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giannipardo@libero.it
POLITICA
22 luglio 2018
LA DIVINA COMMEDIA SCRITTA DA UNA SCIMMIA
C’è un ragionamento che è stato fatto molte volte per dimostrare che Dio esiste ed è l’autore del mondo come lo conosciamo. Una sveglia meccanica non è certo un congegno molto complesso e tuttavia si può immaginare che quell’orologio si sia assemblato da solo? Che da sole siano nate le ruotine dentate, la molla, le lancette, e poi si siano spontaneamente associate per farci svegliare la mattina?
E c’è di più. Una sveglia è infinitamente meno complessa di una formica. Ora, se non siamo riusciti ad immaginare una sveglia che si costituisca da sola, come potrebbero essersi costituiti da soli una formica, una tartaruga, un delfino o un uomo? Secondo i miscredenti fautori dell’evoluzionismo, questi organismi sempre più complessi si sono costituiti per caso, senza una mente che li abbia voluti creare. Ma, obiettano i creazionisti, se si dessero ad uno scimpanzé, che pure è una delle bestie più intelligenti, cassette intere di caratteri tipografici, quante possibilità ci sarebbero che la scimmia, a forza di mettere insieme lettere e spazi a caso, riscriva La Divina Commedia? Dunque l’Universo è opera di Dio.
La dimostrazione – che non appassiona particolarmente i teologi - convince molte persone semplici. Qui però non interessa il lato teologico. Interessa di più la questione della casualità. Infatti anche il miscredente deve riconoscere che la scimmia non potrebbe mai scrivere la Divina Commedia. Dunque rimane la curiosità: “Che cosa si può rispondere a questo argomento?”
Per quanto possa sembrare strano, non soltanto la risposta c’è, ma la dà proprio la natura. Infatti il problema, come lo ha posto il parroco, è sbagliato. Nella realtà non si è partiti dalla condizione ipotizzata per lo scimpanzé. Nella realtà dell’evoluzione lo scimpanzé prende un carattere a caso da uno dei cassetti, per esempio la lettera “W” e ovviamente ha commesso un errore, perché il poema dantesco non comincia con una “W”. Allora si dice allo scimpanzé: “Riprova”. E lui prende una “B”. Sbagliato. Riprova. “F”. Sbagliato. Riprova. Finché la bestia tira fuori una “N” e gli si dice: “Giusto. Passa alla seconda lettera”. Ecc. Ovviamente il procedimento sarebbe così lento, che lo scimpanzé morirebbe di vecchiaia prima di aver scritto anche soltanto la prima cantica; ma se la scimmia ha premura, non ha premura la Terra. Studiando la storia della vita, si vede che il suo sviluppo ha avuto a disposizione miliardi di anni. E ogni volta che un mutamento del tipo di un organismo si è dimostrato nocivo, il portatore di quel mutamento è stato sfavorito nella sopravvivenza. Mentre ogni mutamento positivo, se trasmesso ai discendenti, ha dato luogo ad un organismo migliorato rispetto al precedente, e più adatto alla sopravvivenza e alla riproduzione. Fino a far progredire le specie dalle meno complesse verso le più complesse, dalle meno capaci di sopravvivere alle più capaci di sopravvivere. E questo semplice meccanismo, che Darwin chiamò the survival of the fittest, la sopravvivenza del più adatto, ha portato all’evoluzione quale la conosciamo. Fino all’uomo. 
Il grande vantaggio che ha avuto la vita è stato quello di veder premiata ogni soluzione utile e punita ogni soluzione nociva. Il mondo della vita, contrariamente a ciò che pensano i credenti, non ha proceduto “verso” qualcosa, come fa chi attua un progetto, ma cercando di evitare qualcosa: la morte per fame o perché mangiati da un predatore. Tutto questo, associato con la riproduzione, e dunque con la conservazione dei vantaggi conseguiti, ha condotto alla realtà attuale. 
In questo campo abbiamo un eccellente esempio con le parole d’ordine dei nostri computer. Immaginiamo che queste “password” debbano essere costituite da numeri, da zero a dieci. E ogni password debba contenere dieci cifre. Quante sono le combinazioni possibili? Il numero risulta da 10x10x10, dieci volte, credo dia 10.000.000.000. Sembra una cifra astronomicamente grande, ma per un computer potente passare tutte le combinazioni possibili fino ad inserire quella giusta sarebbe uno scherzo. E infatti si raccomanda di creare password di almeno una dozzina di simboli, alternando cifre, maiuscole, minuscole, segni ortografici, in un guazzabuglio assolutamente indecifrabile. I dieci miliardi di poco fa sono assolutamente niente, al confronto. Ecco le password “sicure”. E tuttavia pensate che, di fronte alla password più complessa immaginabile, si dicesse al computer (come si è fatto con la scimmia) se ha sbagliato o ha azzeccato, prima di passare al simbolo seguente. A questo punto la password “impossibile” sarebbe decodificata in un tempo brevissimo, questione di secondi. 
Ecco come si spiega il miracolo dell’evoluzione. La vita ha scelto sempre la via giusta semplicemente perché le altre non funzionavano. E per questo venivano abbandonate. Così come si sono estinte tutte le specie vegetali o animali che, nel tempo, per qualsivoglia ragione si sono rivelate incapaci di sopravvivere nelle nuove condizioni. 
La scimmia da sola non scriverà mai la Divina Commedia. Ma datele centomila anni, avvertitela ogni volta che sbaglia, e ve la scriverà.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
22 luglio 2018




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21 luglio 2018
SALVINI VISTO DALL'ESTERO
Da GPF – Geopolitical Futures, un articolo che spiega molto meglio di quelli scritti in Italia la politica di Salvini.
20 luglio 2018

L’ITALIA SFIDA L’EUROPA SULLA RUSSIA

Di Nora T.Kalinskij

Roma vuole delle concessioni da Bruxelles ed è abbastanza forte per ottenerle

La politica riguardante l’immigrazione, le tensioni commerciali transatlantiche, le riforme economiche e politiche: non è un segreto che l’Unione Europea è divisa riguardo a parecchie cose. Uno degli ultimi bastioni del consenso all’interno del blocco sono state le sanzioni alla Russia, applicate dopo l’intervento militare della Russia in Ucraina e che da allora sono state rinforzate. Per certo, il consenso è stato minacciato ma, al momento, nessuno sfidante è stato abbastanza forte per rompere il fronte unito. Ora l’Italia è quello sfidante. 
Matteo Salvini, il vice Primo Ministro e Ministro dell’Interno italiano, si è fatta una fama da quando ha assunto la carica all’inizio di giugno. La settimana scorsa, Salvini era a Mosca, dove ha dichiarato, durante una conferenza stampa, che il suo governo potrebbe opporre il veto ad un rinnovo delle sanzioni Eu contro la Russia quando sarà il momento di rinnovarle nel gennaio del 2019. Le sanzioni, che sono state prorogate proprio il 5 luglio, dovrebbero essere riapprovate ogni sei mesi, e tutto ciò che è necessario, per eliminarle, è il dissenso anche di uno solo. 
Per l’Italia questa è in parte una seria minaccia, in parte uno strumento di negoziato. Le sanzioni sono state costose per tutta l’Europa ma particolarmente per l’Italia. Le esportazioni italiane verso la Russia nel 2015 e nel 2016 (gli anni più recenti per i quali sono disponibili dati ufficiali) sono state all’incirca la metà di ciò che erano nel 2013, l’anno intero prima che fossero applicate le sanzioni. A metà 2017 l’Italia aveva perso più di dieci miliardi di euro di esportazioni verso la Russia, con l’Italia del Nord particolarmente colpita. E non bisogna dimenticare che essa è la base del sostegno del partito di Salvini, precedentemente “Lega Nord”. L’Italia l’anno scorso ha avuto la seconda più bassa crescita dei Paesi del G-7, ed eliminare le sanzioni sarebbe una spinta molto gradita per le imprese italiane. 
Ma abolire le sanzioni non è il vero scopo dell’Italia. Per cominciare, se l’avesse voluto, Roma avrebbe potuto vietare le sanzioni appena due settimane fa. Poi, Salvini ha descritto il veto come “ultima soluzione”, un invito ai partner dell’Italia ad offrire un compromesso. E ciò ha fatto dando tempo sei mesi prima che la decisione debba essere di nuovo rinnovata. Ciò che l’Italia realmente vuole è in primo luogo un allentamento delle sanzioni – sperabilmente in modo che i farmaci, le automobili e gli investimenti nelle risorse e nello sviluppo agricolo siano liberati – e, in secondo luogo, una maggiore condivisione del fardello costituito dagli immigrati. Le regole comunitarie pongono l’onere di esaminare le richieste e di assistere i richiedenti asilo a carico degli Stati in cui essi arrivano, e l’Italia è stata per anni fra i due principali punti d’ingresso europei. Bruxelles ha proposto e provato ad imporre agli Stati membri un sistema di quote per sollevare l’Italia dal suo peso e per distribuire in modo più equo i richiedenti asilo, ma alcuni Paesi Centro ed Est-Europei hanno fatto resistenza. Alcuni di questi stessi Paesi hanno molto da temere da una Russia più forte, ed hanno paura che essa possa interpretare un ammorbidimento unilaterale da parte dell’Europa come un segno di debolezza. La minaccia di azzerare le sanzioni alla Russia potrebbe essere il genere di avvertimento di cui hanno bisogno per rientrare nei ranghi.
Prima dell’Italia, i governi greco ed ungherese si sono pronunciati contro le sanzioni. Bruxelles, guidata dalla Germania, li ha rimessi in riga con le cattive. Considerando l’insieme dei valori delle esportazioni, nessun Paese europeo ha sofferto più della Germania delle sanzioni imposte alla Russia. Delle voci provenienti dall’interno della comunità imprenditoriale tedesca e perfino da angoli dello stesso governo hanno richiesto un allentamento delle sanzioni. E tuttavia Berlino sa quanto importanti sia, per i membri dell’Ue vicini alla Russia, come la Polonia, i Paesi Baltici e la Romania, che il blocco presenti un fronte unito. (Alcuni di questi Paesi, particolarmente la Polonia e la Repubblica Ceca, sono anche componenti importanti della catena produttiva tedesca, che Berlino amerebbe non disturbare). La Germania vive di esportazioni, ed ha bisogno dei partner commerciali europei più di quanto non abbia bisogno di commerciare con la Russia. Per questo il fatto di mantenere politicamente, e per conseguenza economicamente, unita l’Ue, vale per essa il prezzo delle opportunità perdute con la Russia.
Ciò che rende il veto dell’Italia diverso dai precedenti è il fatto che l’Italia ha la forza per difendersi dalle tattiche di pressione dell’Ue. L’Italia ha la terza economia dell’eurozona e la quarta nell’Unione Europea. Diversamente dalla Grecia e dall’Ungheria, che sono fra i principali beneficiari dei finanziamenti provenienti da Bruxelles, l’Italia è il quarto contribuente nel bilancio dell’Ue. Bruxelles ha giocato con l’idea di collegare i finanziamenti a cose come lo Stato di diritto per darsi la possibilità di punire gli stati membri disobbedienti, ma contro un contribuente netto come l’Italia, questa minaccia non ha alcun peso. L’Ue potrebbe trovare una scusa per far partire dei procedimenti legali contro l’Italia, come ha fatto nei riguardi della Polonia, ma come mostra il caso della Polonia, quello è un mezzo di coercizione ben poco efficace.  E non c’è modo di punire l’Italia con delle sanzioni senza far saltare l’unione doganale europea – una misura autolesionista, per usare un eufemismo.
Il governo italiano preferirebbe di molto un qualche allentamento delle sanzioni combinato con una riforma della politica migratoria europea piuttosto che una completa rimozione delle sanzioni e nessun patto sull’immigrazione. Ha provato il mese scorso, durante il summit dell’Ue, ad usare l’ostruzionismo per ottenere concessioni sull’argomento delle migrazioni, aumentando la pressione sulla Cancelliera tedesca Angela Merkel, che aveva bisogno di ottenere alcune concessioni essa stessa, al summit, per salvare il suo governo. Mettere le sanzioni contro la Russia sul grande tagliere del macellaio costringe a partecipare ai negoziati quegli Stati dell’Ue che più hanno resistito ad accettare i richiedenti asilo. Perfino se lo sforzo fallisce, sarà costato poco all’Italia, dal momento che l’assistenza da parte degli altri stati, riguardo all’immigrazione, è già minima.
Dovendo far fronte ad un serio pericolo per quanto riguarda le sanzioni alla Russia, la Germania cercherà di dominare la situazione per rendere minimo il danno politico per l’Ue. Spingerà per un compromesso che dovrebbe ridurre le sanzioni per preservare il fronte unito dell’Ue, una decisione che sarebbe vista in modo favorevole dalle imprese tedesche e da alcuni partiti politici. Con la minaccia del veto italiano che pende sulle loro teste, i Paesi Baltici, la Polonia e la Romania saranno forzate ad accettare il compromesso per mantenere almeno una parte delle sanzioni. Ci sarà una linea di faglia all’interno dell’Ue riguardo alla sua politica nei confronti della Russia, per qualche tempo, ma è stata necessaria la minaccia di uno dei più grandi Stati membri perché quell’argomento minacciasse un terremoto.
Nora T.Kalinskij
(Traduzione di Gianni Pardo)
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July 20, 2018
By Nora T. Kalinskij
Italy Challenges the EU’s Russia Policy
Rome wants concessions from Brussels, and it’s strong enough to get them.

Migration policy, trans-Atlantic trade tensions, economic and political reform – it’s no secret that the European Union is divided on many issues. One of the bloc’s last bastions of consensus has been its sanctions on Russia, enacted in the wake of Russia’s military intervention in Ukraine and tightened since then. To be sure, the consensus has been threatened, but to date, no challenger had been strong enough to break the united front. Italy is that challenger.
Matteo Salvini, Italy’s deputy prime minister and interior minister, has made quite a name for himself since assuming his position at the start of June. Last weekend, Salvini was in Moscow, where he declared during a press conference that his government could veto a renewal of EU sanctions against Russia when they are up for review in January 2019. The sanctions, which were just extended on July 5, must be reapproved every six months, and all it takes is one dissenter to cancel them.
For Italy, this is part serious threat, part negotiating ploy. The sanctions have been costly for all of Europe but especially for Italy. Italian exports to Russia in both 2015 and 2016 (the most recent year for which official data is available) were almost half what they were in 2013, the last full year before the sanctions were enacted. By mid-2017, Italy had lost more than 10 billion euros’ ($11.7 billion) worth of exports to Russia. (Northern Italy was hit particularly hard. It’s also the base of support for Salvini’s League party, formerly the Northern League.) Italy had the second-lowest growth among G-7 countries last year, and lifting sanctions would be a welcome boost for Italian businesses.
But abolishing the sanctions isn’t Italy’s real goal. For one thing, if it wanted, Rome could have vetoed the sanctions barely two weeks ago. For another, Salvini described a veto as a “last resort,” an invitation for Italy’s partners to offer a compromise. And he did so with almost six months to spare before the issue must be decided again. What Italy really wants is, first, a loosening of the sanctions – ideally so that Italian pharmaceuticals, automobiles and investment in agricultural R&D can be cleared – and, second, greater burden sharing on migration. EU rules place the onus on processing and resettling asylum seekers on the member state in which they arrive, and Italy has been among the EU’s top two entry points for migrants for years. Brussels has proposed and tried to compel member states to set up a quota system to relieve Italy of this strain and more equitably distribute asylum applicants, but some Central and Eastern European countries in particular have resisted. Some of these same countries have the most to fear from a stronger Russia, which they worry could interpret unilateral de-escalation on Europe’s part as weakness. A threat to strike down Russia sanctions might be the warning they need to get on board.
Before Italy, the governments in Greece and Hungary spoke out against the sanctions. Brussels, led by Germany, whipped both back in line. By overall export value, no EU country has suffered more from Russia sanctions than Germany. Voices among the German business community and even from corners of the government have called for an easing of the sanctions. Yet Berlin knows how important it is to EU members close to Russia, like Poland, the Baltics and Romania, that the bloc presents a united front. (Some of these countries, especially Poland and the Czech Republic, are also important components in the German production chain that Berlin would rather not upset.) Germany lives on exports, and it needs its EU trade partners more than it needs trade with Russia. It is willing to pay the price of lost business opportunities with Russia if it means keeping the EU politically united – and thus economically united.
What makes Italy’s veto threat different from previous ones is that Italy has the clout to defend itself against the EU’s pressure tactics. Italy is the third-largest economy in the eurozone and fourth-largest in the EU. Unlike Greece and Hungary, which are among the top recipients of funding from Brussels, Italy is the fourth-largest contributor to the EU budget. Brussels has toyed with the idea of tying funding to things like rule of law to give it the ability to punish disobedient member states, but against a net contributor like Italy, that is an empty threat. The EU could find an excuse to start legal proceedings against Italy, like it has done against Poland, but as the Polish case shows, this is hardly an effective means of coercion. And there’s no way for an individual EU member such as Germany to unilaterally punish Italy with sanctions without blowing up the EU’s customs union – a self-destructive measure, to say the least.
Italy’s government would much prefer some easing of sanctions combined with a reform of Europe’s migration policy over a complete removal of sanctions and no migration deal. It tried last month during the EU summit to use obstructionism to win concessions on the migration issue, raising the heat on German Chancellor Angela Merkel, who needed to secure some concessions of her own at the summit to save her government. Putting the sanctions against Russia on the chopping block drags into the negotiation those EU states that have been most resistant to accepting asylum seekers. Even if the effort fails, it will have cost Italy little, seeing as assistance from other states on migration is already minimal.
Faced with a credible danger to the Russia sanctions, Germany will try to seize control of the situation to minimize political damage to the EU. It will push for a compromise that would reduce sanctions to preserve the EU’s united front – a decision that will be popular with German companies and some political parties. With Italy’s veto hanging over their heads, the Baltics, Poland and Romania will be forced to accept the compromise to maintain at least part of the sanctions. There’s been a fault line within the EU over its Russia policy for a while, but it took a challenge from a major member state for it to threaten an earthquake.




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POLITICA
21 luglio 2018
LORO E NOI
Ernesto Galli della Loggia, sul Corriere(1), si lancia in un’appassionata difesa della nazione, distinguendola accuratamente dal nazionalismo e assolvendola dai molti crimini che le si imputano. Giustamente nota infatti che gli uomini, per “scannarsi” vicendevolmente con le guerre, non hanno atteso che si scoprisse il sentimento di nazione.
L’articolo è condivisibile, e forse sarebbe stato opportuno definire che cosa si intende per nazione. E tuttavia, per ciò che serve qui, basterà dire che la nazione è ciò che ci fa dire “noi” rispetto a “loro”, chiunque siano “loro” e quale che sia l’elemento di differenza. I piemontesi reputano i meridionali inferiori, ma gli permettono di dire “noi italiani”, mentre altrettanto onore non farebbero agli zingari, quand’anche fossero residenti in Italia da decenni. Gli zingari sono “loro”, i siciliani, anche se sono maleducati, sono “noi”. 
EGdL nota che un tempo le nazioni non esistevano. Poi si è data loro la colpa delle guerre dei secoli recenti, incluso il disastro della Seconda Guerra Mondiale, e dalla loro conseguente stramaledizione è nato l’entusiasmo per l’Europa soprannazionale. Nazione e patria sono divenuti concetti fuori corso, valori “fascisti”. 
Per anni è parso che la nazione fosse morta ma, quando l’ideale europeo ha cominciato a sbiadirsi, è nata la moda di rigettare sull’Europa la colpa di tutto ciò che non va. Prima i governanti, per schivare l’impopolarità, dicevano “ce l’impone l’Europa”, poi si sono accorti che la reazione finale era: “E allora usciamo dall’Europa”. Capita l’aria che tirava, i demagoghi sono balzati in groppa alla tigre e in poco tempo è cambiato tutto. Prima eravamo felici di essere “europei”, ora siamo di nuovo “noi italiani”. Arrabbiati con “loro”. Così, dice EGdL, ripeschiamo il peggio della nazione, misconoscendo il meglio. Ma forse c’è una spiegazione più semplice. 
La Seconda Guerra Mondiale ci ha umiliati perfino al di là dei nostri demeriti, ci siamo dovuti vergognare di una dirigenza vile e furbastra e ci siamo sentiti talmente scontenti del “noi” che ci siamo rifugiati nel sogno, diventando altro da noi. Il nuovo “noi” la guerra non l’aveva persa, l’aveva vinta. Erano “loro”, i fascisti, che l’avevano persa. Noi eravamo democratici, europei o perfino, come il personaggio di Alberto Sordi, americani. Dicevamo o.k., masticavamo gomma americana, ballavamo il boogie woogie e il rock and roll. “Noi” eravamo europei, italiani pfui.
Quando poi il nostro progresso si è fermato, quando l’Europa ha continuato ad andare avanti e noi siamo rimasti fermi, tanto che persino la Spagna ci ha sorpassati, non ci siamo più sentiti parte integrante del Continente. Ci siamo sentiti trascurati, perdenti, impoveriti, smarriti. In una situazione insopportabile, se quanto meno non si riesce a trovare un responsabile cui dare la colpa. E dal momento che non si è mai disposti a dare la colpa a sé stessi, lo schema si è ribaltato. Se in Europa vanno bene, e “noi” andiamo male, “loro” sono la causa dei nostri guai. Così Matteo Salvini, imitando Donald Trump (come Celentano imitava Elvis Presley), dice “prima gli italiani”. Ed anche: “Padroni in casa nostra”, quasi fossimo stati invasi e colonizzati. 
Forse il nocciolo duro e l’essenza della nostra attuale identità, del nostro “noi”, sta nel portafogli. Finché abbiamo creduto che, essendo europei, saremmo stati più prosperi, siamo stati europei. Ora che siamo in una crisi economica così grave e lunga da farci sospettare la fine di un modello socio-economico, smettiamo di essere europei e ridiveniamo italiani, nella speranza che, facendo debiti a volontà, torneremo ad essere il Paese di Bengodi di un tempo.  Non riusciamo neppure a pensare che, per far debiti, è necessario che qualcuno sia disposto a farci credito. Negli Anni Ottanta del secolo scorso ciò è stato sin troppo facile (con le conseguenze che sappiamo) ma con questi chiari di luna è sempre meno probabile. È più facile che i mercati non comprino i nostri nuovi titoli di Stato, impedendoci così di pagare gli interessi sul debito pregresso. 
E tuttavia, l’attuale maggioranza non riesce a vedere altra soluzione. “Loro” ci hanno messo nei guai e “noi” ce ne tireremo fuori, avendo il coraggio di essere di nuovo noi stessi: il vecchio popolo di santi, ­­­­­­­poeti ed eroi, cui Dio ha regalato per sempre lo Stellone. Quello che serve a fare indefinitamente debiti, esattamente come ci ha permesso di vincere la Seconda Guerra Mondiale.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
20 luglio 2018
(1) https://www.corriere.it/opinioni/18_luglio_20/perche-nazione-italia-b7b0063c-8b80-11e8-9286-fc73853597eb.shtml




