine di sé che rischia di pagare con la vita, ma che gli darà sempre una confortante, inattaccabile autostima.
Infine ci si può porre un quesito: questa mentalità sarebbe buona o cattiva, se la si adottasse per l’intera società? È ovvio che, in un mondo di lupi disonesti, l’individuo isolato che seguisse quelle regole si porrebbe in condizioni d’inferiorità. Viceversa, se quelle regole fossero seguite da tutti, in quella società ideale si vivrebbe molto meglio che altrove. 
In un Paese come il nostro, bisogna provare a vivere secondo il bushido ma senza esagerare, in modo da proteggersi da chi non l’adotta. Bisogna amare le gare di generosità, ma bisogna rispondere all’occasione pan per focaccia e perfino battendo in slealtà l’avversario sleale. I nostri migliori principi servono a far vivere bene noi, non a permettere agli altri di approfittare di noi. 
E così finisce che il consiglio migliore rimane quello di Epicuro: lathe biosas, vivi nascosto. Se si ha la possibilità di vivere da eremiti, nella propria casa, con un buon compagno o una buona compagna, si è più ricchi che possedendo un impero.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
1° maggio 2018




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POLITICA
30 aprile 2018
PER GLI INTERESSATI: I RISULTATI DEL FRIULI
Per le elezioni nel Friuli Venezia Giulia, la maggior parte dei commenti sono in queste direzioni: trionfo leghista, tonfo dei Cinque Stelle. Lettura che, guardando ai numeri, si può in parte di contestare.
Il paragone non va fatto fra le attuali elezioni regionali e le recenti elezioni politiche, sia perché il loro significato è ben diverso, sia perché, in base alla legge elettorale vigente, nelle politiche esiste anche l’influenza dei collegi uninominali. Dunque paragoniamo soltanto i dati delle elezioni regionali attuali con quelle del 2013 (dati dal Corriere della Sera).
Centrosinistra: 2013 39.39%, 2018 26.81% (-12,58%)
Centrodestra: 2013 39%, 2018 57,16% (+18,16%)
M5S: 2013 19,21% 2018 11,68% (   -7,63%)
Detto in altro modo, rispetto ai propri voti del 2013, il Csx ha avuto un 32% di voti in meno; il Cdx un 46% di voti in più; il M5S un 29% di voti in meno. Comunque si voglia leggere il risultato, la cosa più netta è la vittoria del centrodestra e, simmetricamente, il notevole arretramento degli altri partiti. Ma fra i perdenti il più danneggiato non è il M5S, è il centrosinistra. Infatti percentualmente il Movimento ha perso quasi la metà in meno del centrosinistra (7,63% contro 12,58%). Probabilmente, se i giornali hanno titolato “Tonfo del M5S”, è perché fa più rumore la sconfitta della capolista che quella di chi lotta per non retrocedere. 
Ha influito anche il fatto che tutte le indagini demoscopiche, fino ad ora, hanno detto che, se si andasse presto a nuove elezioni, probabilmente il M5S aumenterebbe i suoi consensi. E invece alla prima prova il risultato è l’opposto. Ma, come si diceva, un conto sono le politiche un altro conto sono le regionali.
La sconfitta del Movimento invece potrebbe avere un altro significato. Finché un partito lo si sente in crescita e vincente – soprattutto se esso partito punta molto sull’emotività dell’elettorato - i suoi consensi tendono ad aumentare. Se invece comincia a perdere l’aura d’invincibilità e di inarrestabile progresso, le cose possono cambiare molto. E ci si può chiedere se non sia proprio ciò che sta avvenendo.
Riguardo alle previsioni d’incremento di voti del Movimento, non tutto il vento spira a suo favore. Non lo rafforza il tempo trascorso dal 4 marzo: il Movimento doveva fare qualcosa che nessuno ha fatto, cioè rivoluzionare l’Italia, e invece non riesce a fare ciò che tutti gli altri hanno fatto, cioè costituire un nuovo governo. Sarebbe tanto strano che gli elettori fossero delusi?
Giocano poi contro di esso l’annacquamento del programma, rispetto a quello a suo tempo votato dagli attivisti; le aperture verso l’Europa e l’euro, prima tanto risolutamente contestati; l’insistenza di Di Maio sulla sua volontà di essere nominato Primo Ministro, come se ne dipendesse il destino dell’Italia e lui fosse insostituibile; la disponibilità ad allearsi sia con la destra di Salvini, sia con la sinistra del Pd, quasi che fossero equivalenti, o quasi che il Movimento tenesse più ad andare al governo che a realizzare un dato programma; ha anche pesato la quasi assenza, o comunque la scarsa visibilità di Beppe Grillo, che se non suona come una sconfessione, certo non appare una forma di risoluto sostegno. E come se non bastasse qualche effetto avrà avuto il diluvio di critiche, ed anche di irrisioni, che si è abbattuto sul Movimento. Insomma, i dirigenti di quel partito non dovrebbero chiedere tanto spavaldamente di andare subito alle elezioni. I consensi potrebbero certo aumentare. Ma potrebbero anche diminuire.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
30 aprile 2018




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POLITICA
30 aprile 2018
RENZI CHIUDE
L’ideale sarebbe che il nostro nemico avesse sempre torto. Perché, se una volta ha ragione, ci crea problemi. Infatti, se non lo riconoscessimo, saremmo disonesti. E se gli dessimo ragione, i terzi ci chiederebbero: “Ma tu non eri quello che gli dava torto?” Come se ci fossimo impegnati ad andargli contro quand’anche lui dicesse che sei per sei fa trentasei.
L’unica soluzione, in questi casi, è essere pronti a sentirci criticare non soltanto quando lo meritiamo (capita a tutti) ma anche quando non lo meritiamo. 
Matteo Renzi ha sbagliato tanto, nella sostanza e nella forma, ed ha fatto tanto male al Partito Democratico, da essersi reso odioso. Prima a chi ha la puzza sotto il naso, poi ai suoi colleghi di partito, infine a milioni di italiani, come si è visto il 4 dicembre del 2016, il giorno che ha messo definitivamente punto alla sua parabola ascendente. Molti hanno votato no perché trovavano quella riforma pericolosa e autoritaria. Io infatti la riassumevo nella formula: “Un uomo solo, al comando di un solo partito, al comando dell’intero Parlamento”. Quell’uomo solo era Renzi, ma sarei stato contro chiunque altro.  E tuttavia ci si deve chiedere quanta gente, allora, invece di guardare alla sostanza della perniciosa riforma, nel voto abbia soltanto visto l’occasione per mandare a casa un bullo insopportabile.
Ma quest’uomo che – come Mida – avrebbe voluto conquistare un impero ed ha invece distrutto il suo regno, ha avuto torto nel chiudere la porta al M5S? A mio parere no. Basta allineare alcuni dati. Il M5S ha avuto quasi il doppio dei voti del Pd. Un’eventuale loro alleanza non può certo essere conclusa per realizzare il programma del partito più piccolo. Il socio di minoranza può ottenere qualche temperamento e qualche concessione, ma non bisogna sperare l’impossibile. Il partito leader rimane il più forte e, fondamentalmente, il programma di quella maggioranza rimane il suo. Considerando il programma del M5S che cosa si deve prevedere? O che il programma non sia realizzato, e gli elettori saranno molto delusi; oppure che il programma sia realizzato, e il Paese va a catafascio. Perché quel programma è demenziale. Ciò posto, a che scopo associarsi al disastro, soprattutto tenendo presente che l’alleanza può sempre servire per sostenere che il disastro è colpa dell’alleato minore, e non propria?