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20 luglio 2018
IL DIBATTITO, IL DIBBATTITO, IL DIBBBATTITO
 Qualche giorno fa, intervistato sulla “7” da Telese e Parenzo, Vittorio Feltri, s’è arrabbiato, perché lo interrompevano mentre rispondeva alle domande che gli avevano posto ed ha avvertito che, se Parenzo avesse perseverato, se ne sarebbe andato. Parenzo ha perseverato e lui se n’è andato. Stessa scena, condita di insulti (cafoni e asini) si è ora verificata in Rai. Vittorio Feltri ha indubbiamente posto all’attenzione di tutti un problema di notevole importanza: come si conduce un dibattito? È lecito interrompere?
Che il dibattito sia utile è indubbio. Chi parla senza contraddittorio (come pretendono e ottengono di fare i rappresentanti del M5S) sembra che abbia sempre ragione. Gli ascoltatori infatti non sono forniti né di sufficiente senso critico, né di autonomi dati, per giudicare la sua tesi. È questa la ragione per la quale già i romani imponevano il principio: “audiatur et altera pars”, si ascolti anche la controparte. Un minimo di verità si ottiene soltanto contrapponendo, a chi sostiene una tesi, qualcuno in grado di sostenere la tesi opposta. Solo in questo modo sono sventati gli inganni più plateali e i terzi si possono formare un giudizio autonomo.  
Ovviamente, i protagonisti devono essere posti sullo stesso piano, disporre dello stesso tempo e dello stesso rispetto. In una parola, devono essere messi in condizione di parità e non bisognerebbe permettere a nessuno di sabotare il dibattito con urla, interruzioni che impediscono agli altri di parlare, insulti ed altri comportamenti inammissibili. Purtroppo, tutte le soluzioni per ottenere una civile conversazione hanno delle controindicazioni. 
Se assegniamo a ciascuno cinque minuti per ogni tornata di interventi, c’è caso che gli ascoltatori si addormentino. Cinque minuti, in televisione, sono un’eternità, e non tutti sono brillanti espositori. D’altra parte, se si assegna un tempo troppo breve, non si ha più il modo di esporre un concetto che richiede un minimo di elaborazione. Saremmo ai tweet. 
Si potrebbero allora assegnare a ciascuno quindici minuti complessivamente, utilizzabili con interventi anche di lunghezza variabile, purché il totale sia sempre quindici. Ma noi italiani siamo un popolo di poeti e gli spettatori sono infastiditi da questo genere di regole. “Vogliamo rifare Tribuna Politica?” E in realtà sono contenti se colui che sostiene la loro tesi grida più di tutti, e si mostra molto indignato e molto sicuro di sé. Come sono loro. In fondo, per noi, il casino ha un suo fascino.
Poi c’è il problema di frenare chi “sfora”. Per evitare di dover zittire chi parla oltre il tempo concesso, in certe Corti americane si usa un piccolo semaforo, posto dinanzi all’oratore. Verde, parla pure. Rosso che lampeggia concludi, rosso fisso chiudi subito o ti togliamo il microfono. 
Ma noi italiani siamo un popolo di umanisti che sdegnano la tecnologia e la disciplina prussiana. Dunque il modello attualmente in vigore è il seguente: 1) parla di più il più maleducato e il più invadente; 2) chiunque abbia la parola smette di parlare soltanto se il conduttore, più o meno cortesemente, gliela toglie; 3) tutti hanno diritto di interrompere, e non se ne privano certo.  Tanto che spesso gli intervenuti parlano tutti insieme e non si capisce una parola. 4) Il conduttore considera di avere diritto alla sua opinione, e dunque interloquisce a volte impedendo agli altri di completare una frase o un concetto. 5) Infine il conduttore, quando interrompe qualcuno per passare la parola ad un altro, lo fa quando gli conviene, quando glielo consiglia l’orologio, o quando ne ha abbastanza. Comunque senza tenere conto del punto dell’esposizione cui è arrivato il malcapitato, che a volte implora: “Mi lasci finire la frase”. 
Vittorio Feltri, protestando, ha fatto bene? Sì e no. In un mondo civile, avrebbe certamente avuto ragione. Interrompere è da maleducati. Ma in un mondo civile nessuno tende a non far parlare nessun altro. Dunque, intervenendo in un dibattito in Italia che cosa crede di fare, Feltri, raddrizzare le gambe ai cani? Forse dovrebbe dire prima: “Mi dovete dire quanti minuti mi date, e mi dovete assicurare che nessuno mi interromperà durante quei minuti”. Ma le televisioni italiane accetterebbero un simile patto? La richiesta di ordine e di buona educazione fa rischiare l’accusa di fascismo.
E allora? chiederà qualcuno. Allora nessuno ci obbliga ad assistere a questo genere di show. Personalmente, se dovessi scegliere un sistema –non essendo un poeta, un umanista e forse nemmeno un italiano – opterei per l’assegnazione di un tempo, per un contaminuti a scalare invisibile per gli spettatori e per il sistema del semaforo. Questo darebbe maggiori possibilità a chi è sintetico, chi ha le battute fulminanti, chi sa essere chiaro con poche parole. E lo spettacolo ne guadagnerebbe. Dimenticavo: l’interruzione, se brevissima, sarebbe ammessa, ma a chi la attua va sottratto il triplo del tempo. Se ha fatto un’interruzione di trenta secondi, gli viene conteggiati un minuto e mezzo. Finito il tempo, si disattiva il microfono. 
Sono sicuro che per molti questo sistema è prosaico, meccanico, umiliante. Meglio il cortile: tanto spontaneo, sincero, naturale. Tanto italiano.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
19 luglio 2018




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POLITICA
17 luglio 2018
ASSOLVERE FINI
Immaginate di non riuscire a far multare dai vigili un vicino che si ostina a parcheggiare la macchina in modo da rendervi praticamente impossibile tirare fuori la vostra dal garage, e che poi un giorno lo vediate condannare a otto mesi di reclusione proprio per avervi disturbato con la sua automobile. Una simile giustizia, con i suoi eccessi di indulgenza e severità, riuscirebbe a lasciare scontenti tutti. 
Caligola, prima che un efferato criminale, fu un malato di mente. Soltanto un malato di mente avrebbe potuto dare a un padre e ad un figlio la scelta fra quale far morire dei due e, dopo che i due si erano conteso l’onore di morire per salvare l’altro, farli  uccidere tutti e due. Caligola però era un singolo folle che si comportava da tiranno crudele. Come accettare che quasi nello stesso modo si comporti la giustizia di un Paese civile come l’Italia? Attenzione, riguardo a Gianfranco Fini, sono convinto che i magistrati che prima hanno tenuto un certo comportamento, e quelli che, anni dopo, hanno tenuto un comportamento diverso, sono stati tutti ugualmente competenti e in buona fede. Purtroppo, guardando la cosa superficialmente e da lontano, non si può non essere stupiti.
Io ho smesso di avere simpatia per Fini (che non ho mai votato) quando ha cominciato a dare di matto, pur di andare contro Berlusconi. Dico “dare di matto” non perché si comportasse da ingrato (in politica è “lecito” questo e altro) ma perché proprio non vedevo che utilità potesse ricavare dal suo comportamento. Come in seguito si è visto. 
Poi il “Giornale” svelò che una nobildonna aveva lasciato in eredità al partito di Fini, e per le finalità del partito stesso, un appartamento a Montecarlo. Fini invece quell’appartamento l’aveva venduto, per un quarto o meno del suo valore, al fratello di sua moglie, Elisabetta Tulliani. Fini negava ogni addebito, i giornali parlavano di “macchina del fango”, i due giornalisti che conducevano l’inchiesta – da me seguita senza mai saltare un articolo – erano giudicati severamente. Ma essi accumulavano prove su prove, fino a sommergere il Presidente della Camera. Ma costui, negando l’evidenza e aggrappandosi alla sua poltrona, rimase in carica fino alla scadenza del mandato.
Nessuno sembrava avesse occhi e orecchie per quelle evidenze. La vicenda finì lo stesso in mano ai giudici ma essi assolsero Fini, probabilmente con motivazioni giuridicamente ineccepibile, che magari non avrebbero trovato se si fosse trattato di Berlusconi. Comunque la carriera di Fini era stata stroncata. Il giudizio che la magistratura non aveva emesso lo emise il popolo italiano. L’ex giovane Gianfranco fu totalmente stroncato alle elezioni e fu come se fosse stato fulminato da un colpo apoplettico.  Anzi, come se non fosse mai esistito. Gianfranco chi?
Sono passati anni, e tutto ha cospirato contro l’ex delfino di Giorgio Almirante. L’evidenza dei fatti è stata tale che lo stesso Fini ha dovuto ammettere di avere mentito, di avere sbagliato, di “essere stato un coglione”. Si sono scoperti gli affari poco chiari dei Tulliani, ei loro legami con tale Corallo, “re delle slot machine”, oggi accusato di gravi reati. E, tanti anni dopo, è accusato anche Gianfranco Fini. Tutti parlano di “riciclaggio” ed altri reati, tanto che un giornale esulta in prima pagina, annunciando che l’imputato rischia trent’anni di galera.
Sono notizie che inducono una certa mestizia. Sa Dio quanto sarei stato felice di vedere la stampa libera al fianco di quei due giornalisti, Chiocci e Malpica, quando si battevano da soli e  instancabilmente per la verità. Ma l’impegno di tutti sembrava essere quello di tenersi alla larga dalla faccenda. Allora mi sarei contentato di qualche onesto riconoscimento della verità, ma tutto mi era negato; oggi invece, nel momento in cui Gianfranco Fini non è neppure un signor nessuno come me (perché me, almeno, i condomini mi giudicano un galantuomo), lo vedo annichilito, umiliato, trascinato nel fango e processato come un comune malfattore. Questo è francamente troppo. 
Devo essere chiaro. Nella faccenda della casa di Montecarlo ero sufficientemente informato per essere sicuro della responsabilità di Fini. Dunque avevo buone ragioni, per essere colpevolista. Invece oggi tendo ad essere innocentista, ma senza avere idee precise né sull’accusa né sulla difesa. Come mai malgrado tutto non riesco ad immaginare Fini colpevole, quanto meno coscientemente colpevole? 
Bisogna sapere che le norme penali non sono soltanto i 700 o poco più articoli del Codice Penale. Sono tali anche quelle – contenute in una miriade di leggi – che sono sanzionate penalmente. Dunque, una volta o l’altra, tutti potremmo essere processati per reati che non sapevamo neppure di avere commesso. L’incertezza e il rischio sono ulteriormente aumentati per le persone che esercitano funzioni di comando, o sono pressoché costantemente trattate con ossequio, come avviene ai medici (che hanno da fare con malati spaventati) o ai professori d’università, dotati di un potere assoluto. Costoro arrivano a considerarsi in diritto di fare qualunque cosa. Molti medici firmano certificati falsi a mucchi, molti professori promuovono i raccomandati come niente fosse e gli stessi magistrati, se sfuggono meglio di altri alle tentazioni, è perché la loro competenza in diritto penale li rende acutamente coscienti del pericolo. 
La cosa notevole, in questo fenomeno, è che gli interessati sono innocenti come bambini. Una volta un chirurgo amico si arrabbiò con me perché insistevo che mi fosse pagata una traduzione e arrivò a scrivermi che ero sostanzialmente un ingrato. Infatti lui in ospedale “mi aveva operato gratis”. Intendeva che a me non aveva chiesto la mazzetta che chiedeva di solito, per essere operati da lui personalmente. E firmava una lettera che, esibita a un giudice, l’avrebbe fatto condannare per corruzione.E invece io lo assolsi per “infermità mentale, in quanto chirurgo”.
Del resto che cosa c’è di diverso nella recente vicenda di quell’eccellente professionista che, a quanto raccontano i giornali, nominato primario di un reparto di chirurgia vascolare, l’avrebbe chiuso per un giorno, addirittura trasferendo un paio di degenti nel reparto di chirurgia generale, per permettere ai dipendenti di partecipare alla festa per la sua nomina? Un mentecatto? No. Semplicemente un normale primario che considera l’ospedale di sua proprietà e si sente in diritto di fare qualunque cosa. Dopo il clamore suscitato, questo chirurgo si è vista togliere la nomina e forse subirà un processo, ma io l‘assolverei per “infermità mentale, in quanto primario”.
Fini è stato un enfant prodige della politica, fino ad incantare, letteralmente, un uomo intelligente come Giorgio Almirante. È stato per anni ed anni il padrone assoluto di Alleanza Nazionale. È stato Presidente della Camera. Se avesse saputo attendere, sarebbe stato il successore di Berlusconi. Come non pensare che le sue imprudenze siano derivate dal sentimento di onnipotenza che gli dava la sua importanza? Forse dal punto di vista giudiziario è colpevole, ma io l’assolverei per “totale infermità di mente, in quanto uomo di straordinario successo”.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
17 luglio 2018




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POLITICA
17 luglio 2018
TRUMP CI DICE VERITA' CHE NON CI PIACE SENTIRE
di Matthew Parris, del Times

Baciare affettuosamente theresa may dopo averla trattata male non è stato né un atto di contrizione e neppure di revisione. Donald Trump recita da solo la parte del poliziotto buono e di quello cattivo. Il presidente ha avuto ragione una prima volta a proposito del trattato di commercio fra Gran Bretagna e Stati Uniti, e lo sa. Il titolo del Sun era esattamente quello che desiderava, mentre il successivo: “Andiamo, scherzavo” dovrebbe essere inteso come un genere di squisita tortura: come un gatto che gioca col topo. Il signor Trump lo fa perché può farlo.
Questa visita del quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti sarà vista come un momento cruciale nella politica del Ventunesimo Secolo fra GB e Usa. Secondo le nostre conclusioni, vedremo questa occasione come più importante di ogni infantile sbarramento di palloncini, dei calci Trumpeschi alla nostra sfortunata Prima Ministra o di ciò che può far capire lo scambio di scortesie. Nessun futuro presidente vorrà contraddire ciò che egli ha detto riguardo alla Nato, riguardo agli speciali trattati commerciali con la GB e riguardo alle scelte che dobbiamo affrontare.
Perché in realtà non si tratta di Donald J.Trump. Si tratta delle grandi forze della storia. Si tratta dell’America: un’America di cui il sig.Trump ci può colpire come una sgradevole caricatura, ma della quale egli è anche, in qualche modo, un distillato.
Si tratta del modo come le nazioni che dispongono di un potere pressoché illimitato lo usano, lo hanno sempre usato e sempre lo useranno. Il potere non ha bisogno di essere raffinato. Il modo in cui Trump si pettina, si soffia il naso, annoda la sua cravatta o tratta i suoi ospiti non è il problema. Egli può occuparsi dei suoi capelli, del suo naso, della sua cravatta e dei suoi ospiti nel modo che più gli piace. È il presidente degli Stati Uniti d’America. I bambini inglesi sono stati allevati a credere che: “Dicendo ‘voglio’ non si ottiene nulla”. Un presidente Usa ha invece il potere di adottare una massima differente, e noi possiamo, pieni di rabbia ed orrore, scuotere i nostri minuscoli pugni britannici, ma alla fine dobbiamo accettare la realtà. Il guaire dei miei colleghi britannici “liberal” sta divenendo stridulo. 
H L Mencken capì perfettamente tutto questo, salvo in un punto. Il 26 luglio del 1920 il più grande editorialista nella storia del giornalismo di lingua inglese scrisse nel Baltimore Sun: “A mano a mano che la democrazia si perfeziona, la carica del presidente rappresenta, sempre più da vicino, l’anima profonda del popolo. In un lontano, grandioso e glorioso giorno la gente comune del Paese realizzerà il profondo desiderio del suo cuore di vedere infine la Casa Bianca abbellita dalla presenza di un perfetto imbecille”.
Si sarebbe tentati di dire che, 98 anni dopo, la profezia di Mencken si è realizzata, ma non sarebbe del tutto esatto. Si può essere assolutamente certi che questo presidente non è un perfetto imbecille: è molto più complicato di così.
La vita è troppo verve per decostruire I processi mentali di Donald Trump, così permettetemi di citare il mio ex collega del Times Michael Gove. Dopo avere intervistato il presidente nel gennaio del 2017 per questo giornale, l’attuale segretario all’ambiente notò: “L’intelligenza si manifesta in molte forme”. Rettamente intesa, la nota non era né sarcastica né ingannevole, ma perplessa e pensosa.
Andando indietro, nello scorso secolo, il collega di Margaret Thatcher, Norman St John-Stevas,  piuttosto fastidioso e di centro-sinistra, notò: “il guaio, con Margaret, è che quando parla senza pensare dice ciò che pensa”.
Ambedue gli uomini descrivevano, ciascuno a suo modo, lo stesso fenomeno: la grezza onestà che può venir fuori come forza brutale. 
Donald Trump non si preoccupa troppo prima di parlare ed ha l’abitudine di dire ciò che pensa. E il problema, per noi (non per lui), è che ciò che pensa è ciò che un sacco di gente più raffinata e riflessiva di lui di fatto pensa, ma non ama dire.
Trump ha ragione, non è vero, riguardo agli europei e alla Nato che non ranno la loro parte, per quanto riguarda le spese della difesa? La sua critica della Germania, perché approfitta degli altri, è stata udita nei corridoi europei del potere per decenni, soltanto meno rumorosamente.
Ha ragione, non è vero?, riguardo ai pericoli del fatto che l’Europa conti sul gas russo. Va benissimo che si mormori che la Germania ha bisogno di comprare, e la Russia ha bisogno di fendere,  ma guardate al modo come il fatto che l’Occidente abbia contato sul petrolio del Medio Oriente ha distorto la politica mondiale per mezzo secolo.
Ha ragione, non è vero?, sul fatto che la Cina non stia offrendo al mondo un terreno di gioco onesto in termini di commercio. Forse qui è opportuno correre dei rischi. E neppure si può dire che egli abbia necessariamente torto riguardo ai termini dello scambio commerciale fra America e Ue. Non piace ai fautori della Brexiot ammetterlo, ma è vero che l’Ue conduce i suoi negoziati commerciali con i “Paesi terzi” in un modo piuttosto “muscolare”. Così devono fare, per fare i nostri interessi, ma gli europei dovrebero smetterla di farci sentire come piagnucolano riguardo alle minacce americane di alzare le tariffe, quando l’Europa impone anch’essa tariffe. Ciò che è necessario è che ambedue i blocchi negozino l’abbassamento delle tariffe.
Ha ragione, non è vero?, quando dice che la politica britannica è in subbuglio.  Ed ha ragione, non è vero?, (amici che avreste voluto rimanere nell’Ue, voi trasalite, ma sapete che è vero) [quando dice] che il libro bianco di Theresa May riguardante le proposte relativa alla Brexit trasformerà il Regno Unito in un satellite economico dell’Unione Europea.
Quale parlamentare del partito Tory io ricevo la spazzatura postale che il partito fa girare fra noi via email, e l’ultimo invio “da Theresa May (“Matthew, stiamo riprendendo il controllo delle cose”) è più nauseante di qualunque cosa dica Trump, e di gran lunga meno onesto. L’email presenta il  libro bianco “post-Chequers”come una traccia da seguire per una Brexit dura quando perfino il gatto di Downing Street sa che è un progetto per una Brexit morbida. Così Trump ha ragione: il libro bianco di Chequers straccia il velo sulla visione dei fautori di una Brexit dura, quella di una Gran Bretagna che commercia liberamente nel mondo, come un pirata. 
Il filmato di questa visita presidenziale si riassume in un’istantanea che definisce un’epoca, quella di due Paesi che fanno ognuno quello che sa fare meglio. La GB: pompa e protocollo; parole felpate e tappeti rossi; palazzi reali, banchetti, regalità, stoviglie d’argento, piatti placcati oro e ceramica cinese; blandi comunicati e delicate evasività. L’America: potere bruto e sfilate; stuoli di guardie, consiglieri e aiuti, portavoce e spie; elicotteri militari, limousine a prova di esplosione e con i vetri antiproiettile. Ogni imperatore dal potere mondiale in ogni secolo ha avuto questo aspetto. I predecessori presidenziali di Trump erano semplicemente più educati.
Come pensate che vi sarebbe apparsa la Gran Bretagna nel XIX secolo se voi foste stati il Siam, il Borneo o la Cina, o i coloni Afrikaans nel Sud Africa, o anche (nel secolo precedente) nella colonia del Nord America? Grezza, brutale, perfida e culturalmente insensibile: grande, avida, e gli inglesi degli stupidi affamati di potere. Ora le tavole sono state girate e i punti di vista si sono rovesciati. E a noi non piace, non è vero?
Matthew Parris, 14 luglio 2018, The Times
(Traduzione di Gianni Pardo)

Donald Trump tells us truths we don’t want to hear – Matthew Parris
ON BREXIT, TRADE, NATO SPENDING OR CHINA, THE PRESIDENT HAS A HABIT OF SAYING WHAT MORE GENTEEL FOLK SECRETLY THINK