Associarsi al M5S non serve a salvare il Paese, perché quel Movimento non lo salverà, e non serve a rilanciare il Pd, perché esso rischia di essere coinvolto nella sconfitta. Dunque l’inopportunità dell’alleanza è nei fatti. E abbiamo la controprova. Immaginiamo che il 37% l’avesse avuto Forza Italia. Sarebbe stato inconcepibile che il Pd si alleasse con Berlusconi, su un programma comune? Certo che no. Sia il Pd, sia Fi sono oggi accreditati della qualifica di “moderati” e centristi. Ambedue tengono conto degli impegni finanziari italiani derivanti dal debito pubblico; ambedue intendono tenere fede agli accordi europei; ambedue sanno che la legge Fornero non può essere toccata, senza che ne conseguano gravi problemi per l’Inps, cioè per l’Italia. Dunque non si tratta del fatto che il Pd ha rovinosamente perso le elezioni, si tratta del fatto che Pd e M5S sono incompatibili. Una loro alleanza, se dà al Movimento la soddisfazione di andare al governo, dà anche al partito di Renzi l’occasione di sparire dalla storia. Dunque si comprende il suo risoluto: “No, grazie”. Meglio morire di morte naturale, se proprio è inevitabile.
Rimane da spiegare il perché dell’apertura di personaggi come Martina, Chiamparino, Fassino, e tanti altri che non sono il peggio del peggio. Che anzi, umanamente, sono indubbiamente preferibili a Renzi. Ma io non ne sono capace. Che veramente credano sia tanto importante dare un governo all’Italia, quand’anche fosse un pessimo governo? Che veramente credano che questa mossa salverebbe il Pd? Che veramente abbiano quella “fame di poltrone” di cui parlano i loro detrattori, anche se è un’ipotesi che non vorrei fare? Poco importa.  Mentre capisco il comportamento di Renzi, non capisco il loro. 
Ovviamente non condivido molte delle cose che l’ex Segretario ha detto in televisione. Addirittura preferisco che segretario resti Maurizio Martina e non torni Renzi. Ma mi sembra innegabile che l’uomo sbagliato, quello che ha fatto tanto male al Pd, è quello che sta salvando il Pd. E forse l’Italia.
Il M5S ha formulato un programma rovinoso ed ha spaventato parecchia gente. Se avesse potuto applicarlo senza alleati, come esso sperava e si proponeva, ne sarei stato contento, perché gli italiani avrebbero esattamente pesato il Movimento e pagato il fio della loro spensieratezza. Di fatto, l’arroganza e l’impegno della solitudine – dopo tanti proclami di vittoria – hanno impedito al Movimento di andare al governo, e forse il peggio ci è stato risparmiato. Anche se l’amaro calice potrebbe esserci ripresentato dopo le prossime elezioni. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
30 aprile 2018




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POLITICA
29 aprile 2018
PERCHÉ PARECCHI FILM SONO NOCIVI
Che siano nocivi i film in cui ci sono scene di violenza eccessiva, in cui si glorifica il crimine o si insegna a violare la legge, non è necessario dimostrarlo. Invece ci sono film di cui nessuno direbbe che possano essere nocivi, e tuttavia già lo sono per il genere cui appartengono: i film storici, i film fantastici e i film di fantascienza. 
Un uomo è orientato quando sa che cosa è verosimile e che cosa è inverosimile, che cosa è probabile e che cosa è improbabile. Soprattutto quando sa che non deve fidarsi di ciò che gli raccontano e deve valutare le fonti. Ebbene, al riguardo quei film sono proprio controindicati. 
I film storici sono una scommessa impossibile. Devono corrispondere a sentimenti e situazioni che il pubblico può capire, per avere successo, ma purtroppo sentimenti e situazioni cambiano nel tempo. Per esempio il Cinquecento fu un’epoca violenta, priva di scrupoli e non raramente criminale. Per conseguenza, colui che si vorrebbe presentare come un eroe fu sì un eroe, ma anche un gran figlio di puttana, secondo gli standard attuali.  E a questo punto il bivio è ineludibile. O si è fedeli alla storia, e il film disorienterà il pubblico e non piacerà, o la si adatta alla mentalità attuale e la storia è falsificata. 