Kissing Theresa May better after roughing her up was neither contrition nor revision. Donald Trump plays soft cop to his own hard cop. It was that first stomach-punch that was indicative. The president was right first time about a US-UK trade deal and he knows it. The Sun headline was exactly what he intended, while the subsequent “there, there, I didn’t really mean it” should be understood as a kind of exquisite torture: as a cat plays with a mouse. Mr Trump does it because he can.
This visit by the 45th president of the United States will be viewed as a turning point in 21st-century British and European politics. As we digest, we will see the occasion as more important than any childish barrage balloons, Trumpish kicks at our hapless prime minister or exchange of discourtesies can possibly convey. No future president will want to unwind what he said about Nato, about special trade deals for Britain or about the choices facing us.
Because this is not really about Donald J Trump. It is about great forces in history. It is about America: an America of which Mr Trump may strike us as a disagreeable caricature, but of which he is also in some ways a distillation.
It is about how nations with almost unlimited power use it, have always used it, and always will. Power has no need to act refined. The way Trump combs his hair, wipes his nose, ties his tie or treats his hosts is not the point. He can handle his hair, his nose, his tie and his hosts any way he likes. He is president of the United States of America. “ ‘I want’ doesn’t get” is what we British children were brought up to believe. A US president is empowered to adopt a different maxim, and we may shake our tiny British fists in rage and horror, but we must finally face it. Yapping by my fellow British liberals is beginning to grate.
H L Mencken got it in many ways right, in one way wrong. On July 26, 1920 the greatest columnist in the history of English language journalism wrote this in The Baltimore Sun: “As democracy is perfected, the office of president represents, more and more closely, the inner soul of the people. On some great and glorious day the plain folks of the land will reach their heart’s desire at last and the White House will be adorned by a downright moron.”
It would be tempting to say that 98 years later, Mencken’s prophecy has been fulfilled; but that would not quite be right. This president is most assuredly not a moron: it’s far more complicated than that.
Life is too short to deconstruct the mental processes of Donald Trump, so let me quote my former Times colleague Michael Gove. After interviewing the president in January 2017 for this newspaper, the (now) environment secretary remarked: “Intelligence comes in many forms.” Properly understood, the remark was neither sarcastic nor fawning, but puzzled and thoughtful.
Way back in the last century, Margaret Thatcher’s rather fastidious and left-of-centre colleague, the (then) Norman St John-Stevas remarked “the trouble with Margaret is that when she speaks without thinking she says what she thinks”.
Both men were, in their ways, describing the same phenomenon: the crude honesty than can come with brute strength.
Donald Trump doesn’t care to think too much before he speaks and has a habit of saying what he thinks. And the trouble with us, not him, is that what he thinks is what plenty of more genteel and considered folk do actually think, but don’t like to say.
Trump’s right, isn’t he, about the European end of Nato not pulling its weight in defence spending? His criticism of Germany for free-riding has been heard in European corridors of power for decades, but more quietly.
He’s right, isn’t he, about the dangers of European reliance on Russian gas? It’s all very well to murmur that if Germany needs to buy, Russia needs to sell — but look at the way western reliance on Middle Eastern oil has skewed world politics for half a century.
He’s right, isn’t he, that China is not offering the world a level playing field in terms of trade. Perhaps brinkmanship here is needed. Nor is he necessarily wrong about America’s trade terms with the EU. It does not suit Brexiteers to admit, but it’s true, that the EU conducts its trade negotiations with “third countries” in a pretty muscular way. So they should, in all our interests, but let’s hear less European whimpering about US threats to raise tariffs, when Europe levies tariffs too. What’s needed is for both blocs to negotiate tariffs down.
He’s right, isn’t he, that British politics is in “turmoil”? And he’s right, isn’t he (fellow-Remainers, you wince, but you know it’s true) that Theresa May’s white paper Brexit proposals will turn the United Kingdom into an economic satellite of the European Union?
As a Tory member I get the bumf the party cranks out to us by email, and my latest, “from” Theresa May (“Matthew — we’re taking back control”) is more nauseating than anything Donald Trump says, and by a long chalk less honest. The email presents the post-Chequers white paper as a blueprint to a hard Brexit when even the Downing Street cat knows it’s a blueprint to a soft Brexit. So Trump is right: the Chequers white paper brings down the curtain on the hardline Brexiteers’ vision of a buccaneering Britain trading freely in the world.
Footage from this presidential visit adds up to an epoch-defining snapshot of two countries, each doing what they do best. Britain: pomp and protocol; smooth words and red carpets; palaces, banquets, royalty, silverware, gold-plate and fine china; bland communiqués and delicate evasions. America: raw power and cavalcades; comet-tails of guards, advisers and aides, spokesmen and spooks; military helicopters, blast-proof limousines and bullet-proof glass. Every world-power emperor in every century has looked like this. Trump’s presidential predecessors were simply more polite.
7 How do you think Britain in the 19th century would have looked if you were Siam, or Burma, or China, or the Afrikaner settlers in South Africa, or indeed (in the preceding century) the North American colonies? Crude, brutal, perfidious and culturally insensitive: big, greedy, power-hungry oafs. Now the tables have been turned and the viewpoints reversed. And we don’t like it up us, do we?




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16 luglio 2018
AZZERARE LA FILOSOFIA
Amo la filosofia da prima di conoscerla. Affermazione pressoché comica ma è vero che, a tredici anni, invidiavo un amico che frequentava già il liceo classico. 
Ero affamato di spiegazioni. Mi chiedevo perché esistiamo; qual è il nostro destino; che cosa è il Bene e che cosa è il Male. E per un paio d’anni a tutte le domande rispose una Fede sostenuta dalla riflessione filosofica della Scolastica. 
Purtroppo, lo stesso amore della verità razionale che mi aveva indotto a credere creò presto tali obiezioni che prima dei sedici anni smisi di credere tanto nella religione quanto nell’esistenza stessa dello spirito. Non soltanto non ne vedevo traccia nella realtà, ma me ne appariva contraddittorio lo stesso concetto. Lo spirito non poteva essere “qui e non lì” e tuttavia essere immateriale. Se la mia anima era in Italia e non in Australia, subiva una determinazione spaziale in netto contrasto con la sua natura che, per definizione, non ammetteva limiti spaziali. 
In quel momento rovinò tutto un mondo di pensiero. Se lo spirito non esiste, se non esiste un’anima, se non esiste aldilà, se non esiste Divina Provvidenza, se Dio (ammesso che esista) non si occupa di noi, allora non esiste assolutamente nulla oltre ciò che vediamo dalla finestra. Poi Kant mi confermò che Dio era indimostrabile e questo chiuse la questione. Quando arrivò il messaggio di Nietzsche. “Gott ist tot”, Dio è morto, ho risposto: “Grazie, lo sapevo già”.
Da allora, ogni volta che m’è capitato di interessarmi di filosofia, la mia reazione al pensiero altrui è stata più o meno sempre la stessa: “Costui sogna”; “Costui nega l’evidenza”; “Costui confonde i suoi concetti con la realtà”. E il fenomeno si è ripetuto recentemente, quando ho letto delle brevi ed eccellenti monografie su alcuni grandi filosofi. Ricorreva l’interrogativo: “Ma costui come dimostra tutto questo?” Cartesio ad esempio, il re dei filosofi ragionanti, pone Dio al centro della sua filosofia e poi, per la prova della sua esistenza, accetta dimostrazioni che in seguito fecero sorridere Kant. Atteggiamento presuntuoso? No, semplice conseguenza delle premesse. 
Ammettiamo che nulla esista oltre la materia. A questo punto il mondo non è nulla di più di ciò che descrivono i documentari scientifici e naturalistici ed  o sono un parente stretto dello scimpanzé, col quale ho in comune il 98% di Dna. Ovviamente, la posizione eretta, gli arti superiori liberati dalla deambulazione e uno sviluppo cerebrale eccezionale mi hanno reso un po’ diverso da quel cugino arboricolo, ma non sono meno animale di lui. Approfitto soltanto del fatto che la mia specie ha un cervello sviluppato e un’enorme capacità di linguaggio e di accumulazione delle conoscenze. Ma quando sono nato non ero più intelligente dello scimpanzé.
Già questo è un punto importante. Tutti i filosofi ragionano partendo dal loro presente di adulti colti e pensanti. Mentre io vorrei ricordargli che non avrebbero quelle idee se non avessero almeno trenta o quarant’anni e se i loro genitori non gli avessero pagato gli studi. Come disconoscere che le loro idee derivano dalle loro riflessioni in conseguenza di quelle esperienze? Come negare la tabula rasa di John Locke?
La mia visione della realtà è assolutamente zoologica. In essa non c’è posto per nulla di ciò che ha inventato la società. Non hanno senso i grandi valori, la morale, la solidarietà, l’amor di patria, il dovere di perpetuare la specie e tutto il resto. L’umanità è soltanto un dato di fatto e non c’è posto per nulla che vada oltre ciò che è capace di pensare un gatto. Quel piccolo amico sarebbe molto stupito se un giornalista gli chiedesse: “Ti pare giusto uccidere e mangiare un innocente sorcio?”. Stupito è dire poco. Il gatto troverebbe la domanda idiota. “Io ho fame e sono un carnivoro. Ma tu che volevi sapere?” Ed avrebbe ragione. Infatti lo stesso uomo che gli ha posto la domanda, deposto il microfono, andrebbe a ordinare una bistecca, al ristorante. 
Tutti i nobili discorsi che fanno i filosofi, i religiosi, i politici, per me si azzerano dinanzi alla nostra natura di animali intelligenti. Intelligenti ma non migliori degli altri, come ha ben visto La Rochefoucauld. 
Il bello è che questa concezione del mondo non soltanto non riceve mai smentite dall’esperienza, ma non è in contrasto con una vita ben ordinata. Al gatto che non ha idea della morale direi che, diversamente da lui, io sono un animale sociale. Dunque devo venire a patti con la mia specie. Se voglio vivere bene, il mio sacrosanto egoismo deve trovare un limite nel rispetto del sacrosanto egoismo altrui. Inoltre ho visto che vivo meglio se sono stimato e amato, e dunque cerco di essere stimato e amato. E infatti sono felice, ma non per questo mi faccio illusioni sulla mia o sull’altrui natura.
Con questa mentalità posso guardare sbalordito a un pensatore come Hegel, capace di costruire cattedrali di pensiero su uno Spirito che io personalmente non ho mai incontrato. E temo neanche lui. I filosofi sono gente capace di sostenere che l’universo esiste soltanto perché noi lo percepiamo. Gente capace di credere che il linguaggio sia qualcosa di oggettivo. Gente che ci vorrebbe diversi dagli altri coinquilini del pianeta. Gente capace di sognare che l’umanità smetta non soltanto di essere carnivora, ma anche egoista e violenta. Violenta, come è ogni volta che l’interesse da difendere le appare sufficientemente grande. 
Questo è l’anti-Cantico delle Creature. Per Francesco d’Assisi il sole e l’acqua erano suo fratello e sua sorella perché tutti e tre erano figli di Dio. Per me lo squalo è mio fratello perché ambedue siamo bestie che pensano a sopravvivere e, se differenze ci sono, sono a suo favore. Lui nuota da oltre 400 milioni di anni, noi uomini siamo appena arrivati. Noi siamo più intelligenti perché l’evoluzione non ci ha fornito i formidabili strumenti di sopravvivenza che ha fornito a lui, e abbiamo dovuto cavarcela in qualche modo. Insomma, è vero che lo squalo non avrà mai l’occasione di occuparsi di Georg Wilhelm Friedrich Hegel, ma non è detto che sia uno svantaggio. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
15 luglio 2018




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POLITICA
15 luglio 2018
CORREO
Alcuni amici mi accusano di essere troppo severo con l'attuale maggioranza. Può darsi abbiano ragione. Certo non sono il solo. Si veda che cosa scrive Angelo Panebianco: https://www.corriere.it/opinioni/18_luglio_15/governo-profezie-equilibrio-vuoto-8d83f244-879b-11e8-bfdc-8bbc13b64da8.shtml



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POLITICA
14 luglio 2018
CONTINUITA' DEL M5S, NEL PEGGIO
La situazione attuale è facile da descrivere. Matte Salvini ha successo dando ascolto ai desideri della gente ma, anche se avesse il successo che gli auguriamo, in materia di migranti, questo non cambierà le sorti dell’Italia. E per il resto della politica si va dall’immobilismo agli errori, piccoli, come il taglio dei cosiddetti vitalizi, grandi, come il  “Decreto Dignità”, o grandissimi, perché privi di finanziamento, come quelli in progetto. E forse è interessante vedere come siamo arrivati a questo punto. 
Volendo comprendere la nostra patria, non dobbiamo risalire né ai romani, né al Rinascimento e neppure al Risorgimento. L’Italia che conosciamo è nata nel 1943. È nata quando il fascismo si è squagliato senza lasciare residui, e infatti lo stesso antifascismo, mancando il nemico, è soltanto una fantasia, una fisima, una giaculatoria. A meno che l’insistenza su di esso – dottrina negativa - non nasca dalla mancanza di una dottrina positiva cui aderire. L’ideologia dominante è comunque secondaria, soprattutto se si pensa che da noi nemmeno il comunismo ha attecchito. Dopo essere stato per decenni il rifugio dei più insoddisfatti, anch’esso si è dissolto senza lasciare residui.
Qual è stata dunque la mentalità che ha fornito la spina dorsale ideologica al Paese? Seppellite le ideologie, agli italiani sono rimasti gli ideali. Finita la Seconda Guerra Mondiale, con le sue iniziali speranze e i suoi disastri, gli italiani hanno sognato tutto il contrario di ciò che avevano vissuto: la pace, dunque, la libertà politica e soprattutto la prosperità nella giustizia sociale. Un paradiso in terra in cui avrebbero finalmente trovato realizzazione le più grandi promesse delle due correnti che si associarono nell’impresa di trasfondere nella Costituente l’utopia comunista insieme con l’utopia cristiana. 
Non c’è nulla di male, nelle utopie. E infatti Jonathan Swift e Tommaso Moro fanno a giusto titolo parte della letteratura. Il guaio, con esse, è quando si prova a realizzarle. Per quasi mezzo secolo la Democrazia Cristiana è stata sempre al potere, ma è stata costantemente insidiata dal pericolo della dittatura comunista ed ha teso a non farsi scavalcare a sinistra. Per esempio, incoraggiata da una interpretazione dissennata e forse in malafede delle dottrine economiche di Keynes, si è messa a contrarre debiti, fino a caricarne il Paese in modo così catastrofico, che non siamo più in grado di rimborsarli e intanto paghiamo circa settanta miliardi l’anno di soli interessi. 
La Dc non teneva conto di un punto essenziale. Mentre i comunisti tentavano di sfasciare la società borghese, per ereditarne i cocci e trasformarla in sovietica, i democristiani avrebbero dovuto preservarla. E invece, quando si trattava di mandare in malora l’Italia, magari dando retta alle richieste più demenziali dei sindacati, entravano in concorrenza col Pci. Questo comportamento alimentò le più irrealistiche aspirazioni del popolo, soprattutto negli anni delle spese folli e delle leggi più demenziali, come quella sull’equo canone (che distrusse l’edilizia per la locazione) o quella sui pensionati baby.  
Ma col tempo hanno cominciato a venire al pettine tutti i guai di cui si erano poste le premesse e, mentre l’economia andava sempre peggio, le aspirazioni del popolo sono state sempre più deluse. Così si è arrivati ad una crisi che non è una crisi, cioè un momento di difficoltà seguito da un ritorno alla normalità, ma la constatazione di uno stallo, di un fondo corsa, della fine di un’epoca. Oggi non abbiamo più risorse per progettare il futuro, o denaro per pagare le cambiali in scadenza che ci vengono presentate. 
Ma il popolo è rimasto così convinto di conoscere la formula giusta di governo, così sicuro di star seguendo i principi più nobili e più scientifici, che non riesce a concepire un diverso modello socio-economico. Siamo in crisi, ma l’errore non può essere né del popolo né del modello sociale. Rimangono, come possibili colpevoli, soltanto i politici, e dunque mandiamoli tutti a casa, una buona volta. Votiamo per facce nuove, per giovani non compromessi col passato, onesti e pieni di buona volontà. Loro metteranno d’un sol colpo le cose a posto. E infatti il partito incaricato di questa palingenesi, il Movimento 5 Stelle, ha promesso assolutamente tutto il desiderabile, senza tener il minimo conto del finanziamento di quei progetti. E infine si è alleato con una Lega che prometteva anch’essa la Luna, firmando insieme un programma che riuniva i sogni di ambedue i partiti. Il programma delle due Lune. Del resto, non abbiamo avuto nel Trecento la teoria dei due Soli?
La cosa interessante, in tutto questo, è che, mentre il popolo, votando per il M5S, ha creduto di fare una cosa nuova, di mandare al potere un partito rivoluzionario che avrebbe cambiato tutto, in realtà ha esattamente perpetuato il regime precedente: un regime caratterizzato dalla cattiva amministrazione finanziaria, dalle promesse irrealizzabili, dal rigetto del buon senso per andare nella direzione dei sogni e del deficit. Il programma è sostanzialmente quello della Dc e del Pci: grandi investimenti pubblici, meno tasse e più vantaggi, un posto di lavoro sicuro a vita, pensioni anche a chi non ha versato contributi, scuola, sanità, welfare gratuiti. Milton Friedman affermava che nessun pasto è gratis, l’attuale governo ha promesso pasti gratis per tutti ed è in linea con i precedenti governi. Solo andando più lontano, nella direzione del peggio. A che cosa conduce tutto ciò, lo vedremo nei prossimi anni, forse nei prossimi mesi.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
14 luglio 2018




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POLITICA
13 luglio 2018
DUECENTOQUARATASETTEMILAMILIARDI
Cominciamo dai dati, tratti dal Sole24Ore(1). Titolo: “Debiti globali record: 247 trilioni di dollari” 
“Secondo l’ultima ricerca dell’Institute of International Finance (IIF) i debiti pubblici e privati a livello globale” sono giunti “alla cifra di 247mila miliardi di dollari. Una montagna pari al 318% del Pil del mondo intero. Per debito globale si intendono le somme dovute insieme dai privati e dai governi. Questi numeri sono l’effetto di un decennio di politiche monetarie ultra-espansive”. Ovviamente tutto ciò comporta dei pericoli, ma “la vulnerabilità riguarda soprattutto i Paesi emergenti. Molti sono iper-indebitati in valuta estera sia a livello statale sia aziendale”. Soprattutto considerando che – ad esempio – “Turchia, Ungheria, Argentina, Polonia e Cile hanno più del 50% del debito totale (pubblico e privato) in valuta estera secondo IIF2, e dunque non possono cavarsela, aggiungo io, svalutando la propria moneta, come potrebbe fare il Giappone.
Qualcuno di questi dati va esplici perché, quando le cifre sono troppo grandi, ne perdiamo la nozione. Ammesso che il cambio dollaro/euro sia 115/100, 247.000 miliardi di dollari sono circa 215.000 miliardi di euro. Teniamo presente che il nostro debito pubblico (non incluso quello privato, dunque) è, di 2.300 miliardi (corrispondenti a un debito di circa 35.000 euro per ogni italiano, lattanti inclusi). Dunque quel debito è uguale a poco più di un centesimo del debito globale (2.300 su 215.000). E se è ovvio che noi mai potremo ripagare un simile debito, perché corrisponde a circa il 133% del nostro prodotto interno lordo annuale, quante possibilità ci sono che lo ripaghino gli altri Paesi, per la maggior parte più poveri del nostro, che sono indebitati in media non del 133% del pil, ma del 318% del pil? Dunque il primo punto fermo è il seguente: il mondo intero è indebitato per una cifra astronomica, e il mondo intero non pagherà il suo debito. 
Secondo punto: se il mondo è indebitato fino al collo, chi è il creditore, nella realtà per 247.000 miliardi di dollari? Chi è che resterà con un palmo di naso, e non rivedrà mai più i suoi soldi? Il debito è posseduto da privati, istituzioni varie e banche centrali; sono loro che perderanno quasi tutto. A questo punto uno potrebbe dire: i privati sono stati imprudenti, a comprare quei titoli. E figurarsi se piango sulla sorte delle banche. Ma la cosa non è c semplice. 
Volendo spiegare l’andamento della possibile crisi provocata da questa bomba su cui siamo seduti, descriviamolo come scrivendo una radiocronaca.
Lo scenario più semplice e catastrofico sarebbe l’improvviso default di una grande potenza economica, come l’Italia o la Spagna. Ma si può fare anche un’ipotesi più moderata, ché tanto i risultati finali sono gli stessi. Oggi i titoli di Stato sono venduti ad un certo tasso d’interesse in conseguenza della fiducia che il mercato ha sulla solvibilità di quegli Stati. Ma siamo più in bilico che non si creda. Fino a qualche settimana fa, lo spread fra i titoli italiani e quelli tedeschi era di 130 punti base. Poi qualche esponente della maggioranza ha fatto delle dichiarazioni non gravissime, ed anzi puramente ipotetiche, e tuttavia ciò è bastato perché lo spread schizzasse da 130 a circa 240 (dove ora è fermo). E questo significa che, su quei titoli, noi pagheremo circa il doppio di interessi. Parliamo di miliardi. 
Ora, anche senza fare l’ipotesi dell’arrivo degli alieni, poniamo il caso che i mercati si allarmino sul serio, per una decisione improvvida o per qualunque motivo, anche in sé insignificante. A questo punto non si tratterebbe più di 240 punti, come attualmente, e nemmeno d circa 550, come fino al “whatever it takes” di Mario Draghi, ma a livelli molto più alti. La conseguenza sarebbe che i tassi d’interesse schizzerebbero in alto, il servizio del debito aumenterebbe in modo esponenziale e il valore dei titoli crollerebbe, dal momento che i mercati, malgrado gli alti tassi d’interesse avrebbero tendenza a non comprarli, per sfiducia. 
Il mercato dunque non comprerebbe le nuove emissioni e chiunque cercherebbe di disfarsi di quei titoli a rischio, vendendoli prima della scadenza e facendone crollare la quotazione. Ammettendo che si venda a 40 un titolo che, alla scadenza, avrebbe reso 100, sarebbe una perdita netta del 60%. I governi, non potendo rimborsare i titoli in scadenza perché nessuno comprerebbe i titoli di nuova emissione (con cui oggi paga i vecchi, alla scadenza) potrebbero soltanto allungare le scadenze dei titoli, dicendo: “Non pago perché non ho soldi, ma ti pagherò con tre anni di ritardo sulla scadenza, se riesco a risollevarmi”, e in troppi bilanci si provocherebbe un buco capace di destabilizzare l’intero sistema.
Insomma, basta una crisi di sfiducia borsistica per decurtare pesantemente il valore dei titoli detenuti dalle banche, il che sarebbe peggio che se dei ladri avessero interamente svuotato il loro caveau. Infatti – oltre alla perdita netta di valore dei titoli tenuti in portafoglio – la svalutazione del debito mondiale si tradurrebbe anche in un sottofinanziamento delle banche, le quali non potrebbero più concedere prestiti (per insufficiente copertura) e, come scrive il mio amico economista, Gerardo Coco, “Siccome tutti gli stadi dell’economia, dalla produzione delle materie prime, semilavorati fino ai prodotti di consumo finale sono basati sul credito, il tutto si fermerebbe e sarebbe la catastrofe con effetti diversi a seconda dei Paesi“.
Né questo perverso meccanismo riguarderebbe soltanto la prima nazione in cui si è prodotto il fenomeno. Innanzi tutto esiste l’interdipendenza delle banche. Per esempio, il 30% del nostro debito è in possesso di stranieri, e sono circa settecento miliardi che, nelle loro banche, si potrebbero trasformare in 400, 300, 200. Una volta che si produce una crisi di fiducia, si ha il cosiddetto “effetto domino”. La prima tessera, cadendo, fa cadere la seconda e così di seguito, visto che tutti i Paesi sono indebitati, e per somme che non sono in grado di rimborsare. 
La fiducia nei governi crollerà totalmente. I bilanci bancari e quelli dei fondi pensione (che hanno all’attivo i titoli del debito pubblico) sarebbero terremotati. Le banche diventerebbero improvvisamente insolventi e cesserebbe il credito. Come scrive il mio amico, l’economista Coco, cui debbo parecchio per la valutazione di questi dati, “molti investitori per procurarsi liquidità venderanno in massa, facendo crollare ulteriormente i prezzi e facendo aumentare ancora di più i tassi di interesse. All'inizio si avrebbe un’iper-deflazione a cui seguirebbe l’iperinflazione perché, per combatterla, i governi, ormai subentrati alle banche centrali non più in grado di controllare la crisi, inonderebbero l’economia di contante. Sarà il crollo del welfare, del socialismo e dei governi”.
E il peggio è che non esiste una soluzione teorica del problema che permetta il riassorbimento incruento di questi debiti. La tragedia economica è inevitabile, perché, come mi dice Coco, “si è andati troppo oltre”. 
 Dopo che sono stati allineati questi dati, e se ne sono tratte le inevitabili conclusioni, rimane da spiegare come mai la gente non sia allarmata, in tutto il mondo; come mai i governi non prendano sin da oggi i provvedimenti possibili per limitare i danni; come mai la gente non fugga dal denaro e dai titoli. È mai possibile che il mondo intero si sbagli così pesantemente? 
C’è da stupirsi, soprattutto pensando alla famosa massima attribuita ad Abraham Lincoln: “you can fool all the people some of the time, and some of the people all the time, but you cannot fool all the people all the time”, potete ingannare tutti per qualche tempo, alcuni per tutto il tempo, ma non potete ingannare tutti per tutto il tempo. E invece qui abbiamo il caso di tutti che si sbagliano per tutto il tempo. Urge una spiegazione.
Secondo il mito, la profetessa Cassandra fu condannata da Apollo a predire sempre la verità e a non essere mai creduta. Nel mito, come sempre, c’è una parte di verità e di saggezza. I greci inventavano una favola, ma quella favola era un modo di rappresentare la realtà e perfino di spiegarla. Nel caso di Cassandra, dal momento che annunciava sciagure, e dal momento che la gente preferisce sentirsi predire un futuro felice, lo scetticismo cui fu condannata era soltanto la mitizzazione della tendenza umana a chiudere gli occhi dinanzi agli spettacoli sgradevoli. Anche quando ci riguardano personalmente. Anche quando, forse, potremmo evitarli se, invece di chiudere gli occhi, li spalancassimo per meglio capire come possiamo evitare il peggio. 
Ma queste sono prediche inutili, esattamente come le profezie di Cassandra. Servono soltanto a rispondere alla domanda: come mai tutti si sbagliano? Lincoln dunque aveva torto? La risposta è che la massima del Presidente americano non si adatta al nostro caso. Qui non c’è qualcuno che vuole ingannare tutti tutto il tempo, qui ci sono tutti che, tutto il tempo, preferiscono autoingannarsi. Compresi quei lettori che pensano che io sia stato troppo pessimista.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
luglio 2018
(1)Leggibile su: http://www.cinquantamila.it/storyTellerArticolo.php?storyId=5b45c97df12d7




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POLITICA
12 luglio 2018
PERCHÉ NON FACCIAMO PIU' FIGLI
Una volta, in campagna, le pratiche anticoncezionali, quando erano adottate, non andavano oltre il coitus interruptus (condannato dalla Chiesa) e i contadini avevano molti figli. Li generavano in gran numero sia per contrastare l’alta mortalità, sia perché quei piccoli non importavano né grandi spese né grandi cure. Prima li allattava la madre, senza mai parlare di pediatra, poi giocavano sull’aia, col cane, e infine, superati i sei-otto anni, cominciavano a rendersi utili. I maschi andavano al lavoro col padre, le femmine aiutavano la madre. I figli erano insomma un investimento e un’assicurazione. Da sempre infatti si sapeva che prima avevano il dovere di contribuire al mantenimento della famiglia e poi quello di sostenere e curare i genitori quando questi fossero stati vecchi o malati. 
Da molto tempo ormai queste condizioni non esistono più. Spesso fino alla laurea ed oltre, ai figli non si chiede nessuna prestazione. Essi non hanno alcuna responsabilità nei confronti dei genitori e questi, senza aspettarsi molto dai figli, si occupano di sé con i sistemi di previdenza e assistenza. Sicché chi ha figli lo fa “in pura perdita” e dal un punto di vista esclusivamente razionale i motivi per non averne sono numerosi ed evidenti. Rinunciando a porli in ordine d’importanza, ecco una lista: responsabilità infinite; preoccupazioni e dispiaceri; spese più che consistenti; scarsissime probabilità che i figli siano occasione di orgoglio e soddisfazioni; legame eterno con i figli, anche se persone problematiche; impossibilità di rompere i rapporti con l’altro genitore, anche se ci si è separati o si è perfino divorziato. Insomma è lecito chiedersi – sempre esclusivamente dal punto di vista razionale - come mai la gente non si accorga che avere figli è una follia. 
E infatti siamo alla crisi, addirittura tendendo al rovesciamento della piramide demografica. La base, costituita dai giovani, e che da sempre era stata più larga della punta, costituita dagli anziani, è divenuta più stretta della punta. Cosa che fra l’altro comporta gravi problemi per il pagamento delle pensioni. Attualmente c’è un pensionato ogni due lavoratori, presto ogni lavoratore dovrà mantenerne uno e poi addirittura due. Sempre che ce la faccia.
Perché gli italiani non fanno più figli? E come mai le italiane spesso hanno il primo (e spesso unico) figlio essendo sempre più anziane, con rischi per la salute? Qui siamo nel campo delle ipotesi, ma parecchie di esse sono interessanti. 
L’individuo attuale si sente meno parte di una comunità e non si sente in debito con essa. Così si è passati dal principio: “i figli bisogna averli” al principio: “ne avrò se ne avrò voglia”. La popolazione contemporanea è individualista, laica, desiderosa di libertà e di piaceri. E spesso i figli non rientrano in questo quadro. 
Come se non bastasse, i piccoli sono divenuti economicamente costosissimi e gravosissimi come impegno. La “famiglia allargata” non esiste più e c’è soltanto quella “nucleare”. Sono ­i due genitori che devono accompagnare i figli a scuola (prima ci andavano da soli) e andare a prenderli, soprattutto se piove. Poi bisogna fornirgli tutto il necessario per essere allo stesso livello dei compagnucci, partendo dal telefonino. Bisogna fargli praticare uno sport o la danza e comprargli i vestiti firmati. La lista è infinita. E tutti questi doveri a fronte di nulla. Dai figli non c’è da aspettarsi più aiuto che dal gatto di casa. Quanto alle malattie e alla vecchiaia, ci penserà l’Inps. 
La maggior parte delle coppie ha un solo figlio, e questo è stupefacente. Infatti, se la gente veramente non volesse figli, non dovrebbe averne neppure uno. Dunque l’istinto genitoriale esiste ancora, e per il figlio unico bisogna trovare una spiegazione.
Un tempo pensavo che la prevalenza del figlio unico potesse dipendere dall’avere assaggiato quanto siano gravosi gli impegni genitoriali. Ma poi ho riflettuto che, mentre per avere il primo figlio bisogna imparare il non facile mestiere di genitori, per i seguenti quel mestiere lo si conosce già. Dunque la ragione è più probabilmente economica: le case sono inadatte a contenere una grande famiglia, le “economie di scala” sono lungi dal compensare l’aggravio degli impegni e in totale la famiglia numerosa è un progetto economicamente scoraggiante. Se si è avuto un figlio per il piacere di essere genitori, la cosa finisce lì.
Il calo demografico probabilmente risulta da molti fattori. Attualmente l’individuo vive per sé, non per la propria famiglia, e men che meno per la specie. Il matrimonio è un legame affettivo che si rompe quando viene meno questo legame. Nessuno sente il “dovere sociale” di avere figli e nessuno è criticato se non ne ha, come avveniva quando la gente si chiedeva: “È sterile lei o è impotente lui?”. I figli sono un limite alla libertà e una preoccupazione. E infatti, nel dubbio, sempre meglio rinviare la filiazione al momento in cui la situazione economica sarà meno precaria. A quando si hanno quarant’anni.
In queste condizioni, ci sarebbe da preoccuparsi, se la Terra non fosse già sovrappopolata. Oggi invece, a livello globale, il calo demografico è una benedizione. Una volta eliminato l’esercito di vecchi (che dovranno pur morire) il pianeta potrebbe raggiungere un equilibrio demografico migliore dell’attuale. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
12 luglio 2018




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POLITICA
11 luglio 2018
IL DIFFICILE RITORNO AL BUON SENSO
Un articolo di Luciano Violante, sul “Corriere della Sera”(1) ha il grande merito non di descrivere un fenomeno noto – la decadenza delle sinistre in Europa e nel mondo – ma di chiedersene il perché. La tesi è che destra e sinistra si sono scambiati i ruoli. Prima era la sinistra che faceva sognare e proponeva il cambiamento, ora è la destra che è divenuta rivoluzionaria. Prima era la destra che tendeva a preservare gli interessi dei benestanti, ora è la sinistra che appare conservatrice. E il fatto che abbia smesso di ascoltare il popolo e sostenere le ragioni dei più poveri è la causa della sua decadenza.
I dati posti alla base del grande cambiamento sono plausibili ma, a mio parere, non risalgono a sufficienza alle ragioni prime. Se guardiamo al mondo del XIX secolo, e della maggior parte del XX, vediamo che in campo economico lo scontro è stato tra gli abbienti, adepti dell’economia liberista classica, e i meno abbienti, che più o meno fedelmente – secondo che fossero comunisti o socialisti – sognavano l’economia collettivista di ispirazione marxista. Come si diceva, dopo la rivoluzione della borghesia liberale, quella del proletariato comunista.
Sappiamo che questa rivoluzione, dove la si è attuata, ha avuto esiti economicamente disastrosi, tanto che alla fine (seppure dopo settant’anni) è stata definitivamente rigettata. Viceversa, nei Paesi liberi, il sogno collettivista – nel prospero ambiente borghese - non ha comportato controindicazioni. Per questo ha potuto progredire e il risultato è stato che ha conquistato sempre nuove posizioni. Finché si è arrivati ad una società che, senza essere dichiaratamente collettivista, lo è divenuta nei fatti. 
Alla fine però ci si è resi conto che non c’era più nulla da spremere, dalla società borghese, e che ogni ulteriore progresso si trasformava in un regresso. Insomma, come vaticinato da Margaret Thatcher, “il socialismo finisce quando finisce il denaro degli altri”. Prima lo sciopero conseguiva un aumento di salario, poi ha cominciato a provocare il fallimento dell’impresa o la sua fuga in altri Paesi. Un eccellente esempio, in questo campo, è la vicenda dell’Ilva di Taranto. Probabilmente, dal punto di vista del XX secolo, le motivazioni dei lavoratori, degli ecologisti e dei magistrati sono eccellenti. Ma in questo secolo si vede che, o si rinuncia a qualche indiscutibile ideale (per esempio: “nessuno mai deve essere licenziato”) o l’impresa chiude. E mentre prima, quando le imprese divenivano antieconomiche, le sinistre speravano che se ne sarebbe fatto carico lo Stato (alcuni lo sperano ancora per l’Alitalia) oggi questa operazione è impossibile sia giuridicamente (perché vietata dai trattati dell’Unione Europea) sia economicamente, perché lo Stato non ha più i soldi per simili follie. Ciò ha portato alla paralisi e a quella crisi che da noi non accenna a finire. Perché l’Italia è sempre stata più “di sinistra” dei suoi vicini. Non a caso a lungo ha avuto il più grande partito comunista del mondo libero.
Il problema attuale è che il nostro sistema è morto, ma non si intravvede l’erede. Prima la sinistra rivoluzionaria attaccava la società sulla base di una diversa teoria economica e si pensava che, se i lavoratori erano insoddisfatti nell’ambito dell’economia classica, sarebbero stati felici nell’ambito dell’economia marxista. Che ciò fosse contro l’evidenza poco importa: era quello che credeva la gente. Oggi al contrario i partiti “populisti” si dichiarano insoddisfatti, non propongono nulla di nuovo e operano in negativo. Propongono di buttar giù tutto - l’Unione Europea, l’euro, la globalizzazione, il libero mercato – e negano perfino che bisogna avere il denaro, prima di poterlo spendere. Non hanno una teoria economica, hanno soltanto a un confuso programma protestatario, mitologico, e sostanzialmente infantile.
I partiti progressisti hanno condotto il Paese alla paralisi economica ma, avendo cultura di governo, sanno che ogni ulteriore passo nella vecchia direzione sarebbe catastrofico. La società è già talmente “a sinistra” che oltre c’è il precipizio. Sicché il meglio che si può fare è impedire il disastro, conservando l’esistente. Forse la sinistra sa addirittura che, per ritrovare la prosperità, si dovrebbe tornare ad una società più liberale, collocandola in quel punto di un’ideale curva di Laffer in cui si incontrano il massimo di prosperità e il massimo di sinistrismo. Ma si può chiedere alla sinistra di annunciare questo programma liberale? E purtroppo non potrà mai farlo neppure la destra, troppo ignorante per capire questa soluzione e comunque comprensibilmente impossibilitata a proporla ad un popolo che ancora crede a Marx. Così siamo senza speranza.
Il nostro modello sociale è stato spinto fino a produrre le sue peggiori controindicazioni. Oggi, invece di un balzo verso il futuro, avremmo bisogno di un rassegnato e coraggioso ritorno al buon senso.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
11 luglio 2018
(1)https://www.corriere.it/opinioni/18_luglio_10/scambio-ruoli-14fb3042-838d-11e8-b0f1-5852deebaad6.shtml




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POLITICA
10 luglio 2018
NOTIZIE FALSE SULL'IMMIGRAZIONE
Alberto Alesina scrive sul “Corriere della Sera” un articolo inoppugnabile(1). Documenta – con i numeri – quanto le opinioni di molti cittadini europei siano sbagliate riguardo agli emigranti. Abbiamo idee infondate riguardo a quanti siano, percentualmente, rispetto alla popolazione nazionale. Non sappiamo quanti siano islamici, quanti siano disoccupati e quali vantaggi ricevano (se ne ricevono) rispetto ai residenti. Insomma gli allarmi sono eccessivi e il quadro reale è diverso da quello che i cittadini si rappresentano. La massa è vittima di allarmi inventati.
Ma i numeri non sono tutto. Alesina infatti non risponde ad alcune osservazioni. Sarà vero che i cittadini sono troppo spaventati, ma non si può negare gli Stati abbiano cominciato a preoccuparsi di questo stato d’animo con molto ritardo. Se ci si fosse resi conto prima dell’entità del problema, e se si fosse reagito in tempo, non si sarebbe arrivati a questi eccessi. Mesi fa l’Ungheria ha rischiato un’invasione da sud e il Paese ha reagito con una totale chiusura: filo spinato ed uomini armati. È vero che negli altri Paesi la risposta è stata definita brutale, eccessiva, inumana, ma certo gli ungheresi oggi non temono l’invasione, avendo visto che il loro governo è pronto a “difenderli”. Noi forse abbiamo dimenticato che gli Ottomani, ancora nel 1683, hanno assediato Vienna, gli ungheresi no. 
Comunque, non siamo qui per giudicare gli ungheresi e il loro governo. Ci basta sapere che in democrazia è il governo che deve seguire il popolo, non il popolo che deve seguire il governo. E invece da noi, mentre il popolo, esasperato, era al limite della xenofobia, abbiamo avuto un governo “buonista” che non intendeva ragioni. Fino alla reazione del 4 marzo. 
Riguardo all’eccessivo allarme della gente, ha funzionato il meccanismo degli scioperi. Se degli operai si considerano sottopagati e fanno sciopero, lo strumento sembra assurdo: perché durante lo sciopero guadagnano anche di meno. Ma loro potrebbero rispondere: “Assurdo? Forse. Ma se è l’unico modo per farci sentire?”
Per dimostrare quanto ci sbagliamo, Alesina scrive che per gli intervistati gli immigrati sarebbero il 30% della popolazione, mentre in realtà sono soltanto il 10%. Soltanto? Io ho letto che quando un gruppo allogeno supera una certa soglia (fra il 6 e il 10% della popolazione) le frizioni divengono inevitabili. Dunque quel 10% è tutt’altro che da prendere sottogamba. Negli Stati Uniti - esempio: il caso Rodney King - si sono avute autentiche sommosse perché qualche giovane nero, forse un po’ fuori di testa, era stato ucciso dai poliziotti. E, si badi, il gruppo allogeno non protestava contro la “brutalità della polizia”, protestava contro il “razzismo della polizia”, convinto com’era che quei giovani non sarebbero stati uccisi se fossero stati bianchi. Non giudichiamo nessuno e non diciamo chi ha ragione: ciò che interessa è che la presenza di un gruppo allogeno è fonte di problemi.
Molti sostengono che non abbiamo niente da temere dall’immigrazione. Ma questa tesi “prova troppo”. È vero, il vino non provoca il cancro, ma abusarne può condurre all’alcolismo. Anche ad ammettere che l’immigrazione abbia lati positivi, per esempio per quanto riguarda il finanziamento delle pensioni, qualunque immigrazione è ugualmente utile?
A mio parere, ad esempio, è negativa l’immigrazione dei neri. Non per razzismo, dal momento che scientificamente distinguere un nero da un bianco è perfettamente stupido e privo di fondamento. Sotto la pelle siamo assolutamente uguali. Il problema è un altro: la gente lo capisce, che siamo assolutamente identici? Bisogna tenere conto delle condizioni date, non di quelle che vorremmo ci fossero. Per loro disgrazia i negri rimangono neri di pelle, anche se si integrano perfettamente. Per molta gente sono un “loro” diverso rispetto ad un “noi”. Sarà sbagliato, ma perché negarlo? Basterebbe chiedere ai più generosi: “Sareste contenti se vostra figlia vi presentasse un fidanzato nero?” Negli Stati Uniti i media si affannano a presentarci magistrati neri, senatori neri, avvocati neri, medici neri, ma chi potrebbe dire che il razzismo sia totalmente morto, in quel grande Paese? Realisticamente la cosa migliore è non dare al razzismo l’occasione di nascere, visto che dopo non c’è modo di eliminarlo. 
Il secondo limite riguarda i musulmani. Quand’anche di pelle bianchissima. In questo caso non perché noi, colpevolmente, gli impediamo di integrarsi, ma perché loro, colpevolmente, rifiutano di integrarsi. Anche dopo generazioni. A Parigi la sensazione è che un francese, nato in Francia, figlio di francesi, ma nipote di immigrati musulmani, è più musulmano che francese. Che facciamo, aspettiamo di crederci per esperienza? Basta andare a vedere quanto un parigino si senta a casa sua a Porte de la Chapelle, e siamo ancora a Parigi.
Qualunque immigrazione, dunque, d’accordo: ma bianca e non musulmana. La prima, perché rischiamo di essere intolleranti noi, la seconda perché rischiano di essere intolleranti loro. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
10 luglio 2018
(1)https://www.corriere.it/opinioni/18_luglio_09/forza-numerisull-emergenza-migranti-576ebeec-82e0-11e8-8c19-eee67e3476a0.shtml