Nel mondo moderno l’amore ha un grande peso e al contrario in molte parti del mondo e in molte epoche, le donne non hanno avuto importanza. Se si fa del rapporto fra Cleopatra e Marcantonio una storia d’amore (e lo fu) e si  trascura il contesto, non si capirà nulla. Per i romani, che qualcuno potesse rinunziare a Roma per una donna, e orientalizzarsi, era talmente inconcepibile che Marcantonio non era, come diremmo oggi, un precursore di Edoardo VIII, ma un traditore della patria. E non poteva che finir male.
Giulio Cesare è stato un uomo assolutamente eccezionale: un genio militare, un genio della letteratura e un genio della politica. Ma anche i congiurati che l’uccisero avevano buone ragioni che nessun film mai esporrà in modo convincente. Per tutti Cesare deve rimanere l’eroe senza macchia e senza paura, non il “dittatore a vita” che avrebbe potuto affossare le libertà repubblicane più di quanto non fece l’abile e prudente Ottaviano Augusto. Insomma, se si vede un film storico, poi bisogna precipitarsi a controllare tutti quegli avvenimenti su un buon libro di storia. Meglio se più d’uno.
Ancor più grave è il danno che possono fare i film fantastici. Abbiamo tanta difficoltà a digerire il fatto che se una persona cara muore non la rivedremo mai più, ed ecco i film fantastici ci presentano resurrezioni, velocità superiori alla luce, ritorni indietro nel tempo, profezie, apparizioni ed ogni sorta di miracolo, quasi alimentando le nostre più folli e inconfessate speranze.  Già è diseducativo il “happy ending” per il quale, nei film, il protagonista ha una fortuna sfacciata, il più debole vince sul più forte e Cenerentola, invece d’invecchiare fra la sporcizia, diviene una regina. Il mondo dei film fantastici pone in dubbio tutte le certezze negative e semina illusioni a piene mani. Addirittura i soggettisti arrivano ad inserire, nella trama, qualcuno che delle cose inverosimili giustamente dubita, per poi dimostrare (nel film) che quelli che avevano creduto all’inverosimile e insomma al falso, avevano ragione e aveva torto la persona ragionevole. 
Quanto a me, cerco sempre di mantenere vigile il senso critico, al punto che la mancanza di logica mi ha perfino avvelenato la fine dei “Fratelli Karamazov”. E Dio sa se Dostoëvskij è un artista. Ovviamente, per i film va anche peggio. Non appena sullo schermo avvengono cose inverosimili (scientificamente o logicamente) scatta in me un tale fastidio che a quel punto cambio canale o mi metto a leggere. Perché so che da quel momento, invece di divertirmi, annoterò mentalmente ogni “errore” e finirò con l’indignarmi. Anche i film d’azione sono insopportabili, quando esagerano: un uomo solo non vince contro un esercito; chi salta dal terzo piano schiatta, non si limita ad andar via zoppicando per qualche metro, e chi finisce all’ospedale non guarisce o quasi dopo mezz’ora, fino a strapparsi le bende e la flebo per correre a combattere contro i nemici. Una visita a qualunque ospedale smentisce questa leggenda. 
Insomma si deve tollerare qualche inverosimiglianza, in nome del divertimento, ma molti film sono nocivi. Soprattutto lo sono per le menti più deboli e inesperte. Quelli che già sono disorientati, andando al cinema lo saranno anche di più. Fino a pagarla cara.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
29 aprile 2018




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POLITICA
28 aprile 2018
L'AMBIENTALISMO
Non so se ambientalismo ed ecologismo siano sinonimi o quali siano le loro differenze, ma poco importa. Infatti il problema è: in che misura dobbiamo preoccuparci della Terra, considerando che siamo destinati a viverci noi e i nostri discendenti?
Per cominciare val la pena di ricordare una vecchia barzelletta. Un uomo sta male e va dal medico. Questi gli chiede se faccia troppo sport, se conduca una vita sregolata, se fumi, se si droghi, se beva alcool o abusi del sesso, e alla serie di risposte negative gli domanda: “Ma lei perché ci tiene a vivere?”