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POLITICA
8 luglio 2018
MALVOLENTIERI CONTRO
Forse in politica ognuno segue i suoi personali pregiudizi. Il mio è stato quello di essere da sempre “malvolentieri contro”.
Contro per decenni, perché non potevo che rifiutare la Democrazia Cristiana, bigotta e sostanzialmente di sinistra, e il Pci, più comunista dei russi. Come si è visto dopo il crollo dell’Unione Sovietica. Malvolentieri perché non c’è mai stato un partito a favore del quale avrei potuto votare. Ho sempre sostenuto il centrodestra non perché mi convincesse, ma perché il centrosinistra mi convinceva anche meno. E infatti ho vissuto con autentico scoramento i due anni del secondo governo Prodi, quel Circo Barnum con tutti dentro, nel segno di Pecoraro Scanio e di Niki Vendola.
E dire che ho delle esigenze minime. Dalla politica vorrei soltanto che ci lasciasse liberi e non rompesse le scatole all’economia. E questo si chiama essere liberali. Ma dal momento che in Italia non c’è mai stato un partito liberale di massa, sono stato costretto a cercare sempre di limitare i danni. 
Votare contro tuttavia non significa mettere tutti i partiti sullo stesso piano. Non avrei votato volentieri per Prodi, ma certo non l’avrei mai messo sullo stesso piano di Cesare Damiano, Oliviero Diliberto e altri comunisti “duri e puri”. Romano Prodi infatti sa far di conto. Ed è per questo che, dopo che ho detto tanto male di Matteo Renzi, qualcuno oggi potrebbe accusarmi di guardare con simpatia al Pd.
Il fatto è che sono cambiati i parametri. Per molti decenni, il discrimine è stato destra-sinistra, ed io, da liberale, e seppure malvolentieri, ho scelto la destra. Ora il discrimine non è più quello. La frontiera separa i partiti politici e i partiti impolitici. Chiamerei partiti politici quelli che hanno una certa idea di come si governa uno Stato. Così la sinistra è tendenzialmente egalitaria, idealista, statalista e collettivista, e la destra è tendenzialmente meritocratica, pragmatica, liberale e liberista. Mentre i partiti come il M5S e la Lega modello Salvini sono fondamentalmente protestatari. Sono contro l’establishment a prescindere e per il rinnovamento in quanto rinnovamento. Cioè non hanno né un modello di governo né un modello di politica economica. Vorrebbero fare miracoli ma non sono attrezzati intellettualmente né per farli, né per capire quali sono comunque impossibili. 
A questo punto mi vedo costretto a cambiare la mira. Rimango contro tutti ma certo in particolare contro quelli che hanno le idee confuse. Dunque sono più o meno alla stessa maniera contro Lega e M5S, e a favore di Forza Italia, Fratelli d’Italia e, appunto, Partito Democratico. Si scandalizzi pure chi vuole, ma preferisco il competente, anche se la pensa diversamente da me, all’incompetente dalle idee confuse. 
E qui si passa dal presente al futuro. Il 4 marzo Lega e M5S insieme sono arrivati al 51% e attualmente, secondo le intenzioni di voto, arrivano al 58%. Dunque, se si rivotasse oggi, non ci sarebbe partita. Ma in futuro le cose cambieranno. Se l’attuale maggioranza dovesse governare bene (non si può escludere nulla) ciò vorrebbe dire che essa ha imparato il mestiere e che le due formazioni che la compongono sono divenute partiti politici. Lo scenario, nel lontano 2023, sarebbe talmente nuovo che sarebbe necessario studiarlo partendo da zero. 
Se invece la maggioranza governasse male, e fossimo costretti a nuove elezioni, si giocherebbe tutt’altra partita e l’opposizione sarebbe più o meno viva e forte quanto più o meno viva e forte è la maggioranza uscente. 
Per questo bisogna augurarsi che il Pd non muoia e non anneghi nelle sue sterili polemiche. Abbiamo bisogno che destra e sinistra sopravvivano a questo momento. Così dopo il festival delle illusioni, e dopo la tempesta che ne sarebbe seguita, potrebbero raccogliere i cocci e far ripartire il Paese. Dunque lo confesso: se l’alternativa fosse secca, Pd-M5S, dopo oltre sessant’anni di anticomunismo viscerale io voterei Partito Democratico. 
È sempre preferibile un avversario che sa il fatto suo a un ragazzotto ignorante e imprevedibile. Né sarebbe strano che, dopo un tracollo che non oso descrivere, si formasse una sorta di Comitato di Salute Pubblica, in cui i partiti politici seri collaborassero come la Dc collaborò col Pci nella Costituente, per il bene dell’Italia. 
Insomma, pur ammettendo che il quadro nazionale quale lo conoscevamo fino a pochi mesi fa sia perento, e pur ammettendo che il panorama politico debba essere rinnovato, alla normalità si tornerà soltanto quando avremo una dialettica istituzionale degna di un Paese sviluppato.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
8 luglio 2018




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POLITICA
6 luglio 2018
IL RIGETTO DEL BUONISMO E I POPULISTI
Descrivere un vasto fenomeno riguardante la propria epoca è difficile quasi quanto dire il colore di una scatola mentre ci si è chiusi dentro. I mutamenti della società sono molti lenti e dal momento che li viviamo giorno per giorno, è difficile coglierli, nel loro manifestarsi. Per esempio il “buonismo” sembra esserci sempre stato, e invece il lemma non esiste se non nei dizionari recentissimi. A quanto leggo, la parola è stata inventata da Ernesto Galli Della Loggia, nel gennaio del 1995, e in seguito ha avuto un successo enorme. Evidentemente i parlanti avevano bisogno di una unica parola che indicasse qualcosa cui si accenna spesso. 
L’uso del termine è stato crescente come crescente è stato il fenomeno. Siamo stati sommersi dall’imperversare di eufemismi, fino a rendere insulti parole neutre come negro, minorato, demente. Ora ci sono soltanto neri, addirittura afro-americani, in America; il minorato è divenuto handicappato?disabile?diversamente abile, e probabilmente salto qualche passaggio; quanto al demente, è soltanto disturbato, anche se non si sa che cosa o chi lo disturbi. 
Peggio è andata col sesso. La violenza carnale è un tremendo reato, ma si è arrivati a trasformare il corteggiamento, o un semplice complimento, in “molestia”, da molti equiparata alla violenza sessuale. Addirittura sono stati condannati parecchi uomini per aver fatto sesso con donne maggiorenni e consenzienti perché, essendo ubriache, il loro consenso era viziato dall’alcool. Come se io regalassi cinquanta euro a un mendicante, perché sono ubriaco, e poi lo facessi condannare per rapina.
È inutile enumerare i guasti del buonismo, perché tutti sappiamo come vanno le cose. Non si può più dare uno schiaffo al figlio maleducato, non si può dare del cretino a un alunno, né si sa con quali mezzi si può lecitamente far sì che un vivace pargoletto obbedisca a un ordine (sadico) del tipo: “Stai seduto”. Pare siano permesse soltanto le implorazioni e i miserere nobis, ma la legge non suggerisce nulla, nel caso non abbiano successo.
Naturalmente, mentre il fenomeno si ingigantiva, aumentava il numero dei renitenti alla leva. Prima soltanto le persone di notevole indipendenza di pensiero trovavano queste esagerazioni stucchevoli ma poi, nel chiuso delle loro case, moltissimi hanno cominciato a sbuffare. E infine ci si è accorti che gli esasperati erano più numerosi del percepito. L’ufficialità rimaneva intransigentemente buonista, i privati non ne potevano più. Per esempio nei confronti degli immigrati irregolari. Tanto che politici dotati di più grande fiuto hanno cavalcato con entusiasmo questa tigre, ricavandone voti e vantaggi. 
È finalmente divenuto lecito essere cattivisti, parola che il correttore automatico mi segna in rosso come inesistente, mentre altrettanto non ha fatto con “buonismo”. Oggi, all’ennesima omelia del televisore, non è raro che il cittadino gli risponda: “Il dovere di aiutare gli altri? Io ho il dovere di aiutare la mia famiglia”.
La reazione al buonismo è stata tardiva (e per qualche verso furibonda) perché, dopo secoli di Cristianesimo e molti decenni di sinistra, è stato difficile confessare di essere stanchi di prediche. Qualunque persona perbene dà una mano al prossimo, se può, ma che questo sia divenuto un dovere universale, è eccessivo. È da idioti dire: “A molte migliaia di chilometri da qui, si stanno massacrando. E noi non facciamo nulla?” O anche: “Ci sono naufragi vicino alle coste della Libia, e noi non facciamo nulla?” Si ha voglia di passare al contrattacco: “Ma tu credi di fare qualcosa, parlandone?” 
Forse la political correctness e il buonismo hanno fatto il loro tempo. E lo stesso trionfo dei partiti “populisti” potrebbe esserne un sintomo. Forse uno slogan come quello di Trump, “America first”, indica la rilegittimazione della normale auto-protezione. E anche Salvini, col suo “Prima gli italiani”, dimostra d’aver capito da che parte viene il vento. La gente ha voglia di rivolgersi a partiti non compromessi con quelli che hanno per tanto tempo occupato il governo e tutti i pulpiti della morale.
Speriamo che sia di nuovo lecito essere buoni non per obbligo di Stato, ma per dovere personale, sanzionato dalla nostra coscienza, non dal biasimo di un compunto giornalista televisivo. Uno che magari quel buonismo lo abbandonerà appena si allontanerà dalla telecamera. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
6 luglio 2018




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POLITICA
5 luglio 2018
UN FILM SUL M5S
La vicenda del Movimento 5 Stelle può essere vista come un evento politico, e certamente lo è, se è vero che esso è arrivato al governo. Ma può anche essere vista come un film. Uno di quei film che partono da un’ipotesi strampalata e la sviluppano, enumerando i corollari e all’occasione con spunti comici.
Ecco la trama. Immaginiamo qualcuno che non capisce niente di politica, di amministrazione o di economia. Insomma “a man in the street”, non più colto della media, che è come dire ignorante come una capra. Costui per gioco si mette a dire sciocchezze politiche e inaspettatamente viene preso sul serio, fa carriera e alla fine gli viene affidato il governo. Che spettacolo ne verrebbe fuori?
Si potrebbe fare del film la saga dell’uomo di buon senso, onesto e coraggioso, che con la faccia di Gary Cooper trionfa di tutti gli ostacoli. Oppure – protagonista un uomo un po’ più colto, diciamo James Stewart – si potrebbe mettere in scena un personaggio che combatte eroicamente un’unica battaglia, la vince, e poi abbandona un mondo che, dopo tutto, non lo merita. 
Molta parte di questo soggetto si è già verificata. La volgarità e l’invettiva sono state credute programmi politici. Ha trionfato l’illusione infantile che basti essere onesti e disinteressati e si governa bene un Paese. La competenza - vista come acquiescenza al condizionamento dell’establishment, ed anzi come inutile complicazione – è stata rigettata. Ci si è perfino rifiutati di far di conto, rispondendo alla semplice domanda: “E con quali soldi lo fai?” Insomma i Cinque Stelle sono arrivati al governo tecnicamente equipaggiati quanto un suonatore di oboe per eseguire una laparotomia.
Infatti dapprima i beneficiari della lotteria hanno visto la vicenda come uno spettacolo, per esempio andando a piedi al Quirinale, o facendo finta di prendere un autobus. Finché gli hanno spiegato che i matti non sparano ai politici perché i politici lo meritano, ma perché loro sono matti; e che, a voler giocare ai cittadini come gli altri, complicavano ulteriormente la vita delle scorte. 
Comunque ci hanno messo tempo a capire che, se la vita parlamentare è un gioco, certo è un gioco complicato. Per esempio, hanno scoperto che, per fare le cose, occorrono i soldi, e in questo momento, in materia di soldi, l’Italia ha soltanto il più gigantesco debito pubblico fra i grandi Paesi europei. Poi gli hanno spiegato che, se si insiste a far debiti, c’è caso che alla fine nessuno ci faccia credito. E che le Borse ci facciano fallire. Non bastasse, hanno scoperto che “il diavolo si nasconde nei particolari”. 
Facciamo un esempio teorico. L’idea di aiutare i poveri con un sussidio è certamente lodevole. Ma chi sono i poveri? Quelli che non hanno nessun reddito? E come provano che non hanno nessun reddito? E se invece lo hanno, lo Stato come può scoprire che hanno mentito? E comunque, qual è il reddito oltre il quale non si è più poveri? Se fosse di cinquecento euro, sarebbe giusto dare, poniamo, trecento euro a chi ha questo reddito e non dare niente a chi ha un reddito di 501€?, Infine e soprattutto, quanto verrebbe a costare, questo sussidio, allo Stato? E dove sono i soldi per finanziarlo?
La distanza fra i progetti vaghi e la realtà è molto maggiore di quanto la gente non pensi. Ecco perché già oggi vediamo questi giovanotti alle prese con le perplessità degli apparati dei loro Ministeri, per non parlare delle obiezioni, fondatissime, del Ministro dell’Economia. E provocano uno stringimento di cuore. Non si può mettere uno sprovveduto in un posto di comando per il quale non è qualificato e poi rimproverargli di non essere qualificato. Al malcapitato non si può neppure far carico di avere accettato, perché se si fosse reso conto di non essere qualificato, sarebbe stato più qualificato di quanto non siano i ragazzotti del Movimento.
Per fortuna, se si è vecchi, si può guardare a tutto questo con serenità. Col distacco divertito con cui un accademico studia un curiosum della storia. Per dire: Caligola che nomina senatore il suo cavallo, la “Crociata dei bambini”, il processo al cadavere di Papa Formoso, o l’immortale beffa di van Meegeren ai nazisti e ai critici d’arte. Dimentichiamo dunque che tutto questo si gioca sulla nostra pelle e continuiamo a pensare al film. 
Se i dilettanti si inchinano alla competenza dei funzionari che li circondano e non provocano disastri, non faranno niente di quello che hanno promesso. E alle prossime elezioni spariranno dal panorama politico. Se invece insistono ad andare contro venti e maree – o più semplicemente contro le colonne del dare e dell’avere - può darsi che l’Italia fallisca, che salti l’Unione Europea e che il contatore dell’Europa sia rimesso a zero. Come nel 1945. 
Sarebbe tremendo, ma dopo tutto ce lo saremmo meritato. Una casa non scoppia perché abbiamo acceso un fiammifero, scoppia perché era satura di gas. E dal momento che il gas ce l’abbiamo immesso noi, che diritto avremmo di lamentarci?
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
5 luglio 2018




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POLITICA
4 luglio 2018
IL NETTARE DEL LAVORO
Luigi Di Maio, il nostro Vice Presidente del Consiglio nonché Ministro dello Sviluppo Economico e Ministro del Lavoro (sembrano i titoli di un Vicerè spagnolo) ha battezzato “Decreto Dignità” quello riguardante il lavoro precario. Lo sforzo tende ad ottenere che esso sia trasformato in un contratto a tempo indeterminato. Ma quel Decreto è criticabile a partire dal titolo. Come ha osservato Piero Ichino, ridare dignità al lavoro precario corrisponde a dire che attualmente non ha dignità. Affermazione di cui si è lieti di lasciare l’intera responsabilità a Di Maio.
Da sempre, il lavoro interferisce con i pregiudizi. Per un nobile romano, lavorare con i propri muscoli sarebbe stata una diminutio: quella era attività da schiavi. Nel Settecento i nobili vivevano delle loro rendite e al massimo potevano darsi alla magistratura, alla carriera ecclesiastica o alla politica.
Poi le cose sono cambiate. Con la Révolution il popolo è divenuto sovrano e gli sono state rivolte le piaggerie prima riservate al re. Si è arrivati a dire, senza ridere, che “il lavoro nobilita l’uomo”. Invece esso è soltanto una dura necessità. Gli uccelli passano l’intera giornata a cercare il cibo: li facciamo marchesi? Non bisognerebbe passare, dal lavoro come attività indegna di un gentiluomo, all’esagerazione opposta. Il problema non è se il lavoro sia nobile o no, il problema è se lo si ha o non lo si ha. 
Il Decreto Dignità è probabilmente più sbagliato delle norme che viene a correggere. Che senso ha obbligare il datore di lavoro a licenziare o assumere a tempo indeterminato il lavoratore un anno prima di quanto prescrivessero le norme precedenti? Mentre prima il datore di lavoro, essendo perplesso se assumere o no quel giovane, poteva ancora esitare ancora per un anno, ora la prudenza gli consiglierà di licenziarlo subito. Aumentando così la stessa precarietà. 
Ma tutte queste discussioni non hanno ancora toccato il punto centrale. Se i nostri giovani emigrano in massa per andare a cercare un lavoro all’estero, dove non ci sono le nostre guarentigie, è perché, imparato un mestiere, se perdono il lavoro ne trovano un altro. Ecco la vera dignità. Quando la domanda di lavoro pareggia l’offerta, il lavoratore ha potere contrattuale. Viceversa, in un Paese in cui non si trova lavoro, la dignità al lavoratore la toglie il bisogno. Il “caporalato” è una piaga, ma i “caporali” troverebbero lavoratori disposti a farsi sfruttare per paghe di fame, se questi avessero un’alternativa?
In un mercato con bassa disoccupazione, sono spesso i datori di lavoro che cercano i lavoratori. E il lavoratore può contrattare la sua remunerazione, perché nessuno lo può prendere per il collo. Mentre in Italia si crede di poter risolvere i problemi economici con sempre nuove leggi. 
Il lavoro è attualmente al centro di una fastidiosa e fuorviante famiglia semantica. Il “lavoratore” è un padre di famiglia stanco e sfruttato. Il disoccupato è una vittima della società. Il datore di lavoro deve assumere dipendenti e remunerarli anche se non ne ha bisogno. Il lavoro è un’astrazione che ha un estremo bisogno di essere regolamentata dallo Stato. Il diritto al lavoro è un’ovvietà, anche se nessuno l’ha mai visto all’opera. Il posto di lavoro, nella Pubblica Amministrazione significa diritto allo stipendio, che si lavori o no. 
Il concetto di lavoro è distorto in tutte le direzioni. In realtà, se il mercato del lavoro fosse libero, gli equilibri li stabilirebbero gli interessati, arrivando a risultati migliori degli attuali. Basti vedere che i lavoratori stanno meglio in Svizzera. 
Qualcuno potrebbe dirmi che in concreto non ho indicato nessuna soluzione. Ma la soluzione è in un cambio di mentalità. Un posto di lavoro si crea quando il datore èdi lavoro ha interesse ad assumere. E dunque è questo interesse che bisogna favorire. Bisogna tassare poco il lavoro e rendere facili sia le assunzioni sia i licenziamenti. Invece attualmente il cuneo fiscale è enorme e tutta la legislazione tende a limitare la libertà del datore di lavoro. Quando non va dichiaratamente contro i suoi interessi. In queste condizioni il problema non ha soluzione. I fiori non dicono alle api: “Voi avete il dovere di venire a visitarci perché occorre impollinare le piante”. Gli dicono semplicemente: “Vi offriamo un ottimo nettare: approfittatene”. E l’impollinazione avviene da sé. I vegetali sembrano sapere meglio di noi come si fanno gli affari. Ma questo è un discorso da bieco capitalista selvaggio e, dal momento che sembro intendermi meglio con i vegetali, me ne torno nella giungla.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
4 luglio 2018




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POLITICA
2 luglio 2018
DEPISTAGGI

Dal “Corriere”: “‘Via D’Amelio il più grande depistaggio della storia’. Chiesto processo per tre agenti”. Così è annunciata la sentenza per la morte del giudice Borsellino e degli agenti della sua scorta. E le virgolette della prima parte del titolo sottolineano che quelle parole sono contenute nella stessa sentenza.
So che ha titolo per commentare una motivazione chi si è molto interessato del caso, soprattutto se ha avuto il modo e la pazienza di leggere gli atti giudiziari. Io invece so soltanto che hanno ucciso quelle persone con una potentissima bomba. E per il resto niente. E allora perché ne parlo? Ne parlo perché sono rimasto scandalizzato dalla mia reazione. 
Mi sono accorto che ho dato un’occhiata a quel titolo, distrattamente, senza credere una sola delle parole che leggevo. Non nel senso che fossi sicuro della loro fondatezza o infondatezza, ma nel senso che quelle affermazioni non avevano alcun peso. Era un’opinione che non valeva più di quella del primo imbecille che passa. E questo è eccessivo. Dopo vicende come quella di Tortora, di Andreotti, di Contrada (e del famoso “Processo Trattativa”) è lecito essere scettici, riguardo alle più importanti sentenze, ma sarei stato più contento di me stesso se avessi contestato le conclusioni di quest’ultimo processo con dati di fatto e argomentazioni logiche. Viceversa, arrivare a questa devastante e preconcetta mancanza di rispetto per l’amministrazione della giustizia mi ha fatto vergognare. Perché di solito sono un garantista in tutte le direzioni. 
Ma poi sono stato aggredito da un interrogativo: se un atteggiamento simile l’ha uno come me, sarebbe strano che ce l’avessero anche altri? Magari molti altri? E a questo punto il problema è divenuto: che cosa può indurre ad un giudizio se non assurdamente severo, certo peggio che critico, sulla magistratura?
La risposta è contenuta nell’etimologia della stessa parola “sententia”. I romani avevano chiaro il suo collegamento con i sentimenti. Il giudice deve applicare le leggi ma nella loro applicazione è implicito il rischio dell’interpretazione e soprattutto dell’interferenza emotiva. Il giudice è un essere umano. Dunque, emettendo il proprio giudizio, è come se aggiungesse: “Questa è la soluzione che sento giusta, anche se so che potrei sbagliare”.
Ma così ho parlato del giudice ideale. Cioè quello che diffida anche di sé stesso. Purtroppo in Italia, dai tempi dei “pretori d’assalto”, ne esiste un altro tipo. Non quello che cerca di essere neutrale, ma il magistrato imbevuto di ideali morali e politici che non soltanto possono influenzarlo nelle sue decisioni, ma che lui stesso reputa giusto lo influenzino. Dunque non colui che, diffidando anche di sé, cerca di controbilanciare le proprie personali convinzioni, ma colui che si crede in dovere di farsene influenzare, essendo lui non qualcuno che deve applicare le leggi, ma qualcuno che deve lottare contro i nemici del bene e “portare avanti” la causa della buona politica.
Questo eventuale atteggiamento non rende i magistrati indegni, ché anzi, essendo in buona fede, essi reputano di fare il loro dovere meglio e con più passione di altri. Li rende estranei al loro compito. Infatti ciò che legittima l’amministrazione della giustizia non è tanto la competenza giuridica, quanto l’estraneità del giudice rispetto alla materia che tratta. Il suo essere terzo, Il suo essere terzo, rispetto alle parti, perfino quando le parti sono la polizia da un lato e un ladro o un assassino dall’altro. Mentre è sempre da temere l’identificazione intima con una delle tesi in campo. Nemo iudex in re sua, dicevano i romani: nessuno emetta giudizi su materie che lo riguardano.
Ecco perché non ho la minima fiducia nei processi di risonanza nazionale, nei processi in cui è implicato un politico (di qualunque colore sia), nei processi di mafia, dopo che per tanti anni se ne è parlato come il male assoluto, e via dicendo. In questi casi, non avendo letto le migliaia di pagine dei processi, mi sento costretto ad una totale sospensione del giudizio e guardo alle sentenze che li concludono con l’indifferenza con cui leggerei, en passant, un titolo riguardante un pettegolezzo di Hollywood o un’alluvione in Colombia. Non che tutto questo mi scusi, ma potrebbe costituire la spiegazione di un fenomeno non soltanto mio.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
2 luglio 2018




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POLITICA
1 luglio 2018
L'ELETTORATO: DISPERATO, ILLUSO, VOLUBILE
Ieri il “Corriere della Sera” ha pubblicato i risultati di un’indagine demoscopica firmata da Nando Pagnoncelli che riportano le intenzioni di voto degli italiani, con le variazioni rispetto al voto espresso il 4 marzo. Pd, il 4 marzo 14,8%, oggi 18,9%; M5s 32,7%?29,8%; Lega 17,4%?31,2%; Fi 14?8,3%.
Probabilmente, non importa tanto il loro significato evidente – come l’impressionante consenso attuale della Lega, passata da terzo partito a primo partito virtuale – quanto il senso di questi mutamenti.
Sembra evidente che, se gli elettori sono tanto pronti a cambiare partito, perfino passando, nelle intenzioni, dall’astensione al voto o dal voto all’astensione, è perché le ideologie non hanno più presa. L’unico partito stabile, in questo campo, è il Pd: proprio perché è quello con l’ideologia più solida, anche se oggi piuttosto ammaccata. Mentre sembra totalmente svanita la presa di Forza Italia, fondata sull’anticomunismo. 
Ma tutto ciò significa pure che sia i trionfi sia le sconfitte potrebbero essere ingannevoli. Prendiamo FI. Prima gli elettori di centrodestra temevano le tendenze socialiste e collettiviste del Pd, oggi il pericolo “comunista” non esiste più e dunque anche loro, come tutti, guardano ai risultati. E attualmente può esibirli la Lega. Da questo il suo crescente consenso. Ma se questa è l’origine del suo successo, si tratta di un successo che non si può prendere sul serio. 
Chi per decenni ha seguito l’ideologia di sinistra, ha sempre avuto un’idea abbastanza chiara di ciò che avrebbe fatto il suo partito, andando al governo. Quando poi lo ha visto all’opera, è stato più o meno contento o deluso dai risultati ottenuti, ma ha sempre tenuto presente che aveva fatto del suo meglio. E da ciò la fedeltà. Se viceversa il partito non ha un’ideologia e i cittadini lo giudicano esclusivamente da quelli che percepisce come suoi risultati, ne deriva una pericolosa volatilità dei consensi e conseguentemente dei voti. 
L’establishment non aveva capito a che punto il popolo ne avesse abbastanza, mentre la Lega s’è procurata un’immensa popolarità con i suoi atti di coraggio nei confronti del buonismo (privato e statale) e con la risolutezza contro l’immigrazione clandestina. Ma la cosa presenta notevoli inconvenienti. Questo genere di successi non ha effetti durevoli. Il taumaturgo, come sa bene Matteo Renzi, non può limitarsi a un solo miracolo. E purtroppo Salvini non può farne molti altri, perché la maggior parte di essi non sono gratis: richiedono fondi di cui il governo non dispone e non disporrà. Ché anzi – e questo vale per l’intera maggioranza -  prima di realizzare il famoso “contratto” sarà necessario occuparsi dei problemi già esistenti: come realizzare la manovra finanziaria richiesta dai nostri conti, come evitare l’aumento dell’Iva, come redigere la legge di stabilità. 
Ecco il problema. Un popolo che fanciullescamente applaude una certa impresa, quasi credendo che i grandi risultati si ottengano sempre, solo che si si abbia la volontà di ottenerli, come reagirà, quando non ne vedrà altre? Se prima ha attribuito il successo alla risolutezza, poi attribuirà il mancato successo all’irresolutezza.
Non sono giochi di parole. Il popolo italiano è molto, molto insoddisfatto della situazione economica che si è determinata dal 2008. Questo gli ha fatto completamente perdere la fiducia nei partiti tradizionali, tanto che si è rivolto ad un partito non-partito, un movimento sostanzialmente privo di ideologia e capace di promettere tutto e il contrario di tutto, come se ottenerlo dipendesse soltanto dalla volontà di averlo. È una teoria sciocca, ovviamente, ma nel momento in cui Salvini ha cominciato a mettere in atto una parte di quel programma, la gente ha creduto di avere la riprova sperimentale del dogma di partenza: si può avere tutto, purché lo si voglia. E questo spiega anche il sorpasso della Lega rispetto al Movimento, già impastoiato dai limiti del reale. L’uomo di buon senso direbbe: “La Lega fa la mossa, il Movimento non può farla”, mentre l’uomo comune è più spiccio e dice: “La Lega fa, il Movimento non fa”. Dunque io voto per la Lega. Ma le illusioni non resistono a lungo al confronto con la realtà. 
Recentemente gli italiani si sono come ubriacati di speranze e di illusioni, e questa vicenda degli immigranti li ha resi felici, perché è come se gli avesse confermato che le loro non erano illusioni. Ma l’effetto dell’ubriacatura passa, e dopo arriva il mal di testa, la nausea, la gola brutta. Tutta quella sindrome che gli anglosassoni chiamano hangover, i francesi gueule de bois, e noi italiani, con una perifrasi, postumi della sbornia. 
Insomma, l’indagine demoscopica di Pagnoncelli, a mio parere, significa soltanto che gli italiani hanno rinunciato alle ideologie tradizionali (salvo, un po’, per la sinistra) per sostituirle con la rabbia e le illusioni. Pessime consigliere.
Il futuro potrebbe offrire a parecchi politici cocenti delusioni e a noi tutti pericolose avventure.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
30 giugno 2018




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POLITICA
30 giugno 2018
UNA SEPARAZIONE CONSENSUALE PER L'UE
Molti anni fa sono rimasto un po’ stupido quando mi sono accorto di essere un tendenziale sfasciafamiglie. Non nel senso che tutte le mogli degli amici si innamorassero di me ma nel senso che, quando qualcuno mi raccontava i suoi problemi coniugali, la mia reazione pressoché costante era: “Perché non vi separate?”
In realtà ero semplicemente logico: se due persone stanno male insieme, non staranno ambedue meglio, se si separeranno? Del resto, se ognuno dà all’altro la colpa della propria infelicità, non è opportuno far cadere questo alibi? 
Probabilmente queste idee sono valide anche per l’Europa. Questa Unione è nata come un matrimonio d’amore. E infatti a lungo è stato quasi blasfemia ipotizzarne la fine. Oggi, invece, l’“Europa” è sempre meno popolare, ed è sempre più spesso considerata colpevole dei guai dei singoli Paesi. La si vede come una serie di vincoli che ostacolano la libertà, piuttosto che come una guida, una protezione, una famiglia.
Magari a torto. È perfettamente possibile che l’Unione sia una grande realizzazione. Basterebbe citare il fatto che da molti decenni una guerra fra i suoi membri è reputata inconcepibile, e che il Continente costituisca un’immensa area di libero scambio. E tuttavia, che importa? I meriti delle persone, da soli, non sono sufficienti né a farle sposare, né – dopo – a farle rimanere insieme. I matrimoni d’interesse possono durare per tutta la vita soltanto se i coniugi hanno un grande buon senso. Ma l’Unione Europea è cominciata come un matrimonio d’amore, e in questi casi contano molto i sentimenti. Quando cominciano le rimostranze, le accuse e gli alterchi, la magia è svanita, i due si vedono come realmente sono, semplicemente umani, ed è la fine. Se si è a questo punto, meglio separarsi consensualmente, per così dire in tempo di pace, piuttosto che con un divorzio guerreggiato. 
Nel caso dell’Europa il problema è stato complicato dal sentimento di una doppia parentela. Nei confronti degli altri Stati, ognuno si è trovato nella situazione dei coniugi, ma nei confronti dell’Unione Europea in sé la relazione è stata simile a quella che i figli adolescenti hanno con i genitori. In teoria sanno che essi esercitano il loro potere per il loro bene, ma di fatto finiscono col dargli la colpa di tutto. Perché su tutto essi hanno potere. E dunque – a parere dei figli – di tutto sono responsabili. 
Si ha una riprova di questo sentimento nel fatto che uno dei primi rimproveri mossi all’Unione è proprio la sua legislazione, minuziosa e spesso sentita come opprimente. E non si tratta qui di decidere quanto siano fondate le accuse e le lamentele. Il fastidio della costrizione prevale sull’utilità della norma, che alla fine neanche si esamina. 
Bisogna ripeterlo: nessuno può essere sicuro che la fine dell’Unione sarebbe una buona cosa. Anzi, è meglio non azzardarsi a descrivere le conseguenze di un eventuale smantellamento della comunità. Ma si parla di impressioni, forse perfino di sensazioni stupide dovute alla disinformazione, perché in democrazia non raramente è sulla base di queste cose impalpabili che si decide. 
I competenti sostengono che ormai nel continente si è stabilita una tale rete di vincoli e interconnessioni, che il loro smantellamento sarebbe un’impresa ciclopica. E sia. Ma il problema non è se la fine dell’Unione sia opportuna, il problema è se sia fatale. E, se sì, è ovviamente meglio attuare questa enorme decostruzione avendo il tempo e la calma per progettarla e attuarla con cura, non in seguito ad un evento traumatico.
In fondo nessuno credeva all’uscita della Gran Bretagna dall’Unione, cosicché quella decisione non è stata né pienamente valutata, né adeguatamente progettata. È stato soltanto una volta che gli inglesi l’hanno votata, che essi si sono accorti delle conseguenze, al punto che, se avessero rivotato sulla stessa decisione un anno dopo, il “remain” avrebbe largamente prevalso sull’ “exit”. Tenendo conto di questa lezione, perché non attuare gradualmente e in modo razionale la marcia indietro rispetto al sogno che non si è realizzato? 
Chissà, potremmo perfino sperare che gli europei, dinanzi alle prime conseguenze concrete della separazione, si rendano conto che si stava meglio quando si stava peggio. E ricomincino a sognare l’Europa unita.
Invece attualmente ci troviamo nella famosa “situazione disperata ma non seria”. Se gli europei non riescono a capire se gli convenga o no questa Unione, forse l’unica cosa da fare è fargli assaggiare l’alternativa. Se possibile con quattro marce avanti, ma conservandone una indietro.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
30 giugno 2018




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POLITICA
29 giugno 2018
LA GUERRA CIVILE DELLA SINISTRA
Un articolo di parte, ma sul quale è inevitabile riflettere, perché anche noi, in Italia, abbiamo vissuto qualcosa del genere.
Jack Minzey, morto un paio di mesi fa, è stato capo del Department of Education at Eastern Michigan University.

UNA GUERRA CIVILE CONTEMPORANEA

Come si hanno le guerre civili?
Due o più fazioni non sono d’accordo su chi deve governare il Paese. E non possono risolvere la questione con delle elezioni perché essi non sono nemmeno d’accordo su come si debba decidere chi deve comandare. E questo è qui l’argomento centrale. Chi decide chi comanda? Quando due si odiano ma accettano i risultati delle elezioni, avete un Paese. Quando smettono di accettare i risultati delle elezioni, avete un conteggio alla rovescia per la guerra civile.
Le indagini di Müller hanno per scopo quello di togliere il potere al Presidente Trump e di ribaltare i risultati di un’elezione. Lo sappiamo tutti.  Ma non è la prima volta che lo hanno fatto. La prima volta che un Presidente repubblicano ha vinto le elezioni, in questo secolo, hanno detto che non aveva realmente vinto. È stata la Corte Suprema a concedergli la vittoria. In questo c’è un modello.
Che senso hanno realmente le previsioni sicure che i democratici rigetteranno il prossimo Presidente repubblicano? Il senso è che essi non accettano i risultati di nessuna elezione che essi stessi non abbiano vinto. Il senso è che essi non credono che il trasferimento dei poteri in questo Paese sia determinato dalle elezioni.
Ecco la guerra civile.
Non si hanno sparatorie. A meno che non contiate il tentativo di uccidere un branco di repubblicani in campo di pratica di baseball per beneficenza. Ma i democratici hanno rigettato il nostro sistema di governo. 
Questo non è dissenso. Non è disaccordo. Potete odiare il partito avverso. Potete pensare che essi costituiscano la cosa peggiore che sia mai capitata al vostro Paese. Me poi voi lavorate duro per vincere le prossime elezioni. Quando voi invece realmente contestate i risultati delle elezioni che non avete vinto, ciò che desiderate è la dittatura.
La vostra propria dittatura.
L’unico esercizio legittimo di potere in questo Paese, secondo i democratici, è il loro. Ogni volta che i repubblicani esercitano il potere, esso è intrinsecamente illegittimo. I democratici hanno perso il Congresso. Hanno perso la Casa Bianca. E così che cosa fanno? Cominciano a provare a governare il Paese attraverso i giudici federali e i burocrati. Ogni volta che un giudice federale emette un ordine secondo il quale il Presidente degli Stati Uniti non può grattarsi la schiena senza il suo consenso, questa è guerra civile.
Il nostro sistema di governo è fondato sulla costituzione, ma questo non è il sistema che governa questo Paese. Il sistema dei democratici è che ogni parte del governo che esso comanda nel Paese dispone di un potere illimitato e totale sul Paese stesso.
Se i democratici sono nella Casa Bianca, il Presidente può fare qualunque cosa. E intendo proprio qualunque cosa. Può avere la sua propria amnistia per gli immigranti illegali. Può multarvi se non avete l’assicurazione contro le malattie. Il suo potere è illimitato. È un dittatore.
Ma quando i repubblicani entrano nella Casa Bianca, improvvisamente il Presidente non può più far nulla. Non gli è nemmeno permesso di disfare l’illegale amnistia riguardante gli illegali che il suo predecessore ha illegalmente inventato. Un democratico alla Casa Bianca ha la “discrezionalità” di decidere completamente ogni aspetto della politica sull’immigrazione. Un repubblicano non ha nemmeno la “discrezionalità” di rovesciarla. Ecco come viene giocato il gioco. Ecco come è governato il nostro Paese. Triste ma vero, anche se la sinistra ancora non ha vinto questa particolare battaglia. 
Quando un democratico è alla Casa Bianca, gli Stati non hanno nemmeno il permesso di applicare le leggi sull’immigrazione. Ma quando un repubblicano è alla Casa Bianca, gli Stati possono creare le loro proprie leggi sull’immigrazione. Sotto Obama, uno Stato non aveva nemmeno il permesso di andare al gabinetto senza essere autorizzato. Ma sotto Trump, Jerry Brown può andare in giro dicendo che la California è una repubblica indipendente e può firmare trattati con altri Paesi.
La Costituzione avrebbe qualcosa da dire, al riguardo.
Che si tratti di sinistra federale, statale, esecutiva, legislativa o giudiziaria, essa esercita il suo potere in tutto il Paese per governarlo. Se controlla un’istituzione, questa istituzione è improvvisamente il supremo potere della nazione. Ecco che cosa chiamo una dittatura mobile. 
Donald Trump ha fatto sì che il Governo Ombra sia uscito dal suo nascondiglio: il governo professionale è una corporazione. Come le corporazioni medievali. Non puoi esercitare se non ne sei un membro. Se non sei stato indottrinato nei suoi arcani rituali. Se non sei nel club. E Trump non è nel club. Ha portato con sé un branco di individui che non sono nel club.
Ora noi vediamo che cosa fanno i professionisti quando i dilettanti cercano di prevalere su di loro. Li spiano, li investigano e li mandano in galera. Usano gli strumenti del potere per annientarli.
Questo non è un Paese libero.
Non è un Paese libero quello in cui gli agenti dell’FBI che sostengono Hillary contraggono un’assicurazione contro la possibilità che Trump vinca le elezioni. Non è un Paese libero quando i funzionari di Obama si impegnano nello smascheramento dell’opposizione. Non è un Paese libero quando i media rispondono al fatto che l’oppositore abbia vinto bandendo i media conservatori che lo hanno sostenuto dai social media. Non è un Paese libero quando tutto ciò che si è detto collude insieme per rovesciare le elezioni perché il tizio che si supponeva non vincesse si è permesso di vincere.
Non abbiate dubbi, siamo in una guerra civile fra un governo di dilettanti conservatori e un governo professionale democratico di sinistra.
Jack Minzey
(Traduzione dall’inglese di Gianni Pardo)

Civil War
How do civil wars happen?
Two or more sides disagree on who runs the country. And they can't settle the question through elections because they don't even agree that elections are how you decide who's in charge. That's the basic issue here. Who decides who runs the country? When you hate each other but accept the election results, you have a country. When you stop accepting election results, you have a countdown to a civil war.
The Mueller investigation is about removing President Trump from office and overturning the results of an election We all know that. But it's not the first time they've done this. The first time a Republican president was elected this century, they said he didn't really win. The Supreme Court gave him the election. There's a pattern here.
What do sure odds of the Democrats rejecting the next Republican president really mean? It means they don't accept the results of any election that they don't win. It means they don't believe that transfers of power in this country are determined by elections.
That's a civil war.
There's no shooting. At least not unless you count the attempt to kill a bunch of Republicans at a charity baseball game practice. But the Democrats have rejected our system of government.
This isn't dissent. It's not disagreement. You can hate the other party. You can think they're the worst thing that ever happened to the country. But then you work harder to win the next election. When you consistently reject the results of elections that you don't win, what you want is a dictatorship.
Your very own dictatorship.
The only legitimate exercise of power in this country, according to Democrats, is its own. Whenever Republicans exercise power, it's inherently illegitimate. The Democrats lost Congress. They lost the White House. So what did they do? They began trying to run the country through Federal judges and bureaucrats. Every time that a Federal judge issues an order saying that the President of the United States can't scratch his own back without his say so, that's the civil war.
Our system of government is based on the constitution, but that's not the system that runs this country. The Democrat's system is that any part of government that it runs gets total and unlimited power over the country.
If the Democrats are in the White House, then the president can do anything. And I mean anything. He can have his own amnesty for illegal aliens. He can fine you for not having health insurance. His power is unlimited. He's a dictator.
But when Republicans get into the White House, suddenly the President can't do anything. He isn't even allowed to undo the illegal alien amnesty that his predecessor illegally invented. A Democrat in the White House has 'discretion' to completely decide every aspect of immigration policy. A Republican doesn't even have the 'discretion' to reverse him. That's how the game is played That's how our country is run. Sad but true, although the left hasn't yet won that particular fight.
When a Democrat is in the White House, states aren't even allowed to enforce immigration law. But when a Republican is in the White House, states can create their own immigration laws. Under Obama, a state wasn't allowed to go to the bathroom without asking permission. But under Trump, Jerry Brown can go around saying that California is an independent republic and sign treaties with other countries.
The Constitution has something to say about that.
Whether it's Federal or State, Executive, Legislative or Judiciary, the left moves power around to run the country. If it controls an institution, then that institution is suddenly the supreme power in the land. This is what I call a moving dictatorship.
Donald Trump has caused the Shadow Government to come out of hiding: Professional government is a guild. Like medieval guilds. You can't serve in if you're not a member. If you haven't been indoctrinated into its arcane rituals. If you aren't in the club. And Trump isn't in the club. He brought in a bunch of people who aren't in the club with him
Now we're seeing what the pros do when amateurs try to walk in on them. They spy on them, they investigate them and they send them to jail. They use the tools of power to bring them down.
That's not a free country.
It's not a free country when FBI agents who support Hillary take out an 'insurance policy' against Trump winning the election. It's not a free country when Obama officials engage in massive unmasking of the opposition. It's not a free country when the media responds to the other guy winning by trying to ban the conservative media that supported him from social media. It's not a free country when all of the above collude together to overturn an election because the guy who wasn't supposed to win did. 
 Have no doubt, we're in a civil war between conservative volunteer government and a leftist Democrat professional government. 