Il principio implicitamente enunciato vale per tutto. Per esempio per il denaro. Dal momento che molto difficilmente vivrò fino a cent’anni, perché dovrei mettere da parte denaro per poter vivere fino ai centocinquanta? Una parte la devo mettere da parte ma il resto me lo devo godere, al limite sprecandolo, ché tanto non posso portarmelo nell’aldilà.
Per la Terra è esattamente lo stesso. Non preoccuparci del futuro sarebbe da imbecilli, ma esagerare al punto da renderci la vita difficile sarebbe altrettanto stupido, se non di più. Soprattutto considerando che i nostri discendenti potrebbero anche trovare soluzioni per problemi che oggi ci sembrano insolubili. In ogni modo è risolutamente da rigettare ogni ecologismo eccessivo ed infantile.
È eccessivo l’atteggiamento di coloro che sembrano considerare l’uomo un abusivo. Non soltanto la Terra è anche nostra, ma è soprattutto nostra, perché siamo in grado di dominare sia la Terra sia gli altri esseri viventi. Per questa ragione, non soltanto continuerei a mangiare carne (se la carne mi piacesse) ma, potendo, ucciderei volentieri e senza il minimo scrupolo anche un miliardo di zanzare, se volessero impiantarsi nel mio territorio. Lo so che siamo tutti esseri viventi. Lo so che io sono soltanto uno e loro sono un miliardo, ma da un lato è vero che io non ho mai succhiato il sangue di una zanzara, dall’altro non m’importa un fico secco di ciò che dicono gli ambientalisti e perfino i francescani. Sorella Zanzara non ha il mio Dna e io non sono disposto a soffrire il bruciore e grattarmi a morte per amor suo. Viceversa considero delittuoso gettare sacchetti di plastica in mare, perché all’uomo non ne viene niente mentre i cetacei potrebbero morirne. Non dimentichiamo che sono mammiferi come noi, che soffrono come noi. L’ecologismo ragionevole è assolutamente doveroso, l’ecologismo fanatico va trattato per quello che è: una mania di competenza degli specialisti.
Ma l’ecologismo è anche un fenomeno sociale, l’atteggiamento di chi non se ne occupa quasi per niente, ma mantiene la tendenza infantile a dire di no a tutto, a priori, per semplice misoneismo, antiindustrialismo e perfino anticapitalismo. Comunque sempre con noncuranza rispetto alle conseguenze del proprio no. Questi adulti poco cresciuti, se trovano che qualcosa non è, ma potrebbe essere “nocivo”, si battono a morte – all’occasione perfino con la violenza – contro il progetto. Senza chiedersi a che cosa serve quell’opera, e chi pagherebbe i costi della mancata realizzazione. I bambini, quando fanno i capricci, non si preoccupano dei costi economici delle loro richieste. L’idea di fondo, la loro come quella degli ecologisti, è che tutto continuerà ad andare per il meglio checché loro facciano. Perché a tutto penseranno mamma e papà. 
La gente, per vivere, ha bisogno di una casa, di acqua, di elettricità, di riscaldamento e di strade, ma per gli ecologisti è una sacrosanta battaglia cercare di impedire la costruzione di edifici, di acquedotti, e di tutto il resto. Costoro andrebbero messi per un mese in una “prigione contrappasso”. Una tenda, anche in inverno, per chi è contro i gasdotti. Una casa normale con venti litri d’acqua a testa per chi non vuole un acquedotto. Forse anche i più arrabbiati smetteranno di lottare contro i tralicci, quando avranno assaggiato per un mese la puzza del lume a petrolio. Senza nemmeno la distrazione della televisione.
Ma questo è il lamento di chi ha conosciuto tutti i disagi che i giovani d’oggi ignorano, fame inclusa. E per questi ultimi quella che precede è una predica inutile. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
28 aprile 2018




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