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POLITICA
29 giugno 2018
UN ACCORDO, SUI MIGRANTI? NO, SOLTANTO UN RINVIO
Per quanto riguarda il summit di Bruxelles, molti tendono a presentarlo come un successo, perché si temeva che potesse concludersi con una rottura. Addirittura una rottura che avrebbe potuto mettere in pericolo la stessa Unione Europea. Questa rottura non si è avuta, ed è giusto essere contenti di ciò che non si è avuto. Ma possiamo essere contenti di ciò che si è avuto? 
Gli ottimisti – e i giornali con loro – parlano di accordo raggiunto all’unanimità, ed è strano – viste le premesse – che non parlino di straordinario miracolo. Ma forse non lo fanno perché quella dell’accordo è una pietosa bugia. Ciò che si è raggiunto è semplicemente un rinvio. La sintesi è: “Per oggi non litighiamo. Magari lo faremo la prossima volta, ma per oggi facciamo finta di andare d’accordo”. Meglio di niente. Ma non è un accordo, forse non è nemmeno una tregua. Infatti fino al prossimo giro continueranno ad accumularsi le ragioni del contrasto. 
Tutto ciò può essere facilmente dimostrato riprendendo dal “Corriere”(1) alcuni punti essenziali dell’“accordo”, e vedendo come i verbi siano al futuro o al condizionale, le espressioni vaghe e benedicenti, e che dentro non c’è niente di concreto. Chi non ci crede abbia la pazienza di leggere quanto segue.
I leader si dicono “determinati a continuare e rafforzare” l'azione “per prevenire un ritorno ai flussi incontrollati del 2015 e ridurre ulteriormente la migrazione illegale su tutte le rotte esistenti e nuove”.
“L'UE continuerà a stare dalla parte dell'Italia”.
“Tutte le navi che operano nel Mediterraneo devono rispettare le leggi applicabili e non ostruire le operazioni della Guardia costiera libica”.
Si evoca la necessità “di un nuovo approccio fondato su azioni condivise o complementari tra gli Stati membri per gli sbarchi di chi è salvato nelle operazioni di ricerca e soccorso”.
Bisogna “esplorare rapidamente il concetto di piattaforme regionali di sbarco” nei paesi terzi che dovrebbero “operare distinguendo le situazioni individuali dei migranti, nel pieno rispetto del diritto internazionale e senza creare un fattore calamita”.
“Chi viene salvato secondo il diritto internazionale debba essere preso in carico sulla base di uno sforzo condiviso, attraverso il trasferimento in centri controllati istituiti in alcuni Stati membri, solo su base volontaria”. 
La ridistribuzione dei richiedenti asilo si effettuerà “su base volontaria” e “senza pregiudizio per la riforma di Dublino”. Su base volontaria è come dire che si deve convincere il pollo ad entrare da sé nel forno.
“Sulla riforma del regolamento di Dublino il Consiglio europeo ha ribadito che una decisione sarà presa per consenso (all'unanimità degli Stati membri)”. Come si sa, l’unanimità è la cosa più facile da ottenere.
Le conclusioni chiedono agli Stati membri di “cooperare strettamente tra loro” per limitare i movimenti secondari. Strettamente. Come se attualmente già cooperassero. Mentre in realtà lo fanno più o meno quanto i Capuleti e i Montecchi. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
29 giugno 2018
(1)https://www.corriere.it/esteri/18_giugno_29/migranti-tusk-notte-twitter-c-accordo-ue-28-da3d830c-7b48-11e8-ab49-1b15619f3f8e.shtml#




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POLITICA
27 giugno 2018
PERCHÉ L'OPPOSIZIONE È IN DIFFICOLTA'
Che oggi l’opposizione sia in difficoltà è una banale evidenza. Il primo sintomo è il silenzio. Chi saprebbe dire che cosa hanno fatto d’importante, recentemente, i dirigenti di Forza Italia, di Liberi e Uguali e soprattutto del Partito Democratico? Nessuno.  Secondo l’impressione comune, “non fanno niente”. Per il partito di Berlusconi si prevede l’infelice destino della mantide maschio: essere mangiato dopo l’accoppiamento dalla femmina, nel nostro caso la Lega. Per LeU si dice che il suo fallimento – ed oggi la quasi inesistenza – è anche il fallimento delle vecchie ricette della sinistra comunista, nel cui nome quella formazione era nata. E così il più giovane dei partiti è dichiarato preistorico. Infine, quando si parla del Partito Democratico, sembra che si sia porto il microfono ad una cooperativa di avvoltoi. Irrisioni degli sconfitti, consigli non richiesti, metafore funebri, il Pd non ha scampo. Lo si considera così disorientato che persino un professore come Ernesto Galli della Loggia si sente in dovere di fornirgli un programma in dieci punti, come se non fosse capace di sbagliare da solo.
In tutto questo c’è qualche esagerazione. Non che quei partiti non siano in difficoltà, ma il momento attuale è evidentemente di transizione. C’è differenza fra un cieco ed uno che è stato operato agli occhi. Per quest’ultimo si tratta soltanto di aspettare l’effetto dell’intervento chirurgico. 
L’opposizione è immortale per ineluttabili ragioni teoriche. La democrazia è caratterizzata dalla possibilità di cambiare governo, alla fine di ogni legislatura. I partiti che vogliono andare al governo cercano di convincere gli elettori a votare per loro proponendo programmi estremamente seducenti, al limite della circonvenzione d’incapace, e in fondo non possono fare diversamente. Infatti la caratteristica dell’uomo è quella di non essere mai soddisfatto e di sperare sempre in qualcosa di meglio. Forse il cittadino che dovesse andare in Paradiso, seduto su una nuvoletta, si lamenterebbe ancora degli spifferi. Winston Churchill ha vinto la Seconda Guerra Mondiale e alle successive elezioni è stato mandato a casa. Chissà, forse avrebbe potuto vincerla prendendo con le buone Adolf Hitler, ed evitando così i bombardamenti di Londra e di Coventry.
L’opposizione non può non esserci. Ci si può chiedere soltanto chi la rappresenti, in un dato momento. Solo che, per esistere l’opposizione, ci deve prima essere un governo che governi. Essa è costituzionalmente un’antitesi, e se la tesi non c’è, è ovvio che l’antitesi abbia difficoltà a definirsi.
Nel nostro caso, l’attuale maggioranza ha presentato un programma che, a poterlo attuare, ci darebbe la botte piena e la moglie ubriaca. Come opporsi alla prospettiva della diminuzione delle tasse, della paga senza far nulla (così molta gente ha capito il reddito di cittadinanza), dello stop all’immigrazione clandestina, del rilancio dell’economia con i grandi investimenti, e della lotta alla disoccupazione e alla povertà? L’opposizione alla felicità è inconcepibile. Ma essa troverà facilmente la sua sostanza quando i miracoli non saranno realizzati e soprattutto quando, cercando di realizzarne qualcuno, bisognerà pagarne anche il prezzo. Non è più difficile di così. 
Il governo è in carica da meno di un mese, e fino ad ora ha fatto qualcosa soltanto contro gli sbarchi degli immigranti clandestini. Un provvedimento molto atteso e che ha fatto tirare un sospiro di sollievo a milioni di italiani, ma un provvedimento dopo tutto facile, dal punto di vista finanziario, dal momento che non è costato un euro. I problemi veri nasceranno con gli altri punti del programma, quelli importanti. Questi non soltanto sono costosissimi ma non sono finanziati neanche per un decimo del loro costo. Dunque l’effetto positivo dello stop all’immigrazione clandestina, ammesso che si consolidi, fra qualche mese sarà svanito. Quello sarà il momento in cui bisognerà fare i conti non soltanto col resto del programma, ma con le manovre necessarie per aggiustare i conti, per evitare l’aumento dell’Iva, forse per parare il dilatarsi dello spread degli interessi sui titoli pubblici. Insomma ce n’è, di carne al fuoco. O forse, al contrario, non abbiamo né la carne né il fuoco. E allora si salvi chi può. L’opposizione comincerà nelle case degli italiani.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
27 giugno 2018




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POLITICA
26 giugno 2018
LA VENDETTA DELL'ITALIANO A CENA
La tornata amministrativa di domenica scorsa, con i suoi risultati sconfortanti (soprattutto per il Pd) ha continuato a porre lo stesso interrogativo: come si spiegano il trascinante successo di Salvini e la perdita di “appeal” della sinistra?
A questo genere di domande si possono proporre delle risposte soltanto con l’avvertenza che potrebbero benissimo essere sbagliate. Ma ragionare non fa certo male. Del resto, l’intera storiografia ha soltanto la funzione di narrare il passato e, quando possibile, spiegarlo. Impresa, già questa, non priva di rischi.
Forse il discrimine tra sinistra e destra è che da una parte c’è l’idealismo e dall’altra il realismo. Intendendo per idealismo il desiderio dell’assoluto meglio per tutti, spesso senza prendere in considerazione né i mezzi a disposizione né, addirittura, la natura umana com’è (ragione per la quale ha fallito il comunismo). E intendendo per realismo la voglia di essere soltanto razionali, e dunque di fare il possibile in concreto, non l’assoluto desiderabile. L’idealista guarda ai sogni, il realista agli interessi. 
Naturalmente la spinta ideale è tanto più forte quanto meno preme il bisogno: il suo pane lo regala volentieri chi non ha fame. E ciò spiega il sinistrismo delle élite.  Viceversa il sinistrismo dei poveri si spiega con la speranza che i nobili principi impongano sacrifici agli altri e portino vantaggi a loro. Comunque, tanto nei ricchi quanto nei poveri, il sinistrismo viene meno quando si accorgono che esso gli provoca danni. Se i sindacati esagerano con le loro richieste, l’imprenditore di sinistra delocalizza e porta la sua fabbrica in Romania. Ed anche i poveri, quando cominciano a preoccuparsi per la loro sicurezza o la loro identità nazionale, si dichiarano ferocemente contro gli zingari o gli immigrati. Come scriveva La Rochefoucauld, “Tutte le virtù si perdono nell’interesse come tutti i fiumi si perdono nel mare”.
Questa evoluzione l’abbiamo sotto gli occhi. Finché abbiamo potuto vivere al di sopra dei nostri mezzi (si veda l’enorme debito pubblico accumulato) l’Italia è stata prevalentemente, se non addirittura totalitariamente, di sinistra. Ma non appena una tremenda crisi ha portato alla luce gli enormi difetti del nostro modello socio economico, e lo Stato non ha potuto più regalare niente, i partiti tradizionali non sono più stati in grado di reagire. L’elettorato si è ribellato ed ha cercato disperatamente nuove soluzioni e nuovi partiti. E quando infine la questione dell’immigrazione, prima affrontata con leggerezza e molte nobili parole, è divenuta macroscopica, è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso.
In quel momento abbia percepito che si era avuto il più totale scollamento fra classe dirigente e popolo. L’élite politica (Pd) e quella religiosa (Chiesa) hanno continuato ad esprimere un punto di vista idealistico, e lo hanno fatto per giunta come se l’eventuale dissenso fosse il colmo dell’ignominia. Hanno continuato a parlare del dovere di accogliere anche milioni di “naufraghi” e dell’immoralità dell’ipotesi di limitarne l’afflusso o, Dio guardi, di respingerli, come fosse un inconcepibile orrore. E quando infine i ministro Minniti, lodevolmente, ha raggiunto qualche risultato, era ormai troppo tardi. 
Nell’intimità della sua casa, la gente che non scrive sui giornali e non è invitata in televisione era esasperata. Cenando sul tavolo della cucina, e alzando gli occhi sulle immagini delle navi traboccanti di emigrati in arrivo, prima ancora di inghiottire il boccone, il piccolo italiano borbottava: “Io li prenderei a cannonate e poi vedremmo se gli si può impedire di attraccare”. 
Cose che nessuno mai direbbe in pubblico, certo. E infatti a Roma nessuno le ha sentite. Ma mentre ognuno pensava di essere il solo “immorale”, in realtà in milioni la pensavano come lui. Così, quando Matteo Salvini ha avuto il coraggio di dire a voce alta ciò che tanti quasi non osavano pensare, c’è stata una sorta di entusiasmo, come quando il personaggio Fantozzi ha definito “La corazzata Potëmkin” “una boiata pazzesca”. Salvini ha permesso a intere folle di italiani di gridare anche loro, col voto, che il re è nudo. E lo gridano ancora. Il tracollo della sinistra è stato provocato dalla siderale distanza fra le sue parole e la realtà percepita dalla gente. 
La cosa cominciò 
quando Matteo Renzi, eccellente comunicatore, prima riuscì a dare qualche speranza agli italiani e poi, quando quelle speranze non si realizzarono, credette incautamente di poter dare a bere a tutti che vivevano una grande ripresa economica, anche se nessuno la vedeva. Ed insistette tanto da provocare un’irrefrenabile indignazione che gli italiani espressero con un sonoro “no” al referendum costituzionale. Da lì cominciò la parabola discendente. 
Purtroppo anche in seguito l’élite di sinistra è rimasta ottimista, decente e soprattutto morale. Così la rabbia dell’uomo dinanzi al televisore, col boccone in bocca, ha continuato ad aumentare al punto che alla fine egli è stato disposto a votare anche per il diavolo, pur di mandare tutti “affanculo”. E per fortuna c’era un partito proprio con questo programma. Quando poi ha visto che c’era un politico come Salvini ancora più risoluto del partito “anale”, se ne è entusiasmato: le cannonate no, ma il divieto di entrare in porto sì. Finalmente.
Forse la spiegazione dell’attuale momento politico non è difficile: viviamo le conseguenze dell’estraneità che si è creata fra le élite ben pasciute ed idealistiche, e un popolo in difficoltà che non ne può più di belle parole. Purtroppo ciò che la gente non sa è che né Salvini né Di Maio sono la soluzione. Semplicemente perché, nelle condizioni date, il compito di salvare l’Italia è impossibile. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
25 giugno 2018



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POLITICA
25 giugno 2018
FALSI CONCETTI SUI NAUFRAGHI
Da parecchio tempo, quando si parla di diritti e di doveri, si notano evidenti distorsioni del significato di queste parole. La maggior parte delle volte l’intento è quello di far credere che non si tratti della richiesta di un atto di generosità, ma della rivendicazione di un diritto naturale, cui eventualmente l’ordinamento giuridico dovrà adeguarsi, più “riconoscendo” un diritto che “creandolo”.
Prendiamo i “diritti degli animali”. Tecnicamente, le bestie non possono essere titolari di diritti perché non hanno personalità giuridica. Dunque l’espressione diritti degli animali è tanto assurda quanto l’espressione “doveri dei minerali”. Ma – dirà qualcuno - gli animali sono esseri senzienti e chi ama cani e gatti li considera spesso “persone”. Tanto che la sola idea di farli soffrire gli sembra impensabile. Negli ultimi decenni anzi – molto opportunamente - questa sensibilità si è estesa anche agli animali che alleviamo per ucciderli: infatti a suo tempo fu molto apprezzata l’iniziativa di Brigitte Bardot volta ad ottenere che, nei mattatoi, fossero evitate inutili sofferenze alle bestie. 
Nei Paesi civili la sensibilità comune richiede giustamente che sia punito chi maltratta gli animali, ma – ecco il punto – si tratta di imporre nuovi doveri ai cittadini, non di riconoscere i diritti agli animali. E allora perché ci si esprime così? Lo scopo dei sentimentali è quello di invertire l’ordine concettuale del provvedimento. Secondo le anime buone, non si tratterebbe di emanare nuove leggi, ma di riparare n precedente torto inflitto agli animali, calpestando i loro “diritti”. Cosicché chi viola quella norma non è soltanto colpevole di un reato ma, per così dire, ha infranto le leggi della natura.
Tutto falsa le idee in materia di diritto e legittima l’ipocrisia. L’uomo non è un erbivoro. Per milioni di anni ha mangiato animali, dopo averli uccisi in qualunque modo gli capitasse, anche le tagliole. Volerci credere, come specie, buoni come siamo col gatto di casa, è una presa in giro. Quando compriamo il cibo per il micio, del resto, quel cibo contiene la carne di altri animali che, indirettamente, abbiamo fatto uccidere per lui. Inutile chiudere gli occhi. Il gatto è un tale carnivoro che la sua dentatura è fatta soltanto per mangiare carne, e infatti è incapace di masticare checchessia. Dunque è bene non far soffrire gli animali, ma ricordando che, per legge naturale, li abbiamo fatti soffrire per milioni di anni, e ancora oggi, mentre ci sentiamo tanto buoni, mangiamo polli, maiali e buoi che non sono certo morti di morte naturale. 
Purtroppo, la prevaricazione linguistica non riguarda soltanto i “diritti degli animali”. Prendiamo la cosiddetta “legge del mare”. Questa non è una legge naturale, perché le leggi naturali semplicemente non esistono. Se un uomo, cinquantamila anni fa, vedendo un suo simile in difficoltà, lo ha aiutato, non è stato per motivi giuridici ma perché, essendo l’uomo un animale sociale, l’interesse del gruppo è quello di preservare il massimo numero di componenti. Per lo stesso motivo non siamo violenti con i bambini, perché i bambini costituiscono il futuro dell’umanità. Dunque stiamo parlando di istinti: benemeriti, certo, e lodevoli, ma sempre istinti. 
Salvare chi rischia la vita in mare è scritto nel nostro Dna, e sarà magari divenuta una consuetudine sentita come assolutamente doverosa, ma quell’azione non costituisce un atto con valore giuridico finché non rientra nella legislazione. E comunque sotto forma di dovere per il soccorritore, non sotto forma di diritto per chi è soccorso. In caso di naufragio, sono i natanti che si trovano nei paraggi ad avere il dovere del salvataggio, non i naufraghi ad avere il diritto al salvataggio.
Questo concetto deve essere molto chiaro. Se qualcuno non vuole restituirmi il denaro che gli ho prestato, posso rivolgermi al giudice per riottenerlo coattivamente. Infatti ho un “ diritto soggettivo” a quella restituzione. Se, al contrario, denuncio il sindaco per peculato, non ho né il diritto a ricevere la somma oggetto del reato, e neppure il diritto a veder condannato quel politico. Nel perseguirlo per peculato, lo Stato fa il proprio interesse e non ne risponde a me. 
In questo modo è stata tratteggiata una delle differenze fra diritto privato e diritto pubblico. Il diritto penale è diritto pubblico, perché lo Stato non aspetta di ricevere una denuncia per omicidio, per ricercare e condannare il colpevole. Lo Stato – si dice – è il soggetto passivo costante del reato.
Ecco perché parlare del diritto dei naufraghi al salvataggio è un assurdo teorico. E ciò ancor a più forte ragione quando non si tratta di naufraghi, ma di persone che si sono volontariamente poste in pericolo. Le norme che recepiscono nell’ambito dell’ordinamento giuridico i comportamenti derivanti dalla nostra qualità di animali sociali vanno intese cum grano salis. I pompieri sono pagati per spegnere gli incendi, ma se qualcuno appiccasse un incendio solo per godersi lo spettacolo, e poi un pompiere morisse nell’operazione di spegnimento, lo stupido si vedrebbe accusare anche di omicidio colposo (Art.586 C.p.). 
Il naufrago, spiega l’etimologia, è qualcuno che si trova in pericolo perché la sua nave (“nau”) si è rotta (“fragio”), non qualcuno che affronta l’oceano in canoa. In questo caso l’individuo non è in pericolo contro la sua volontà ma secondo la sua volontà. E dunque non è un naufrago. Non si gioca con i paradossi. Se vediamo un uomo che rischia di morire di fame, è normale nutrirlo. Ma se è lui stesso che non si alza dalla sedia per procurarsi il cibo, e pretende di essere nutrito esclusivamente perché ha fame, anche il samaritano non si ferma. 
Cinquanta o cento migranti su un gommone sono dunque dei  naufraghi? Nient’affatto. Infatti hanno preso il mare con un natante che, a parecchie miglia dalla costa, è nelle stesse condizioni di quando l’ha abbandonata. Non hanno fatto naufragio. Potrebbero farlo, certamente, ma quale legge del mare impone di salvare chi potrebbe far naufragio? Se così fosse, le navi da guerra dovrebbero seguire quei velisti che fanno il giro del mondo in solitario. Forse che non potrebbero fare naufragio, anche loro, affrontando le tempeste degli oceani?
L’intera discussione sui migranti considerati naufraghi e sulle “vite da salvare” è una mistificazione. Si tratta soltanto di una pericolosa ma volontaria modalità di emigrazione. Possiamo comprendere il bisogno che spinge queste persone a spendere denaro, ad affrontare sofferenze e rischi alla ricerca di una vita migliore, possiamo anche cercare di aiutarli, ma tutto ciò non impone a noi il dovere del salvataggio, perché non sono naufraghi, né a loro il diritto all’immigrazione, perché un tale diritto non esiste.  
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
24 giugno 2018




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POLITICA
24 giugno 2018
CACCIARI MANCA IL BERSAGLIO
Massimo Cacciari è una persona da rispettare per almeno due ragioni. Oltre ad essere un “vero” professore, dimostra spesso coraggio intellettuale, nel senso che non esita ad andare contro l’opinione comune, se così gli detta la sua coscienza morale e intellettuale. Proprio per queste ragioni si può essere sorpresi quando sostiene una tesi che la sua spregiudicatezza dovrebbe mostrargli totalmente infondata.
In un articolo pubblicato sull’Espresso(1) del 24.6.’18, dal titolo “Siamo al bivio del male” sostiene, come spiegato nel sottotitolo, che “L'Europa cessa di esistere se diventa indifferente nei confronti della sofferenza e della sopraffazione” ma purtroppo non si dà la pena di definire che cosa intende per “male”, anche se usa la parola tredici volte. Ma la lettura dell’articolo rende chiarissimo che per “male” Cacciari intende quello morale. Un sinonimo di “gelide passioni della paura, dell'egoismo, dell'avarizia e dell'invidia”, di “Ingiustizia, so?erenza, sopra?azione”, mentre il bene sarebbe “l'imperativo categorico di federarsi insieme, di essere solidali gli uni con gli altri, di volere il bene del prossimo”. Per concludere che, avendo perduto ogni interesse per questi nobili valori, “sparirà l'Europa. L'Europa cessa di esistere se diviene indifferente nei confronti del male”.
Argomentazioni peggio che discutibili. 
In primo luogo è stupefacente che un professore di filosofia non si occupi di definire i concetti di bene e di male, allineandosi per essi alla concezione corrente, e non citando neppure Jeremy Bentham e l’“utilitarismo”. Sicché le sue affermazioni finiscono con l’avere una base puramente tradizionale o religiosa, essendo in sostanza quella espressa nel Vangelo. Concezione legittima, ma che un filosofo dovrebbe argomentare, soprattutto se nel testo cita le parole “imperativo categorico”, che non possono non evocare un diverso fondamento della morale, quello kantiano.
Secondo motivo di stupore.  Il male di cui parla, pur essendo su base individuale, è visto in chiave collettiva, cioè sociale. E in questo caso il male rientra nell’ambito della politica. Ne è prova il fatto che, fra gli altri esempi, egli cita il problema dei migranti africani, con queste parole: il male “Che vi sia chi so?re atrocemente non è più uno scandalo per la nostra coscienza. Basta tenerlo lontano, non vederlo, che non anneghi nei pressi delle nostre spiagge”. Ma ciò facendo egli incorre in una contraddizione insanabile.
La politica e il diritto, negli Stati laici, hanno la caratteristica dell’“esteriorità”. Il principio dell’“esteriorità” è quello per il quale l’ordinamento giuridico non richiede che il cittadino condivida la norma giuridica, ma si accontenta che egli le obbedisca, quand’anche la disapprovasse. I pensieri sono interamente liberi, i comportamenti pratici no. Posso desiderare di ucciderti quanto voglio, purché poi non ti torca un capello. Anche se desiderare di uccidere qualcuno è contro la morale, non è contro l’art.575 del Codice Penale. 
La caratteristica dell’esteriorità e della sanzionabilità fanno sì che il diritto si disinteressi della morale, salvo per ciò che è stabilito nelle leggi. Analogamente la politica non deve corrispondere ai buoni e più alti sentimenti dei governanti, ma ai bisogni e ai desideri dei cittadini, quanto meno questa è la regola in democrazia, se è vero che in essa “il sovrano è il popolo”. Dunque la politica non deve partire dall’interiorità di chi amministra il potere, ma dall’esteriorità di ciò che manifesta il popolo. E se il popolo non desidera avere immigranti, il dovere dei governanti è quello di impedirne l’arrivo. Eventualmente poi, come singoli individui, andranno a confessarsi, ma non nell’orario d’ufficio.
Insomma, spiace doverlo dire, ma quella di Massimo Cacciari è forse una nobile predicazione, ma nulla di più di una nobile predicazione, cui per giunta i governanti avrebbero il massimo torto di adeguarsi, perché mancherebbero ai loro doveri nei confronti di chi li ha eletti.
Scendendo poi sul piano della concretezza, pur ritenendo legittima ogni concezione morale che sia differente dalla mia, mi permetterei di far notare a Cacciari che, mentre a parole tutti sono per la morale cristiana, in pratica poi tutti seguono i dettati dell’egoismo e soltanto i migliori si elevano fino ai principi di Jeremy Bentham. L’utilitarismo infatti vorrebbe che ciascuno agisse per la massima felicità generale, cioè cercando contemporaneamente la propria e l’altrui felicità. E sarebbe già grasso che cola. Ma predicare la generosità a fondo perduto e a rischio della propria sicurezza è da dementi. O comunque da persone disposte a parlare pur essendo assolutamente sicure che nessuno le ascolterà. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
24 giugno 2018
(1)http://cercanotizie3.mimesi.com/Cercanotizie3/popuparticle?art=383568013_20180624_14004&section=view

Ho inviato il mio articolo al prof.Cacciari e ne è seguito il breve scambio epistolare che segue. 
G.P.

Gentile Gianni Pardo, beato lei che crede cosi ardentemente nelle sue argomentazioni "indubitabili"! Le tesi utilitaristiche, fondamento del pensiero economico neo-classico, sono state stracciate da decenni di letteratura scientifica, perfino in chiave neuro-psicologica! Lasciamole perdere, mi creda. Sono fervente seguace del realismo politico! ma nel senso della virtus machiavellica e spinoziana...nessun realismo è più irrealista del non tenere in alcun conto le conseguenze del lasciare proliferare disuguaglianze e tra la gente  le più gelide passioni...con i migliori auguri, 
Massimo Cacciari  

Caro professor Cacciari, 
cercherò di essere sintetico e di andare alla sostanza delle Sue argomentazioni (“indubitabili” quanto le mie). Io non ho sostenuto l’utilitarismo, anzi ho chiaramente affermato che le teorie morali possono essere diverse, e che Lei non ha giustificato la Sua. 
Quanto alle conseguenze del lasciar proliferare disuguaglianze e gelide passioni, in primo luogo si tratta di espressioni che mi fanno pensare ad (opinabili) spinte morali; in secondo luogo Lei non ha risposto alla mia tesi secondo cui lo Stato democratico ha il dovere di governare secondo i desideri del popolo, e non secondo i principi morali della sua élite.
Lieto dell’incontro, e conservandoLe la mia simpatia, 
Gianni Pardo




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POLITICA
24 giugno 2018
THE DAY AFTER
Il “principio di Murphy” insegna che tutto ciò che può andare storto una volta o l’altra lo farà. Dunque non bisogna avere paura delle ipotesi, per quanto possano essere brutte. Perché è sempre bene prepararsi anche al peggio.
Per ciò che potrebbe avvenire in Europa l’ipotesi più sgradevole - ma purtroppo non irrealistica – è che, se le cose si mettessero veramente male, si potrebbe annullare il trattato di Schengen (cioè la libera circolazione all’interno dell’Unione), decretare la fine dell’euro e della stessa Unione Europea. Il fenomeno, date le premesse, non sarebbe stupefacente. 
Tanti anni fa, l’immenso dolore provocato da una guerra fratricida fece nascere l’ideale di una Europa unita e pacifica. Si era disposti ad arrivarci a piccoli passi, ma in realtà, dopo molti decenni, si è visto che l’unificazione politica è impossibile. Anzi la stessa introduzione dell’euro – che nelle intenzioni dei governanti avrebbe dovuto pressoché costringere gli Stati a unirsi anche politicamente – di fatto è stato un accelerante della disgregazione. 
L’ipotesi della fine dell’Unione è dunque da prendere in considerazione, soprattutto pensando che, se tutto avvenisse con gradualità e consensualmente, forse i guasti potrebbero essere sopportabili. Invece si rimane attaccati all’ideale e dunque sembra che, se ad un esito del genere si arriverà, sarà per via traumatica. 
Una delle micce che potrebbero far scoppiare la bomba sarebbe proprio l’Italia. Il fallimento di uno Stato economicamente enorme potrebbe provocare d’un sol colpo sia la dissoluzione dell’Unione sia la fine dell’euro. Né sarebbe da escludere, finanziariamente, un effetto domino, dal momento che non siamo certo gli unici ad essere pesantemente indebitati. Pesantemente indebitati, salvo eccezioni, sono quasi tutti i Paesi del mondo, dai più piccoli al Giappone e agli Stati Uniti. 
E tuttavia la Terra continuerà a girare: sicché bisognerà pure farsi un’idea del “dopo”. Immaginiamo un uomo che non riesca a smettere di fumare. Se gli si vuol bene, si potrà sperare che, malgrado le previsioni, quel cancro non si manifesti mai. Ma qual è la “second best option, la seconda scelta? Ovviamente che il cancro si scopra in tempo per curarlo, e che quella persona, avendo smesso di fumare, campi fino a novant’anni.
Nello stesso modo, nel nostro Paese si sono create situazioni che richiederebbero una soluzione, prima che scoppino. E tuttavia nessuno riesce a disinnescarle. Per esempio il rischio del default come conseguenza di una crisi di fiducia delle Borse. E questo pur sapendo che, una volta che quel pericolo si realizzasse, nessuno poi avrebbe la forza di salvarci, pure volendolo. L’Italia non è la Grecia. I competenti sono avvertiti di tutto ciò, ma i nostri governi non sono mai riusciti ad invertire la rotta. Non solo il debito oggi ammonta a 2.300 miliardi di euro, ma l’attuale maggioranza sogna di sforare, con i bilanci, aumentandolo notevolmente. Si parla di cento e più miliardi. Che dobbiamo dire? Non ci rimangono che le preghiere e gli scongiuri, per quello che valgono. 
E allora facciamo coraggiosamente l’ipotesi che, anche come conseguenza dell’avventurismo “legastellato”, salti tutto. Le conseguenze negative sarebbero tali e tante che è meglio non enumerarle, per non riscrivere l’Apocalisse. Piuttosto “pensiamo positivo”, come dicono quelli che parlano in italiano e fanno finta di pensare in inglese. Mentre un uomo può morire di cancro, la geografia non cambia e in futuro ci sarà comunque l’Italia. Che cosa avverrà, dopo la catastrofe? Ovviamente ci sarà una ripartenza, come dopo le più devastanti guerre del passato. Non sappiamo quanto tempo ci vorrà, certo si volterà pagina. E la grande domanda, mentre si risale dolorosamente la china, sarebbe: che cosa ha imparato l’Italia? 
A non contrarre debiti, certamente. La lezione sarebbe troppo recente, per dimenticarla. Così come la Germania, dopo Weimar, imparò a guardarsi dall’inflazione, forse noi impareremmo anche a guardarci dalla demagogia, dal populismo e da certa mentalità idealistica, caratteristica della sinistra. Ma quanto tempo durerà, l’effetto di questa esperienza? Quanto tempo ci metteranno, gli italiani, a ritrovare la loro mentalità di inguaribili sognatori, fino a ficcarsi di nuovo nei guai? Il tempo darà queste risposte quando in molti non ci saremo più. 
Per quanto riguarda l’intera Europa, si può solo sperare che avrà imparato il senso di quel bel proverbio siciliano per il quale: “l’acqua della cisterna va risparmiata quando la cisterna è piena, ché quando è vuota si risparmia da sé”. Cioè: è quando tutto va bene, che bisogna fare il possibile perché non vada male. Per esempio riformando le istituzioni europee, e al limite facendo una totale marcia indietro. Perché se si permette che tutto vada a rotoli, poi ci penserà la realtà a presentarci il conto.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
24 giugno 2018




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POLITICA
23 giugno 2018
SE VA BENE, VA ANCORA MALE
La maratona nacque in memoria della corsa a perdifiato di Fidippide, per annunciare ad Atene l’esito della battaglia. Oggi, se volessi spedire queste righe al mio amico che abita a Sydney, potrei farlo con un clic. L’attuale velocità della comunicazione ha infiniti vantaggi ma un lato negativo: rischiamo di considerare preistoria un fatto di un paio d’anni fa. Basti vedere che Rai Storia parla continuamente di fascismo, nazismo e Seconda Guerra Mondiale e quasi mai di qualcosa che sia avvenuto prima del XX Secolo. Settecento? Medio Evo? Hic sunt leones.
Anche il mondo dell’immaginario ha subito un’accelerazione. Mentre nell’Ottocento i lettori erano capaci di leggere un romanzo come Guerra e Pace, e perfino nel Novecento si sono venduti romanzi fluviali come l’insipido “Via col Vento” o l’insignificante “I Buddenbrook” (posso dirlo, li ho letti tutte e due), nell’epoca contemporanea l’opera d’arte più corrente è il film: una narrazione in cui il fruitore non fa nessuno sforzo e che in un paio d’ore deve arrivare alla sua conclusione. E questi, come si sa, non sono i tempi della vita. 
Ciò ci può indurre in errore. Oggi, quando la televisione annuncia un delitto orrendo, la gente quasi si aspetta che i Carabinieri identifichino il colpevole immediatamente. Come avviene nei telefilm. Mentre nella realtà a volte il colpevole è identificato dopo mesi, a volte dopo anni, a volte mai.
Questa falsa sensazione del tempo opera anche in politica. L’attuale governo – a parte la grancassa salviniana sugli immigrati - non ha ancora avuto il tempo di governare, bene o male che sia. E tuttavia già serpeggia la voglia di trarre conclusioni. Per la verità l’ho fatto più volte io stesso, ma non parlando di uomini, semplicemente mettendo a confronto programmi e disponibilità finanziarie. Viceversa molti ne fanno una questione di personalità e di volontà politica. Per questo il Movimento 5 Stelle è tacciato di immobilismo e d’incapacità di reazione nei confronti dell’invadenza di Salvini. La realtà è che ancora non abbiamo visto niente. 
C’è una vicenda sintomatica che può servire da bussola in questo caos. Come sappiamo, a livello internettiano e popolare, c’è stata una sorta di sollevazione contro i vaccini. Scientificamente tanto fondata quanto l’elettrosmog, ma questo poco importa. Finché cavalcare la tigre porta voti, si spari pure ad alzo zero contro i vaccini. Ma, quando si è al governo, le cose cambiano e si è costretti a badare alle conseguenze della propria demagogia. Si possono trascurare le conseguenze lontane (“Se ne occuperà il governo in quel momento al potere”) ma non si possono trascurare quelle del breve e medio termine. Perché, insciallah, si potrebbe ancora essere al governo. E se in quel momento si dichiarasse un’epidemia e i bambini cominciassero a morire come mosche, forse la gente caccerebbe via i politici con i forconi. I demagoghi si possono occupare di voti, i governanti devono tenere conto della spietata realtà. 
Oggi Salvini dichiara in modo confuso che i vaccini fanno male e conquista i titoli dei giornali. Ma non gli servirà a molto. Le domande sono una folla: tutti e dieci i vaccini obbligatori? Quanti di essi? E perché? E con quali prove scientifiche? Tutte domande che al demagogo non interessano, ma interessano al ministro della salute. La quale infatti l’ha seccamente rimbeccato con una frase lapidaria e incontestabile: il giudizio sui vaccini lo dà la scienza, non la politica. Ecco il punto: se Salvini crede di poter governare con la demagogia, sbaglia. Più il tempo passerà, più il governo si dovrà confrontare con la realtà. Ed è questo il vero problema. Perché la realtà riguarda l’Iva, il Fmi, l’euro, l’Unione Europea, l’Ilva di Taranto, l’Alitalia, la disoccupazione e soprattutto il debito pubblico che, per paura della reazione dei mercati, tiene ermeticamente chiuso il cassetto della spesa in deficit. 
Ecco i veri problemi. Non del M5S, e neppure di Salvini: dell’Italia. Questa fase, in cui ci possiamo occupare delle opinioni di un Matteo qualunque sui vaccini è soltanto un momento di pausa. La vera partita non è ancora cominciata e sembra che non la vinceremo: prima ancora che per l’incapacità dei nostri giocatori, perché tutti i dati obiettivi sono contro di noi. 
Come si esprimeva anni fa un titolo di film: “Se va bene siamo rovinati”.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
23 giugno 2018




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POLITICA
22 giugno 2018
LUIGI DI MAIO IN STALLO
Nel giornalismo ci sono gli specialisti, cioè quelli che vi raccontano ciò che normalmente non dovreste sapere. Sono detti retroscenisti. Poi ci sono quelli che fanno conoscere i segreti del Presidente della Repubblica, detti quirinalisti. Quelli che sanno tutto del Papa, detti vaticanisti. E ovviamente i competenti di economia, di finanza, di sport, e dei vari partiti. Cosicché, se uno vuol esprimere la propria impressione rispetto a un personaggio come Luigi Di Maio è indotto a chiedersi se non rischia una magra figura. Infatti può darsi che ci sia anche qualche “dimaista”.
Il giovane Vice Presidente del Consiglio, oltre che ministro con un mucchio di altre attribuzioni (ma gli basta il petto per tutte quelle medaglie?), è comunque un argomento di moda. Sono in molti a chiedersi se reggerà la concorrenza di Salvini. Se non si sia accollato più compiti di quanti possa svolgerne. In totale se non stia scomparendo o addirittura, come scrive qualcuno, “affogando”. Personalmente reputo che la realtà sia molto più semplice. La spiegazione del suo attuale appannamento potrebbe trovarsi non nel suo carattere ma nella realtà obiettiva in cui si è cacciato.
Mentre Salvini ha scelto un ministero nel quale può fare un immenso baccano (addirittura di proporzioni europee) senza spendere un euro, il leader del M5S si è preso una grossa gatta da pelare senza accorgersi che era una tigre. 
L’elenco fa spavento. Da un lato problemi irrisolti e irresolubili – a meno di non far la guerra a qualcuno - come l’Ilva e l’Alitalia, dall’altro programmi inattuabili, perché costosissimi. Il Paese si trova di fronte a scadenze che richiedono notevolissimi sforzi. Adempimenti che per giunta, ove fossero assolti, non darebbero speciale popolarità, perché la gente (a torto) li considera scontati da tempo e invece dobbiamo ancora affrontarli. Per esempio il blocco dell’aumento dell’Iva e la manovra che ci ha richiesto l’Europa. Si tratta di circa diciassette miliardi di euro. 
Insomma Di Maio non può far nulla che non gli attiri la popolarità. Se se ne sta quieto, e non fa niente, tutti noteranno che Salvini, a spada sguainata, mantiene le sue promesse, mentre lui è affetto da afasia, se non è tetraplegia. Se si muove, rischia di scatenare un putiferio. Né la gente si accorgerà che sarà già un gran merito se l’Italia supererà l’autunno e il 2018 senza particolari danni. Perché, mentre il Paese galleggia a stento, tutti discutono della rotta e di quanti nodi facciamo all’ora. 
Forse il giovane Luigi è stato veramente vittima della sua ambizione. Prima ha insistito fino ad esasperare tutti (incluso il Presidente Mattarella) sul suo preteso diritto di essere nominato Presidente del Consiglio; poi, mancato l’obiettivo per una sorta di referendum negativo sul suo conto, ha cercato di arraffare quante più cariche ha potuto, senza accorgersi che si dava la zappa sui piedi. Se si fosse limitato al ruolo di Vice Presidente del Consiglio, avrebbe potuto essere l’ombra di Giuseppe Conte – un’ombra più consistente del corpo che la proietta – e non avrebbe condiviso gli inevitabili fallimenti della sua maggioranza. Inevitabili perché nessuno può fare l’impossibile.
È difficile trovare una spiegazione del suo comportamento. Forse ha commesso l’errore di credere lui stesso alle promesse che faceva agli elettori. Salvini invece ha lasciato da parte la flat tax, si è impegnato per la lotta agli immigrati clandestini ed ha “affondato” la nave Aquarius. Applausi. Ancora ieri ha avvertito la nave “olandese” Lifeline di non chiedere l’ingresso nei nostri porti, perché non le sarà concesso. O sarà sequestrata. Che cosa può dire, Di Maio, per controbilanciare questi colpi di scena, che cercherà di tenere chiusi i supermercati di domenica, scontentando molte famiglie? O che si occuperà dei ragazzi che portano a casa le pizze? Bollono in pentola problemi finanziari epocali, tanto da seguire ciò che accade a Berlino col fiato sospeso, e ci dovremmo occupare dell’amletico dilemma se aspettare che ci portino le margherite e le fattoresse o andare a prenderle noi stessi?
Francamente, Di Maio si è scelto una parte che avrebbe trasformato in comparsa anche Laurence Olivier, buonanima. Per sua fortuna, neanche Salvini è in una botte di ferro. La questione dei migranti, in un modo o nell’altro, passerà di moda, e alle tremende scadenze economiche che attendono l’Italia non è chiamato a dare una risposta soltanto il Movimento 5 Stelle. E l’alternativa è senza scampo. Se ambedue i partiti riconosceranno di non poter far nulla, saranno disprezzati dagli elettori. Se ognuno cercherà di dare la colpa all’altro, gli italiani, salomonicamente, daranno il torto a tutti e due. E tutto ciò sempre che non si scateni qualche tempesta finanziaria, monetaria o comunitaria, che ci farà chiedere come abbiamo fatto, per tanto tempo, a ballare sereni, scambiando quell’iceberg per un ghiacciolo.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
22 giugno 2018




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POLITICA
21 giugno 2018
ETOLOGIA POLITICA DI SALVINI
Come molti altri mammiferi, l’uomo è un animale sociale. La socialità nasce dalla constatazione atavica che vivere in gruppo favorisce la sopravvivenza. I lupi, le iene, i delfini, moltissimi animali cacciano in gruppo e così massimizzano la probabilità di successo.
Vivere così però crea dei problemi. Se c’è poco da mangiare, chi mangia per primo, chi per secondo, e chi per ultimo, rischiando di morire di fame? È necessario che qualcuno sia il capo incontrastato o si è tutti uguali? Tutti hanno il diritto di accoppiarsi con le femmine? Ovviamente ogni comunità – anche quella degli umani – ha delle regole. La prima delle quali è, in linea di principio, il divieto di uccidere il simile. E questo appunto perché la cosa è contraria alla sopravvivenza della specie. Le stesse lotte dei maschi per il diritto all’accoppiamento normalmente non si concludono con la morte del concorrente.
Le regole degli animali sociali hanno un preciso fondamento, la loro utilità. Disobbedire a queste regole è “male”, perché va contro l’interesse comune. E tuttavia questo principio va inteso con discernimento. Infatti se il giovane leone non “disobbedisse” al vecchio, sfidandolo per sapere chi è più forte, non ci sarebbe il ricambio, alla testa del branco, e non sarebbe assicurata la sopravvivenza dei geni migliori. Per quanto strano possa sembrare, questa “disobbedienza” è anche alla base del progresso. 
La scuola è fondata sull’obbedienza al maestro, in tutti i sensi. Ciò che il maestro fa è giusto, ciò che insegna è “vero”, ciò che egli dichiara sbagliato è sbagliato, e ciò che egli dichiara male è male. Ma, se si prendessero veramente sul serio queste regole, non ci sarebbe progresso. E infatti quando l’umanità, abbagliata dal genio di Aristotele, non ha osato contestarlo per secoli, per secoli non si sono avuti grandi progressi. È stato soltanto quando Galileo ha “mancato di rispetto” ad Aristotele, non badando a ciò che “ipse dixit”, e preferendo il risultato dell’esperimento alla teoria, che è nata la scienza moderna.
Ecco perché si può affermare che né l’obbedienza né la disobbedienza sono costantemente virtù o vizi. La regola più importante del gruppo sta al di sopra di questi concetti: è l’interesse della specie. La mantide religiosa mangia il maschio, dopo l’accoppiamento, e sicuramente la cosa favorisce la sopravvivenza della specie. Molti anni fa fui sorpreso e un po’ schifato vedendo la mia gatta mangiare, dopo il parto, la sua stessa placenta. Per poi scoprire che la gatta aveva ragione. Sarebbe stato sciocco sprecare le preziose sostanze contenute in quell’involucro, soprattutto in un momento in cui la bestiola aveva speso tante energie per mettere al mondo i piccoli.
Il valore relativo, e non assoluto, delle regole, vale anche per il mondo del diritto. Bisogna obbedire alle leggi soltanto finché esse sono utili alla comunità. Addirittura l’individuo è autorizzato a trasgredire la regola fondamentale del codice penale, quando si tratta di salvare la sua vita. Teoricamente se qualcuno, per salvare sé stesso condanna un treno a cadere in un burrone, provocando la morte di centinaia di viaggiatori, deve andare assolto (art.54 C.p.).
E se questo vale all’interno di un Paese, figurarsi se non vale in ambito internazionale, dove le leggi sono costituite da trattati e non sono munite di sanzioni. Qui un Paese non solo è autorizzato a contravvenire ai patti sottoscritti, se ciò gli conviene, ma è suo dovere farlo. Salvo errori, la Gran Bretagna aveva preso l’impegno di difendere la Cecoslovacchia, ma quando Hitler la invase, non gli dichiarò guerra. Cosa che invece fece quando poi Hitler invase la Polonia. Come mai? Nel primo caso, sapendosi impreparata alla guerra, preferì mancare di parola. Nel secondo caso, ritenendo la guerra inevitabile, la dichiarò. Insomma in ambedue i casi contò, giustamente, non ciò che era scritto nelle carte, ma l’interesse del Regno Unito.
Tutto quanto precede è prova, ad abundantiam, del fatto che l’attuale, pensosa discussione in materia di diritto internazionale, di leggi del mare, di trattati con l’Unione Europea, di doveri di umanità e via dicendo, è pura fuffa. Il problema non è ciò che l’Italia dovrebbe fare, secondo le norme riconosciute, ma ciò che le conviene fare. E quanto le costerebbe l’eventuale disobbedienza. Un calcolo di pura convenienza. E questo significa che non bisogna condannare Matteo Salvini per il suo stile o perché tiene un conto insufficiente delle norme. Bisogna assolverlo se si è sicuri che sta facendo l’interesse dell’Italia. Bisogna condannarlo se si è sicuri che non sta facendo l’interesse dell’Italia. E bisogna star zitti se non si è sicuri di niente.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
21 giugno 2018




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